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    L'apostolo Paolo

    dispensatore

    dei misteri di Dio

    Pietro Rossano


    Anche se avessimo soltanto le lettere di Paolo, esse basterebbero già a collocarlo tra i grandi scrittori dell'antichità. Più che la quantità colpiscono l'intelligenza, l'acutezza del pensiero e l'immediatezza esistenziale. Sono nate a servizio della missione e come sua integrazione.
    Il suo metodo di comunicare il vangelo si compendia nella parola, nell'esempio e nell'amore: una parola che non è semplice trasmissione verbale, ma è permeata dallo Spirito e dalla potenza di Dio che interpella gli uomini per mezzo dei suoi inviati, «come se Dio esortasse per mezzo nostro» (2Cor 5,20). Alla comunità di Tessalonica scrive: «Perciò noi non cessiamo di ringraziare Dio perché, ricevendo dalla nostra voce la parola di Dio, l'avete accolta non come parola di uomini ma, come è realmente, parola di Dio, la quale è potenza in voi che credete» (1Ts 2,13); il vangelo infatti è «un'energia operante di Dio per apportare la salvezza a chiunque crede» (Rm 1,16). I due termini maggiori che vengono usati in questo contesto sono «modello» e «imitatore»: «Fatevi miei imitatori» (1Cor 4,16; cfr. 1Ts 1,6; Fil 4,9; 2Ts 3,7). Per poter giungere al cuore dei suoi interlocutori Paolo sa farsi greco con i greci, giudeo con i giudei, «debole con i deboli», «tutto a tutti», «servo di tutti, per guadagnare il maggior numero» (cfr. iCor 9,19-23).
    Il contenuto essenziale del suo messaggio è quello della «tradizione» kparadosis) apostolica: Gesù di Nazaret morto e risuscitato per la salvezza di tutti gli uomini (1 Cor 15,1-5). A tale «verità del vangelo» nulla può essere tolto, così come nulla può surrogarla: «Ma se noi o un angelo disceso dal cielo annunciasse a voi un vangelo diverso da quello che vi abbiamo annunciato, sia votato alla maledizione divina» (Gal 1,8; cfr. anche Gal 2,5.14).
    C'è del vero nell'affermazione di Bultmann, secondo la quale l'importanza storica di Paolo sta nel fatto che egli fu teologo. Tuttavia Paolo non è stato un pensatore sistematico e in ogni caso la forma frammentaria e occasionale nella quale ci è giunto il suo pensiero non permette di organizzarlo compiutamente. Il quadro del pensiero di Paolo sembra dunque potersi delineare così: in un grande disegno salvifico, Dio offre la salvezza a tutti, ebrei e gentili, in Gesù Cristo morto e risorto (e ha chiamato Paolo a essere apostolo dei gentili). Si diventa partecipi della salvezza unendosi a Cristo mediante la fede, morendo con lui al peccato e partecipando quindi alla forza della sua risurrezione.
    La salvezza tuttavia non è ancora completa finché egli venga; nel frattempo colui che è in Cristo è stato affrancato dal potere del peccato e della legge, diventa un uomo nuovo per opera dello Spirito e la sua condotta dev'essere ispirata dalla nuova situazione in cui è venuto a trovarsi per la chiamata divina. Tale sembra essere il centro del pensiero di Paolo, quello che egli chiama «il suo vangelo» (cfr. Rm 2,16; 16,25; 2Cor 4,3), che gioverà analizzare nei suoi elementi particolari.

