Campagna
    abbonamenti
    QuartinoNPG2024


    Letti 
    & apprezzati


    Il numero di NPG
    maggio-giugno 2024
    600 cop 2024 2


    Il numero di NPG
    marzo-aprile 2024
    600 cop 2024 2


    Newsletter
    maggio-giugno 2024
    NL 3 2024


    Newsletter
    marzo-aprile 2024
    NL 2 2024


    P. Pino Puglisi
    e NPG
    PPP e NPG


    Pensieri, parole
    ed emozioni


    Post it

    • On line il numero di MAGGIO-GIUGNO di NPG sui "buchi neri dell'educazione" e quello di MARZO-APRILE sulla narrazione biblica.  E qui le corrispondenti NEWSLETTER: maggio-giugnomarzo-aprile.
    • Attivate nel sito (colonna di destra "Terza paginA") varie nuove rubriche per il 2024.
    • Linkati tutti i DOSSIER del 2020 col corrispettivo PDF.
    • Messa on line l'ANNATA 2020: 118 articoli usufruibili per la lettura, lo studio, la pratica, la diffusione (citando gentilmente la fonte).
    • Due nuove rubriche on line: RECENSIONI E SEGNALAZIONI. I libri recenti più interessanti e utili per l'operatore pastorale, e PENSIERI, PAROLE

    Le ANNATE di NPG 
    1967-2024 


    I DOSSIER di NPG 
    (dall'ultimo ai primi) 


    Le RUBRICHE NPG 
    (in ordine alfabetico
    e cronologico)
     


    Gli AUTORI di NPG
    ieri e oggi


    Gli EDITORIALI NPG 
    1967-2024 


    VOCI TEMATICHE 
    di NPG
    (in ordine alfabetico) 


    I LIBRI di NPG 
    Giovani e ragazzi,
    educazione, pastorale

     


    I SEMPREVERDI
    I migliori DOSSIER NPG
    fino al 2000 


    Animazione,
    animatori, sussidi


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV


    NPG Facebook


    NPG Twitter



    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
    00181 Roma

    Telefono
    06 4940442

    Email


    Il Giudeocristianesimo

    Pietro Stefani



    L
    a prima, inevitabile difficoltà che si presenta a chi vuole occuparsi del tema definito dal tardo termine composto di giudeocristianesimo sta nel delimitare il campo espresso da questa parola. Infatti, dal punto di vista storico, teologico, spirituale e culturale è tutt'altro che agevole tracciare i confini di simile espressione. Come si è giustamente osservato, a ben poco serve presentare quest'ambito come un amalgama più o meno accentuato di elementi giudaici e di tratti cristiani: «Fino ai nostri giorni, infatti, il cristianesimo, sotto tutte le sue forme, è rimasto giudeocristiano nella misura in cui rivendica il patrimonio spirituale di Israele» e in particolare la Bibbia ebraica «considerata come Scrittura Sacra» (M. Simon e A. Benoit). Di fronte a questa frase tornano in mente le parole di Pio XI, pronunciate nel momento in cui il nazismo era già giunto al potere, che autodefinivano i cristiani come «spiritualmente semiti».

    Tuttavia appare chiaro che un riferimento tanto ampio risulta non solo troppo generale, ma anche incapace di spiegare perché, per tanto tempo, le tradizioni cristiane siano state animate da tristi, quanto intensi sentimenti antigiudaici.
    Tenuto conto di tutto ciò, il lettore dovrà avere la pazienza di seguire un discorso articolato, la cui ossatura portante
    sarà costituita dal tentativo di presentare sei accezioni, o meglio punti di riferimento propri di questo «polimorfico» termine. E ciò senza alcuna pretesa di completezza; anche perché bisogna tener conto che, dal punto di vista storico, solo in modo parziale la recente ricerca archeologica (a iniziare soprattutto dall'opera di padre Bagatti) ha compensato le difficoltà di trovarsi di fronte a testimonianze solo indirette e per di più di solito trasmesseci da «avversari».

