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    Venerdì santo

    Volgeranno lo sguardo

    a Colui

    che hanno trafitto

    Bruno Maggioni

    crocifisso-.arezzo

    Is 52,13-53,12 • Eb 4,14-16; 5,7-9 • Gv 18,1-19,42

    Venerdì santo non è «semplicemente» il ricordo del tragico e doloroso evento della crocifissione, ma è e deve rimanere memoria di una morte che è pasquale, di una passione che è «beata». Il racconto della passione del Vangelo di Giovanni, senza venir meno alla dimensione storica e realistica, interpreta i fatti proprio alla luce di questa idea fondamentale: il crocifisso è il vero vincitore. Il Cristo regna dalla croce. È proprio attorno a questa convinzione di fede che sfida le apparenze sensibili, che l'evangelista racconta le ultime ore della vita di Gesù.
    La passione di Gesù è la reazione del mondo alle sue parole, un netto rifiuto, ma è nel contempo la smentita dell'illusione del mondo: colui che il mondo rifiuta è il trionfatore. La passione prefigura e inizia la condanna di Gesù da parte del mondo, ma in realtà è il momento in cui avviene la sconfitta del mondo. Agli occhi degli uomini tutto sembra irrimediabilmente perduto – il momento della massima debolezza – eppure è il cammino glorioso verso il Padre.
    Nell'ampia scena del processo (cf. 18,33-38) Gesù è giudicato dagli uomini, ma in realtà è lui stesso che giudica il suo popolo ponendolo di fronte all'alternativa di obbedire o rifiutare. L'evangelista vede realizzarsi nella croce di Gesù il giudizio definitivo, salvezza per i discepoli e condanna per il mondo. «È compiuto!» esclama Gesù crocifisso (19,30). Il verbo, che ricorre tre volte, suggerisce l'idea di un percorso che ha raggiunto il suo vertice. Compiuta è l'obbedienza di Gesù, compiuta è la Scrittura, compiuta è l'alleanza di Dio con l'uomo: oltre non si può andare.
    Vale la pena sottolineare come ai piedi della croce anche gli avversari riconoscono che Gesù è vissuto consegnandosi al Padre: «Ha confidato in Dio, lo liberi lui, ora, se gli vuol bene» (Mt 27,43). Se Gesù è morto «fidandosi» di Dio – anche in un momento in cui tutto parlava di abbandono – è perché ha vissuto fidandosi di lui; e se Gesù ha fatto della sua croce un dono è perché è sempre vissuto donandosi. Sulla croce Gesù non ha fatto niente di più di ciò che ha sempre fatto. È così che egli ha vissuto la sua morte in croce, come un compimento: «è compiuto». L'evangelista aggiunge: «consegnò lo spirito» (v. 30). Anche questo particolare va letto secondo una triplice dimensione. Gesù muore: è il fatto nella sua esteriorità. Gesù muore cosciente e consenziente; il verbo è infatti all'attivo, mostrando che Gesù fino all'ultimo ha l'iniziativa: è lui che china il capo e rende lo spirito. Infine, Gesù dona lo Spirito: Gesù conclude la sua opera in un atto di serena consapevolezza e nell'atteggiamento che gli è stato abituale lungo tutta la vita, il dono. Dio non può fare un gesto più grande di questo. Non può fare niente di più per rivelare il suo amore. È il massimo di chiarezza a coronamento della vita di Gesù.
    E infine l'episodio che rappresenta il punto focale verso cui tutto il racconto della crocifissione sembra convergere. L'evangelista narra che un soldato aprì con una lancia il costato di Gesù da cui uscì sangue e acqua (cf. 19,34). In questo gesto drammatico in realtà, secondo Giovanni, si compie un altro passo della Scrittura: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (v. 37, cf. Zc 12,10). Così la scena si trasfigura: appena morto Gesù dona sangue e acqua, un dono che deriva dalla sua morte e al tempo stesso ne indica il significato salvifico (per noi) e la permanenza («Volgeranno lo sguardo»). Il trafitto da contemplare è Gesù, con tutti questi significati: la persona, il gesto compiuto, il significato per noi di quel gesto. Nella successione degli eventi – la morte, la sepoltura e la risurrezione – l'evangelista inserisce la nostra scena, appunto, nella quale lo sguardo di tutte le generazioni si ferma sul trafitto. La morte è vinta dalla risurrezione, il Crocifisso è il glorioso, ma lo sguardo deve fermarsi sul trafitto, da cui sgorga l'acqua e il sangue. La croce, con i suoi doni, non va dimenticata. È la memoria fissa. L'evangelista invita tutti i credenti a guardare una persona («colui») e nel contempo un evento («che hanno trafitto»), un evento che conclude una storia iniziata così: «Il Logos si è fatto carne» (1,14).
    Un evento che si è dilatato nel tempo, quasi un punto che resta immobile e permanente (la memoria fissa), e tuttavia datato. Chi opera oggi è il Cristo risorto, il Cristo dello Spirito, dei sacramenti, della comunità, tuttavia il credente deve continuare a guardare il Cristo dal fianco trafitto. Si può dire che il trafitto, che dona il sangue e l'acqua, è il mistero dell'incarnazione nella sua massima trasparenza: è qui, infatti, che si vede tutta la concretezza dell'umanità di Cristo, la sua totale obbedienza al Padre, il suo amore giunto al limite estremo. È quando giunge a guardare il Cristo trafitto che il lettore del Vangelo comprende appieno il significato delle parole del prologo: «Il Logos si è fatto carne e abbiamo visto la sua gloria» (1,14). Qui si comprende il significato di «carne», perché ora vede non solo la piena e reale umanità del Logos, ma anche la precisa vicenda storica che ha vissuto. E qui comprende quale «gloria», cioè quale volto di Dio, i credenti scorgono nell'uomo Gesù e nella sua vicenda storica.
    Nel trafitto si contempla l'amore di Gesù per il Padre e per noi, e in questo amore di Gesù si contempla l'amore del Padre per noi, e nello stesso tempo si contempla anche l'uomo, la malvagità dell'uomo (che lo ha trafitto) e, nel contempo, l'amore misericordioso di Gesù (il quale, trafitto, dona la vita). E in questo amore misericordioso che l'uomo trova, nonostante il peccato, la propria dignità e la ragione per continuare a sperare. Il Cristo dal fianco trafitto, da cui scaturiscono il sangue e l'acqua, è il grande simbolo di Dio e del suo dono di salvezza, egli rende visibile l'invisibile.


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