    Il disegno del Padre

    All'origine di tutto sta il disegno salvifico del Padre ispirato da un amore eterno e comunicativo, il quale chiama tutti gli uomini alla grazia e alla gloria. Spesso nelle lettere Paolo fa appello a questa iniziativa divina: «Dio vi ha scelti fin da principio (o come primizia) per la salvezza nella santificazione
    dello Spirito e nella fede della verità. Proprio a questo ha chiamato voi per mezzo del nostro vangelo, per il possesso della gloria del Signore nostro Gesù Cristo» (2Ts 2,13-14). È in conseguenza di questa scelta «fin da principio», «ab aetemo», che Dio chiama nel tempo. Un àltro passo dichiara che «Dio non ci ha destinati all'ira, ma all'acquisto della salvezza per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, il quale èmorto per noi, affinché sia che vegliamo sia che ci addormentiamo, con lui viviamo» (lTs 5, 9-10). Di questo «disegno» kprothesis) salvifico eterno si fa menzione spesso nelle lettere (Ef 1,9.11; 3,11; Rm 8,28; 9,11). Grandi testi come Rm 5,8-11; 8,28-30 ed Ef 1,3-14 dimostrano che tutto procede dall'amore di Dio, il quale, mentre eravamo ancora «nemici» e «peccatori» (Rm 5,8.10), ci ha amato «in Cristo» (Rm 8,39), «nel suo Figlio diletto» (Ef 1,6).
    Insieme all'amore fontale del Padre vengono messe in causa da san Paolo la sapienza, la potenza e la giustizia divine. Nelle due dossologie della lettera ai Romani si fa appello alla «profondità della ricchezza, della saggezza e conoscenza di Dio» (Rm 11,33), a «Dio unico e sapiente» (Rm 16,27), che ha manifestato il «mistero taciuto per secoli» riguardante la salvezza di tutto il genere umano. Nella tradizione dell'Antico Testamento la giustizia salvifica di Dio rappresenta per l'umanità il bene supremo e l'aurora della purezza. San Paolo si connette a questa tradizione al punto che per lui Dio, che chiama alla grazia e alla gloria, è anche il Dio che «giustifica» (cfr. Gal 3,8; Rm 3,26.30; 4,5; 8,30.33). In quest'opera di giustificazione salvifica il Cristo svolge la funzione essenziale di mediatore: «Dio datore della giustizia a colui che ha la fede in Gesù Cristo» (cfr. Rm 3,22). Noi siamo «giustificati gratuitamente per suo favore, mediante la redenzione che si trova per mezzo di Gesù Cristo» (Rm 3,24).
    Vediamo ora più attentamente in che cosa consiste l'opera mediatrice di Cristo nel disegno della salvezza attuato dal Padre.
    Dev'essere ancora una volta notata l'attività del Padre. E lui che ha mandato il Figlio nel nostro mondo di peccatori per salvarlo (Gal 4,4; Rm 8,3), è lui che ci ha riconciliati a sé mediante Cristo (2Cor 5,18), è lui che lo ha esposto come un propiziatorio asperso del suo sangue (Rm 3,25) per giustificare i credenti (Rm 3,26), è lui che lo ha risuscitato dai morti per la nostra giustificazione (Rm 4,25): tutto procede da Dio che ci ha amati mentre eravamo ancora peccatori (Rm 5,8; 8,35.39).
    «Ma l'insistenza con cui Paolo sottolinea l'iniziativa del Padre non deve in nessun modo offuscare il ruolo di Cristo e il posto assolutamente centrale che la sua persona tiene nella mente dell'Apostolo. Se Paolo dichiara che il Padre ha inviato il Figlio (Gal 4,6; Rm 8,3), che non lo ha risparmiato ma dato per noi (Rm 8,32), afferma ugualmente che Cristo ha dato se stesso (Gal 1,4; lTm 2,6; Tt 2,14), si è dato per amore per noi (Gal 2,20; Ef 5,2.25)» (St. Lyonnet).