    Il ruolo delle comunità giudeocristiane primitive

    Da una certa epoca storica in poi la più diffusa accezione del nostro termine, che trova il proprio più autorevole avallo nell'opera di Ireneo di Lione, è quella di considerare il giudeocristianesimo come una sderotizzazione in senso eretica-le di gruppi di origine giudaica. Essi sono caratterizzati dall'elaborazione di una cristologia di stampo fortemente adozionistico, cioè negatrice dell'incarnazione del Verbo. A detta di Epifanio, questi giudeocristiani affermavano che Gesù fu generato da seme umano e scelto poi da Dio: per questo fu chiamato figlio di Dio «dal Cristo che entrò in lui dall'alto in forma di colomba». Dal punto di vista pratico il movimento fu contraddistinto da una stretta osservanza delle prescrizioni legali ebraiche.
    Nelle sue visioni e nel suo rituale non mancano poi influssi di origine gnostica. Una tipica espressione di quest'ambito è il movimento dei cosiddetti ebioniti. Essi, a differenza di quanto creduto da Tertulliano, Epifanio o Gerolamo, non hanno nulla a che fare con un fantomatico eresiarca Ebion. Il termine significa invece «poveri» e, oltre a richiamarsi a un ben noto filone di «spiritualità» biblica, potrebbe connettersi a un titolo specifico proprio della primitiva comunità di Gerusalemme (cfr. Gal 2,10; Rm 15,26). In ogni caso qualcuno (H. J. Schoeps), contestato però da altri (J. Daniélou), ha sostenuto appunto l'esistenza di una connessione tra gli ebioniti e la comunità apostolica di Gerusalemme. Per via indiretta ci sono giunti alcuni frammenti di un cosiddetto «vangelo degli ebioniti». Altri testi apocrifi provenienti da quest'area sono in genere considerati Il vangelo di Pietro, Il vangelo di Tommaso, fiprotovan gelo di Giacomo e La storia di Giuseppe il falegname.
    Qualunque sia la valutazione data al caso degli ebioniti, resta aperto il problema delle origini. Esso rappresenta il nostro secondo ambito definitorio. Valutando il nostro termine da un punto di vista storiografico, si fa notare che una larga componente del cristianesimo primitivo si può qualificare come giudeocristiana, senza con ciò mettere in dubbio la sua ortodossia, o perché si presuppone che le origini siano per definizione intrinsecamente ortodosse (J. Daniélou) o, in modo più storicamente persuasivo, perché in seno alla comunità dei credenti non era ancora nata la polarità ortodossiaeterodossia (M. Simon e A. Benoit). Essa, fino alla vigilia della prima guerra giudaica (66-70 d.C.), è rappresentata innanzitutto dalla comunità di Gerusalemme, alla cui guida si trovava Giacomo «fratello del Signore».
    Giacomo è figura di rilievo anche nell'orizzonte del Nuovo Testamento canonico (cfr., ad esempio, At 12,17; 15,l3ss; 1Cor 15,3-7, Gal 2,9.12). Secondo una testimonianza del giudeocristiano Egesippo (Il sec.), trasmessaci da Eusebio, «Giacomo, fratello del Signore, avrebbe avuto l'incarico di guidare la Chiesa assieme agli apostoli», mentre, stando all'apocrifo vangelo di Tommaso, Gesù avrebbe ordinato agli apostoli di riunirsi presso Giacomo dopo la sua ascensione. Sarebbe stato sempre Giacomo a trasmettere alla Chiesa il potere regale e sacerdotale. La portata complessiva di queste espressioni è ovviamente incerta. Alcuni punti sono però sicuri: Giacomo non appartenne al gruppo dei Dodici, ebbe legami di parentela con Gesù ed ebbe una visione particolare del Risorto (cfr. iCor 15,7).
    La triplicità dei riferimenti certi indica che anche all'orizzonte neotestamentario la sfera della parentela, della carne, per quanto non vincolante, non è del tutto assente, né del tutto scorporata con le promesse e la chiamata (ciò vale persino per Paolo, cfr. Rm 9,3-5). Va poi messo in luce che, accanto ai Dodici, vi furono, nella Chiesa primitiva, altre figure di massima rilevanza. Secondo un'espressione paolina, le «colonne» (immagine forse ispirata all'idea del tempio escatologico) della Chiesa madre di Gerusalemme furono tre: Giacomo, Cefa [Pietro] e Giovanni, nominate proprio in quest'ordine. Il passo in cui vengono citate è quello in cui si allude al patto intercorso tra Paolo e le «colonne», in base al quale a Cefa spettava l'annuncio rivolto ai circoncisi e a Paolo quello diretto verso gli incirconcisi (Gal 2,9).
    Non è privo di peso che proprio nella lettera in cui Paolo afferma più fortemente che in Cristo non vi è né giudeo né greco (Gai 3,28), richiami altresì alla memoria un accordo volto a sottolineare l'importanza fondamentale che la Chiesa sia costituita da credenti provenienti sia dai giudei che dai greci. D'altra parte, ancora nel V secolo, un mosaico della chiesa romana di Santa Sabina rappresentava, una di fianco all'altra, proprio la ecclesia ex circumcisione e la ecclesia ex gentibus.
    Fino al 135, anno della conclusione della seconda guerra giudaica, i vescovi di Gerusalemme furono sempre ebrei. A partire da quella data, in cui l'imperatore Adriano ordinò la paganizzazione di Gerusalemme, i vescovi furono invece tutti di origine gentilica. Non si può però attribuire a questo pur rilevante mutamento l'estinzione di ogni influsso giudeocristiano rispetto alla «grande Chiesa».
