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     Chiesa e

    «trasmissione della fede»

    Luciano Manicardi

    trasmissionedellafede

    Affrontare il problema della trasmissione della fede oggi richiederebbe un'analisi di quella che è stata definita «la prima società post-tradizionale» (Danièle Hervieu-Léger), così come della «cultura dell'amnesia» (Johann Baptist Metz) dominante oggi in Europa. Fenomeni che pongono problemi gravi alla chiesa che vive di pareidosis e di memoria, in quanto essa si fonda sulla narrazione di generazione in generazione della memoria passionis Jesu Christi. Fenomeni che chiedono ai cristiani di fondare nell'oggi e di ri-motivare ogni parola e ogni gesto della fede, non più supportati dall'autorità di una tradizione che li renda eloquenti, credibili e ne favorisca il passaggio tra le generazioni. E più in radice ancora, occorrerebbe affrontare il problema della trasmissibilità della fede stessa: se la fede è dono teologale ed è suscitata dallo Spirito, può essere oggetto di trasmissione? Se sì, in che limiti e in che senso?

    Più modestamente, qui ci atteniamo ad alcune osservazioni incentrate su un punto centrale: l'umano come punto naturale di intersezione della fede (Walter Kasper).

    Una comunità generante

    L'episodio dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) è emblematico della possibilità di un annuncio di Cristo fallimentare perché incapace di trasmettere vita. I due di Emmaus annunciano un morto (Lc 24,21-24), narrano la loro frustrazione e la loro perdita di speranza. Essi dicono la possibilità, per la chiesa di sempre, di un annuncio che non dà vita, ma tiene chiusi nella morte il Cristo annunciato, gli annunciatori e i destinatari dell'annuncio. La domanda circa il trasmettere la fede, che non è impresa individualistica e solitaria, ma evento comunitario, ecclesiale, non deve indirizzare le risposte nel senso della ricerca di strategie comunicative efficaci (il livello del: come?) e neppure incentrarsi analiticamente e settorialmente sui destinatari, per esempio i giovani (il livello del: a chi?), ma deve essere declinata come domanda che riguarda il soggetto incaricato di questa operazione spirituale (il livello del: chi?). Deve divenire una domanda della chiesa su di sé. Questo consente di impostare il problema in maniera non estrinseca, ma corretta, perché pone in causa la chiesa tutta nel suo essere e nel suo vivere. E forse così si può anche cogliere il fatto che il problema dell'infecondità dell'evangelizzazione oggi, o, se vogliamo dirlo con le parole dell'allora Card. Ratzinger, «l'esito catastrofico della catechesi nei tempi moderni», è un problema ecclesiologico, che riguarda la capacità o meno della chiesa di configurarsi come reale comunità, come vera fraternità, come corpo e non come macchina o azienda.

     

    «Ecclesia mater»: la chiesa come luogo di esperienza di amore

    Chiediamoci: che senso ha, se ne ha ancora, l'espressione amare la chiesa? Si può amare una chiesa che consenta al credente di fare esperienza di amore, di gratuità, di perdono, di misericordia, di tutto ciò che sta nell'ampio spazio dell'amore (e dunque anche della sofferenza inerente all'amare). L'amore, infatti, è ciò che è veramente generante e vitale. E che rende possibile la vocazione materna della chiesa: generare alla fede e nutrire la fede dei suoi figli mediante la predicazione e la liturgia, il Battesimo e i sacramenti, l'educazione e la testimonianza. Una chiesa che trasmette la fede è una chiesa capace di maternità. Che, a mio modo di vedere, significa anzitutto capace di umanità. Del resto, l'atto di credere, di «fare affidamento su», è anzitutto un atto umano, umanissimo. Chiamato ad avvenire in un contesto umano e umanizzato. Di più. Lafede credibile è quella che raggiunge l'umano delle persone e che sa toccare il tragico che le persone vivono. Che compie cioè un atto di accoglienza e assunzione della persona, prima di essere eventualmente accolta e assunta essa stessa dalla persona.

