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    L’amore umano

    nel Cantico dei Cantici

    Enzo Bianchi ^


    Premessa

    Mi è stata affidata una relazione sul volto dell’amore di coppia nel Ct; ho accettato questo tema con gioia ed entusiasmo anche perché la mia assiduità con il Ct è lontana, è antica. Poi perché credo che sia soprattutto compito monastico di leggere il Ct attraverso le differenti vie dell’interpretazione. C’è in quella piccola biblioteca, che è la Bibbia, un libretto che porta il nome “Cantico dei cantici”, in ebraico Sir hassirim, locuzione per dire “Il cantico più bello”. Questo libretto, nel suo titolo, viene attribuito a Salomone, Shelomoh, da Shalom, “Il pacifico”; poeta per eccellenza in Israele, dice la Bibbia, avrebbe scritto tantissimi cantici di cui solo una parte conservata nei Salmi e qua e là. Ma soprattutto il “re che conobbe donne straniere, moabite, ammonite, idumee, fenicie, hittite e che aveva settecento principesse per mogli e trecento concubine e più tutte le altre che ha trovato. Salomone a tutte queste si legò per amore” (1Re 11,1-3).
    Tuttavia questo Ct si presenta a noi pieno di enigmi: innanzitutto è un cantico d’amore, ma tra chi? Si dice tra Shelomoh e Shûlammît, cioè tra un giovane che porta il nome di “Pacifico” e una giovane che porta il nome di “Pacifica”; ma questi nomi chi indicano veramente? Certamente non Salomone, 4 non la Shûlammît che semmai è stata accanto al vecchio Davide, il padre di Salomone.
    Chi sono allora questi due giovani? Una prima risposta all’enigma che rimane tale: per fare l’amore occorre la pace, solo chi conosce lo Shalom, dunque è Pacifico/Pacifica, conosce il vero amore. Ma sorge subito un’altra domanda radicale: perché questo canto d’amore nella Bibbia? E’ un libretto che contiene delle canzoni d’amore tra un uomo e una donna; diciamo la verità, è anche un cantico poco pudico, tanto è vero che ha trovato difficoltà ad entrare nel canone biblico e che comunque non ha mai trovato una collocazione liturgica chiara sia nel giudaismo che nella chiesa.
    Il giudaismo lo legge nella notte di Pasqua, ma in realtà lo legge in fretta e non in una collocazione davvero eloquente; la chiesa ne prende delle parti ma solo per applicarle a Maria. Ma di tutto quel che dice il Ct, una storia d’amore, sembra che poi abbiamo difficoltà a servircene nella liturgia.
    Alla fine del I secolo d.C. a Yabreh, una località vicino all’attuale Tel Aviv, si radunarono tutti i dotti, tutti i rabbini superstiti dopo la caduta di Gerusalemme avvenuta nel 70 ad opera di Tito. Fu l’imperatore Vespasiano a dare il permesso per questo sinodo che rappresenta l’inizio dell’ebraismo rabbinico, quello che continua fino ad oggi; l’unico ebraismo vincente da quel pluralismo che c’era al tempo di Gesù (esseni, qumramiti, farisei, sadducei, altre componenti). In quel sinodo i dotti han cercato di fissare il canone biblico, cioè stabilire definitivamente quanti e quali fossero i libri contenenti la Parola di Dio. Alcuni libri ponevano dei problemi, anche se non molti: il libro di Ezechiele, Qoelet e soprattutto il Cantico dei cantici perché molti rabbini lo consideravano come un insieme di canti da taverna, al massimo canti da festa nuziale (nel nostro linguaggio canzoni della stagione delle mele).
    Ma tra loro c’era Rabbi Aqibà, che morirà martire nella seconda distruzione di Gerusalemme nel 135, il quale disse: “Il mondo intero non vale il giorno in cui è stato dato ad Israele il 5 Cantico dei cantici, perché tutte le Scritture sono Sante ma il Cantico dei cantici è il Santo dei Santi, cioè Santissimo”.
    Decodifichiamo questo linguaggio: tutte le Scritture sono qualcosa che viene da Dio e appartiene a Dio, ma voi sapete che nello spazio del Tempio il Santo era riservato al popolo di Santi, Israele, ma poi c’era il Santo dei santi, quella stanza cubica in cui Dio direttamente era presente; il Ct è come il Santo dei santi al cuore del tempio, è il libro Santissimo.