    Un tema, su cui anche in seguito questa componente fece sentire a lungo il proprio influsso, fu, ad esempio, il problema (assai più significativo di quanto non possa apparire a prima vista) della fissazione della data della Pasqua. La componente giudeocristiana la manteneva, ebraicamente, al 14 di nisan (che corrisponde all'incirca alla seconda metà di marzo e alla prima metà di aprile).
    Fino alla fine del Il secolo spettava a essa fissarla in base a osservazioni oculari (il calendario lunare comportava delle variazioni di anno in anno). Quella data valeva per la Chiesa tutta, anzi addirittura gli stessi ebrei si conformavano a quella determinazione. La fissazione del calendario liturgico universale contraddistingueva un indubbio senso di primato. Ecco perché la lunga lotta, protrattasi fino al concilio di Nicea nel 325 (assemblea a cui, significativamente, non partecipò alcun vescovo di origine ebraica), per fissare per la pasqua cristiana una data che non coincidesse mai del tutto con quella ebraica, rappresenta il segno di una rottura del nesso con il popolo ebraico, legame di cui la componente giudeocristiana era in qualche modo garante.
    Le comunità giudeocristiane non erano però limitate alla sola Gerusalemme. Ve ne furono parecchie altre, specie in area siriaca, e il loro influsso è presente nei materiali confluiti nelle varie redazioni del vangelo di Matteo. Vi è anche chi (J. Jervell) si è spinto più in là, sostenendo che - per quanto nei primi sette o otto decenni dalla morte di Gesù, le Chiese giudeocristiane passassero da una situazione di maggioranza a una di minoranza - esse restarono comunque «qualitativamente potenti e culturalmente influenti», tanto da contribuire, in un modo o in un altro, alla redazione dell'intero corpus di scritti neotestamentari (come non vedere, ad esempio, un preciso influsso giudeocristiano nei cantici contenuti nei primi due capitoli del vangelo di Luca?).
    Il punto più delicato della presenza giudeocristiana entro la Chiesa antica pare soprattutto connesso all'atteggiamento da assumere all'interno delle comunità miste. Da un lato, all'ebreo credente in Gesù Cristo non era richiesto di abdicare ai precetti della Torah (Legge), mentre, in conformità anche alla più tipica tradizione ebraica, non era necessario imporre una simile osservanza a chi era di origine gentilica. Che fare all'interno delle comunità miste in cui, accanto al modello ebraico della distinzione (si noti: «distinzione», non «contrapposiziòne»), si presentava anche quello della comunione che univa tra loro tutti i credenti, qualunque fosse la loro origine? Si trattava di qualcosa che riguardava la vita quotidiana della comunità, a cominciare dall'importantissimo tema del cibo preso in comune. Ogni lettore dell'epistolario paolino sa che si trattò di un problema tutt'altro che effimero e a volte addirittura drammatico (cfr. Gal 2,11-14). Non pare perciò esagerato che proprio le oggettive difficoltà di organizzare comunità miste, che conservassero all'interno della «grande Chiesa» la distinzione propria del modo di vita ebraico, segnassero uno dei motivi più penetranti della progressiva emarginazione delle componenti giudeocristiane.
    Il drastico ridimensionamento a cui, sul pianto storico, fu sottoposta la componente giudeocristiana, non ha mai però del tutto obliterato il ricordo della sua priorità spirituale.
    La terza accezione del termine tende ad attribuire non solo un significato storico, ma anche e soprattutto un permanente senso spirituale alla constatazione che tutti i primi credenti in Gesù Cristo morto e risorto furono, senza eccezioni, ebrei, così come integralmente ebraico fu il contesto in cui visse il Gesù storico. Con giudeocristianesimo si intende così soprattutto la «Chiesa madre» di Gerusalemme, cioè gli ebrei credenti in Cristo che furono il primo anello della trasmissione della fede, in breve la comunità formatasi il giorno di Pentecoste attorno al cenacolo. È stato attraverso la loro mediazione che i figli delle genti venuti alla fede parteciparono pienamente alla santità costitutiva di Israele (cfr. Es 19,6). Nella lettera ai Romani ciò è comprovato dall'importante motivazione che si dà a proposito della colletta a favore dei poveri della comunità di Gerusalemme. Il tema della colletta compare già nella pattuizione a cui si fa cenno nella lettera ai Galati (2,10).
    Qualche esegeta (E. P. Sanders) ne ha sottolineato l'importanza, interpretandola alla luce della biblica offerta delle genti alla fine dei tempi (cfr. Is 60,5-6; Rm 15,6). In ogni caso il tema della colletta, pur comparendo spesso nell'epistolario paolino (cfr. in particolare 2Cor 8-9), trova la sua motivazione definitiva proprio quando Paolo afferma che i gentili credenti sono debitori verso i poveri della comunità di Gerusalemme, in quanto avendo «partecipato ai loro beni spirituali» devono ora rendere un «servizio sacro» (Rm 15,27). Tutto ciò ben si confà con un modello che prevede, anche all'interno delle comunità miste, una forma di accoglienza non immemore del primato connesso alle promesse fatte da Dio a Israele: «Per questo accoglietevi a vicenda, come anche Cristo accolse noi a gloria di Dio. Dichiaro infatti che Cristo è divenuto servitore dei circoncisi per la veracità di Dio, compiendo le promesse fatte ai padri; i pagani invece glorificano Dio per la misericordia» (Rm 15,7-9).

