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    Maria Vergine:

    donna, madre,

    discepola e sorella

    Aristide Serra


    Maria di Nazaret è «la Donna-Madre di Gesù». Questa èla testimonianza prima e basilare che tutta la Sacra Scrittura rende alla Madonna. Lo attesta il passo mariano più antico del Nuovo Testamento, che è la lettera di Paolo ai Galati, scritta attorno agli anni 56-57 d.C. Scrive l'apostolo: «Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio inviò il Figlio suo, nato da una donna, sottomesso alla legge...» (Gal 4,4).
    Parlando di «pienezza del tempo», Paolo accenna a tutta la storia dell'Antico Testamento che ha preparato la venuta del Messia Cristo. È una storia plurisecolare, che parte da Abramo e raggiunge la sua maturazione in Cristo Gesù. Ebbene: al termine di questa lunga veglia preparatoria, ecco spuntare all'orizzonte la figura di Maria. Lei è «la Donna» scelta da Dio per diventare «Madre» del Figlio suo divino, all'interno del popolo di Israele, un popolo che si reggeva secondo gli ordinamenti della «legge» di Mosè.
    Questa solenne dichiarazione dell'Apostolo - vero nucleo germinale di tutta la mariologia - potrebbe essere riletta con la sensibilità odierna verso la questione femminile, sollecitata anche dall'esortazione apostolica Mulieris dignitatem di Giovanni Paolo 11(15 agosto 1988).
    Potremmo affermare, allora, che Maria di Nazaret prima fu «donna» e poi fu «madre». Voglio dire: prima ancora che Dio le proponesse il «ruolo» di madre, ella aveva realizzato la propria dignità di «persona» e di «donna».
    La sua fisionomia umano-femminile era caratterizzata dalla «fede» nel Dio dell'alleanza, il Dio di Israele. Educata in questa fede del suo popolo, Maria accettò di essere madre del Messia, e nella stessa perseverò e crebbe lungo le varie fasi della sua missione materna. Mossi da questa preoccupazione, rivisitiamo alcune sequenze evangeliche relative alla Madre di Gesù. Tutti le conosciamo. Alquanto nuova vorrebbe essere la maniera di ripensarle.

