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    La Bibbia,

    un alfabeto per leggere

    il mondo

    Claudio Magris


    Alla fine degli anni Venti, una rivista berlinese pubblicò una serie di interviste a numerosi personaggi celebri, chiedendo loro quale era stata, per ognuno, «l’impressione più forte», come diceva il titolo dell’inchiesta. Lo chiese anche a Brecht la cui risposta fu lapidaria: «Lei riderà: la Bibbia».
    Brecht non aveva certo un interesse religioso per quel libro dei libri e anzi lo ha talora citato in variazioni parodistiche, anche se in quella rauca e beffarda eco delle Scritture nella sua opera c’è spesso una pietà cinica ma sacra della pena dell’uomo, che gli ha permesso di comporre, nella «Canzone delle ore», una vera cantata corale della Passione, vibrante di amaro amore per quell’uomo martirizzato che «aveva detto la verità: ben gli sta, ben gli sta!».
    Nella Bibbia, Brecht trovava un alfabeto per leggere il mondo; la grandezza di un testo che dice brutalmente e senza indorare la pillola la nuda verità della vita e della morte, l’eros e la violenza, l’incanto e il sapore di cenere, l’altezza cui possono arrivare gli uomini salendo al di sopra di se stessi fino a concepire un assoluto che li trascende, li sorregge o li annienta, e la bassezza cui quegli stessi uomini possono giungere.
    La Bibbia è il grande codice della civiltà - come ha scritto Northrop Frye - non solo per il repertorio di simboli, figure, immagini e storie che ha offerto e continua a offrire ai secoli che si susseguono, ma perché racconta, calandola nella epicità sensuale delle vicende concretissime di uomini e di un popolo, i motivi fondamentali di ogni vita, individuale e collettiva: nascere, desiderare, errare, fondare distruggere e perdere patrie, amare e odiare il fratello, vivere intensamente e sensualmente l’esistenza, la sua gloria e la sua vanità, e sollevarsi all’intuizione e alla rivelazione di ciò che trascende in misura assoluta il tempo, la vita, le cose create e la stessa mente che cerca d’immaginare quel Dio che è giustizia e amore ma nelle cui mani, dice la Scrittura, è anche terribile cadere, proprio perché è così inconcepibile, totalmente altro rispetto all’uomo.
    La Bibbia - di cui il «Genesi» e l’«Esodo», ora ripubblicati con il commento di Gianfranco Ravasi, sono l’inizio e forse i capitoli più grandi e sconvolgenti - è la storia di un popolo che, come i greci antichi, ha saputo interpretare, nella sua peculiarissima particolarità, l’universalità umana. È dunque la storia - arcaica e profetica, emergente da un oscuro passato e protesa al futuro - dell’umanità. Heine diceva che ci sono stati due popoli, nella storia del mondo, gli ebrei e i greci, i quali hanno espresso in certo modo l’essenza della vita per tutti e per sempre. La Bibbia - Antico e Nuovo Testamento - e la tragedia e il mito greco continuano infatti a fornire le chiavi e le immagini per capire chi e cosa siamo, la colpa e la salvezza, l’esilio e il ritorno.
    Il «Genesi» narra l’origine di tutto, quello squarcio e stupro del nulla che è la creazione della vita; il senso primordiale perenne dell’essere uomo e donna, padre e madre e figlio e fratello, dell’amore e dell’odio, della colpa, della perdita dell’Eden vissuta dall’umanità e da ogni singolo individuo, della faticosa ascesa alla fede nel Dio unico e all’alleanza con lui, dell’errare alla ricerca della Terra Promessa. E’ la storia di un popolo che proclama una sua particolare elezione da parte di Dio, ma che intuisce un disegno di salvezza universale; di un popolo che è grande anche perché, narrando la propria storia, non si è affatto idealizzato: ha raccontato la propria fede, la propria grandezza, la propria indistruttibile capacità di resistenza, ma non ha taciuto le proprie colpe e gli episodi oscuri della propria storia, le crudeltà, le turpitudini e le ingiustizie commesse pur avendo ricevuto la Legge da Dio.
    Nessun libro rende come il «Genesi» il senso della faticosa ascesa dell’umanità dal buio della barbarie originaria. Quasi tutti i libri della Bibbia sono testi di eccezionale e stringata poesia, nei toni e nelle forme più diverse, espressioni altissime delle più varie passioni, tensioni, speranze, desolazioni dell’animo umano. Anche il «Genesi» e l’«Esodo» contengono grandissime pagine dai toni svariati, la caduta di Adamo ed Eva e l’arrivo della morte, Sara che ride quando sente Dio promettere un figlio al vecchio Abramo, Isacco che si avvia con il padre sul monte, gli inganni di Giacobbe, le storie di Giuseppe, Mosè sul Sinai.
    È una poesia che guarda in faccia senza titubanze la vita, nella sua grazia e nella sua brutalità; spesso è una terribile cronaca nera dell'umanità e del suo cammino - del nostro cammino, anche oggi - e che si innalza tuttavia a purissimi incanti di felicità, di tenerezza, di festa e d’amore e che riesce a individuare, tra le lacrime e il sangue, la strada della redenzione e a concepire la storia, pur così piena di tragedie, quale storia della salvezza. La Bibbia definisce «carne» l’uomo di cui racconta l’epopea; non contrapposta allo «spirito» bensì unità indissolubile di corpo e spirito, carne fragile e moritura ma sanguinea e gloriosa. Forse un gusto sterilmente raffinato e privo del senso dell’oltre non può comprendere questa sacra carnalità, come quell’aristocratica francese del Settecento, la quale si lamentava che lo Spirito Santo - per la teologia, ispiratore, anzi autore della Bibbia - scrivesse così male, ossia in modo poco elegante.
    Insieme alla filosofia e poesia greca, Antico e Nuovo Testamento sono una radice primaria dell’identità europea e occidentale, oltre che testi di portata universale. Lo sono ugualmente per i credenti come per chi non li crede ispirati direttamente in modo speciale da Dio, così come non occorre essere platonici o credere nell’esistenza materiale di Edipo o Antigone per sapere che Platone e Sofocle sono il nostro Dna.
    Le radici dell’Europa sono in buona parte ebraico-cristiane, grazie alle quali nel nostro Dna sono entrate pure molte linfe della civiltà medio-orientale; riconoscerlo non è una professione di fede ma una constatazione storica e negarlo è un’automutilazione. C’è soprattutto una lezione della Bibbia necessaria a ogni libertà, individuale e collettiva: l’anti-idolatria. Il più forte comandamento della fede ebraica suona: «Non ti farai idoli». Finché si è schiavi di qualsiasi idolo, finché si innalza ad assoluto un valore terreno, storico e relativo, si è schiavi. Nemmeno l’amore del prossimo, supremo comandamento del Nuovo Testamento, è possibile sotto il dominio di qualunque idolo. Ma già nel «Levitico» sta scritto: «Ciascuno di voi deve amare il suo prossimo come se stesso».

    (Corriere della sera, 21 settembre 2006)


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