    La lettura cristiana

    E’ grazie a Rabbi Aqibà che il Ct è entrato nel canone biblico, la chiesa ha poi ereditato l’AT d’Israele, se lo è trovato lì e sovente è restata imbarazzata di questa presenza. La cosa fu risolta abbastanza presto con il grande maestro Origene il quale amò tantissimo questo libro, ma vi trovò che l’amore descritto era semplicemente un amore parabolico che rinviava a qualcosa d’altro, un amore più profondo: l’amore tra Dio e il suo popolo, Israele, l’amore tra Cristo e la chiesa. Intelligentissimo il commento di Origene, da lui in poi si è praticata sempre e soltanto questo tipo di lettura ‘tipologica’. Sono stati soprattutto i monaci a commentarlo, dalla patristica antica a quella medioevale, dal commento di Bernardo a quello di Guglielmo di Saint Thierry e di Gilberto d’Oiland, sempre si è individuato l’amore tra Dio e il suo popolo, Cristo e la chiesa, lo Sposo (Cristo) e la Sposa (l’anima del credente). Lettura alla quale va un rispetto enorme perché indubbiamente è il segno più evidente di una ricerca di Dio. Solo dei cristiani depotenziati e depauperati, come sono oggi la maggior parte, pensano che si possa parlare di Dio senza il registro dell’amore. Il vero cristiano, prima di essere colui che crede in Dio, è colui che è legato a Dio, che aderisce a Dio, che ama Dio; altrimenti sarà un cristiano che parla di Dio alla terza persona, incapace di 6 balbettare il “Tu”, ma quando si balbetta il “Tu” significa che c’è l’amore.
    Questa è allora una tradizione degnissima e quando un esponente della riforma protestante, il Castiglione, nel ‘500 ebbe il coraggio di leggervi un canto d’amore, proprio per questo disse che se così fosse stato andava tolto dalla Bibbia e così suggerì a Lutero di fare.
    Fa un po’ impressione sapere che per circa duemila anni questo libretto sia stato letto ad un senso unico e che solo alla metà di questo secolo si è cominciato a leggervi e a trovarvi l’aspetto più elementare, quello letterale, cioè comprendere che è un libretto che parla dell’amore umano. Mi fa sempre sorridere il pensare che in questa catena patristica c’erano degli esegeti espertissimi, non solo delle persone spirituali, come Gerolamo e credo che Gerolamo abbia compreso che questo è un canto d’amore profano; forse però Gerolamo non lo poteva dire al suo tempo, o meglio, lo diceva in questa maniera: occorreva un’iniziazione a leggere la Bibbia perché c’erano libri più difficili di altri, per cui il Vangelo di Giovanni andava letto dopo i 25 anni ma il Ct dopo i 60 (grande Gerolamo!).
    Io vi confesso che quando penso a questo processo, per cui è stato più facile cogliere per duemila anni l’amore tra Dio e il suo popolo piuttosto che l’amore umano, l’amore che tutti crediamo di conoscere, con il quale ci siamo costruiti e siamo maturati (più o meno bene!), sorrido dentro di me. E sono contento che sia andata così, perché percepisco che è molto difficile parlare dell’amore umano, sono convinto che sia più facile parlare dell’amore di Dio e il suo popolo, tra Dio e la sua chiesa, che non parlare bene dell’amore tra un uomo e una donna, dell’amore umano e terreno.
    Guardate che è facile parlare dell’amore umano, ne parlano tutti; oggi poi attraversiamo un momento (che solo degli imbecilli credono che sia dominato da una sorta di pansessualismo) in cui l’amore umano è parlato, ostentato, mostrato ma non è esperito. Se fosse davvero esperito non ci 7 sarebbe tanta letteratura né sarebbe il caso di mostrare quel che costantemente viene proposto dai mass-media. Non è vero che c’è un pansessualismo dominante, piuttosto oggi c’è una senescenza precoce dei sensi, c’è un’impotenza dilagante sempre di più di tipo sessuale, questa è la verità, ma proprio perché a questo amore è difficile accedervi con autenticità ed è difficile parlarne in maniera veritiera.
    Insomma, tentativi ce ne sono di parlare dell’amore umano, ma tentativi maldestri e devo dire che quando leggo alcuni commenti al Ct, usciti in questi ultimi anni, in cui tutti parlano di questo amore umano cercando di commentarlo, rimango sovente molto perplesso, preferisco allora certi film o leggere certi romanzi come quello di Kacyzne1, vera parafrasi sublime al Ct. Coloro che scrivono i saggi sono per lo più gente molto pia ma che in reazione, sovente, al loro essere pii declinano il sesso in una prosa indecente.