    La centralità di Cristo

    Tutto quello che viene attribuito al Padre, Paolo non esita ad attribuirlo al Figlio che vive e opera in perfetta sintonia con il Padre. Ora l'atto per eccellenza, attraverso il quale Cristo ha operato la salvezza, per Paolo è la morte in croce seguita dalla risurrezione. «Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i pagani; ma per i chiamati, sia giudei sia greci, è Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio» (1Cor 1,23-24). «Tutti vengono giustificati gratuitamente per suo favore, mediante la redenzione che si trova per mezzo di Gesù Cristo. Dio lo ha esposto pubblicamente come propiziatorio, per mezzo della fede nel suo sangue, per mostrare la sua giustizia» (Rm 3,24-25). «In lui, mediante il suo sangue, otteniamo la redenzione» (Ef 1,7). Incontriamo qui alcuni vocaboli e concetti fondamentali della soteriologia di Paolo; vediamo di analizzarli brevemente.
    Vi è innanzitutto il termine apolytrosis con il significato di «redenzione, riscatto, liberazione da», che è da collegarsi, nota St. Lyonnet, alla liberazione dalla servitù dell'Egitto e alla speranza messianica, quando Dio «redimerà Israele da tutte le sue colpe» (Sal 130,8).
    Queste categorie dell'Antico Testamento vennero applicate all'opera di Cristo compiuta sul Calvario. «Ha dato se stesso per noi, allo scopo di riscattarci (hina lytrosetai) da ogni iniquità e purificare per sé un popolo che gli appartenga esclusivamente» (Tt 2,14). Si realizza misticamente ma realmente nei cristiani quello che fu sperimentato dagli ebrei nella liberazione dall'Egitto.
    Al contesto veterotestamentario rimanda anche il vocabolo «propiziatorio» (hilasterion), con il quale viene presentato l'atto redentore di Cristo in Rm 3,24-25: «Dio lo ha esposto come propiziatorio nel suo sangue», dove si evoca il rituale di Lv 16,15-19. Coperchio d'oro collocato sull'arca dell'alleanza nel santo dei santi, ornato da due cherubini, il propiziatorio era il segno della presenza divina e in particolare il luogo del perdono di Dio mediante l'aspersione del sangue sacrificale fatta dal sommo sacerdote nel gran «giorno dell'espiazione». L'Apostolo vede realizzarsi nella croce, cosparsa del sangue di Cristo al momento della sua morte, ciò che significava il rituale levitico, cioè la comunione spirituale tra il popolo e Dio mediante l'offerta del sangue.
    Un'altra espressione soteriologica ricorrente nel vocabolario paolino è la compera e il prezzo. L'immagine ricorre in 1Cor 6,20; 7,23 e in Gal 3,13; 4,5: «Siete stati comperati a prezzo! Glorificate dunque Dio nel vostro corpo!» (iCor 6,20). Questa «compera» evoca essenzialmente l'acquisto che Dio si era fatto del suo popolo al tempo dell'alleanza (Es 19,6) per l'attuazione dei suoi disegni. C'è ancora rimando al contesto veterotestamentario. Tipicamente paolino è il modo di intendere l'opera di Cristo come riconciliazione. Questo tema ricorre principalmente nella seconda lettera ai Corinzi. Come sempre, l'iniziativa parte da Dio; Gesù ne è l'agente e il mediatore, l'uomo il destinatario che ne risulta intimamente rinnovato e ricreato: «Se uno è in Cristo è creatura nuova; le vecchie cose sono passate, ecco, ne sono nate di nuove! E tutto è da Dio, il quale ci ha riconciliati con sé mediante Cristo, e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione; è stato Dio, infatti, a riconciliare con sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. Noi fungiamo quindi da ambasciatori per Cristo, ed è come se Dio esortasse per mezzo nostro. Vi supplichiamo in nome di Cristo: riconciliatevi con Dio» (2Cor 5,17-20).
    Un grande testo della lettera agli Efesini presenta la morte di Cristo come olocausto (thysia), cioè come sacrificio che è al tempo stesso l'espressione del suo amore per gli uomini: «E camminate nell'amore sull'esempio del Cristo che vi ha amato e ha offerto se stesso per noi, oblazione e sacrificio di soave odore a Dio» (Ef 5,2). Paolo ha concepito essenzialmente questa morte come un atto supremo di obbedienza e di amore (Rm 5,19; Fil 2,5-11).
    Un testo conciso e oscuro della seconda lettera ai Corinzi sembra offrire un'ulteriore categoria, quella dell'espiazione o della soddisfazione data per un altro e al suo posto: «Colui che non conobbe peccato, egli lo fece peccato per noi, affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in lui» (2Cor 5,21). Cristo è diventato peccato in quanto si fece portatore volontario del peccato degli uomini per eliminarlo, con allusione al passo di Is 53,10, in cui il Servo del Signore offre la sua vita in espiazione ('asam) per i peccati del suo popolo, e in forza di ciò riceverà «in eredità i popoli e genti infinite come bottino».

