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    Il decalogo

    Gianfranco Ravasi


    Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul monte Sinai, gli diede le due tavole della Testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio» (Es. 31,18).
    È suggestiva questa immagine del dito divino che incide sulla pietra, quasi fosse un’epigrafe perenne, la sua parola. Essa s’incarna per eccellenza nelle ‘dieci parole’ o precetti -tale è appunto il significato del termine di origine greca Decalogo usato per indicarle- che la Bibbia offre in due redazioni segnate da lievi variazioni: una è nel cap.20 del libro dell’Esodo, mentre l’altra è nel cap.5 del Deuteronomio, il quinto libro dell’Antico Testamento.
    Ha spesso infastidito nella sequenza dei comandamenti decalogici il tono imperativo-negativo, da indice minaccioso puntato, e la proibizione incombente in quel continuo "Non fare", interrotto solo per i precetti del sabato e dell'onorare i genitori. In realtà, siamo in presenza di un espediente linguistico di matrice semitica volto ad esaltare l'incisività "lapidaria" del comando e la sua totalità che non ammette scusanti, repliche ed eccezioni. Ma il senso, sotto il gelo dell'imperativo vietante, è certamente anche positivo e creativo, come scopriremo nel nostro viaggio all’interno delle dieci parole.

    I. Inizieremo col primo, che è quasi l’architrave di tutta l’architettura spirituale del Decalogo. Esso si apre con una dichiarazione in cui il Signore si presenta come persona che proclama un ‘io’, ossia un’identità, e che agisce intervenendo nella storia:
    «Io sono il Signore tuo Dio, che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù».
    Il Dio che entra in scena, parla e si rivela è, perciò, un liberatore ed è a questo primo suo atto, che precede ogni nostra azione, che dobbiamo dare una risposta di adesione.
    Ecco, allora, l’impegno del primo comandamento, che nel testo biblico ha una formulazione ben più vasta del sintetico: «Non avrai altro dio fuori di me» usato dalla tradizione.
    Tre, infatti sono le descrizioni del nostro impegno di fedeltà al Signore.
    Innanzitutto dobbiamo riconoscere la sua unicità assoluta contro ogni tentazione politeistica. È quello che si definisce monoteismo affettivo: non si tratta tanto della dichiarazione di un monoteismo teorico (per altro di ardua espressione nel linguaggio concreto e simbolico orientale), quanto dell’ “avere un Dio a cui il cuore si abbandona totalmente”, come aveva giustamente commentato Lutero. Amare Dio con tutto il cuore, anima e forze.
    C’è, poi, un’altra definizione del comandamento di taglio più "pastorale", ossia orientato verso scelte religiose concrete:
    «Non ti farai idolo né immagine alcuna di ciò che è lassù nel cielo né di ciò che è quaggiù ...».
    È il precetto che spazza via gli idoli e le immagini del Signore Dio d'Israele capaci di generare idolatria o magia. Jahweh, diversamente dagli altri dèi che eleggevano statue e simboli a strumenti della propria presenza efficace accanto all'uomo, non è riducibile a nessuna figura, non è imprigionabile in uno spazio, non è manipolabile in un oggetto. Egli è solo voce, parola, presenza personale e vivente ma non oggettivabile e definibile.
    Il pensiero corre alla scena del vitello d’oro, che subito dopo è narrata dall’Esodo (cap. 32). In realtà essa rappresentava la tentazione di un popolo nomadico-agricolo di raffigurare la divinità, sorgente della vita, nell’immagine di un toro fecondo. L’appello del Decalogo è chiaro e tagliente: Dio non è riducibile a un oggetto o a un segno magico, la sua è una realtà infinita ed eterna che travalica spazio e tempo e, se proprio si vuole pensare a una sua immagine, c’è una sua creatura particolarmente amata: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò» (Gn 1,27)
    Ecco, infine, un’ultima formulazione del primo comandamento, di tipo cultico:
    «Non ti prostrerai davanti agli idoli e non li servirai».
    I due verbi indicano atti liturgici: in Israele non è ammesso alcun sincretismo religioso. L’atto di culto dev’essere riferito solo al Signore, come replicherà Cristo a Satana, che, mostrandogli il fascino del potere e del possesso, gli aveva suggerito di «prostrarsi e adorarlo» (Mt 4,9-10).
    E a questo punto il comandamento ricorda che il Signore è «un Dio geloso», un simbolo vivace per evocare la passione divina nei confronti della sua creatura, libera nel respingerlo ma anche nella scelta di essere legata a lui da un nodo d’amore.
    Il primo comandamento, il più ampio, è un forte appello alla purezza della fede nei confronti di un Dio vivo e personale, esigente ma anche amoroso, tant’è vero che, se ricorda il peccato punendolo «fino alla quarta generazione», perdona chi è pentito e svela il suo amore «fino alla millesima generazione», come è scritto nella pagina biblica del primo precetto.