    L'apporto del giudeocristianesimo attuale

    E oggi? Per rispondere a questo quesito dobbiamo introdurre rispettivamente la nostra quarta e quinta definizione di giudeocristianesimo.
    Riferendosi all'esperienza della «Chiesa madre» vi sono, ai nostri giorni, gruppi di ebrei i quali, attraverso il loro atto di adesione alla fede in Cristo, non solo non ritengono di tradire la propria origine ebraica, ma anzi credono di portarla a compimento. Essi rappresentano così un esempio attuale di una ecclesia ex circumcisione che non ha bisogno di negare il secondo termine (circoncisione) per essere pienamente Chiesa. Ed è proprio questo suo carattere ecclesiale (in seno al cattolicesimo ci si può riferire all'«opera di San Giacomo», attualmente inserita nel patriarcato latino di Gerusalemme) a distinguerla da altri movimenti ebraici (diffusi specie negli Stati Uniti e, in parte, in Israele) tipo i cosiddetti giudeomessianici, i quali riconoscono Gesù come messia di Israele, respingendo però i dogmi fondamentali delle Chiese cristiane.
    Questo genere di giudeocristianesimo attuale che si muove in ambito ecclesiale, pur riconoscendo, per coerenza interna alla sua stessa fede, che Cristo rappresenta l'approdo a cui deve giungere Israele, non trasforma in genere questa sua convinzione in un impegno di tipo proselitistico; si impegna invece a presentare ai credenti un'immagine meno deformata della tradizione ebraica: «Dio mi ha fatto capire che mi trovavo davanti a un dittico: mi ha chiesto di dipingere il primo pannello, quello destinato a mostrare il vero volto d'Israele, spesso sconosciuto e sfigurato, al mondo cristiano. Il secondo pannello, quello di rivelare il volto di Cristo al mondo ebraico, sarà abbozzato dal "dito di Dio" - lo Spirito Santo - nell'ora e con gli strumenti che vorrà» (Rina Geftman).
    Quest'ultimo genere di giudeocristianesimo, per quanto in se stesso non uniforme, non è però sufficiente a coprire tutti i significati connessi, oggi, con questo termine. Esiste infatti un ambito particolarmente difficile da definire, che si potrebbe chiamare «giudeocristianesimo possibile». E lo spazio, non circoscrivibil~ istituzionalmente, proprio di coloro che colgono come imprescindibile per ogni credente in Cristo un qualche tipo di radicamento nelle promesse compiute da Dio a Israele. Essi cioè intendono l'espressione neotestamentaria:
    «Se siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,29), come qualcosa che esprime l'obbligo, da parte di chi è in Cristo, di sentirsi debitore verso le promesse fatte a Israele, promesse che non valgono solo per ieri, ma si estendono fino a oggi.
    L'ebraicità di Gesù deve, per così dire, essere concepita in modo alto. Cristo infatti può vedersi compiutamente non solo alla luce delle promesse compiute ai padri, ma anche del modo in cui queste ultime, fino ai nostri giorni, sono state custodi-te e interpretate dal popolo ebraico.
    In altri termini fanno parte del «giudeocristianesimo possibile» coloro che credono che la fede in Cristo non possa darsi senza che accanto alla Chiesa continui a sussistere un popolo d'Israele contraddistinto agli occhi di Dio e degli uomini da una vocazione permanente. Essi perciò condividono la convinzione secondo la quale non si può credere in Cristo senza compartecipare in qualche modo alla storia delle promesse così come è vissuta da Israele, anche nella sua parte più consistente, cioè quella che non accoglie la fede in Cristo. Tutto Israele, cioè, è una realtà nei cui confronti bisogna assumere un atteggiamento di ascolto. Si potrebbe cercare di definire ulteriormente questo ambito dichiarando che in esso rientrano coloro che non giudicano cristianesimo e giudaismo come due religioni del tutto separabili e parallele:
    al contrario, pur non identificandole, ritengono che tra esse si estenda un'area in cui si attuano forti interconnessioni. Il che, tra l'altro, ha come suo ovvio corollario l'attuazione di un modello di lettura biblica volto a sottolineare la forte unità dei due Testamenti.