    La salvezza viene dalla fede e dall'amore

    Un passo della lettera a Tito raccoglie in una formula pregnante i temi maggiori dell'insegnamento paolino sulla redenzione: «Gesù Cristo ha dato se stesso per noi allo scopo di riscattarci da ogni iniquità e purificare per sé un popolo che gli appartenga esclusivamente, zelante nel compiere opere buone» (Tt 2,14).
    La redenzione che si acquisisce in Cristo è per Paolo una salvezza attuale e presente, ma il suo compimento rimane ancora nell'attesa. Non si avrà che con la risurrezione dei corpi, quando ci sarà la manifestazione gloriosa di Cristo, che dopo aver trionfato su tutte le manifestazioni ostili (ultima sarà la morte) consegnerà il regno al Padre (1Cor 15,25). «Fummo infatti salvati nella speranza» (Rm 8,24). «Adesso vediamo come in uno specchio, in immagine, ma allora vedremo faccia a faccia» (1Cor 13,12). Come lui è risorto, anche noi risorgeremo, anzi in forza di lui anche noi sperimenteremo la gloria della risurrezione, perché Cristo è risorto «primizia di quelli che dormono» (cfr. 1Cor 15,12-20; Rm 8,11; lTs 4,14). Dicendo risurrezione si intende redenzione della totalità del soggetto umano.
    Per questo «a nostra volta gemiamo in noi stessi, in attesa dell'adozione a figli, del riscatto del nostro corpo» (Rm 8,23). E tuttavia è certo che già «Dio ci ha salvati» (Tt 3,5), che ci ha risuscitati e fatti rivivere con Cristo (Ef 2,5-6) e ci salva dal giudizio futuro (Rm 5,9), in quanto ci ha sottratti alla servitù di Satana e ci riconcilia con sé in modo da formare un solo essere in Cristo (cfr. Gal 3,28). È ormai diventato usuale, nel gergo dei credenti, esprimere questa situazione paradossale e stimolante del cristiano con le espressioni «già» e «non ancora».
    Qui si innesta il dinamismo della speranza, fondamentale nell'esistenza cristiana secondo san Paolo. «La speranza poi non delude, perché l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo datoci in dono» (Rm 5,5; cfr. 8,16-18.31-39). Il capitolo 8 della lettera ai Romani dona alla speranza una dimensione corale e cosmica: «Or se lo Spirito di Colui che risuscitò Gesù da morte abita in voi, Colui che risuscitò da morte Cristo Gesù darà la vita anche ai vostri corpi mortali, in forza dello Spirito che abita in voi» (Rm 8,11). Anzi «l'attesa spasmodica delle cose create sta in aspettativa della manifestazione dei figli di Dio. Le cose create infatti furono sottoposte alla caducità... nella speranza che la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per ottenere la libertà della gloria dei figli di Dio» (Rm 8,19-21).
    Come si applica e giunge all'uomo l'opera redentrice di Cristo? In altri termini, come l'uomo può partecipare ai frutti della salvezza operata da Cristo? Tocchiamo qui uno dei punti centrali del pensiero di Paolo, per il quale ha sofferto e combattuto contro i giudaizzanti che imponevano la legge mosaica. Si attinge alle fonti della redenzione e della salvezza mediante la fede. Per questo il vocabolo pistis-pisteuein sta al vertice della nomenclatura paolina e la fede è al centro del suo vangelo. È per la fede, infatti, che l'uomo vive agli occhi di Dio (Rm 1,17).
