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    La visione teologica

    nella Prima Lettera

    dell'apostolo Pietro

    Elena Bosetti


    La teologia petrina è ancora tutta da esplorare sebbene sia emerso in questi ultimi decenni un notevole interesse, dovuto prevalentemente alla rivalutazione della prima lettera di Pietro e al ruolo specifico della comunità di Roma, che della visione petrina è considerata erede e continuatrice.
    Va subito detto che l'espressione «teologia petrina» non è affatto pacifica tra gli studiosi. In effetti, il legame di questa teologia con l'apostolo Pietro non è evidente e diretto come ci si aspetterebbe e quale si verifica, ad esempio, per la teologia paolina. Tuttavia un'analisi più accurata evidenzia diversi aspetti che riconducono al ministero pastorale di Pietro, al suo ruolo di guida e di unità nei difficili e generosi inizi della Chiesa di Gesù Cristo.
    Testimone essenziale di questa visione teologica è la prima lettera di Pietro, scritta nella comunità di Roma. Lo si deduce dalla conclusione (1Pt 5,13), dove Roma è menzionata sotto lo pseudonimo di Babilonia, un criptogramma familiare ai circoli giudeo-cristiani specie dopo la distruzione del tempio (70 d.C.). La seconda lettera, che porta il nome dell'Apostolo, risente già di un clima spirituale diverso: si deve giustificare il ritardo della «parusia», il ritorno glorioso del Signore, atteso come prossimo nella prima lettera. Tracce di
    teologia petrina sono percepibili nel vangelo di Marco, noto all'antichità cristiana come fedele «interprete di Pietro». Secondo Papia di Gerapoli (130 circa), l'evangelista avrebbe scritto le parole e gli atti del Signore narrati da Pietro. La stessa prima lettera di Pietro menziona Marco tra i collaboratori dell'Apostolo, anzi lo presenta come suo «figlio» (1Pt 5,13).
    Si ritiene che anche il vangelo di Marco provenga dalla comunità di Roma. Cresce perciò l'interesse di alcune domande: quale idea di cristianesimo, quale vita ecclesiale e quale concetto di autorità si affermarono a Roma sotto l'influsso dell'apostolo Pietro? Cercheremo di offrire alcune risposte sulla base della prima lettera di Pietro, lo scritto che maggiormente espone il pensiero teologico e la sollecitudine pastorale dell'Apostolo.