    Atto d'accusa contro ogni idolatria, contro ogni degenerazione religiosa e contro ogni superstizione, il primo comandamento è l'affermazione di un legame personale esclusivo d'amore tra Dio e il popolo. I precetti che seguiranno, allora, saranno rispettati non soltanto perché iscritti nella coscienza naturale dell'uomo (anche se questa è una realtà morale affermata da molte culture) ma in quanto volontà rivelata del Signore. Vengono accolti in ragione del vincolo d'alleanza tra il Signore e Israele, per fede e amore e non per ragione e filosofia.

    II. Il secondo comandamento, molto più lapidario, aggiunge un’altra pennellata a questo ritratto divino: «Non nominare il nome di Dio invano».
    È per noi spontaneamente la condanna della bestemmia. E questo ha un suo fondo di verità, perché essa incarna un’aggressione carica di odio e di disprezzo nei confronti della realtà di Dio: il ‘nome’ nel linguaggio biblico è appunto la persona. Spesso, soprattutto nel mondo occidentale, la bestemmia è ridotta ad un intercalare volgare e miserabile e perde la sua violenza, rimanendo pure sempre un’offesa impotente alla divinità.
    Tuttavia, nel mondo semitico ove la bestemmia in questo senso è ignota, il significato primario del comandamento è un altro ed è legato al termine “invano”. In ebraico la parola usata (shaw’) indica qualcosa di ‘falso, vuoto, vano, inutile’ ed era il vocabolo con cui si indicava spregiativamente l’idolo. Scopriamo, allora, un altro senso da attribuire al secondo precetto, un senso che lo collega al primo. La vera bestemmia è scambiare il nome-persona di Dio col nome ‘vano’ delle cose cui ci aggrappiamo e che consideriamo come un tesoro al quale tutto sacrificare. È l’auto-adorazione dell’uomo e la sostituzione di una cosa (denaro, piacere, potere, successo) al Dio vivente. Si colpisce così ogni deformazione della realtà di Dio; per usare ancora un’immagine di Lutero, si condanna la simia Dei, la scimmiottatura di Dio, il Dio Medusa o tappabuchi denunziato da Bonhoeffer, il teologo impiccato in un lager nazista.
    Il precetto diventa perciò un appello alla purezza della religione, al riconoscimento glorioso della grandezza e santità divina («Sia santificato il tuo nome!»).
    Risuona, allora, la voce del Salmista che idealmente commenta il nostro comandamento:
    «Non vogliate affidarvi alla forza, le rapine non portano frutto; pur se abbonda la ricchezza, mai ponete in essa il vostro cuore…. Solo in Dio il mio cuore riposa, da lui viene la mia speranza. È mia rupe e mia salvezza lui solo, la mia roccia. Io più non vacillo».

    III. «Dio disse a Mosè: Mosè, io posseggo nella mia tesoreria un dono prezioso che si chiama sabato. Voglio regalarlo a Israele».
    Così si legge in un antico testo rabbinico. Il giorno festivo è, dunque, un tesoro, è una scintilla di luce deposta nel grigiore delle ore feriali, è un seme che feconda la terra della settimana lavorativa, è uno sguardo rivolto verso l’alto, che interrompe così il ritmo della nostra esistenza quotidiana.
    Sappiamo che la formulazione: “Ricordati di santificare la festa” è la sintesi di una più ampia presentazione che la Bibbia fa di questo terzo comandamento. Essa è centrata sul sabato, la festa settimanale ebraica che nella stessa parola richiama sia il numero sette (sheba’) sia il verbo ‘riposare’ (shabat).
    È universalmente noto con quanto rigore il giudaismo avesse circondato questo giorno sacro con una siepe di prescrizioni che ne tutelassero l’identità e la separazione dal resto del tempo profano.
    Il trattato del Talmud dedicato al sabato elenca ben 39 precetti, trasformando così quel giorno di festa in una sorta di incubo sacrale, al quale reagirà Cristo affermando che «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato».
    Ci soffermeremo sulle motivazioni che il Decalogo biblico propone per vivere autenticamente la spiritualità della festa. Si sa che due sono le redazioni dei dieci comandamenti presenti nella Bibbia.
    La prima è nel libro dell’ Esodo. In essa si ricorda che tutta la famiglia deve riposare (compresi schiavi e forestieri) «perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno: per questo il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro».
    È facile intuire il rimando alla creazione, allorché «Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto» (Gn 2,3).
