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    L'etica neotestamentaria:

    uomini nuovi in Cristo

    Giannino Piana


    L’esperienza morale trova nel Nuovo Testamento il suo pieno significato nell'orizzonte della fede come adesione alla persona di Gesù e alla buona notizia del regno. I testi neotestamentari non hanno come obiettivo primario quello di formulare una dottrina etica. Loro compito è piuttosto quello di descrivere il farsi storico della salvezza, che ha raggiunto il suo definitivo compimento nella vicenda di Gesù di Nazaret.
    D'altra parte, l'impatto con questo avvenimento provoca nel discepolo la necessità di un radicale cambiamento degli stili di vita. Ha così origine il formarsi di un ethos concreto, che è il risultato dell'incontro tra la visione complessiva della realtà fornita dalla fede e il contesto storico entro il quale l'uomo è chiamato a vivere. Per cogliere lo strutturarsi ditale ethos, nel quale si mescolano principi di carattere generale e precise indicazioni normative, è necessario risalire alla concezione dell'uomo che si fa strada in tutto il Nuovo Testamento e che ha la sua espressione compiuta nella persona stessa di Gesù.
    La morale neotestamentaria si colloca nel solco della visione religiosa della vita tracciata dall'Antico Testamento, al cui centro campeggia la categoria di alleanza. Con essa s'intende porre l'accento soprattutto sul carattere dialogico dell'esistenza umana ed evidenziare, nello stesso tempo, il primato di Dio e della sua grazia.
    L'alleanza presuppone anzitutto una concezione dell'uomo come «immagine di Dio» (Gn 1,26), cioè quale essere relazionale destinato a diventare il partner del Creatore nel mondo. Ma essa esige soprattutto - dopo il peccato - l'intervento gratuito del Signore, volto a ristabilire la comunione con l'uomo.
    Il patto sinaitico (Es 19,24) riveste questo significato. Tra Jhwh e il popolo s'istituisce una relazione di mutua appartenenza fondata sul dono, che comporta tuttavia, per essere conservata e alimentata, la fedeltà dell'uomo alla legge, in quanto espressione della volontà divina.
    Questa visione dell'uomo e della vita morale riceve il suo suggello nel Nuovo Testamento. L'evento-persona di Gesù di Nazaret è infatti la realizzazione piena dell'alleanza. Egli è insieme chiamata di Dio e risposta dell'uomo. in lui, Dio ha detto sì in modo definitivo all'uomo e l'uomo ha dato il suo definitivo assenso al progetto di Dio. In questo senso Cristo è la perfetta «immagine del Dio invisibile» (cfr. 0v 1,1-18; 2Cor 4,4; Col 1,15-18; Eb 1,3), è colui che ha riconciliato nella sua persona Dio e l'uomo, restituendo loro la possibilità di una totale comunicazione. In Cristo ha pertanto origine l'uomo nuovo, partecipe della natura divina e chiamato a vivere nella comunione con il Padre.
    L'azione di Cristo mediante la quale si opera tale trasformazione è, di volta in volta, indicata con i termini rinascita, rigenerazione, ricreazione. Essa dà luogo a un radicale rinnovamento interiore dell'uomo, che lo fa essere «nuova creatura», abitata dalla forza dello Spirito e dalla stessa comunione trinitaria.
    L'esistenza cristiana è dunque, secondo l'espressione pregnante di Paolo, via «in Cristo», sottoposta cioè alla sovranità del Cristo crocifisso e risorto (1Cor 15,22). Essa non sta più sotto il segno del destino determinato dalla disobbedienza di Adamo, non è più sottomessa al peccato, alla legge e alla morte, ma è contrassegnata dalla libertà dei figli di Dio (Gal 5,13), che la sospinge verso il compimento della giustizia divina (1Cor 6,9-11). Se uno è in Cristo, è una creatura nuova (2Cor 5,17), così che non è più il suo vecchio io che vive, ma è Cristo come suo Signore che vive in lui (Gal 2,2).
    L'alleanza, che si è definitivamente attuata nella persona di Gesù, esige un inserimento costante dell'uomo nel dinamismo della vita in Cristo. La risposta dell'uomo è data anzitutto dalla fede, che diviene così il primo e il più fondamentale atto etico, come accoglienza del dono divino e impegno a fare la sua volontà, a obbedire cioè al suo piano di salvezza. Si tratta di camminare «nel Signore» o «nello Spirito», lasciandosi guidare dalla forza interiore che sospinge a vivere in modo degno della chiamata ricevuta (Ef 4,1) e a diventare figli della luce (Ef 5,8).
    La vita morale del cristiano non ha dunque anzitutto il suo fondamento nel messaggio di Gesù, ma nella sua persona. La partecipazione ai misteri della sua vita - in particolare a quello pasquale - impegna il credente a esplicitarne la logica interiore nell'esistenza quotidiana. La comunione dell'uomo con Dio ha infatti la sua sorgente e il suo modello in Cristo, nel quale Dio e l'uomo si sono definitivamente rappacificati.