    I cristiani, pellegrini sulle orme di Cristo

    La lettera è indirizzata agli «eletti, pellegrini della dispersione residenti nel Ponto, Galazia, Cappadocia, Asia e Bitinia» (1Pt 1,1). Una intestazione ampia che dice già molto sulla concezione di cristianesimo che verrà esposta. La designazione di «eletti» esprime un rapporto di gratuità con il Padre, lo Spirito e Gesù Cristo; un rapporto trascendente che però connota l'esistenza anche sotto il profilo storico sociale rendendo gli eletti «pellegrini», ovvero, come dice il composto greco parepi-demoi, nella condizione di chi vive piuttosto ai margini del popolo, di chi è residente ma senza diritto di cittadinanza.
    Questa doppia dimensione, verticale e orizzontale, ricalca il modello biblico del ger e riconduce l'essere stranieri e pellegrini (e lo stesso concetto di diaspora) alla sorgente teologica dell'elezione, alla chiamata di Dio. Ne consegue che i cristiani sono pellegrini, stranieri anche nella loro patria.
    L'idea forte di elezione non postula in questo scritto il modello sociologico del «ghetto», o della cittadella cristiana contrapposta alla società pagana. Da una parte gli eletti devono restare «pellegrini» nel tempo della loro esistenza terrena (1Pt 1,17; 2,11), dall'altra devono restare dove la chiamata li ha raggiunti, sottomessi alle istituzioni umane e perfino ai padroni difficili (1Pt 2,13-3,12).
    La chiamata escatologica raggiunge l'uomo a una profondità inaudita, lo rigenera e determina un nuovo modo di essere-nel-mondo: estraneità alla vita pagana da una parte, e rifiuto di costruire una cittadella cristiana contrapposta al mondo dall'altra. Nella lettera è del tutto assente l'idea del ritorno a Gerusalemme: la diaspora è vista come unica condizione di esistenza nel tempo della paroikia, della vita straniera (1Pt 1,17). L'esodo compiuto dal Cristo non raduna i credenti in una terra, in una città: li riconduce a una persona vivente, il Pastore che vigila su di loro (1Pt 2,25).
    I cristiani sono dunque visti in situazione di diaspora e tuttavia non «ciascuno seguendo la sua strada» (cfr. Is 53,6), ma uniti in un solo gregge (1Pt 5,2) sulle orme del Cristo (1Pt 2,21). Nella dispersione essi costituiscono perciò una profonda unità spirituale, che trascende il frazionamento geografico e socio-culturale. Costituiscono una «fraternità sparsa nel mondo» (cfr. 1Pt 5,9).
    La missionarietà proposta da Pietro si basa sulla forza della testimonianza. I cristiani sono chiamati a restare nella situazione in cui si trovano, anche se ostile; è nell'ambiente di vita e di lavoro e nel contesto delle istituzioni esistenti che dovranno interpellare i non credenti. Come? Tramite il comportamento onesto e la pratica del bene; con la vita prima ancora che con la parola. Essi devono ricordarsi che quanti non credono stanno pur sempre «a osservare» (cfr. 1Pt 2,12).
    La possibilità che i non credenti giungano a glorificare Dio dipende più dalle «belle opere» che dalle parole. Non solo, Pietro invita a scommettere sulla forza vincente del bene. La stessa ostilità dell'ambiente può risolversi se i credenti daranno prova di un comportamento onesto: «E chi potrà nuocervi se voi sarete ferventi nel bene?» (1Pt 3,13). In ogni caso il loro modo di vivere costituirà una sfida e provocherà l'interrogativo: perché mai coloro che fino a ieri si comportavano come noi godendo le gioie del mondo, ora corrono in altra direzione? Perché lo fanno, quale senso li motiva, quale speranza? A quel punto i cristiani dovranno essere pronti a rispondere, con mitezza e rispetto a chi chiede ragione della loro speranza (1Pt 3,15).