    Nel sabato, oasi nel tempo, il fedele deve riscoprire l’armonia del creato e la sua collocazione nell’universo. Egli non domina più le cose con il suo lavoro, ma ne scopre il senso e loda il Creatore, nella consapevolezza di quanto dice il Salmista: «I cieli narrano la gloria di Dio e l’opera delle sue mani annunzia il firmamento. Il giorno al giorno ne annuncia il messaggio e la notte alla notte ne trasmette notizia» (Salmo 19).
    Il sapiente biblico ci ammonisce, infatti, che «dalla grandezza e bellezza delle creature per analogia si conosce l’autore» (Sapienza 13, 5).
    La preghiera ed il culto sono una sorta di canale aperto nell’infinito e nell’eterno di Dio.
    Diversa è, invece, la motivazione per celebrare il sabato indicata dall’altra versione del Decalogo, quella offerta dal Dt: «Ricordati che sei stato schiavo nel paese d’Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato».
    Commentava un biblista tedesco: “Ogni sette giorni Israele deve ricordarsi che il suo è un Dio liberatore, il quale pose fine a una dura schiavitù e che continua a ergersi contro tutte quelle potenze che vogliono opprimere il suo popolo”.
    In questa luce si comprende il monito dei profeti biblici che bollavano l’osservanza meramente rituale del sabato: il culto senza la vita è magia, la liturgia festiva senza giustizia negli altri giorni feriali corre il rischio di essere una farsa.
    È per questo che il Signore grida: «Non posso sopportare delitto e solennità….. Io detesto le vostre feste, le respingo e non gradisco le vostre assemblee…Piuttosto scorra come acqua il diritto e la giustizia come un torrente perenne» (Is 1, 13; Am 5, 21.
    È per questo che Cristo non esiterà a guarire malati anche si sabato, compiendo un’azione apparentemente vietata dalle normative giudaiche sul riposo sabbatico. Egli, infatti, riproponeva lo spirito profondo del comandamento divino, che invitava a coniugare festa e libertà, culto e amore per il prossimo, rito e giustizia.
    Due sono, quindi, le radici spirituali della celebrazione festiva secondo il Decalogo: da un lato, la contemplazione dell’armonia cosmica alla quale partecipiamo attraverso la nostra opera e la nostra lode; d’altro lato, l’impegno storico della fede che impedisce alla liturgia festiva di essere una sorta di isola sacra, staccata dal resto dell’esistenza, mentre suo compito è quello di essere un seme di libertà, di giustizia e di amore.
    In un’altra testimonianza ebraica antica, la Vita di Adamo ed Eva, un’opera apocrifa, si legge: “Il settimo giorno è il segno della risurrezione e del mondo futuro”.
    Questa frase diventa ancor più vera per la domenica cristiana, celebrazione della Pasqua di Cristo. È curioso notare che in russo la domenica è espressa con un vocabolo che letteralmente significa ‘risurrezione’ (voskreséné).
    Il cristiano nel giorno festivo celebra la risurrezione di Cristo e professa la sua fede nel ‘riposo eterno’ che lo attende, un riposo non inerte ma pieno della vita e della luce in Dio.

    IV. Come il terzo comandamento sul riposo festivo, anche il quarto è un precetto esposto in forma positiva. Inoltre, quello sull’amore nei confronti dei genitori è l’unico ad essere seguito da una benedizione nella formulazione originaria biblica («..perché la tua vita sia lunga e tu sia felice nella terra che il Signore tuo ti dà»).
    Il verbo centrale del precetto è quello dell’onorare, in ebraico kabbed, un termine usato anche per la ‘venerazione’ nei confronti di Dio, tant’è vero che il profeta Malchia appaia i doveri verso Dio con quelli verso i genitori: «Il figlio onora suo padre… Se io sono padre, dov’è l’onore che mi spetta? Dice il Signore degli eserciti». Il vocabolo ha un arco di significati molto ampio e, oltre al rispetto, comprende il sostegno economico, l’obbedienza e l’amore.
    Nell’AT sono molteplici i passi che riprendono questo comandamento, talora con una veemenza particolare: «Colui che percuote suo padre o sua madre sarà messo a morte. Colui che maledice suo padre o sua madre sarà messo a morte» (Es 21).
    Al di là della pena di morte, legata alla cultura e alla società di allora, c’è anche l’idea di una ‘scomunica’ del peccatore in questione dall’orizzonte vitale della comunità civile e religiosa.
    Uno dei commenti più intensi e appassionati al quarto comandamento è, comunque, offerto da un sapiente biblico del II sec. a.C., il Siracide: «.. la pietà verso il padre non sarà dimenticata, ti sarà computata a sconto dei peccati». Anche Gesù sarà severo quando denuncerà la prassi, allora vigente, del qorban (‘realtà sacra’) attraverso la quale ci si sentiva esentati dal dovere del sostentamento dei genitori anziani, dedicando a Dio in alternativa una cifra da offrire al tempio (Mt 15,3). E Paolo ammonirà i figli cristiani (Ef 6).