    Le intuizioni di Bonhoeffer

    Tra i primi a capire questa esigenza di leggere il Ct come cantico di amore terreno, ma capirne anche tutta la difficoltà, è stato forse il più grande teologo di questo secolo, chiaroveggente e profeta, Dietrich Bonhoeffer. Nelle Lettere dal carcere, parlando del Ct, dice il 2 giugno 1944: “Del Cantico dei cantici ti scriverò in Italia. In effetti lo vorrei leggere come un cantico d’amore terreno. Probabilmente questa è la migliore interpretazione «cristologica». Devo riflettere ancora su Ef 5”2.
    E nella lettera del 20 maggio 1944 scrive quasi un’introduzione a quello che vi dirò dopo: “E’ però il pericolo di ogni forte amore erotico che per esso si perda, vorrei dire, la polifonia della vita. Intendo dire questo: Dio e la sua eternità vogliono essere amati con tutto il cuore; non in modo che ne risulti compromesso o indebolito l’amore terreno, ma in certo senso come cantus firmus, rispetto al quale le altre voci della vita suonano come contrappunto; uno di questi temi contrappuntistici, che hanno la loro piena autonomia, e che sono tuttavia relazionati al cantus firmus, è l’amore terreno; anche nella Bibbia c’è infatti il Cantico dei cantici, e non si può veramente pensare amore più caldo, sensuale ardente di quello di cui esso parla (cf 7,6!); è davvero una bella cosa che appartenga alla Bibbia, alla faccia di tutti coloro per i quali lo specifico cristiano consisterebbe nella moderazione delle passioni (dove esiste mai una tale moderazione nell’Antico Testamento?). Dove il cantus firmus è chiaro e distinto, il contrappunto può dispiegarsi col massimo vigore”3.
    Se c’è una ragione per cui io sono cristiano e per cui credo in Dio, ve lo dico francamente, è perché il mio Dio, il Dio di Abramo di Isacco e di Giacobbe, il Dio di Gesù Cristo che è Gesù Cristo, mi chiede di amarlo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le mie forze ma mi lascia spazio anche per altri amori; vuole il primato dell’amore, vuole il cantus firmus, ma mi lascia spazio per tanti amori. Che bestemmia c’è in certi cristiani quando dicono: “Dio solo mi basta”, poverini, stanno disprezzando tutto il resto che è venuto da Dio e che Dio ha voluto; non sono costoro esperti di Dio, sono voraci di Dio, non lo cercano, lo vogliono divorare.
    E infine, nella lettera del 18 dicembre 1943, il teologo tedesco sottolinea ancora cosa sia l’amore terreno: “Credo che dobbiamo amare Dio e avere fiducia in lui nella nostra vita e nel bene che ci dà, in una maniera tale che quando arriva il momento - ma veramente solo allora - andiamo a lui ugualmente con amore, fiducia e gioia. Ma - per dirla chiaramente - che un uomo nelle braccia di sua moglie debba avere nostalgia dell’aldilà, è a dir poco una mancanza di gusto e comunque non la volontà di Dio. Dobbiamo amare e trovare Dio precisamente in ciò che egli ci dà; se a Dio piace di farci provare una travolgente felicità terrena non bisogna essere più pii di lui e guastare questa felicità con idee tracotanti e pretese provocatorie e con una fantasia religiosa incontrollata incapace di accontentarsi di ciò che Dio dà”4.
    Quelli che dicono “Dio solo mi basta” farebbero il segno della croce a metà mentre fanno l’amore. Ecco le chiavi che vi fornisco per entrare nel Ct, ma con una memoria: venticinque anni fa ho scritto e pubblicato un commento al Ct sotto il titolo Lontano da chi? lontano da dove? in cui la lettura che proponevo, senza negare l’amore umano presente nel Ct, faceva emergere il folle amore, l’amore fedele tra Dio e Israele, tra Cristo e la chiesa. Ho tentato venticinque anni fa di mettermi in quella successione patristico-monastica di autori, continuando l’esegesi rabbinica, trovando nel Ct la più bella narrazione dell’amore di Dio. Io non sono un pentito, nemmeno un convertito, per me questa è una grazia. La lettura che vi propongo ora non cancella quella che ho fatto venticinque anni fa (son contento di averla fatta!), ma ora vi faccio l’altra faccia dell’amore, l’altra lettura dell’amore contenuta nel Ct e spero che l’aver tardato venticinque anni sia stato un po’ fare quel cammino che ha fatto la chiesa in duemila anni: sembra strano, a venticinque anni avrei dovuto parlare dell’amore umano, ho parlato invece dell’amore di Dio, adesso che sono ‘stagionato’ vi parlo dell’amore umano senza cancellare quello di Dio.
    Qualcuno di voi si chiederà perché proprio un monaco che è celibe dovrebbe rileggere il Ct come amore terreno, innanzitutto la mia è solo una lettura (l’altra fatela voi, soprattutto voi sposati o impegnati nell’amore), in secondo luogo forse le cose percepite a distanza sono viste meglio rispetto a chi ne è implicato e noi monaci un po’ di distanza dall’amore umano dovremmo averla presa.

    Commento

    Nel Ct, che io vedo come una sinfonia d’amore, vi scopro tre movimenti:
    * Nascita dell’amore, capitoli 1-2.

    * L’esilio dell’amore, capitoli 3-5.
    * Il trionfo dell’amore, capitoli 6-8.
    Tre movimenti, tre situazioni in cui ci sono gli ingredienti dell’amore, la storia dell’amore, perché l’amore è leggibile solo in una storia, in una vicenda, fino alla celebrazione finale dell’amore senza fine. Tutto questo ha un preludio, i primi quattro versetti.

    Nascita dell’amore

    C’è un uomo e una donna, o meglio, c’è un ragazzo e una ragazza, uno di fronte all’altro, due poli che sono a volte vicini e a volte lontani. Quando trovate nelle vostre Bibbie “lo Sposo”, “la Sposa”, è già un’interpretazione (a parte che i titoli nella Bibbia non ci sono, li mettono i traduttori) un po’ “ideologica”: si vuol subito dire che questo rapporto è tra sposi, no! Anche in questo rispettiamo il testo, non facciamo un’ideologia o costruiamo una gabbia per mettere, secondo i nostri canoni, quello che allora per noi diventa legittimo e che senza questa gabbia non lo sarebbe.
    Dall’inizio alla fine del Ct c’è un ragazzo e una ragazza, vedremo poi come si collocano tra loro vicino o lontano, cosa desiderano in questo loro rapporto, ma il Ct è la celebrazione dell’amore umano, terreno, non è celebrazione dell’amore matrimoniale, anche se non lo esclude. Perché il Ct ha davvero questo convinzione, che trovava anche Bernardo quando lo commentava, amor sufficit sibi, l’amore basta a se stesso, la giustificazione dell’amore è l’amore, il primo fine dell’amore è l’amore.