    Questa accezione del termine «giudeocristianesimo» va tenuta ben distinta dalla sfera dei cosiddetti «giudaizzanti». Quest'espressione qualifica, nel passato come nel presente, quei cristiani di origine gentilica i quali ritengono che incomba anche su di loro l'obbligo di un'osservanza, potenzialmente integrale, dei precetti della Torah. Così facendo il giudaizzante indulge a un'imitazione del comportamento ebraico tendenzialmente incapace di riconoscere lo «specifico» del popolo di Israele, il quale ha accolto su di sé il giogo della Torah senza obbligare le genti a fare altrettanto e senza ritenerle per questo colpevoli.
    Il riconoscimento di un primato nel cammino della redenzione proprio del popolo di Israele comporta, al contrario, che i figli delle genti, per quanto compartecipi attraverso Cristo all'eredità della promessa, si sappiano gentili e non pienamente ebrei, riconoscano cioè a questi ultimi la loro peculiarità e a se stessi la propria diversità. Entrambi questi momenti possono essere adeguatamente articolati dal «giudeo-cristianesimo possibile», mentre sfuggono al «giudaizzante», in cui la prevalenza del momento «imitativo» comporta l'indebolimento del senso di autonomia e di distinzione propria di Israele.
    Ci si può infine chiedere come il giudeocristianesimo venga a prospettarsi se osservato da parte ebraica. All'inizio esso poteva essere giudicato una setta ebraica di natura messianica e/o apocalittica. Dopo il 70 si può forse parlare di «eresia» (fermo restando la difficoltà di impiegare questo termine in ambito ebraico). Verso lo scadere del primo secolo si incontra, comunque, la cosiddetta Birkat ha-minim, cioè bedizione (eufemismo per maledizione) per gli eretici, la redazione è, tradizionalmente, attribuita al sinodo di Javne Jamnia (cfr. B. Berakhot, 28b-29a). Essa rappresenta un problema di ardua interpretazione a causa della varietà delle redazioni e delle incertezze terminologiche. Nella sua redazione palestinese la Birkat ha-minim afferma: «Per i meshummadim (infedeli, traditori, per certuni addirittura battezzandi) non vi sia speranza. Estirpa presto il regno della superbia ai nostri giorni! Possano i nozrim (nazareni) e i minim (eretici, degenerati) perire in un istante. Siano cancellati dal libro della vita. Non siano registrati assieme ai giusti. Benedetto sei tu Signore che umilii gli insolenti». Questa redazione (scoperta verso la fine del secolo scorso da S. Schezchter) è 1 unica a nominare esplicitamente i «nazareni» (cristiani), distinguendoli in tal modo dal più ampio novero degli eretici. Anche di fronte a una simile versione resta però del tutto aperto il discorso sulla puntualità del riferimento, sull'estensione dell'area geografica coinvolta (Chi erano gli altri eretici? La formulazione valeva anche per la diaspora?...) e sulla possibilità di connetterla con i passi del IV vangelo che alludono a un'espulsione dalla sinagoga di coloro che professano la propria fede in Gesù Cristo (cfr. Gv 9,22; 12,42; 16,2).
    Passando all'oggi va detto che in base all'halakhah (la codificazione normativa) e anche a un'apposita legge dello Stato di Israele, la definizione di ebreo esclude, dal punto di vista di principio, la possibilità di un ebreo cristiano. Infatti la definizione di ebreo come «il nato da madre ebrea che non si sia convertito ad altra religione o il convertito all'ebraismo secondo le norme dell'halakhah» non può contemplare la figura del giudeocristiano, anche se è ben vero che quest'ultimo contesterà la possibilità di applicare a se stesso una simile regola, in quanto fa parte del nocciolo profondo della sua fede credere che, aderendo a Cristo, egli non esca dalla propria tradizione, non si converta cioè a un'altra religione (e per molti questo è il caso di Paolo).
    Dall'insieme dei sei diversi tentativi di definizione qui proposti, risulta almeno un tratto comune: la tradizione ebraica e quella cristiana hanno troppo forti interconnessioni reciproche perché, a partire dall'una o dall'altra sponda, non appaiano figure, movimenti o prospettive che si collochino in una posizione per così dire intermedia tra ebraismo e cristianesimo. Essi di norma non sono graditi agli esponenti ufficiali delle due religioni. Ci si può chiedere però se non sia proprio un indice di aver mal compreso la natura di Israele e quella della Chiesa il voler sopprimere' il disagio (o non si tratta piuttosto di pungolo?) suscitato da questo tipo di presenza, semplicemente attraverso un ostracismo incapace di cogliere tutta la complessità e l'intensità di un intreccio di vicende nate da un comune ceppo biblico.