    Chiamati alla conversione

    La predicazione di Gesù non fa che confermare la verità di questo assunto. Al centro di essa vi è l'annuncio della prossima venuta del regno di Dio, e dunque l'invito alla conversione: «Il regno di Dio è giunto, convertitevi» (Mc 1,15). Le parabole del regno (Mc 4,1-34; Mt 13,1-50; Lc 8,4-15; 13,18-21) illustrano questa venuta non come un processo che si svolge naturalmente all'interno della storia, ma come un'azione dall'alto, i cui segni divengono percepibili a chi ha occhi per vedere e orecchi per sentire: «Se io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque arrivato per voi il regno di Dio» (Lc 11,20; Mt 12,28). Le promesse profetiche si stanno adempiendo (Is 35,5; cfr. Mt 11,5): i miracoli e le guarigioni indicano con chiarezza l'instaurarsi della sovranità di Dio sulla storia degli uomini.
    L'avvento del regno di Dio nella persona e nell'azione di Gesù comporta una decisione radicale di accettazione o di rifiuto. È come dire che due soli atteggiamenti diventano possibili: la conversione nella fede per coloro che accolgono il «mistero» del regno e lo scandalo per quanti fanno appello a una logica esclusivamente mondana (Mt 11,5s; 13,53-58; 26,31-33). In questo senso Gesù diviene «segno di contraddizione»: salvezza per chi crede e follia per chi non crede (iCor 1,23). La misericordia di Dio, che si manifesta soprattutto nei confronti dei poveri e dei peccatori (Lc 5,31-32; 7,36-50; 13,2-5; 15,1-10), esige l'accoglienza, nella fede, della salvezza, e l'impegno a fare proprie le istanze del regno, aprendosi alla volontà del Padre con la semplicità dei fanciulli (Lc 10,21; 18,1).
    Il richiamo di Gesù alla conversione è la naturale conseguenza dell'annuncio imminente del regno. Essa non implica semplicemente un mutamento di pensiero, ma un cambiamento radicale di direzione del proprio cammino, un orientamento nuovo secondo il quale vivere nei diversi ambiti dell'esperienza quotidiana. Le parabole del tesoro nascosto nel campo e della perla preziosa (Mt 13,44-46) mostrano che si tratta di un pentimento gioioso, che deve tuttavia essere caratterizzato da grande risolutezza: la rinuncia a tutto è infatti motivata dalla consapevolezza della conquista di ciò che unicamente è degno di essere ricercato.
    La necessità della conversione nasce dalla constatazione dello stato di impotenza e di morte in cui l'uomo versa (Ef 2,1-6) e dalla contemporanea percezione dell'azione liberatrice di Cristo e del suo mistero pasquale, mediante il quale s'instaura nel mondo un ordine nuovo (2Pt 3,13). Fede e azione sacra-mentale - si pensi soprattutto al battesimo - sono le strade attraverso le quali si determina il passaggio dalla morte alla vita, dall'uomo vecchio all'uomo nuovo, impegnato a costruire il mondo secondo il progetto di Dio (Col 3,1-4).
    La vita morale del cristiano è dunque sequela di Gesù, nel senso di inserimento nei misteri della sua esistenza e, conseguentemente, di imitazione dei suoi atteggiamenti e comportamenti. L'indicativo di salvezza - sei in Cristo una nuova creazione - si trasforma in imperativo di salvezza: cammina in novità di vita.
    La conversione è apertura costante al futuro del regno. L'esistenza cristiana assume così i connotati di vita escatologica. Essa è contrassegnata dalla costante attenzione al presente, in cui accogliere il regno, e dalla proiezione verso il futuro nell'attesa del suo eterno e definitivo compimento.