    Il desiderio

    La prima cosa che emerge al versetto 2 è il desiderio; dice questa ragazza: “Mi baci con i baci della sua bocca”. Il desiderio in ogni uomo è il frutto di un lunghissimo lavoro, è generato dall’approfondimento del bisogno e dei bisogni differiti; il desiderio nasce solo dall’esercizio di una vera e propria arte. Officina desideriorum, diceva Gregorio Magno, il padre della chiesa che io invoco sempre come uomo dal santo desiderio. E’ il desiderio che dice la qualità di un uomo e di una donna, vir desideriorum, mulier desideriorum, la persona umana nella sua pienezza sa desiderare. E’ difficilissimo imparare a desiderare bene, chi non desidera è un morto non è più un vivente, secondo la Bibbia; l’atarassia, l’impassibilità, non sono virtù cristiane né bibliche, ma desiderare che arte difficile! Permettetemi di dire: desiderare è la capacità esattamente contraria del “tutto e subito”, chi dice “tutto e subito” non desidera, è uno che ha soltanto dei bisogni, confonde il bisogno con il desiderio, non conosce l’arte del differire e quindi non conosce l’arte dell’attendere, di conseguenza non ha capacità di stupore. E’ qui che questa amata-amante inizia a parlare, appena canta esprime il desiderio; noi dovremmo sempre (chi mi capisce capisca) esprimere i bisogni parlando ma esprimere i desideri cantando; la differenza tra bisogno e desiderio è solo questa. Chi di voi non ha mai pensato all’arte con cui la madre ha avuto questa funzione di portarci dal bisogno al desiderio, grande compito della madre, una seconda generazione del figlio.
    Il bambino sulle tette della madre sente una collina, una matrice: mangia, mangia e mangia; poi la madre ad un certo punto gli fa capire che quel bisogno può essere differito: “Oggi non poppi più, hai già mangiato abbastanza!”. E con il passare dei mesi la madre non ha più latte.
    C’era un tempo in cui quando le madri non avevano più latte, e il bambino faceva fatica a staccarsi dal seno, avrebbe 12 voluto costantemente la matrice senza accedere alla madre, si tingevano le mammelle con del carbone che le rendeva nere. A quel punto il bambino vedendo le mammelle nere non le cercava più e così si svezzava, in una maniera forse un po’ più dura rispetto ai suoi bisogni. Ma arte dello svezzamento in cui ad un certo punto, solo le donne lo sanno, il bambino che poppa sul seno un giorno alza gli occhi, incrocia quelli della mamma e dal quel momento capisce che non c’è più una matrice da consumare e divorare ma una mamma, una donna, altra da lui che gli può dire “sì” e “no”. Permettetemi la parafrasi (è da monaco, ma è molto importante) da quel momento il bambino non vive di solo latte, ma di ogni parola che esce dalla bocca di sua madre, come più tardi dovrà capire che non vive di solo pane ma di ogni parola, di ogni sguardo che esce dalla bocca di Dio.
    Arte con cui il bisogno differito ci insegna il desiderio e il desiderio forte, narrato da questa amata-amante, che abita chi è giovane, un desiderio che sfianca, che a volte ci fa venir meno, che ci turba, che ci scuote dentro per cui qualche volta, a secondo delle situazioni, impallidiamo o diventiamo rossi.

    Il bacio

    Canta un celebre poeta ebreo russo: “Mia colomba, tu sai come ci baciamo noi ebrei? (Ma penso anche noi cristiani!) Quando il cuore non si distingue più dal cuore dell’altro, quando petto contro seni nessuno dei due sa chi dei due respira, quando materiale e immateriale spariscono e non resta che un solo soffio, quando non esistono più parole ma solo il parlare degli occhi, quello è il bacio”.
    Il bacio umano, per questo è invocato all’inizio del Ct, è innanzitutto il volto contro volto; perché l’amore terreno nel suo vertice è il mantenimento, è il desiderio del volto; non ci si perde con i baci in un caos, non c’è da percorrere un sentiero che porti 13 alla fusione, sogno impossibile! Ci deve essere nel bacio l’ebbrezza del faccia a faccia, cioè dell’alterità celebrata, io e tu, uno di fronte all’altro; nel bacio in cui si parlano le pupille degli occhi, ci si osserva e si vedono le pupille dilatarsi, palpitare quasi, questo è il bacio umano. Neanche l’amplesso ha valore senza il bacio, l’amore non è a-prosopon, senza volto; altrimenti se l’amore avvenisse senza la visione del volto sarebbe un amore cosificato, sarebbe l’amore colto in modo disorganico, come un insieme di strumenti di piacere. Non è un caso che nella prassi della prostituzione difficilmente ci sia posto per il bacio; non è un caso che le riviste pornografiche mettano sempre un’ostensione del sesso, siano martellanti affermazioni di meccanica dell’amore, ma non sanno quasi dare il senso della totalità dell’amplesso di cui il volto contro volto è la chiave necessaria per capirlo.
    Il bacio è l’inizio dell’amore celebrato ma è anche l’inizio dell’ebbrezza del desiderio. Arthur Rimbaud ne parla come desire d’ebresse, desiderio d’ebbrezza, ma come emerge il desiderio è subito raffigurazione, è subito scena. Dopo che questa donna ha detto “mi baci con i baci della sua bocca” il desiderio gli scatena l’immaginario che accende e nutre il desiderio: “le tue carezze...”, dodîm in ebraico, sono molto di più che delle carezze; un’espressione forse attuale che riesce a rendere questo termine è petting, “... inebriano più del vino”.
    Ecco l’ebbrezza che inizia dal bacio.

