Attesi dal suo amore
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    Io sono il pane vivo...

    Il pane è la mia carne (Gv 6,41-51)

    Giancarlo Bruni


    Il duplice compito

    Compito prioritario del cristiano nel tempo presente è conservare viva la domanda di senso e la memoria di Gesù come porta che vi introduce (Gv 10,7), come pastore che vi conduce (Gv 10,11.14), come via che vi accompagna (Gv 14,6). Un Tu davvero pane e luce (Gv 8,12; 9,5) ai pellegrini in cammino verso la terra promessa di giorni nella luce. Un sogno che neppure il duro principio della realtà, del così stanno le cose, deve spegnere. E’ una responsabilità nella mitezza, nella umiltà, nella dolcezza e nel dialogo da mai disattendere, è un atto di amore in un mondo e nei confronti di un mondo che ai cristiani domanda uno stile di vita conforme a quello del suonatore di flauto (Mt 11,17), dell’inviato a portare un lieto messaggio (Lc 4,18) e del venuto a porre sulle spalle dell’uomo un giogo dolce e un peso leggero (Mt 11,30). Davvero un pane per l’uomo che si offre alla bocca dell’uomo perché l’uomo diventi ciò che mangia: pane, musica, racconto di buone notizie e presenza leggera nel villaggio umano. E’ pertanto di fondamentale importanza non sbagliare l’immagine di Gesù, il chi è e il chi è per noi, diversamente sbagliamo l’immagine di Dio e la nostra vita. Immagine nella tradizione cristiana riassunta nella variegata testimonianza neotestamentaria, compreso Giovanni 6,41-51.

    Dalla mormorazione alla fede

    Esiste una storia mai conclusa degli approcci a Gesù, ad esempio quella della comunità giovannea che contempla nel “figlio di Giuseppe”, un uomo di cui si conoscono padre e madre (Gv 6,42), l’ “Io sono il pane disceso dal cielo” (Gv 6,41), l’ “Io sono il pane della vita” (Gv 6,48), l’ “Io sono il pane vivo” (Gv 6,51) e tale pane “è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51). Da mangiare: “ Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna” (Gv 6,54). Una visione in cui definire l’uomo Gesù “pane disceso dal cielo” equivale a dirlo parola inviata da Dio, mentre il “passaggio dal pane alla carne”: “ Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo” (Gv 6,51), rimanda al sacrificio dell’agnello (Gv 1,36). Il tutto a voler dire che Gesù è la parola vivente di Dio fatta carne (Gv 1,14) mandata alla terra per rivelare nel suo corpo fragile e ferito l’incondizionata passione d’amore del Padre per chi lo ferisce. In quel corpo Dio ha narrato se stesso come folle e scandaloso eros per l’uomo. Una visione che ieri (Gv 6,41.61) come oggi e domani fa discutere (Gv 6,52) e “mormorare”, il verbo dell’incredulità (Es 16,2.7.8.12). Mentre a coloro che non se vanno: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto” (Gv 6,68-69), non resta che fare spazio in sé, nella cella del proprio cuore, a questo Tu risorto e vivo che consegna a noi una pura e altissima immagine di Dio, quella contemplata sulla croce, l’ora della adempiuta manifestazione del Padre come bacio d’amore a chi lo ferisce a morte. Da quel costato aperto non escono rabbia, rancore, risentimento e vendetta ma il sangue dell’amore e l’acqua della purificazione. Questa la nostra fede. Ma come fare spazio in sé al Verbo fatto carne e alla sua immagine di Dio? Attraverso un credere che si concreta nell’aprire la bocca a questo pane vivo dato in pasto come presenza in grado non solo di rivelarci il Padre ma di farci risorgere a novità di vita. Il pane vivo è al contempo vivificante. Colui che interiorizziamo mangiandolo è in noi sorgente di amore e potenza di resurrezione, è Colui che fa di noi luoghi attraverso cui egli continua ad essere sillaba dei perdoni di Dio, sapienza di Dio e dedizione libera, gratuita, indiscriminata e totale di Dio. Siamo così introdotti al discorso propriamente eucaristico, ma non prima di avere ancora una volta sottolineato come l’omelia giovannea su Gesù pane-carne dia ragione al proclamarlo musica, lieto racconto e giogo leggero di Dio nel suo donarlo come amore e nel donare noi a noi stessi come amati resi capaci di amare come amati. Realtà che nessuna morte fisica può interrompere. Questa la fede che la comunità giovannea ci trasmette, ricordandoci che essa è purissimo evento di grazia: è il Padre che nel suo Spirito attrae gli inquieti cercatori di saggezza, di amore e di eternità nell’orbita di Gesù sapienza, amore e vita eterna di Dio (Gv 6,44-48). Non resta che lo stupore adorante in una umiltà straniera a ogni giudizio, sempre pronti con dolcezza e rispetto a rendere ragione di chiarezze che sono state donate, rese credibili da una certezza: il non privare nessuno e per nessuna ragione della benevolenza di Dio resa visibile nel corpo di Cristo. Corpo dato in pasto nella Cena del Signore.