    Ma qual è il contenuto genuino del quarto comandamento secondo la visione generale biblica? Oltre all’aspetto direttamente familiare e tribale, per cui si deve favorire ed esaltare la famiglia nella sua struttura, il precetto ha una dimensione più vasta e sociale. Nei genitori e nei figli, e nel loro rapporto corretto, si delinea il retto funzionamento di tutte le relazioni proprie della vita socio-politica. Si esalta, allora il diritto-dovere di partecipare alla costruzione di una società armonica e giusta.
    C’è, poi, un’altra prospettiva che potremmo chiamare tradizionale. I genitori incarnano la storia di una comunità coi suoi valori che devono essere trasmessi e attualizzati. Nell’onore da rendere ai genitori è, allora, implicito anche il riconoscimento della loro funzione di maestri, di tutori della tradizione, di custodi dell’eredità morale di una famiglia e di un popolo, di testimoni dei valori spirituale e religiosi. Si veda il Salmo 78, ai versetti 3-7.
    Il quarto comandamento propone, perciò, un legame non solo biologico ma anche spirituale tra padri e figli, in un dialogo di valori trasmessi e accolti. Non per nulla il Concilio Vat II suggerisce che “i genitori devono essere per i figli i primi maestri della fede”.
    Infine, è stato sottolineato come sia presente una dimensione ‘psicologica’: il figlio, ormai autonomo e adulto, divenuto a sua volta responsabile dalla patria potestà, è invitato a sostenere moralmente ed economicamente i genitori, sorgente della sua vita, mentre essi si avviano verso il viale del tramonto fisico e psichico. È questo un capitolo importante in una società patriarcale com’era quella biblica, rilevante però anche ai nostri giorni con l’aumento della fascia sociale degli anziani.
    Rimane, comunque, vivo l’appello ad una serena e armonica convivenza familiare, perché -come ammonisce il libro dei Proverbi- «chi maledice il padre e la madre vedrà spegnersi la sua lucerna nel cuore delle tenebre». Perciò «ascolta il tuo padre che ti ha generato e non disprezzare tua madre quando è vecchia!».

    V. Lapidario nella sua formulazione imperativa, il quinto comandamento esalta la sacralità della vita umana, la sua intangibilità, come già si proclamava nella prima alleanza stipulata tra Dio e la sua umanità generata dal lavacro purificatore del diluvio e incarnata dalla figura di Noè: «Chi sparge il sangue dell’uomo, dall’uomo il suo sangue sarà sparso, perché a immagine di Dio egli ha fatto l’uomo» (Gn 9).
    In modo più intenso e poetico Giobbe affermerà: «Il Signore ha in mano l’anima di ogni vivente e il respiro di ogni carne umana».
    Molte sono le questioni che oggi noi riferiamo a questo precetto: pensiamo non solo a quelle tradizionali della guerra o della pena di morte, ma anche i temi più attuali della bioetica, dell’aborto e dell’eutanasia. Tuttavia nel suo tenore originario il comandamento aveva un significato più ristretto, legato al momento storico preciso in cui Dio avvia la sua rivelazione su questo argomento: il verbo usato è razah, che di per sé rimanda solo al ‘commettere un assassinio’, all’azione violenta su un soggetto indifeso, tant’è vero che nel Dt si proclama: «maledetto che uccide (razah) il suo prossimo indifeso».
    Sappiamo, infatti, che nell’AT ci sono alcune uccisioni che erano ammesse: pensiamo alla pena di morte, all’“anatema” (herem), ossia a una sorta di guerra santa, alla legge del taglione. Ci si stupisce sempre di queste violenze contro la vita umana non condannate, anzi giustificate dalla Scrittura. Bisogna, però, ricordare sempre che la Bibbia non è un’astratta raccolta di tesi teologiche e morali perfette, ma piuttosto è la storia di una lenta e progressiva rivelazione di Dio all’interno delle vicende umane che sono spesso striate di sangue dalla nostra ottusa e pervicace crudeltà.
    Si tratta, dunque, di una manifestazione divina che è simile ad un percorso graduale. Attraverso le tappe di quella che noi chiamiamo "storia della salvezza” si compie un lungo processo di illuminazione dell’umanità perché esca dalle caverne dell’odio, della giustizia sommaria, della brutalità e s’incammini verso un orizzonte più alto. Non per nulla sant’Agostino considerava la Bibbia come il libro della pazienza di Dio che si adatta temporaneamente al limite della sua creatura per educarla a valori più degni. Si legge, infatti, già sul finire della rivelazione anticotestamentaria questa affermazione del libro della Sapienza: «Prevalere con la forza a te, Signore, sarebbe sempre possibile perché nessuno può opporsi alla potenza del tuo braccio… E invece tu risparmi tutte le cose perché tutte sono tue, o Signore, amante della vita… Con tale modo hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini».