    L'esortazione petrina a «fare il bene» è particolarmente intensa nei confronti dei servi sottoposti a padroni difficili (1Pt 2,18). Si tratta della categoria sociale più indifesa, nell'effettiva possibilità di soffrire anche ingiustamente. Nonostante ciò, gli schiavi sono invitati a restare al loro posto e a ritenere «grazia» la sofferenza ingiusta. Tale infatti è stata la via percorsa dal Cristo, il Servo del Signore. La sua sofferenza ha causato la loro salvezza. Seguendo le sue orme, i servi cristiani potranno a loro volta trasformare la situazione ingiusta in via di salvezza.
    Il tema della sofferenza ingiusta viene formulato per la prima volta in rapporto ai domestici (1Pt 2,19-20), ma non vale solo per essi, poiché viene ripetuto poco dopo per i cristiani in generale (1Pt 3,14.17). Fare il bene e a causa di ciò soffrire è «grazia» che viene da Dio e a lui conduce. Sopportata alla maniera di Cristo, questa sofferenza diventa messaggio che scuote l'ostilità dei pagani e suscita l'interrogativo della speranza. Lo stesso vale per il buon comportamento. Perciò le donne cristiane sono invitate a considerare la situazione dei mariti che non credono alla Parola, convinte che il loro modo di vivere potrà essere più eloquente di ogni discorso (1Pt 3,1-6).
    La cristologia petrina oltre a indicare la traccia che i cristiani sono chiamati a percorrere, svolge anche una funzione di conforto e di incoraggiamento. Nella situazione di avversità e di prova i credenti non devono rattristarsi e venir meno. Colui che li ha preceduti nel passaggio dalla sofferenza alla gloria e ha aperto per loro l'accesso al Padre, veglia con amore sulla loro vita e ne garantisce l'esito positivo. E convinzione diffusa che la prima lettera di Pietro tramandi una cristologia antica, che si caratterizza per l'enfasi sulle sofferenze del Cristo, la vivace attesa escatologica e l'aggancio con l'esperienza ecclesiale. Sofferenza e gloria costituiscono i due poli di un' unica realtà salvifica, ma l'accento dello scritto è sul primo aspetto. La passione del Cristo è vista prolungata nei cristiani che soffrono ingiustamente: non la si deve fuggire, ma restarci dentro e viverla alla maniera di lui poiché è via di salvezza.
    Gesù, il Messia, è presentato come il mediatore della salvezza e della vita ecclesiale. Mediante il suo sangue e la sua risurrezione dai morti gli eletti sono stati rigenerati a una speranza vivente (1Pt 1,3-4); attraverso di lui, in qualità di sacerdoti, innalzano a Dio sacrifici spirituali (1Pt 2,5) e gli rendono gloria in tutto (1Pt 4,11).
    Spiccano nella lettera quattro brani che parlano di Gesù Cristo facendo ampio ricorso alla simbologia: egli è l'agnello senza macchia dal cui sangue prezioso siamo stati riscattati (1Pt 1,18-19); è la pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta da Dio (1Pt 2,6-8); è il servo sofferente e il pastore che vigila sulle nostre anime (1Pt 2,21-25); è il giusto che patì per gli ingiusti (1Pt 3,18-22). Questa costellazione di simboli presenta un forte aggancio con l'ambiente liturgico e catechetico, ambiti privilegiati dell'esperienza ecclesiale, e si rivela capace di agganciare le comunità particolarmente esposte alla sofferenza.
    In connessione con la figura del Cristo agnello si fa memoria di un singolare passaggio: i credenti sono stati riscattati dalla «vita insulsa ereditata dai loro padri», e ciò è avvenuto a caro prezzo, non con oro o argento, ma a prezzo del sangue prezioso di Cristo (1Pt 1,18). Questa memoria deve sostenere il loro cammino in terra straniera (1Pt 1,17) e trasformare progressivamente la vita secondo la santità di Dio (1Pt 1,16). In altre parole, il ricordo del Cristo agnello pasquale richiama il nuovo esodo: non più vita frivola e inconsistente, ma un comportamento santo in tutte le sue espressioni, un'esistenza guidata dalla fede in Dio.