    I sensi all’opera

    Questa ragazza non solo immagina i baci, esperienza degli occhi, ma nel suo immaginario vorrebbe fare un’esperienza totalizzante con i cinque sensi: con gli occhi, mai stanchi di desiderare; poi l’esperienza del gusto nel bacio; poi si augura gli effetti del tatto, il toccare; infine vorrebbe sentire l’altro 14 anche attraverso l’odorato. Sapete che ognuno di noi ha un suo odore e un tempo si era molto più affinati nel sentire gli odori, la gente era molto più esercitata a percepire l’odore dell’altro.
    Forse era un tempo in cui l’altro portava con sé un profumo; adesso invece c’è sempre bisogno di deodoranti, chiediamoci anche il perché. Non ci sarà qualcosa che ha imbarbarito il nostro corpo e le nostre relazioni; se abbiamo bisogno di deodoranti, significa che puzziamo, non che profumiamo: mancanza di qualità della vita, mi permetto di dire, per questo si puzza; una persona che ha una qualità di vita odora, profuma.
    A un certo punto c’è come un gioco poetico che viene fatto dalla sposa: “Il tuo nome è come profumo che si spande”, vi ricorderete questo bellissimo canto anche all’interno dei Vespri di Monteverdi, Oleum effusum nomen tuum, con quel contrappunto tra il gregoriano prima e la polifonia dopo. “Il nome tuo è olio che si spande”, ricordare il nome dell’amato, sussurrare il nome, chi di noi non l’ha fatto quando era innamorato? E ci dava un’ebbrezza, sembrava che la sua presenza riempisse il luogo in cui noi stavamo. In ebraico c’è un gioco di suoni suadente che purtroppo nella traduzione italiana si perde: il “nome” è shem, “profumo” è shemen, il nome dell’amata è Shûlammît, Salomone è Shelomoh, sembra un suono di sete che si toccano, suoni meravigliosi.
    Poi: “Chiamami, attirami con il profumo del tuo corpo”, quanto è importante il profumo di una persona nell’incontro amoroso! Credo si dovrebbe sapere che molte persone ci piacciono ma proprio perché hanno un profumo cattivo appena le incontriamo ci passa subito quel desiderio che abbiamo di loro; molti ci sono antipatici perché hanno un odore che non si combina con le nostre narici, chi conosce bene l’arte dell’incontro lo sa.
    “Mi introduca il re nelle sue stanze regali”, ma attenzione, non lasciatevi fuorviare, non è vero che questa storia d’amore sia tra un re e una ragazza, la verità è che nell’amore i due partner sono sempre re e regina; chi pur essendo figlio di un 15 bifolco contadino, se sapeva far bene l’amore, non ha usato questo linguaggio con la bifolca contadina di fronte? Sono vocativi dell’amore, perché nel fare l’amore si è sempre re e regine.
    “Sì, sei degno di essere amato a ragione le ragazze di te si innamorano”, finisce così il prologo nel quale ci sono tutti gli elementi perché la storia d’amore si snodi.

    L’amore è parola

    Come i due ragazzi sono uno davanti all’altro, in quella situazione di desiderio, si parlano. L’amore umano deve essere un amore parlato proprio perché è l’incontro di due corpi ma attraverso due volti. E sono corpi umani, l’uomo è quando parla, l’uomo è quando comunica; se l’amore non lascia posto alla parola è animale, non è amore. Quando manca la parola anche l’incontro amoroso diventa voracità, soddisfazione del bisogno.
    Permettetemi di ricordarvi le pagine di Marguerite Yourcenar, non a caso sono di una donna, cosa non hanno saputo descrivere su questo! L’amore deve essere logikè, secondo il logos, parlato, razionale ma non nel senso tomista.
    L’amore è l’accesso alla parola che permette l’incontro, la relazione; il desiderio reciproco deve diventare linguaggio, linguaggio poetico che rende più consapevole e più umano il desiderio. Linguaggio che ritardando l’unione fisica rende il desiderio più forte, più umanizzato; linguaggio che permettendo la contemplazione dell’altro partner rende anche il desiderio più appartenente al soggetto.
    L’ars amandi quanto è difficile! Vedete come ha bisogno dell’arte del desiderio ma poi anche dell’arte dell’incontro.
    Attraverso la parola l’amante e l’amata introducono tra di loro la dimensione della contemplazione, cioè destano la presa di coscienza antropologica di che cosa sia l’amore, l’incontro, l’io 16 e il tu. L’amore non parlato è ridotto a mezzo di soddisfazione del bisogno e basta, l’amore non parlato è ridotto a sesso che, come dice Freud, vuole essere scaricato e soddisfatto.
    Anzi, io direi proprio per un rispetto del sesso, che in questo caso l’amore non è nemmeno sesso, ma sesso ridotto a genitalità: è mangiare, è divorare l’altro. C’è una cosa che noi dimentichiamo, soprattutto nella chiesa, che dietro ciascuno di noi, cioè nella pubertà, non c’è la castità bensì il caos, non l’amore ordinato, ma la pulsione, l’emergenza disordinata delle passioni e dei desideri. Non a caso chi fa l’amore e non ha ancora capito l’arte dell’amore sovente nel suo linguaggio introduce parole come “io ti mangio”, “ti divoro”, regressione del bambino sul seno della matrice. L’amore è un lungo apprendistato, la castità, nel vero senso della parola, è un lungo itinerario, ci vuol molto tempo a capire che l’altro è da incontrare, non da mangiare; che l’altro è colui che sta di fronte a me nella sua alterità che rappresenta l’accoglienza ma anche l’alt. Noi oscilliamo sempre nel considerare l’altro tra l’inferno di Sartre e come colui che devo mangiare.
    Nel Ct c’è una grande amen alla sessualità, non vista in modo angosciato né in modo cinico, c’è un amen all’eros, desiderio sessuale e dono di Dio; ma c’è un’arte o se volete una disciplina, un’ascesi (per me le tre parole si equivalgono) dell’amore, vere indicazioni per un ars amandi. Purtroppo pochi la vedono, ma c’è; c’è una cultura della sessualità nel Ct e c’è una disciplina per imparare ad amare. Ma come è difficile dire questo ai giovani, chi lo dirà? Chi insegnerà loro l’ars amandi? E a partire da un libro biblico (perché no!)? Ecco allora nel primo movimento il faccia a faccia tra amato-amante e amata-amante. Lei lo vuole rincorrere sulle colline dove lui pascola il gregge; era davvero un pastore? Poco importa, è bello pensare di fare una ricerca tra le colline. Poi dice: “Tu mi stai spiando dietro i muri”, è il gioco dell’amore, correre insieme, poi nascondersi e rinnovare l’incontro, attendere la voce dell’altro, riconoscerlo da lontano, dire “è 17 lei?”, “è lui?”, chi non ha vissuto in maniera palpitante questa esperienza, soprattutto in situazione di gelosia. Andare in un posto e da lontano credere di averla vista, poi rincorrerla, accorgersi di essersi sbagliati e intanto il cuore palpita. Poi il linguaggio del corpo, i due si contemplano nudi senza vergogna e scoprono l’uno la bellezza dell’altro; contemplazione estetica ma stupita e certo poetica, tutti gli amanti sono belli l’uno per l’altro.