    La cena del Signore

    Il nato in un corpo debole e mortale, il risorto e l’atteso in un corpo di luce e immortale è nel frattempo della storia il veniente che si affaccia da una icona, che parla da una pagina e che si consegna in pasto in un frammento di pane e in un calice di vino. A coloro a cui sono stati dati occhi per vedere, orecchi per ascoltare e bocca in grado di riconoscere in ciò che mangia il corpo del Signore (1Cor 11,28-29) in forma di pane e di vino. Un venire domenicale, il giorno festivo dell’appuntamento a cena, giorno di festa che interrompe il tempo del mercante, non di solo negozio vive l’uomo, per introdurre nel tempo gioioso del gratuito, il giorno dell’ozio ove la prima occupazione consiste nell’essere tranquillamente seduti alla tavola di Colui che ci ha invitati a gustare i suoi cibi. Quali? Il pane del “perdono” nel quale Dio rivela se stesso come il misericordioso, nel quale Cristo rivela se stesso come sacramento delle ininterrotte benevolenza e grazia divine e nel quale la creatura umana è rivelata a se stessa come perdonata per perdonare. Il pane della “parola” nel quale Dio rivela se stesso come orientamento al cammino dell’uomo, nel quale Cristo rivela se stesso come la via di Dio e nel quale la creatura umana è rivelata a se stessa come orientata per orientare. Il pane del “rendimento di grazie” o eucaristico nel quale Dio rivela se stesso come dono di sé senza se e senza ma fino a spezzarsi e a darsi in pasto, nel quale Cristo rivela se stesso come l’esegeta perfetto dell’amore del Padre e nel quale la creatura umana è rivelata a se stessa come l’amata in maniera esagerata per amare in maniera esagerata. Il capitolo sesto di Giovanni nel suo invitare a mangiare un pane identificato con un corpo inesorabilmente conduce a quella che nel linguaggio corrente del cattolicesimo viene denominata Eucaristia e che Paolo con felice espressione chiama Cena del Signore (1 Cor 11,20). In essa il Padre-cuoco attraverso lo Spirito-fuoco prepara e porge ai commensali un Pane al contempo rivelativo e trasformativi. Nei gesti dello “spezzare” (Lc 24,35) e del dare in pasto: “prendete-mangiate-bevete”, il Risorto-vivente da un lato si fa riconoscere, e fa riconoscere Dio suo Padre, come compimento di un amore fino alla consumazione di sé per l’uomo (Gv 19,30); e d’altro lato, sapendo che l’uomo diventa ciò che mangia e ciò che beve, non poteva non consegnarsi alla nostra bocca per trasformarci dal di dentro in vista di un esserci altrimenti nella compagnia degli uomini. In lui, con lui e per lui, nel grazie e nello Spirito, prolungamenti dei perdoni, degli orientamenti e della compassione di Dio nei confronti del dolore del povero mondo. Il linguaggio di Dio in Cristo, il solo a rendere riconoscibili i discepoli del Signore sotto il sole (Gv 13,35).

    Appunto conclusivo

    Perché un congresso eucaristico? Per risvegliare la coscienza ecclesiale al pellegrinaggio verso il suo centro, una mensa in cui il visto, l’ascoltato e il mangiato ci costituisce buona visione, parola di sale e corpo spezzato e mangiato per uomini e donne desiderosi di sapere che abitare altrimenti la terra è possibile. Dediti a pensieri, a sentimenti e a comportamenti ad altezza di Cristo e del suo Dio, mangiati mangiando perdono, parola e pane. Questo è ciò che il mondo si attende dalla Chiesa, parole di vita che dischiudano la vita a bellezza. Un qui e ora verso la pienezza del suo non ancora.


    T e r z a
    p a g i n A


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