    Il tema della fede riempie la lettera ai Galati e soprattutto quella ai Romani. La fede è la risposta personale dell'uomo all'iniziativa di Dio che ci viene incontro con la sua parola e i suoi interventi salvifici (Rm 10, 14s; Gai 1,1 ls). «Credere (pisteuein) significa accettare come reale e salvifico il fatto della risurrezione di Gesù (Rm 4,24-25; 10,9; 1Cor 12,3; 15,1-19; lTs 4,14; Fu 2,8-11), mentre il sostantivo «fede» kpistis) viene talvolta usato per indicare il contenuto della predicazione apostolica (Rm 10,8; Gai 1,23; Ef 4,5 ecc.). La salvezza viene dalla fede e non dalle opere della legge (Rm 3,20.28), ma la fede è attiva nell'amore e si espande in frutti di carità (Rm 8,14; iCor 6,9-11; Gai 5,25); nell'esordio della lettera ai Tessalonicesi Paolo ringrazia Dio per «l'operosità della loro fede» (lTs 1,3). Non è il risultato di una riflessione umana, ma è dono di Dio (Ef 2,8-9) ed è prodotta gratuitamente nell'uomo dallo Spirito Santo e dalla potenza di Dio (Rm 3,27; 4,2-5; 1Cor 12,3; 2Ts 2,13). Esistenzialmente è una consegna di sé a Cristo, che Dio ha risuscitato (Rm 10,9), mettendo tutto il proprio essere in relazione con Dio.
    Nell'itinerario verso la salvezza la fede si esprime nel battesimo, il quale diventa l'atto sensibile e significativo di accesso alla Chiesa. Congiunto alla fede, il battesimo fa partecipare alla morte e alla risurrezione di Gesù, immergendo, per così dire, il catecumeno nella morte di Cristo per renderlo partecipe di una vita nuova sul modello del Risorto (Rm 6,3-5; Col 2,12). È un bagno purificatore (Ef 5,26), un sigillo (2Cor 1,22; Ef 1,13; 4,30), un'illuminazione (Ef 5,8-14), una circoncisione nuova che soppianta l'antica (Col 2,11-13), un lavacro di rigenerazione (Tt 3,5). Esso è segno di unità dei credenti che sono chiamati a vivere la stessa vita di Cristo (Ef 4,5; Gal 3,27).
    Tra i mezzi dell'appropriazione personale della salvezza si deve ancora annoverare chiaramente per Paolo l'eucaristia: la prima lettera ai Corinti presenta la «cena del Signore» come «comunione» con il corpo e con il sangue di Cristo (1Cor 10,16) e come principio di unità della Chiesa: «Essendo uno solo il pane, noi siamo un corpo solo, sebbene in molti, poiché partecipiamo tutti dello stesso pane» (1Cor 10,17). Essa è il «calice della Nuova Alleanza» (1Cor 11,25) che sancisce la convocazione del nuovo popolo di Dio in cammino verso la patria celeste (cfr. 1Cor 10,3-4.11-12).