    Dall'Annunciazione alla vita pubblica: i perché di Maria

    Il brano dell'Annunciazione (Lc 1,26-38) mostra che Maria accetta in maniera cosciente e responsabile la sua maternità. Dio, mediante l'angelo Gabriele, le rivela qual è il compito cui egli la chiama: partorire un figlio, Gesù, che sarà il re messianico d'Israele. Nel silenzio sommesso dei suoi disegni, Dio andava preparando Maria e Giuseppe a essere servi di un progetto che resterà unico e irripetibile, l'Incarnazione del Verbo divino. È quindi naturale che Maria chieda luce su questa antinomia: come potrà conciliare la maternità con la sua inclinazione alla verginità? A questo punto l'angelo scioglie l'enigma. A rendere feconda Maria non sarà la potenza generatrice di un uomo, bensì la potenza stessa di Dio: «Lo Spirito Santo scenderà sopra dite...» (Lc 1,35). Illuminata da questa risposta arcana, ma decisiva, Maria esprime il proprio consenso in termini di gioiosa accettazione: «Ecco la serva del Signore; si faccia di me come hai detto tu» (Lc 1,38).
    Sorprende, nella scena dell'Annunciazione, il comportamento libero e consapevole di cui dà prova Maria. Se Dio la interpella mediante l'angelo, anche lei entra in dialogo col suo Dio. Tre volte interviene l'angelo: «Salve, piena di grazia... Non temere... Lo Spirito Santo scenderà sopra dite...» (Lc 1,28.30.35). E per tre volte Maria risponde. Sulle prime resta turbata, chiedendosi che senso abbia mai il saluto dell'angelo (v. 29). Poi formula un'obiezione (Lc 1,34: «Come avverrà questo?»), non per contrastare l'iniziativa divina, ma per meglio comprendere il modo con il quale dovrà collaborare al disegno del Signore: è mai possibile conciliare maternità e verginità? Infine, dopo la rivelazione suprema dell'angelo circa l'intervento dello Spirito Santo, ella pronuncia il suo fiat, il suo «si».
    Tale è lo stile della fede di Maria, uno stile ereditato dal suo popolo. Dio, infatti, chiedeva a Israele: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, con tutta la forza» (Dt 6,5), ossia mettendo in opera tutte le risorse della propria persona. Già al monte Sinai Dio aveva proposto la sua alleanza a Israele, parlando attraverso Mosè. E dopo che Mosè ebbe istruito debitamente i suoi fratelli e sorelle sul contenuto del progetto di Dio, il popolo dichiarò unanime: «Tutto quello che il Signore ha detto, noi lo faremo» (cfr. Es 19,3-8).
    A Nazaret, nuovo monte Sinai, Dio propone la nuova alleanza con la stessa metodologia. Per mezzo del suo angelo, scende a colloquio con Maria, «figlia di Sion», cioè in quanto rappresentante del popolo d'Israele. E solo dopo aver ricevuto il chiarimento essenziale sull'offerta di Dio, Maria si dichiara disponibile a servire quel disegno. Pertanto dal fiat di Israele al Sinai passiamo al fiat di Maria a Nazaret. Dall'uno all'altro flat trascorrono secoli. Resta però immutata la dinamica di fede. La stessa dignità della donna è qui lumeggiata e rivendicata con evidenza solare. Rabbi Eliezer, un autorevole maestro ebreo del I secolo d.C., insegnava: «Non c'è sapienza nella donna se non nel fuso... Siano bruciate le parole della Torah piuttosto che insegnarle alle donne!» (Talmud di Gerusalemme, Sotah 3,4; Numeri Rabbah 9,48 a 5,27). Dio, invece, convoca proprio una donna, Maria di Nazaret, per dare corso all'evento supremo delle vicende umane. L'Annunciazione - è stato detto - è il punto più alto del femminismo nella storia.
    I vangeli non suffragano l'idea che la Vergine conoscesse tutto e sempre, fin dal seno materno; che godesse, insomma, la cosiddetta scienza infusa. So bene che tale persuasione muove da questa premessa: l'ignoranza (cioè il non sapere, il non conoscere) è frutto del peccato originale; e Maria, essendo Immacolata, fu immune dal peccato originale; quindi ella era esente da ogni tipo di oscurità conoscitiva o nescienza. Ma i vangeli - occorre ribadirlo con forza! - non sottoscrivono affatto questa pseudo-teologia.
    Ritorniamo un istante sull'episodio dell'Annunciazione. Luca non esita a scrivere che Maria rimase turbata al saluto dell'angelo e andava chiedendosi che senso potessero avere le sue parole (Lc 1,29). Presentando poi il bambino al tempio, Maria e Giuseppe si meravigliavano delle cose che il profeta Simeone diceva di lui (Lc 2,33).
    Colpisce, in particolare, la scena del ritrovamento di Gesù dodicenne al tempio (Lc 2,41-52). Maria e Giuseppe, dopo aver compiuto il pellegrinaggio pasquale da Nazaret a Gerusalemme, sulla via del ritorno si accorgono che Gesù non ècon loro. Lo hanno smarrito. Si mettono pertanto a cercarlo, prima nella carovana tra i parenti e i conoscenti, e poi tornando indietro a Gerusalemme (soprattutto papà e mamme, ai quali è stato sequestrato un figlio, possono misurare il dramma provato anche dai genitori di Gesù!). Dopo tre giorni, lo ritrovano nel tempio mentre sta ascoltando e interrogando i maestri della legge. La madre gli rivolge allora un amorevole lamento: «Figlio, perché hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, addolorati, ti cercavamo!» (Lc 2,48).
    Dunque: nel colmo della pena, Maria chiede un «perché» a suo Figlio (quante volte, nell'ora oscura della sofferenza, anche sulle nostre labbra affiora lo stesso interrogativo?). E questo fa capire che tra Maria e Gesù c'era, in quel momento, una divergenza di vedute. Secondo lei, la madre, il Figlio avrebbe dovuto comportarsi diversamente. Perdipiù, egli dà una risposta enigmatica: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io mi devo occupare di quanto riguarda il Padre mio?» (Lc 2,49). Maria e Giuseppe non comprendono, soggiunge l'evangelista (Lc 2,50). Solo questo poterono intuire: ora che Gesù è dodicenne (per gli ebrei di quel tempo era questo l'anno iniziale della maggiore età), comincia a rivendicare la propria autonomia.
    Quando si tratta di compiere la volontà del Padre celeste, egli prende le distanze anche dai suoi genitori terreni. Come per ogni genitore di questo mondo, anche per Maria e Giuseppe era venuto il giorno in cui 5 accorsero che il Figlio diventava più grande di loro; non arrivano più a capire del tutto il loro ragazzo. Nonostante questo, Maria non si chiude a una comprensione più profonda di suo Figlio. Infatti si raccoglie in un silenzio riverente e meditativo, poiché «conservava tutte queste cose in cuor suo» (Lc 2,51).