    La cella vinaria

    Voglio cogliere in questo primo movimento due versetti da commentare; innanzitutto quando questa amata-amante dice: “Mi ha introdotto nella cella vinaria e il suo vessillo su di me è amore la sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia avvolgendomi”. Guardate la celebrazione di questo amore, è davvero l’amore terreno che deve secondo Dio diventare così; quando c’è l’incontro amoroso fino in fondo si è nella cella vinaria, perché la stanza in cui si è diventa una stanza senza più soffitti ma semplicemente un cielo azzurro.
    Perché ogni stanza in cui si fa l’amore diventa una specie di cantina, di cella vinaria (come amavano chiamarla i padri monastici medioevali), è il luogo dell’ebbrezza, dove sventola solo il vessillo dell’amore, anche qui ambiguità del linguaggio, ma bella; ciò che è vessillo, ciò che sta dritto, è l’amore.
    Poi il versetto dell’amato-amante: “Oh mia colomba voltati, fatti vedere il volto, fammi udire la voce, amica mia vieni”, è il cantico quando celebra la capacità comunicativa di tutto il corpo. Si potrebbe dire che nel Ct l’uomo e la donna non hanno il corpo, ma l’uomo è il suo corpo e la donna è il suo corpo, è l’amore come partecipazione totale.

    L’amore come alleanza

    In questa partecipazione dell’amore sono necessari i riti, intesi come ciò che fa un giorno diverso dall’altro, secondo la definizione di Saint Exupery; nel fare l’amore, proprio perché non si vuol ripetere il gesto, ci sono dei riti. Sono i riti dell’amore: il duetto, il dialogo, il dono reciproco, l’incontro e poi, in questo primo movimento (Ct 2,16): “Il mio amato è per me e io sono per lui”.
    Vi ho detto fin dall’inizio che la faccia dell’amore che vi sto leggendo nel Ct è quella terrena e umana e la capisce chi crede veramente a quella parola di Tertulliano: “Caro cardo salutis”, è la carne il cardine della salvezza; Tertulliano dice che è con questo corpo che l’uomo si salva, è questa carne che è unta perché l’uomo sia figlio di Dio, è questa carne che riceve la carne di Cristo perché l’uomo sia divino. Non ci dovrebbe essere nel cristianesimo un’angoscia nei confronti della carne, un cinismo verso il corpo; il corpo è santo nella sua carne.
    Allora il Ct è cantico dell’amore terreno, ma sempre visto di fronte a Dio. Proprio qui, nel primo movimento, troviamo un versetto importantissimo: la nascita dell’amore porta all’essere gli uni per gli altri. Se uno lo legge velocemente, senza conoscere la Scrittura, sembra una variante del petting parlato.
    In realtà questa è una formula delle alleanze; dire: “Il mio amato è per me e io sono per lui” è esattamente la formula dell’alleanza che viene declinata: “Voi siete per me un popolo e io sarò per voi il vostro Dio”. O se volete Paolo, che è un rabbino e conosce questo procedimento, dirà in 1Cor: “Il corpo è per il Signore e il Signore è per il corpo”, e non caso Paolo da questo passaggio fa discendere la resurrezione, dall’alleanza tra il Signore e il mio corpo.
    Il Signore è in alleanza con il mio corpo, con la mia carne, non con la mia anima; attenzione ai dualismi platonici sempre presenti all’interno di una spiritualità cristiana depauperata di tutta l’eredità biblica. Nel Ct c’è l’eloquenza dell’amore nato e cresciuto che diventa alleanza, non può essere diversamente, 19 c’è un amore tra ragazza e ragazzo, non tra sposa e sposa, ma l’alleanza ricorda che tutto dovrà essere celebrato nell’alleanza, preciso segno dell’amore di coppia. Amore terreno ma in un patto: “Il mio amato è per me e io per lui”.