     

    Testimoni e ospiti

    Normalmente, la risposta alla domanda circa la trasmissibilità della fede ha affermato che è possibile trasmettere i contenuti della fede (la fides quae), ma non la modalità soggettiva, personale del credere (la fides qua). Il limite di una simile affermazione è la disgiunzione un po' rozza e sbrigativa tra il piano del contenuto e quello della vita, quasi si trattasse di trasmettere dei contenuti astratti, dogmatici, perenni, «oggettivi», scissi da una modalità personale, vissuta, esistenziale, «soggettiva», del credere. L'atto di trasmissione della fede esige un «soggetto tradente» che sia testimone nei confronti dell'annuncio (che è sempre la persona vivente di Gesù, il Cristo risorto), e ospite (in senso attivo: che dà ospitalità) nei confronti di coloro a cui rivolge l'annuncio. E questo a partire dall'esperienza di ospitalità (in senso passivo: ricevere ospitalità) da parte di Cristo che rende capaci di testimonianza presso i destinatari dell'annuncio. L'esempio di Paolo può essere istruttivo. Quando Paolo scrive: «Vi ho trasmesso ciò che anch'io ho ricevuto, che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato secondo le Scritture» (1Cor 15,3-4), non trasmette solo un contenuto astratto e impermeabile alla vita. In quell'«aver ricevuto» da parte di Paolo, che precede e fonda il suo «trasmettere», c'è un vissuto in cui egli ha sperimentato nella sua vita una morte e una resurrezione, c'è l'episodio di Damasco (At 9,1-9), l'iniziazione alla fede cristiana avvenuta per mezzo di Anania e della comunità di Damasco (At 9,10ss.), vi è il suo partecipare esistenzialmente, con la sua umanità, all'annuncio di cui si fa banditore. Vi è il suo essere stato ospitato da Cristo, grazie alla concreta ospitalità di una comunità cristiana che ha accolto colui che era nemico e gli ha dato fiducia riconoscendolo come discepolo, testimoniando la fede in modo tangibile, umano, generante, e accompagnando la nascita di Paolo alla fede e la sua crescita in essa. Così Paolo è divenuto anche testimone del vangelo. Grazie a una comunità che gli ha mostrato accoglienza, fiducia, riconoscimento.

     

    Una fede «sapiente»

    Questa intrinseca e inscindibile unità tra il credere e il vivere ci rinvia spontaneamente alla dimensione biblica della sapienza. Nel contesto di essenzializzazione e semplificazione oggi necessarie per la fede cristiana, è importante riscoprire la dimensione sapienziale. Per l'uomo biblico «le esperienze del mondo erano sempre esperienze di Dio e le esperienze di Dio, esperienze del mondo» (Gerhard von Rad). La forza della tradizione sapienziale sta nella sua disponibilità a confrontarsi costantemente con la vita, ponendo coraggiosamente a confronto le affermazioni teologiche con l'esperienza umana, con le sue ambiguità e contraddizioni, ma anche con la sua forza veritativa che smentisce la perentorietà di asserzioni date per assodate o per dogmi (si pensi alla teoria della retribuzione contestata da Giobbe) e obbliga a ripensarle. Aprendosi all'esperienza, la teologia sapienziale si apre anche al volto oscuro e enigmatico di Dio, al suo carattere non addomesticabile, e si apre alle infinite storie di sofferenza dell'uomo, ai drammi e alle tragedie dell'esistenza, alla sofferenza dell'innocente e alla morte. Anche per noi oggi si tratta di ripensare tanti elementi tradizionali della fede e di vagliarli alla luce della conoscenza e delle esperienze umane (peccato originale, novissimi, il Dio creatore, l'onnipotenza di Dio, la provvidenza di Dio...) e si tratta di mettere a confronto le affermazioni di fede con l'umano in tutte le sue dimensioni. In questo compito è essenziale essere guidati dal principio irrinunciabile della centralità di Gesù Cristo quale rompitore delle Scritture e rivelatore di Dio. «Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me», dice Gesù (Gv 14,6). Ciò che possiamo dire e credere di Dio è ciò che vediamo e conosciamo in Gesù Cristo. Ora, mentre compie le Scritture e rivela il volto del Padre, Gesù svolge la funzione sapienziale e pedagogica di «insegnare a vivere in questo mondo» (Tt 2,12). Ma insegnare a vivere è anche insegnare a credere. Si tratta di prendere sul serio l'umanità di Gesù: è essa che compie le Scritture e rivela Dio. Alla luce di questo, appare chiaro che la trasmissione della fede non ha di mira l'edificazione di un tipo particolare di uomo, ma semplicemente dell'uomo. «Essere cristiano è diventare uomo in verità seguendo Cristo: è cristiano chi diventa uomo» (Denis Vasse); «Essere cristiano non significa essere religioso in un determinato modo, ma essere uomini: Cristo crea in noi non un tipo d'uomo, ma un uomo» (Dietrich Bonhoeffer).