    Ma già nel libro del Levitico si esortava a «non covare odio contro il tuo fratello…, a non vendicarsi e a serbare rancore contro i figli del tuo popolo e ad amare il prossimo come sé stessi».
    Anche per la pena di morte c’era un passo significativo riguardante il primo assassino della storia, Caino: «Il Signore impose a Caino un segno perché non sopisse chiunque l’avesse incontrato» (Gn 4). Anche la vita del criminale viene, perciò, posta sotto la giurisdizione suprema di Dio, proprio perché ogni creatura umana è stata «creata a immagine e somiglianza di Dio». Anzi, nel libro del profeta Ezechiele ci imbattiamo in questo oracolo divino: «Forse che io ho piacere della morte del malvagio o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?… Io non godo della morte di chi muore!».
    Il progressivo sviluppo del quinto comandamento verso la condanna di ogni uccisione e di ogni violenza contro la vita raggiungerà il suo vertice con Cristo. Al suo discepolo che aveva con la spada troncato l’orecchio del servo del sommo sacerdote, durante le ore convulse della sera dell’arresto nel Getsemani, Gesù ordinerà: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada».
    La lezione di Cristo al riguardo era cominciata molto prima, fin dagli esordi stessi della sua predicazione, in quel celebre Discorso della Montagna che è stato definito come Magna Charta del cristianesimo.
    Poniamo alcune di quelle fortissime parole a ideale commento del quinto comandamento riportato alla sua pienezza e alla sua pura radicalità: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere! Chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio… Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio, dente per dente! Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra.. Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico! Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, e pregate per i vostri persecutori!».

    VI. Al di là delle varie formulazioni successive, il tenore originario del sesto comandamento era piuttosto questo: «Non commettere adulterio».
    Il verbo ebraico usato, na’af, si riferisce infatti all’ambito matrimoniale e il comandamento -sia pure sotto il velo dell’imperativo negativo- vorrebbe sostenere soprattutto il matrimonio nella sua dignità e nei suoi diritti e doveri.
    Questo tema era particolarmente caro alla dottrina biblica e aveva ricevuto varie trattazioni, non di rado segnate dal fatto che la Rivelazione divina è incarnata e quindi riflette una società e una cultura. Così, data la concezione maschilista dell’antico Vicino Oriente, nelle norme di diritto matrimoniale la donna era sfavorita e, nel caso dell’adulterio, la presunzione di colpa cadeva prima di tutto su di lei. Inoltre, nell’antico Israele vigeva l’istituto del divorzio, codificato nel Dt (24, 1).
    Ed è altrettanto noto che Cristo riporterà il matrimonio alla sua dignità e grandezza originaria di donazione totale, d’amore, come insegnava la Gn: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così».
    Già l’AT, però, aveva esaltato la bellezza dell’amore nuziale al punto da adottarlo come simbolo del rapporto di intimità tra il Signore e il suo popolo. Si pensi alla storia autobiografica del profeta Osea fatta assurgere a parabola religiosa (cap. 1-3). Oppure si provi a leggere il cap. 54 di Isaia e il cap. 16 di Ezechiele.
    Ma nella Bibbia c’è anche quello splendido poemetto che è il Cantico dei Cantici, fatto di solo 1250 parole ebraiche, eppure capace di intessere una stupenda celebrazione dell’amore umano «forte come la morte», sorgente di donazione totale assoluta: «Il mio amato è mio e io sono sua… Io sono del mio amato e il mio amato è mio».
    Il tema matrimoniale, considerato in sé e applicato come immagine della relazione d’alleanza tra Dio e l’umanità, apparirà anche nel NT, a partire dalle stesse parabole ‘nuziali’ di Gesù (Mt 22, 1-14 e 25, 1-12).
    Paolo, scrivendo ai cristiani di Efeso, intuisce nel matrimonio cristiano «un mistero grande, in riferimento a Cristo e alla Chiesa», per cui «i mariti devono amare le loro mogli come Cristo ha amato la Chiesa».
    È alla luce di questa prospettiva che la Chiesa ha riconosciuto al matrimonio cristiano la dignità di sacramento. L’unione d’amore tra l’uomo e la donna nella sua pienezza porta il sigillo della grazia e della presenza di Dio. È per questo che la violazione del sesto comandamento acquista nella visione cristiana una gravità maggiore e una dimensione nuova rispetto al tenore primitivo del precetto.
    L’estensione del comandamento a tutta la morale sessuale operata dalla tradizione rimane, comunque, legittimo. Il matrimonio è, infatti, considerato dalla Bibbia come la figura simbolica di tutte le relazioni interpersonali, dei loro splendori e delle loro miserie, dei valori e dei limiti, delle virtù e dei vizi. Anzi, la stessa visione che la Sacra Scrittura offre della persona umana nella sua compiutezza e pienezza è scandita proprio dalla bipolarità sessuale.