    Conseguenza della redenzione attuata da Cristo è una nuova antropologia. San Paolo non esita a dichiarare che chi entra nel raggio dell'azione salvatrice di Cristo mediante la fede diventa «una nuova creatura» (1Cor 5,17; Gal 6,15), ha rivestito Cristo (Gal 3,27), l'uomo nuovo (Ef 4,24; Col 3,10), acquisisce la filiazione adottiva (Gal 4,5; Rm 8,15.23; Ef 1,5) diventando così erede delle promesse della gloria messianica (Rm 8,17). Chi è «in Cristo» - e la formula «in Cristo» resta emblematica di tutto l'esistere cristiano con una forte densità di significato - riceve lo Spirito che gli dà la liberazione interiore dal peccato e dalle prescrizioni costringenti della legge (Rm 8,2-3; Gal 5,1).
    In virtù del battesimo il cristiano forma con i suoi fratelli un corpo solo che è, scrive l'Apostolo, il «corpo di Cristo» (1Cor 12,l2ss; 12,27), un corpo di cui Cristo è «capo» (Col 1,18; 2,19; Ef 4,15). «Tutti infatti siete figli di Dio in Cristo Gesù mediante la fede; infatti, quanti siete stati battezzati in Cristo, vi siete rivestiti di Cristo. Non esiste più giudeo né greco, non esiste schiavo né libero, non esiste uomo o donna: tutti voi siete una sola persona in Cristo Gesù. Se poi siete di Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 3,26-29). I credenti sono trasferiti così «nel regno del Figlio del suo amore» (Col 1,13; cfr. lTs 2,12) e hanno in prospettiva l'eredità del regno (Ef 5,5).
    Questo nuovo modo di essere dell'uomo si traduce spontaneamente in un nuovo modo di operare che scaturisce dalle radici dell'essere rinnovato. L'etica di san Paolo è tutta consequenziale alla nuova situazione ontologica del cristiano. Il cristiano deve vivere in maniera degna e conforme alla vocazione a cui è stato chiamato (Ef 4,1; Col 1,10; lTs 2,12). «Se viviamo in forza dello Spirito, camminiamo seguendo lo Spirito» (Gal 5,25). E «il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, longanimità, bontà, benevolenza, fiducia, mitezza, padronanza di sé» (Gal 5,22). La grande traiettoria etica in cui immette lo Spirito è la carità, un tema sul quale Paolo ha trovato accenti e indicazioni insuperate; basti pensare all'inno della carità di iCor 13. «Vivendo... la verità nell'amore, cresciamo sotto ogni aspetto in colui che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, reso compatto e unito tra tutte le articolazioni che alimentano ciascun membro secondo la propria funzione, riceve incremento, edificandosi nell'amore» (Ef 4,15-16).
    Insieme alla carità, la fede e la speranza formano la grande triade distintiva della vita cristiana che ne informa interiormente tutta l'attività (cfr. lTs 1,3; iCor 13,13; Rm 5,1-5), modificandone lo stile di azione e creando nuovi rapporti sociali tra padroni e schiavi (1Cor 7,21-23; Fm 16), tra marito e moglie, genitori e figli (Col 3,18; Ef 5,22ss), cittadini privati e istituzioni pubbliche (Rm 13,1-7; 12,18), imprimendo così alle comunità cristiane un ruolo profetico di prefigurazione di una nuova umanità e di un nuovo ordine di cose (cfr. Fil 2,15; Col 3,14-17).