    Anche l'immagine del Cristo pietra viva (1Pt 2,4) introduce un messaggio ecclesiale sulla base del contrasto: da un lato, la situazione dei credenti che si stringono a lui; dall'altro quella dei non credenti, per i quali la pietra diventa elemento d'inciampo (1Pt 2,5-8). Poggiando su Cristo pietra viva, i cristiani dovranno attendersi di condividerne la sorte. Non meraviglia se saranno scartati dagli uomini. Essi sono stati scelti da Dio per la costruzione del tempio abitato dallo Spirito, dove si celebra il culto gradito a Dio (1Pt 2,5-6).
    La situazione di conflitto sociale è particolarmente evidente nel passo in cui si rivolge agli schiavi (1Pt 2,18-25). In questo contesto, la figura del Cristo pastore si rivela diametralmente opposta a quella dei padroni ostili. Mentre questi rappresentano una seria minaccia per la vita degli schiavi, il Pastore e custode delle loro anime esprime sicurezza, fiducia e conforto. Messo a morte nella carne, ma vivificato nello spirito, Cristo aprì l'accesso a Dio e annunciò parole di vita ai morti (1Pt 3,19). Per la potenza della sua risurrezione, il battesimo salva i cristiani che ora dovranno vivere non più sotto il segno del peccato e delle passioni, ma totalmente dediti alla volontà di Dio (lPt 4,1-2).
    Pietro si propone di sostenere i suoi fratelli, incoraggiandoli a non desistere dalla speranza, a non emigrare dalle situazioni in cui la fede li ha raggiunti, anche se avverse e conflittuali. Piuttosto, dal Cristo che patì per loro, devono trarre forza per continuare a fare il bene, nonostante le incomprensioni e le avversità. Questa presentazione del Cristo come servo sofferente acquista più risalto sullo sfondo dell'esperienza di Pietro. Proprio lui, il discepolo che sino alla fine si oppose al cammino sofferente del Signore, dopo il pianto per il tradimento, diventa testimone dei patimenti di Cristo e capace di confermare i suoi fratelli affinché non emigrino dalle situazioni avverse.
    I ricondotti al Pastore sono chiamati a seguirne le orme. Ma la sequela del Cristo non è un viaggio che si fa da soli, cercando individualmente di rintracciare i suoi passi. È piuttosto un cammino che impegna come gruppo, come comunità.
    Pietro propone una normativa concreta e puntuale. Ne sono esempio i codici di comportamento, dove le singole direttive rappresentano altrettante segnalazioni della via specifica che l'autore della lettera ritiene percorsa da Gesù. Si delinea così la «responsabilità dei cristiani» nella società pagana.
    La lettera è attraversata da una coscienza escatologica vivissima che si manifesta su un doppio versante: quale compimento delle promesse messianiche e ingresso nel presente (nun) escatologico della salvezza; e come attesa della manifestazione gloriosa del Signore. La salvezza «pronta a manifestarsi nell'ultimo tempo» deve riempire di gioia gli eletti anche se al presente sono angustiati da svariate prove (1Pt 1,5-6). Come l'oro si prova nel crogiuolo, così la genuinità della loro fede si raffina nelle difficoltà, e sarà motivo di gloria nella rivelazione di Gesù Cristo.
    L'attesa della rivelazione gloriosa del Signore Gesù non proietta i credenti in sterili fughe dal sociale, ma li abilita a restare in situazione di avversità. Nella misura in cui si partecipa delle sofferenze di Cristo si sarà associati alla sua gloria (1Pt 4,13), come Pietro che fu testimone dei suoi patimenti e ora condivide la gloria del Signore (1Pt 5,1). L'ideale cristiano è vivere il presente escatologico sotto lo sguardo vigile del Pastore, nell'attesa che si compia la rivelazione definitiva.