    Significativo è il passo di Gn 1, 27, ove ciò è espresso, in stile semitico, mediante un curioso parallelismo chiastico progressivo.
    L’ “immagine” divina stampata nell’uomo si attua non nel maschio soltanto ma nell’uomo e nella donna, nell’essere maschio e femmina; e non certo perché Dio abbia accanto a sé una dea (come volevano le religioni dei popoli vicini ad Israele), ma perché l’amore fecondo tra uomo e donna riflette l’amore creatore del Signore. In quella pagina, infatti, si descrive la creazione operata da Dio.
    Il messaggio del sesto comandamento è, allora, l’appello a ritrovare nella relazione tra l’uomo e la donna la ricchezza di valori che erano nel disegno del Creatore.
    Come insegna il Cantico dei cantici, la persona umana non vive il sesso in modo meramente fisiologico e istintivo, ma lo può trasfigurare in eros, segno di sentimento, di bellezza e di tenerezza, e soprattutto lo può condurre a essere amore, che è donazione e comunione totale.
    Il sesto comandamento è anche, indirettamente, l’invito a vivere le altre relazioni di comunicazione interpersonale e di amicizia e le stesse pulsioni fisiologiche e psicologiche all’interno di una visione di armonia, di coerenza, di limpidità, di dominio di sé, di onestà e di rispetto.

    VII. Il settimo comandamento è inciso nella memoria di tutti con quell’imperativo scandito da due parole, «Non rubare», in ebraico Lô tignôb .
    In realtà, come gli studiosi hanno da tempo osservato, quel verbo sottintende un orizzonte più ampio del furto di oggetti: comprende anche il sequestro di persona, compiuto in quei tempi durante le razzie. In pratica, oltre alla rapina è di scena il rapimento ed è questo il significato primario del precetto, per cui dal quinto all’ottavo comandamento avremmo la sequenza dei diritti fondamentali della persona: la vita, il matrimonio, la libertà, l’onore. La tutela del diritto alla proprietà apparirebbe, invece, nel nono e decimo comandamento.
    Sottolineiamo, allora, prima di tutto questo tema capitale per la dignità della persona: l’evento stesso dell’esodo dalla schiavitù egizia, che funge da contesto del Decalogo, è centrato proprio sulla libertà, un aspetto primordiale nella definizione della creatura umana. Infatti, come si legge nella Genesi, l’uomo è creato e posto sotto l’albero della conoscenza del bene e del male, libero nella sua decisione di accogliere da Dio la morale o di costruirla lui stesso, rapendo il frutto del bene e del male.
    È questa una visione tipica della Bibbia, a differenza delle culture circostanti che consideravano l’uomo come l’impasto della polvere del suolo col sangue di un dio ribelle e sconfitto: secondo questa concezione, nelle nostre vene non potrebbe che scorrere il male a cui saremmo irrimediabilmente votati.
    Ben diversa è la persona secondo la Sacra Scrittura: «Dio da principio creò l’uomo e lo lasciò in balìa del suo proprio volere. Se vuoi osserverai comandamenti: l’essere fedele dipende dalla tua buona volontà» (Sir 15).
    Per questo, dittature, oppressioni politiche, sociali o economiche, strutture che strappano artificiosamente il consenso, egemonia della seduzione televisiva, sistemi subdoli di avvincimento, oltre alla schiavitù in senso stretto, ancora attiva, violano radicalmente questo precetto. Significativa è la durezza della sentenza: «Chi rapisce un uomo, sia che lo venda sia che lo tenga in mano sua, sia messo a morte» (Es. 21).
    Il settimo comandamento, però, comprende pure l’accezione comune, la condanna del furto, anche perché sottrarre al prossimo un bene necessario per la sua vita è un altro modo per renderlo schiavo. Sul furto delle proprietà si ha tutta una serie di norme puntuali che si possono leggere subito dopo il testo del Decalogo, ove si insiste sul risarcimento del danno, evitando le vendette tribali eccessive che potevano condurre all’uccisione del ladro: «Se uno ha rubato un bue, un asino o un agnello e li ha conservati vivi, restituirà il doppio» (Es 22, 3).
    Naturalmente il furto può avere aspetti diversi, come si legge in questo monito: «Non rimuovere il confine del tuo prossimo che hanno posto gli antenati nel tuo possesso» (Dt 19,14). Tuttavia la Bibbia è sempre attenta a riconoscere il primato della destinazione universale dei beni: ogni uomo deve avere la possibilità di «trarre alimento dalla terra… Tutti da te, Signore, aspettano che tu dia loro il cibo in tempo opportuno: tu lo provvedi, essi lo raccolgono; tu apri la mano, si saziano di beni» (Salmo 104).