    Il primo luogo della fede è l'umano. L'umano che è in noi e di cui siamo ospiti. Parlando dell'umano che è in noi, mi riferisco a qualcosa che è comune a ogni singola persona, ma che al contempo va oltre il singolo individuo e non coincide neppure con la specie umana. L'umano che è in noi, che ci accoglie al nostro venire al mondo e ci fa suoi ospiti, è il luogo della nostra immagine e somiglianza con Dio. È il luogo primario della fede chiamata ad accogliere il dono e a farsene responsabile. La dialettica di dono e responsabilità è la dialettica tra l'immagine e la somiglianza secondo Gen 1,2627. Creato a immagine di Dio (livello del dono), l'uomo è chiamato a collaborare con Dio per divenire uomo, per farsi uomo, ciò che è significato dalla somiglianza (livello della responsabilità). Dice infatti Dio: «Facciamo l'uomo» (Gen 1,26). E in quel «facciamo» vi è l'invito rivolto all'uomo che sta per venire all'essere a collaborare con Dio, a rispondere al suo dono. Ora, la fede cristiana confessa Gesù di Nazaret come l'umanità di Dio.

     

    Gesù Cristo: centro dell'annuncio

    Al cuore dell'annuncio vi è Gesù Cristo creduto e testimoniato. Gesù con la sua pratica di umanità, con la declinazione particolare che egli ha dato all'umano. Trasmettere la fede è essenzialmente trasmettere le Scritture, e massimamente i vangeli (cf DV 25) che consentono al credente di entrare nella conoscenza dinamica e coinvolgente di Gesù, il Signore. Ora, secondo i vangeli, Gesù suscita fede, genera alla fede, sa riconoscere la fede, e questo sempre all'interno di incontri in cui egli mette in gioco la sua santità ospitale. Gesù «evangelizza» attraverso incontri umanissimi in cui egli crea uno spazio di libertà attorno a sé consentendo a chi egli incontra di emergere come soggetto e di scoprire la propria dignità e identità. Cogliamo nell'arte di incontrare le persone che Gesù vive e che i vangeli narrano, un magistero circa il clima relazionale richiesto per la trasmissione della fede. Che è anch'essa operazione umanissima e relazionale.

    Gesù personalizza gli incontri adattandosi all'altro nella sua situazione particolare, non giudica mai la persona che ha di fronte (si pensi all'adultera di Gv 8,1-11 o alla prostituta di Lc 7,36-50 che Gesù vede come donna capace di amore là dove i suoi commensali vedono solo una peccatrice), accoglie il linguaggio che l'altro sa mettere in atto (la prostituta di Lc 7,36-50 ha solo linguaggio corporeo, non dice una parola), accetta di mettersi in discussione, di mutare parere riconoscendo la giustizia e la fede dell'altra persona (Mt 15,21-28), ha di mira la libertà dell'altro, non tende a legare a sé coloro che guarisce o che giungono alla fede grazie a lui, ma li restituisce a se stessi (Mc 5,1-20). Incontrare Gesù significa:

    - conoscere la valorizzazione del proprio nome e del proprio volto, della propria unicità;

    - entrare nel compito e nella responsabilità di umanizzarsi;

    - cogliere l'essenzialità del gratuito;

    - entrare nell'avventura e nell'ascesi della libertà.

    Questi elementi sono costitutivi dell'incontro che anche oggi può condurre una persona alla fede in Gesù. Condizione necessaria è che questa persona incontri un'umanità fidabile. In quest'opera di trasmissione la paternità spirituale, proprio per il carattere relazionale umanissimo che la contraddistingue, può rivestire un ruolo importante, particolarmente nei confronti delle giovani generazioni.

    (da: Luciano Manicari, PER UNA FEDE MATURA, Eleldici 2012, pp. 28-34)



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