    L’esilio dell’amore

    Il tono di questa seconda sezione è ‘notturno’, ci sono degli elementi di sogno, come nei Notturni di Chopin o come nel Sogno di una notte di mezza estate di Mendelssohn. I due amanti non sono più vicini, sono lontani, questo è certo; è un sogno? Secondo alcuni esegeti qui sarebbero narrati dei sogni; dopo l’amplesso è vero che a volte si dorme ed ecco che nel dormire i due amanti cominciano a sognare.

    La distanza nell’amore

    Certamente ciò che è sognato è la distanza; nella vicenda d’amore, proprio perché l’amore non è mai un incontro effimero e passeggero, si instaura la distanza; proprio perché l’amore è una vicenda c’è la possibilità dell’assenza. E premettetemi di dire che a volte è possibile l’esilio e la rottura, qualche volta avviene che ci si separa; ma quando ci si separa nasce un’altra dimensione: attesa, ricerca reciproca. Questa zona notturna all’interno del Ct potrebbe essere la crisi, il confronto (ognuno ci metta quello che sente, intanto lo percepisce a partire dalla sua storia e dalle sue fibre), è il momento di riconoscersi ed accettarsi dopo il momento iniziale che è sempre pieno di fuoco e di passione; è venuto il momento di amare in modo diverso.
    Questa seconda parte vuole dirci tante cose: innanzitutto quando si è lontani ci si cerca, fa parte del gioco dell’amore; la nostalgia, questo sentimento che strugge e ferisce, come è necessaria all’amore. Che tristezza quando due sono sempre insieme e non si separano mai, neanche un giorno, poverini! Se non sanno percepirsi a distanza si perderanno nell’amore di 20 vicinanza, saranno come intontiti, non si riconosceranno più.
    Non è una disgrazia l’esilio, la distanza, lo stare ogni tanto lontani l’un dall’altro, anche nell’amore più fedele. Sapete che non c’è nulla di più tormentoso della nostalgia, tanto che il significato greco è dolore impossibile. Nella nostalgia noi dobbiamo semplicemente aspettare e aspettare e ancora aspettare, e soffrire indicibilmente per la separazione alimentando la nostalgia fin quasi a star male, dobbiamo esercitarci alla nostalgia. Ma soltanto così conserviamo intatta la relazione, la comunicazione, la comunione con le persone che amiamo. Come è importante nell’amore l’amarsi anche a distanza! La presenza elusiva Se c’è un riflesso dell’amore umano nell’amore per Dio, questo lo si ha nella nostalgia, perché l’amore per Dio mantiene forzatamente questa linea di nostalgia; Dio è invisibile, Dio è sempre al di là di tutto, è quasi assente, lo cerchiamo sempre, il nostro è un quaerere Deo, ma la sua è una presenza elusiva.
    Quando ci sembra che Dio lo abbiamo incontrato non c’è già più, subito fugge; San Bernardo ha quel bellissimo testo in cui dice: “Mi succede a volte che il verbo mi visiti (Bernardo che è un uomo pieno di intelligenza non ha apparizioni) durante la lectio divina, ecco lo sento, arriva, quasi mi ferisce il cuore. Ma appena cerco di dire: «Ma tu chi sei?» se ne è già andato”.
    Presenza elusiva del Dio nascosto; noi siamo sempre in esilio, lontano dal Signore, il nostro è sempre un amore a distanza e solo chi ha vissuto un amore umano a distanza, con la separazione e il distacco, sa cos’è questo elemento di nostalgia che c’è sempre nell’amore per Dio.
    Guardate che in questo esercizio di nostalgia c’è l’antidoto contro la senescenza precoce dei sensi, l’impotenza dovuta all’abitudine e al meccanicismo dell’incontro amoroso; davvero 21 si può rinnovare la liturgia dei corpi nella celebrazione dell’amore (è un’espressione di Giovanni Paolo II, tenetela stretta, io non avrei mai avuto una tale audacia!). E a questo punto, in quei sogni, l’amata-amante dice: “Nel mio letto durante la notte ho cercato l’amante del mio cuore, l’ho cercato ma più non l’ho trovato”, forse si è svegliata dopo l’amplesso lui non c’è più, così sogna e chi ha paura di una cosa e si addormenta con quella paura, sovente la sogna. Lei voleva sempre tenere stretto nel letto il suo amato e come si addormenta sogna che se ne è andato (io leggo così!).
    Allora si alza per cercarlo, va per le strade della città, probabilmente è con i suoi amici in qualche bettola, incontra le guardie notturne e chiede loro del suo amato; poi girato il vicolo ecco che appare. Stupore, non lo lascerà più, lo stringerà e lo ricondurrà a casa; finisce di colpo il racconto perché termina il sogno. Poi di nuovo ricomincia al capitolo 5: “Io dormo ma il mio cuore sempre veglia”. Questa volta sogna non che lui sia fuggito ma che l’amato giunga mentre lei dorme: “...un rumore, è l’amato del mio cuore che bussa. «Aprimi mia amica, mia colomba, mia perfetta»”. Allora lei fa le moine, un po’ come tutte le donne: “Sai sono già a letto, mi sono tolta i sandali, se mi alzo ad aprirti mi sporco”. Colpisce che nel Ct questa donna ama tanto dormire; i padri della chiesa dicevano che per forza è la chiesa, dorme sempre! Soprattutto i monaci dicevano che la chiesa dorme sempre perché se fosse sveglia il Signore sarebbe già tornato! Dicevamo che la donna tenta di differire l’incontro: “Ma sai, sono a letto nuda, mi sono lavata i piedi” e allora il diletto tenta di forzare il chiavistello; a questo punto la donna non ce la fa più, va ad aprire e come arriva alla porta, come sempre nei sogni, lui non c’è più: presenza elusiva, c’era e se ne è andato.
    Allora la donna ritorna per la città, incontra ancora le guardie che la prendono per una prostituta e la picchiano, la disprezzano. E lei dice : “Sì, per amore del mio amato ho rischiato di sembrare una prostituta, ma cosa non farei per 22 l’amato del mio cuore”. Permettetemi un paragone con Davide, questo uomo che era un grande amante e ha amato bene le sue donne, soprattutto Betsabea, ma ha amato ancora di più Dio.
    Un giorno Davide, vedendo l’arca di Dio, non capisce più niente dalla gioia e si spoglia; la sua prima moglie, Micol, donna pia, lo guarda dalla finestra e dice: “Il re tutto nudo, bella figura!”.
    Risponde Davide: “Per Dio non solo mi farei nudo, svergognandomi di fronte ad Israele, ma mi svergognerei di fronte alle schiave delle schiave, perché amo tanto Dio che per lui prenderei la vergogna più grande su di me; e tu che non capisci niente resterai sterile”.
    Per amore si fanno anche delle brutte figure.