    La preoccupazione pastorale dell'apostolo Pietro per la Chiesa

    Leggendo la prima lettera di Pietro si ha l'impressione che a Roma si fosse imposto un cristianesimo con notevoli accentuazioni giudaiche di stampo moderato. Leader riconosciuto di questo movimento è l'apostolo Pietro. Luca lo presenta su questa linea prima ancora dell'arrivo nella capitale dell'impero, in occasione della conversione di Cornelio (At 10) e della successiva assemblea gerosolimitana. In tale conte-sto l'apostolo è mediatore tra le posizioni di Paolo e di Barnaba, da una parte, e di Giacomo e degli anziani dall'altra (At 15). In effetti, Pietro risulta uomo-ponte tra posizioni estreme.
    A sua volta, la comunità romana mostra tolleranza di posizioni diverse, anzi capacità di armonizzare le diversità. La teologia petrina evidenzia una certa conciliazione nell'intendere il rapporto tra fede e opere (Paolo e Giacomo), tra una visione ecclesiologico-carismatica (Paolo) e il modello presbiterale palestinese, tra l'amore all'interno della comunità, sottolineato da Giovanni, e l'amore per i diversi e i nemici, richiamato dai sinottici.
    Nella lettera si costata una pluralità di tendenze diverse, elaborate in una sintesi ricca ed equilibrata, capace di sfidare i secoli. La comunità romana, e in particolare l'équipe che ha redatto lo scritto (Silvano e Marco), mostra di aver recepito la linea giudeo-cristiana moderata. Di Paolo ha assorbito non solo l'insegnamento contenuto nella lettera ai Romani, ma anche quello di un decennio dopo, quando l'Apostolo giunse a Roma prigioniero, con posizioni più mitigate verso i giudeocristiani.
    Questa «via di mezzo» non è da valutare in termini negativi, come calo di grinta argomentativa, o rinuncia a posizioni teologiche di spicco per una conciliante prassi ecclesiale. Piuttosto, simile capacità di mediazione è indice di una forte personalità da parte dell'apostolo e della sua preoccupazione pastorale per la Chiesa di Gesù Cristo.
    La centralità del tema ecclesiologico infatti viene sempre più evidenziata dai commentatori della prima lettera di Pietro. La si potrebbe definire una centralità polifonica, nel senso che il tema viene esplicato con modulazioni diverse, e forse anche dissonanti in alcuni passaggi, ma non senza un suggestivo effetto d'insieme. Chi non riesce a percepire tale effetto, lamenta due ecclesiologie giustapposte: l'una prettamente paolina, basata sulla gratuità ed esigenza della chiamata e sul binomio carismi-ministeri riferito all'intera comunità (lPt 4,7-11); l'altra piuttosto petrina, che introduce l'elemento istituzionale e il ministero pastorale dei presbiteri (lPt 5,1-4).
    Sotto il profilo ecclesiologico la lettera presenta una insolita associazione di simboli: la casa e il pastore. Il termine casa (oikos) si presta a molteplici significati: dall'edificio materiale al nucleo familiare che vi alberga, al «mondo» come
    casa dell'uomo e della comunità umana (città-nazioneuniverso), e infine al tempio, riservato all'incontro con Dio.
    Nello scritto dell'apostolo Pietro il linguaggio simbolico è abilmente intrecciato con quello reale. L'immagine delle pietre «viventi» potrebbe indicare la casa nel senso di organismo, di «corpo» secondo la concezione paolina. Ma sottolinea prevalentemente l'aspetto di edificio in vista del culto, e quindi un «tempio vivente».
    L'immagine delle «pietre vive» suggerisce non solo tolleranza della diversità, ma anche disponibilità a lasciarsi modellare e costruire l'una con l'altra. Questa casa-famiglia è totalmente esposta ai diritti di sovranità di Dio, ovvero al suo giudizio (1Pt 4,17). La sofferenza che investe l'intera comunità come fiamma ardente e improvvisa (1Pt 4,12), è anticipazione del giudizio escatologico che per Pietro comincia dalla casa di Dio.
    Ora, a capo di questa casa vivente, non è posto un paterfamllias, o un padrone (oikodespotes), ma un «pastore». Questa figura qualifica il Cristo risorto e anche l'attività dei presbiteri, chiamati a pascere alla maniera del Cristo, il quale ha dato la vita per il suo gregge. La regola pastorale tracciata per i presbiteri indica un comportamento di servizio che è proprio l'opposto del diritto del paterfamilias.
    Sullo sfondo, vi è la tradizione che riferisce a Pietro il compito di pascere gli agnelli e le pecore del Cristo (Gv 21,15-17). Egli si presenta come «con-presbitero» (1Pt 5,1), facendo leva non sulla propria autorità ma piuttosto sulla solidarietà. È per il fatto d'essere testimone delle sofferenze di Cristo che egli può autorevolmente esortare i suoi colleghi a «pascere il gregge di Dio».
    L'aspetto della comunione è forse quello che spicca maggiormente in questa visione della Chiesa. Una comunione che si esplica a diversi livelli: di Pietro con le guide della comunità d'Asia Minore («con-presbitero»), dei presbiteri con il gregge loro affidato e con Cristo, il Pastore supremo. La rilevanza di quest'aspetto è ancora più notevole per il fatto che compare nel quadro di un codice di comportamento e come visione ecclesiologica proveniente da Roma.


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