    Il comandamento dell'amore

    Il contenuto decisivo dell'impegno morale del cristiano, chiamato a tendere verso la perfezione del Padre, è riassunto nel Nuovo Testamento nel comandamento dell'amore. La carità è la grande categoria nella quale Gesù compendia tutte le esigenze morali dell'uomo nuovo.
    I due grandi precetti dell'amore di Dio e del prossimo erano già presenti anche nell'antica legge di Israele (Dt 6,5; Lv 19,18). La novità portata da Gesù consiste tuttavia in una nuova interpretazione che a essi viene data. Gesù evidenzia infatti anzitutto la stretta interdipendenza che deve caratterizzare la loro concreta attuazione: amore di Dio e amore del prossimo sono tra loro indissolubilmente uniti e si richiamano reciprocamente. L'amore di Dio deve incarnarsi nell'amore del prossimo (Gv 15,12s; 13,34), mentre, a sua volta, l'amore del prossimo ha la sua radice ultima nell'amore di Dio (lGv 4,10.11.19). Questa unità non significa ovviamente confusione. L'amore di Dio non si risolve affatto nell'amore del prossimo: esige l'umile riconoscimento della sua maestà e l'attitudine di riconoscenza e di lode. Ma proprio tale riconoscimento e tale attitudine rinviano alla doverosa attenzione verso i fratelli, in quanto Dio stesso vuole essere onorato mediante il servizio che l'uno rende all'altro nell'amore (Gal 5,13).
    In secondo luogo, Gesù fa opera di unificazione della legge, mediante la riconduzione di tutta la legge a un' unica e fondamentale esigenza: quella dell'amore (Mt 22,35-40; Rm 13,8-10). Nelle parole di Gesù, trovano così risposta le dispute giudaiche circa il principale comandamento: il duplice comandamento dell'amore viene posto in risalto come il più alto e il più grande (Mc 12,28-32; Mt 22,38), come quello da cui «dipende tutta la legge e i profeti» (Mt 22,40). La carità diviene così l'unica direttiva determinante della vita cristiana; il comandamento a partire dal quale l'intera vita morale acquista il suo significato; in definitiva, il criterio di giudizio ultimo e decisivo del comportamento umano.
    Infine, Gesù estende in senso universalistico il precetto dell'amore, includendo in esso anche i nemici, cioè ogni uomo in quanto essere creato a «immagine di Dio» e fatto oggetto dell'amore misericordioso del Padre. La forza dell'amore non è passibile di alcun limite: essa va applicata in senso universale, senza porre condizioni o ricercare presupposti. In quanto espressione della carità di Dio, che ama in modo assolutamente gratuito, senza attesa di contropartita, l'amore cristiano è chiamato a rispondere alle inimicizie col beneficare e ai maltrattamenti intercedendo davanti a Dio: «Infine, siate tutti unanimi, comprensivi, amanti dei fratelli, ben disposti, umili, senza rendere male per male e offesa per offesa, anzi, al contrario benedicendo, proprio perché a questo foste chiamati, a ereditare la benedizione divina» (1Pt 3,8-9; cfr. anche Lc 6,27s; Mt 5,43-45; Rm 12,l4ss).
    La ragione profonda di questo radicale rinnovamento d'impostazione va ricercata, in ultima analisi, nella rivelazione piena del mistero di Dio, quale si realizza nella persona di Gesù. L'amore di Dio, che si è manifestato nel corso dell'intera storia della salvezza con caratteri di assoluta gratuità e di fedeltà radicale, diviene in Cristo condivisione piena della condizione umana fino al dono totale di sé. Appare in tal modo dispiegata la natura del Dio di Gesù Cristo, che è per definizione carità (lGv 4,7; 8,16), in quanto egli vive in comunione di persone - il Padre, il Figlio e lo Spirito - le quali sussistono nel loro reciproco donarsi.
    Vita religiosa e vita morale risultano pertanto profondamente unificate. Il vero culto è anzitutto il culto spirituale, che deve estrinsecarsi nell'amore del fratello (Gc 1,27). La centralità del precetto dell'amore non esclude ovviamente l'adesione agli altri valori; la carità è amore concreto, che prende forma nelle diverse situazioni dell'esistenza.
    Ma la carità è più grande ditali valori. Essa non implica infatti soltanto il «dare qualcosa» ma il «dare se stessi» (1Cor 13). In quanto risposta di amore all'amore che viene da Dio e che è riversato nel cuore dell'uomo, essa è la forma costitutiva dell'intero agire morale cristiano. La donazione totale di sé a Dio e ai fratelli deve tradursi in atti di culto al Padre e di servizio al prossimo.
    Tuttavia il significato ditali atti va, in definitiva, rintracciato nella carità che li connota, nella capacità di esternare attraverso di essi l'intenzionalità di amore che anima la vita del cristiano e che lo conduce a dare se stesso nella continua ricerca della comunione con Dio e con gli uomini.