    In questa luce la proprietà personale o familiare o nazionale è solo un mezzo per attuare questa distribuzione generale dei beni. Chi prevarica sul prossimo attraverso il furto -privato o pubblico (sottraendo beni delle comunità o violando le leggi fiscali)- pecca perciò anche contro Dio: infrange, infatti, l’ordine della creazione, accaparrandosi egoisticamente quelle risorse che Dio ha destinato al bene comune e alla dignità di tutte le persone e di tutti i popoli.

    VIII. A livello popolare è, questo, il comandamento che colpisce una piaga universale, quella della menzogna, della calunnia, della mormorazione, della maldicenza e così via. E questa convinzione ha un suo fondamento.
    Tuttavia, il significato primario del precetto biblico puntava soprattutto alla sfera pubblica, ossia all’orizzonte giudiziario e processuale, per cui la resa migliore dell’originale ebraico dovrebbe essere piuttosto questa: «Non deporre contro il tuo prossimo come testimone falso».
    Il verbo usato è, infatti di taglio giuridico e riguarda precisamente la comparizione di un testimone durante un processo.
    Considerando il rilievo che rivestiva la testimonianza a voce in una civiltà di cultura orale (lo scritto era secondario rispetto alla parola data), è facile comprendere perché questo comandamento fosse la prima norma in assoluto nel celebre Codice di Hammurabi (XVIII sec. a.C.), testo-base dell’antico diritto babilonese. Certo, in esso si ingloba anche la verità privata e quella delle corrette relazioni quotidiane, ma si punta prima di tutto alla vita sociale e al suo giusto funzionamento, alle azioni penali, alla tutela della dignità pubblica di una persona e del suo diritto all’amore.
    Per questo l’accento cade sul “falso testimone” -in ebraico ‘ed sheqer-, che scardina e viola un diritto fondamentale della persona e della comunità.
    Osservava un esegeta: “Sheqer non è solo un discorso menzognero, bensì tutto un modo di comportarsi contrario alla fedeltà e alla fede, all’assistenza giudiziaria a cui il prossimo ha naturalmente diritto; è un contegno aggressivo, distruttivo della comunità, asociale”.
    Per marcare questa responsabilità, il testimone decisivo per una sentenza capitale doveva scagliare per primo la pietra della lapidazione: «La mano dei testimoni sarà la prima contro il condannato per farlo morire; poi la mano di tutto il popolo» (Dt 17,7).
    E a questo proposito è illuminante la scena evangelica dell’adultera con l’invito di Gesù a scagliare la prima pietra, se si è senza colpa.
    L’importanza dell’ottavo comandamento risulta anche dalla sua reiterata ripresa nella legislazione biblica. Solo un esempio: «Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un’ingiustizia. Non seguirai….» (Es 23,1-2 e 7-8).
    I profeti saranno veementi nel denunziare la corruzione dei magistrati, corollario della proibizione del Decalogo. Grida, ad esempio, Isaia: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri, per fare della vedova la loro preda e spogliare gli orfani» (10,1-2).
    La Bibbia registra casi clamorosi di ingiustizia processuale nei confronti dei deboli. Pensiamo ai due falsi testimoni, subornati dalla potente regina Gezabele, per riuscire a far condannare a morte il contadino Nabot così da potergli sottrarre ‘legittimamente’ il terreno destinato ad allargare la tenuta reale di Izreel in Galilea (1 Re 21).
    Oppure pensiamo a Susanna, una donna sposata bellissima che corre il rischio di esser condannata a morte per adulterio a causa della falsa e ipocrita testimonianza di due anziani notabili invaghiti della sua bellezza e da lei respinti (Dn 13).
    Ma nella mente di tutti l’ottavo comandamento è presente con la scena della condanna di Gesù del Sinedrio: «I capi dei sacerdoti e tutto il Sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti, infatti, testimoniavano il falso contro di lui ma le loro testimonianze non erano concordi. Infine alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui e dissero….» (Mc 14,55-61).

    IX e X. Identico è l’imperativo che regge i due ultimi comandamenti: “Non desiderare….!”. Sorprendente per il lettore moderno è la serie degli oggetti di questo imperativo. Nella redazione del Decalogo così come ci è offerta dal libro dell’Esodo la sequenza è, infatti, questa: “Non si devono desiderare la casa, la donna, lo schiavo, gli animali, le cose del prossimo” (20,17). Anche se l’altra redazione dei dieci comandamenti -quella contenuta nel libro del Dt- anticipa il desiderio della donna rispetto a quello della casa, è indubbio che si prova un certo imbarazzo nel vedere ridotta la moglie ad un puro e semplice bene di proprietà (in una struttura sociale di tipo maschilista, essa era considerato un tesoro clanico in quanto fattrice di figli e non un ‘tesoro’ in senso affettivo).