    Paolo apostolo cosmopolita

    La redenzione e la salvezza vengono offerte agli uomini nella storia attraverso il ministero degli apostoli, «ministri di Cristo e dispensatori dei misteri di Dio» (iCor 4,1). La Chiesa è chiamata a comunicare a tutti gli uomini la «multiforme sapienza di Dio» (Ef 3,10). Nel disegno di Dio la salvezza è legata all'evangelizzazione (cfr. lTs 2,16) che si serve delle Scritture (Rm 16,25-26) per far nascere la fede in tutte le genti, ma l'evangelizzazione suppone l'attività dei missionari: «Chiunque avrà invocato il nome del Signore sarà salvato. Ma come avrebbero potuto invocare uno nel quale non credettero? Come avrebbero potuto credere in uno che non udirono? Come potrebbero avere udito senza uno che annuncia? Come avrebbero potuto annunciare se non fossero stati inviati?» (Rm 10,13-14).
    Quanto a Paolo, è assillato dall'urgenza di annunciare il vangelo: «Messo da parte per il vangelo di Dio» (Rm 1,1), posseduto e spinto dall'amore di Cristo (2Cor 5,14), ha creduto e perciò parla (2Cor 4,13); «necessità» lo spinge «e guai a me se non predico il vangelo» (1Cor 10,16).
    Non a caso, Paolo non si ferma mai. A imitazione del Cristo che aveva portato il suo messaggio nelle città e nei villaggi della Palestina, anche Paolo opta per un magistero itinerante che lo vede pellegrino del mondo in tutti i porti e le metropoli del Medioriente. Dai dati degli Atti e delle Lettere non ci è facile ricostruire con fedeltà i viaggi dell'Apostolo. Secondo la lettera ai Galati sono due, secondo gli Atti almeno tre. Se si comprende il viaggio in catene che da Cesarea lo porterà alla città dei Cesari (escludendo i probabili spostamenti avvenuti dopo la prigionia romana), i viaggi apostolici di Paolo sono quattro.
    In definitiva, la presenza dell'apostolo Paolo nella Chiesa è sempre stata stimolante e tale risulta fin dalle origini cristiane. Da allora Paolo continua la sua presenza dinamica nella comunità cristiana: senza di lui non sarebbe pensabile né la teologia né la storia stessa del cristianesimo.
    Per conoscerlo, si hanno a disposizione due tipi di fonti. Anzitutto le Lettere, nelle quali lui stesso dà notizie frammentarie di sé. Sette di esse (lTs; 1 e 2Cor; Gal; Rm; Fil; Fm), scritte personalmente da lui, riferiscono il timbro della sua voce. Di altre (2Ts, Ef, Col, 1 e 2Tm, Tt) la maggioranza dei critici è incline a ravvisare la mano di qualche discepolo, se non addirittura la pseudoepigrafia, secondo un' usanza in voga in quei secoli. Accanto alle lettere stanno gli Atti degli Apostoli, scritti da Luca, dove Paolo succede a Pietro nella funzione di protagonista a partire dal capitolo 13.
    Sulle base di queste fonti è abbastanza facile delineare il quadro generale della vita di Paolo. Nato verso gli inizi dell'èra cristiana, circa l'anno 35 d.C. si converte ed entra a far parte dei seguaci di Cristo; sale ripetutamente a Gerusalemme, dove incontra Pietro e partecipa al concilio degli apostoli; l'attività missionaria lo rende pellegrino in tutto l'arco del Mediterraneo orientale, con soste prolungate ad Antiochia di Siria, a Corinto, a Efeso e a Roma, dove muore martire sotto Nerone.
    Riesce difficile invece indicare cronologicamente gli episodi della vita dell'apostolo, i suoi viaggi e la sua stessa morte, che viene collocata da alcuni verso gli inizi dell'impero di Nerone (60 d.C.), da altri verso la fine (64 o 67 d.C.). Il punto di riferimento più sicuro e importante per la biografia di Paolo è 1 iscrizione di Delfi, da cui risulta che il proconsole romano Gallione nel 50-51 (o al più tardi nel 51-52) risiedeva a Corinto. Ora, secondo Atti 18, l2ss, Paolo incontrò Gallione a Corinto, non si può dire se all'inizio o alla fine del proconsolato. In ogni caso si può dire che verso l'anno 50 Paolo era a Corinto. A partire da questa data si lavora per ordinare cronologicamente la sua biografia.
    Paolo è stato definito da A. Deissmann «un cosmopolita»; in realtà si incrociano nella sua persona e nella sua opera tre mondi e tre culture: ebreo per nascita e per religione, si esprime nella lingua e nelle forme dell'ellenismo, ed è un cittadino romano.


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