    T e r z a
    p a g i n A


    NOVITÀ 2024


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano
    nella letteratura


    I sogni dei giovani x
    una Chiesa sinodale


    Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una
    "buona" politica


    Sport e
    vita cristiana
    rubrica sport


    PROSEGUE DAL 2023


    Assetati d'eterno 
    Nostalgia di Dio e arte


    Abitare la Parola
    Incontrare Gesù


    Dove incontrare
    oggi il Signore


    PG: apprendistato
    alla vita cristiana


    Passeggiate nel
    mondo contemporaneo

     


    NOVITÀ ON LINE


    Di felicità, d'amore,
    di morte e altro
    (Dio compreso)
    Chiara e don Massimo


    Vent'anni di vantaggio
    Universitari in ricerca
    rubrica studio


    Storie di volontari
    A cura del SxS


    Voci dal
    mondo interiore
    A cura dei giovani MGS

    MGS-interiore


    Quello in cui crediamo
    Giovani e ricerca

    Rivista "Testimonianze"


    Universitari in ricerca
    Riflessioni e testimonianze FUCI


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi


    Sguardi in sala
    Tra cinema e teatro

    A cura del CGS


    Recensioni  
    e SEGNALAZIONI

    invetrina2

    Etty Hillesum
    una spiritualità
    per i giovani
     Etty


    Semi e cammini 
    di spiritualità
    Il senso nei frammenti
    spighe


    Ritratti di adolescenti
    A cura del MGS


     

    Main Menu