    In ascolto della Parola

    Anni più tardi viene l'ora in cui Gesù, ormai trentenne, lascia l'ambiente familiare per iniziare il suo ministero pubblico. E siamo alle prese con nuovi imprevisti. Quel giovane profeta di Nazaret pronuncia parole scomode, prende posizione di fronte a scribi e farisei (Mc 1,22; 2,6-7.15-28); osa addirittura mettersi in alternativa con l'autorità di Mosè: «Avete inteso che fu detto... Ma io vi dico...» (Mt 5,21.27. 31.33.38.43...). E il risultato è che le autorità religiose di allora «tennero consiglio con gli erodiani contro di lui per vedere come farlo perire» (Mc 3,6).
    Il contraccolpo ebbe le sue ripercussioni anche tra i familiari. Infatti - attesta ancora Marco (3,21.31) - «udito ciò, i suoi [cioè i parenti, inclusa la madre] vennero per impadronirsi di lui, poiché dicevano: "È fuori di sé"». In altre parole: nell'ambito della sua parentela, Gesù destò preoccupazioni e timori assai comprensibili. Egli sembrava «fuori di sé» in quanto (a loro modo di vedere) esagerava nella maniera di esercitare la sua missione di profeta predicatore, passava i limiti della moderazione, non si curava di prendere cibo (cfr. Mc 3,20), e soprattutto non sembrava dar peso eccessivo al fatto che la spada già pendeva sul suo capo (cfr. Mc 3,6). Perciò quelli di casa sua lo raggiungono quasi per indurlo a più miti consigli...
    E Gesù, invece, per tutta risposta fa loro capire che proprio quel modo di applicarsi alla sua missione è conforme al disegno del Padre. Pertanto i suoi familiari secondo la carne, non esclusa la madre, devono uscire da se stessi, devono rinunciare alle proprie vedute (peraltro umanissime!) e accettare le sue parole e i suoi gesti, per quanto paradossali e sconcertanti possano sembrare. A questa condizione giungeranno a realizzare una parentela più profonda nei suoi confronti: «Chi compie la volontà di Dio, questi è mio fratello, mia sorella e mia madre» (cfr. Mc 3,31-35).
    Maria, effettivamente, si inoltrò per questi sentieri. Dopo aver portato Gesù in grembo come madre fisica, lo portò nel cuore, accogliendo la sua Parola (Lc 8,19-21; 11,27-28). Pertanto da «madre» si convertì in «discepola» del Figlio, fedele sino alla croce. E noi la sentiamo maggiormente «sorella», compartecipe di un medesimo cammino di fede.
    In effetti, ogni credente è sfiorato dall'impressione che Cristo «esageri» nelle sue richieste. Il vangelo sembra «passare la misura». Ha senso parlare di perdono senza condizioni e senza contagocce? È possibile pregare per i nemici e porgere la guancia sinistra a chi ti percuote sulla destra? È sostenibile un matrimonio indefettibile per tutta una vita? E quando la mischia ferve, non sarebbe più «prudente» per la Chiesa restarsene neutrale anziché salire in croce? Qui siamo al bivio. O percorrere lealmente la via maestra della fede, o ridurre la pratica cristiana a una sorta di «vangelo secondo Pierino» (vedi, ad esempio, le sette che prendono la scorciatoia facendo sconti generosi sui rigori della Parola di Cristo).
    Qui ci dà appuntamento la Madre di Gesù: lei, che conservava gelosamente nel cuore «tutte» le parole del Figlio, anche quelle non capite sul momento. Sarà, questa, un'occasione gioiosa per ridisegnare alcuni lineamenti di Maria. Ponendoci in ascolto delle voci del nostro tempo e con l'occhio fisso alle Sacre Scritture, dovremo dimettere quegli stereotipi oleografici che fanno di lei - avvertiva il papa Paolo VI - una «donna passivamente remissiva e di una religiosità alienante» (Marialis cultus, n. 37). Riequilibrando il coro delle voci al maschile e al femminile, la Chiesa tutta farà risuonare su régistri più ricchi l'armonia che lo Spirito Santo, divino artefice, ha racchiuso nella santa Vergine. E ancora una volta - ne sono certo - la Bibbia si rivelerà come l'alleata più sicura del culto mariano.


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