    Il discorso della montagna

    A quali concreti parametri deve allora conformarsi l'agire del cristiano nei vari contesti della vita? La risposta a questo interrogativo è contenuta nel discorso della montagna, che è stato giustamente definito il programma morale dell'uomo nuovo (Mt 5-7). Gesù assume qui il ruolo di nuovo legislatore, il cui compito non è quello di abrogare la legge mosaica, ma di condurla a compimento, di illuminarne la pienezza di significato (Mt 5,17-18).
    L'esigenza cui Gesù fa appello è la conversione dell'uomo a una giustizia superiore a quella puramente esteriore e formalistica. Si tratta della giustizia del regno, che non è mera giustizia del diritto, ma dell'amore, la sola capace di trasformare i discepoli in «luce» del mondo e in «sale» della terra (Mt 5,13-20). È come dire che il senso pieno della legge si realizza soltanto nel superamento della pura lettera, reso possibile dal conformarsi alla giustizia di Dio.
    Le beatitudini descrivono, in termini esemplificativi, l'orientamento nuovo che la vita del credente deve assumere nell'orizzonte dell'annuncio del regno. La logica mondana è radicalmente capovolta. L'essere «beati» è anzitutto grazia, dono di Dio. Ma tale dono esige, per essere accolto, la creazione da parte dell'uomo di condizioni particolari, l'assunzione cioè di atteggiamenti e di comportamenti controcorrente, quali la povertà, la mitezza, la sete di giustizia, la purità di cuore, la ricerca della pace. Si tratta di attitudini che è possibile coltivare solo da parte di chi aderisce alla verità del regno, ma che insieme rinviano all'impegno umano; esigono, in altri termini, la libera risposta dell'uomo all'appello del Signore.
    Il dono di Dio chiama infatti sempre in causa la responsabilità umana; sollecita il sì generoso dell'uomo alla chiamata di Dio. Il carattere escatologico-profetico delle beatitudini evangeliche emerge con evidenza dalla proiezione nel futuro del compimento della promessa (possederanno la terra, saranno chiamati figli di Dio ecc.). Il «già» e il «non ancora» del regno implicano l'attenzione al presente e la tensione verso il futuro assoluto, verso la venuta definitiva del Signore.
    Analogo discorso è possibile fare a proposito dei «ma io vi dico» di Gesù. Le antitesi indicano chiaramente il perfezionamento della legge mosaica, la legge dei comandamenti. Ma questo non significa totale contrapposizione, bensì assunzione dei contenuti della legge - espressi peraltro in termini prevalentemente negativi - in una prospettiva nuova e più ampia. L'opera di Gesù consiste infatti nella radicalizzazione delle istanze della legge, in quanto esse vengono condotte alle loro estreme conseguenze, e insieme nella loro interiorizzazione, in quanto ciò che viene richiesto al cristiano non e soltanto l'adeguamento ad esse dei comportamenti esterni, ma soprattutto delle intenzioni e degli atteggiamenti interiori. Gesù non si accontenta di condannare le opere malvagie, intende condannare il cuore malvagio. Egli pone dunque l'accento sull'esigenza di una mutazione interiore, di una totale trasformazione del modo di essere e di agire dell'uomo.
    È molto importante sottolineare come le nuove prospettive di vita indicate da Gesù non si indirizzino soltanto a un'élite di credenti ma a tutti coloro che intendono diventare suoi discepoli. La chiamata alla perfezione, cioè a vivere in pienezza la sequela di Gesù, è rivolta indistintamente a tutti i credenti.
    Nasce di qui la necessità di superare la distinzione, che si è fatta purtroppo strada nella Chiesa in un certo periodo storico, tra norma e consiglio. Il discorso della montagna riveste un carattere normativo; è infatti il criterio decisivo in base al quale il cristiano deve operare le proprie scelte nei vari ambiti della vita. Gesù, riferendosi a Mosè, si propone come nuovo legislatore, come il promulgatore di una nuova legge, la legge del regno. Il nuovo ordinamento non presenta gli stessi connotati dell'antico. Mentre infatti le norme del decalogo hanno un taglio precettistico, e proprio per questo si presentano come norme chiuse formulate in negativo, le indicazioni del discorso della montagna sono norme di perfezione.