    Ma, come abbiamo orami imparato anche nella lettura di altri comandamenti, dobbiamo sempre ricordare che la Parola di Dio è rivestita della ‘carne’ della storia e, quindi, si esprime secondo coordinate legate a una cultura e a una società ben circoscritte e datate.
    Ciò che noi dobbiamo cogliere, attraverso una corretta interpretazione, è invece il messaggio spirituale che è permanentemente intrecciato con quella formulazione transitoria e contingente. E quel messaggio è da cercare proprio nel verbo usato, “desiderare”.
    A questo punto scattano, allora, altre difficoltà spesso venate di ironia. Il precetto condanna ogni emozione, ogni istintiva attrazione, ogni vago fremito, divenendo una proibizione impossibile da rispettare? Evidentemente diverso è il senso di quel verbo, in ebraico hamad. Come spiega un noto biblista: “Hamad non significa desiderare nel senso di un semplice volere o augurarsi, ma include tutte le macchinazioni che portano a impossessarsi di quanto è desiderato”.
    Siamo, quindi in presenza non di una generica pulsione immediata, ma di un vero e proprio progetto tendente alla conquista di una meta prefissata, siamo davanti a una precisa scelta della volontà e della mente a cui ci si adatta con tutto l’essere personale.
    Nella luce autentica del comandamento del Decalogo si muove anche Gesù quando, nel Discorso della montagna, coglie in profondità lo spirito del precetto e lo conduce al suo valore radicale: «Io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5).
    Gesù non è così irrealistico e puritano da bollare irrimediabilmente una reazione primordiale dell’uomo, un’attrazione spontanea, ma, come sottolinea il rimando al “cuore” (che nel linguaggio biblico non è la mera sede dei sentimenti, ma esprime la ‘coscienza’), egli punta al desiderio nel senso di macchinazione, progettazione, decisione intima e profonda.
    È per questo che Cristo è pronto a perdonare l’adultera che in momento di debolezza può aver peccato; ma anche a condannare chi, dopo aver tentato in tutti i modi di irretire nei suoi desideri la moglie del suo prossimo, alla fine paradossalmente vede il suo sogno svanire per qualche ragione estrinseca.
    In realtà, questi ha consumato l’adulterio nel suo “cuore” e nel suo “desiderio” profondo. Decisiva è, quindi, la scelta morale. Certo, l’azione aggiungerà gravità, ma la radice del peccato è proprio in quell’hamad, in quel “desiderare” fondamentale, cosciente e coerente.
    È in questa luce che si comprende pienamente la condanna della Bibbia nei confronti dei due anziani perversi che tentano di conquistare, senza tuttavia riuscirci, Susanna, un’ebrea sposata (Dn 13). È sempre in questa linea che si muovono i moniti del sapiente biblico Siracide: «Distogli gli occhi da una donna bella, non fissare una bellezza che non ti appartiene!”, “non seguire le passioni, poni un freno ai tuoi desideri».
    Come il nono comandamento è parallelo al sesto («Non commettere adulterio!»), così il decimo lo è al settimo («Non rubare!»). Quest’ultimo precetto, attraverso il simbolo della “casa” altrui da non “desiderare”, ribadisce il diritto di proprietà che una persona e una famiglia legittimamente detengono.
    È facile registrare in vari passi biblici la condanna di coloro che, con la violenza o l’inganno, alienano i beni del prossimo, soprattutto debole e indifeso. «Guai a voi», ammonisce Isaia, «che aggiungete casa a casa e unite campo a campo, finché non vi sia più spazio…» (5,8).
    E Michea gli fa eco con forza: «Sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono» (2,2).

    Principi fondamentali, divisi in due tavole ideali, quella "verticale" verso Dio (dal primo al terzo comandamento), e quella "orizzontale" verso il prossimo (dal quarto in avanti), i dieci comandamenti sono certamente rivestiti della loro contingenza storica e sociale. Lo è tutta la Bibbia, se è vero che essa è la narrazione di una storia umana al cui interno si annida la presenza del divino. Sotto il gravame negativo, del divieto minaccioso, dei condizionamenti socioculturali, del moralismo si manifesta tuttavia un progetto d'uomo che riconosce il mistero senza piegarlo, che rispetta il trascendente, che nell'esistenza sociale s’impegna per la vita, per il matrimonio, per la libertà, per la dignità umana e per la realizzazione di ogni persona coi beni ottenuti. Il Decalogo non è tanto un monotono rosario di divieti, è la costruzione di un profilo morale e religioso. I dieci comandamenti sono dieci "no" pronunziati in modo preliminare perché si trasformino poi in dieci "sì" nella storia personale e sociale dell'uomo.


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