    Il trionfo dell’amore

    Ct 6,9 una parola forte: “Unica è la mia colomba, la mia perfetta”. L’amore è incontro di una coppia, tra un io e un tu; è in questa unicità duale che c’è il re e la regina. La sposa dunque è unica: “Tu sei come l’aurora, bella come la luna, fulgente come il sole”, queste parole i più pii di voi le ricorderanno perché le cantano ogni anno alla novena dell’Immacolata, Tota pulchra est Maria.
    E lo sposo che viene meno per lo sguardo le dice: “No, non guardarmi, distogli i tuoi occhi, non resisto”, e la sposa: “Il tuo palato nel baciarti è vin dolce (Vin santo o Zibibbo di Pantelleria, tradurrei), io sono per il mio amato e la mia brama è per lui”. Questo è un versetto capitale che capovolge Gn 3,6, quando Dio dice alla donna: “Verso l’uomo sarà la tua brama, ma lui ti dominerà”, terribile testo che ha significato una verità vissuta, purtroppo, nella storia e forse ancora da viversi a lungo. Ma qui l’orizzonte è quello finale, non è l’orizzonte della storia con tutti i suoi guai; la sua brama è verso di me, ovvero la brama dell’uomo è verso la donna.
    Poi quel canto così bello che forse anche noi abbiamo fatto nelle prime esperienze d’amore, cioè quando nel primo innamoramento vorremmo qualche volta un elemento di ostentazione per porlo di fronte all’altro: “Guardate, anch’io sono un amante”. Poi non lo facciamo, e allora anche la donna dice: “Ah, se tu fossi mio fratello”, e lui: “Ah, se tu fossi mia sorella, ti bacerei qui, ti abbraccerei per strada e nessuno malignerebbe”. L’amore ha bisogno qualche volta di pubblicità, di essere mostrato, ma poi è così difficile narrarlo agli altri; nell’amore sempre secretum nostrum nobis, il nostro segreto è per noi, chi mai ha svelato il vero amore ad un’altra persona? Non è possibile.

    Per concludere

    Alla fine non si riesce a capire chi pronunci queste parole, normalmente si pensa alla donna ma il testo non lo dice chiaramente: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore”, è la terza parola di questo amore terreno grande ma di fronte a Dio (La prima: “Io sono per lui, lui è per me”, l’alleanza; la seconda: “Unica è la mia colomba”, l’unicità). L’amore va sigillato, unico è l’amore, unica è l’alleanza; dunque il sigillo: le nozze.
    Perché “l’amore è forte come la morte, tenace come l’inferno, è fuoco divorante, fiamma di Iah”. Iah sta per “Signore”, è l’unica volta che compare il nome di Dio nel Ct, non l’avevamo trovato fino a questi ultimi versetti. L’amore è fuoco divorante, è fiamma di Dio.
    L’amore che canta il Ct è amore terreno ma in se stesso divino, fiamma di Dio, Dio lo ha voluto e quando Dio ha visto in Adamo ed Eva che era cosa molto buona si rallegrò e si rallegra ancora e sempre dell’amore autentico, terreno e vero, come quello descritto nel Ct, amore di un ragazzo e di una ragazza, di un uomo e di una donna.


    NOTE

    1 ALTER KACYZNE, Le perle malate, Qiqajon, Magnano 1995.
    2 D. BONHOEFFER, Lettere dal carcere, Paoline, Torino 1988, p. 386.
    3 Ibidem, p. 373.
    4Ibidem, p. 237.

    (Il testo che presentiamo è stato riportato dalla registrazione senza la revisione dell’autore)


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