    Esse aprono una strada, segnano un cammino da percorrere nella direzione di una meta che non può mai essere totalmente raggiunta. Sono appunto norme escatologicoprofetiche, che stimolano l'uomo a prendere consapevolezza della propria condizione di limite e di peccato e lo sospingono sulla via di una continua conversione al progetto di Dio. L'ideale cui il credente è chiamato è la stessa perfezione del Padre: «Voi dunque sarete perfetti, come perfetto è il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5,48).
    Il confronto con tale ideale ha come funzione essenziale quella di sospingere chi si pone alla sequela di Gesù ad andare costantemente «oltre»; a non sentirsi mai definitivamente appagato dei risultati conseguiti, ma a vivere, in modo sempre nuovo e sempre più intenso, la propria donazione a Dio e ai fratelli. La vita cristiana e un incessante ricerca e una costante oblazione. Il discepolo di Gesù è colui che sa di non poter vivere nella sicurezza della casa, ma nella provvisorie
    tà della tenda; di dover cioè riconoscere il limite di ogni sforzo umano e l'esigenza di protendersi incessantemente in avanti, verso la pienezza di una comunione che ha la possibilità di essere raggiunta solo nell'incontro definitivo con il Signore.
    Non è superfluo rilevare come gli imperativi del discorso della montagna non vanno letti come istanze meramente interiori e neppure come indicazioni riguardanti soltanto la vita privata, cioè le relazioni intersoggettive. Questi imperativi coinvolgono l'intera esistenza dell'uomo e reclamano una traduzione concreta in comportamenti che concernono sia la vita personale che sociale. I credenti e le comunità cristiane, se intendono rendere ragione della speranza che è in loro (cfr. 1Pt 3,15), devono dare testimonianza di una presenza nella storia nel segno della fedeltà alla logica evangelica.
    La privatizzazione delle beatitudini, conseguenza di una lettura individualistica della fede, ha prodotto stati di dissociazione e di schizofrenia nel mondo dei credenti. Chi abbraccia in tutta la sua radicalità il messaggio evangelico deve renderne viva e trasparente l'efficacia anche nella vita pubblica, non attraverso la rivendicazione di spazi separati o la costruzione di una soggettività alternativa, ma nella prospettiva del fermento e nell'ottica del servizio.
    La «novità» della morale cristiana viene infatti resa evidente nella storia mediante la concreta visibilizzazione di stili di vita e di modelli di comportamento, che lasciano intravedere la possibilità di un nuovo modo di vivere le relazioni tra gli uomini. L'esistenza quotidiana del cristiano, radicalmente segnata dalla logica pasquale di morte e di risurrezione, deve concretarsi nell'assunzione di un nuovo ethos, connotato dal morire a se stessi e al proprio egoismo per accogliere il modello di esistenza di Gesù e disporsi a perdere la propria vita con la consapevolezza che soltanto perdendola la si ritrova.
    Ma la possibilità di realizzare questo progetto impegnativo è legata al riconoscimento della novità di vita partecipata all'uomo in Gesù di Nazaret. L'esistenza cristiana trova le sue radici nell'amore comunicato all'uomo mediante quell'evento. Il messaggio morale del Nuovo Testamento riceve il suo senso ultimo nel riferimento alla persona di Gesù, e perciò nella comunione che il credente stabilisce con lui nella fede, grazie al dono dello Spirito.


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