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    L'educabilità indiretta

    della fede

    Riccardo Tonelli



    cf Appunti per un corso di "PASTORALE GIOVANILE"



    La pastorale giovanile si definisce normalmente come «educazione alla fede». Si tratta di un modo di dire solo analogico o, invece, la pastorale possiede una sua reale dimensione educativa, tanto da poter parlare di «educabilità» della fede?

    13. Modelli nel vissuto pastorale attuale

    Di risposte ce ne sono tante, sul piano teorico e soprattutto su quello pratico. Questo è uno degli ambiti in cui il pluralismo è presente in modo deciso.
    Analizzo i diversi modelli, raccogliendoli attorno ad alcuni indicatori principali.

    13.1. Primo modello: ricomprendere l’educativo a partire dal teologico
    Nel modello che per tanto tempo ha dominato il campo della pastorale, si parla molto di educazione alla fede e s’insiste sugli interventi necessari per attuarla. In esso però la voce «educazione» è assunta solo in una visione analogica rispetto a quella caratteristica delle scienze dell’educazione. Il suo contenuto è derivato, quasi deduttivamente, dal dato teologico. Così, in ultima analisi, è svuotata ogni seria preoccupazione educativa nell’azione pastorale.
    Questo modo di comprendere il rapporto tra teologia ed educazione è ormai in concreto superato nella riflessione e nella prassi pastorale. Sono possibili però quelle sue rivisitazioni, accorte e intelligenti, che conservano l’abitudine di comprendere i problemi pastorali solo a partire dalle esigenze del dato teologico. Nella definizione delle procedure relative all’evangelizzazione, per esempio, si insiste molto sulla dimensione oggettiva e veritativa dell’esperienza cristiana. È attivato un continuo confronto critico tra la sapienza dell’uomo e il dato della fede, quasi per restaurare quelle esigenze a carattere «apologetico», troppo frettolosamente accantonate nel recente passato. I giovani sono sollecitati ad apprendere, con pazienza e fermezza, i contenuti oggettivi della fede nella loro precisa codificazione linguistica. Si parte dall’ipotesi che l’educazione ad accogliere e a comprendere il linguaggio oggettivo della fede aiuta e sostiene la vita di fede, sotto il profilo della consapevolezza riflessa e del confronto con le varie istanze del sapere umano.

    13.2. Secondo modello: la prevalenza dell’educativo
    Il modello precedente ha una specie di rovescio della medaglia in quelle prassi che tendono a far prevalere l’educativo sopra ogni impegno di evangelizzazione.
    Lo logica è semplice: la coscienza di quanto sia stretto il rapporto tra dimensioni antropologiche e teologiche porta a concludere che i compiti della pastorale sono già egregiamente assolti quando si realizza una corretta azione educativa. Prevale l’abitudine di chiamare le cose con i loro nomi concreti, evitando l’astrattismo del linguaggio religioso. Sono accolti i ritmi e i tempi dei normali processi evolutivi. La fiducia verso le scienze dell’educazione sollecita a programmare con serietà e competenza gli interventi adeguati. L’azione pastorale parte di conseguenza da una gerarchia di preoccupazioni e di esigenze, diversa da quella tradizionale. Molti problemi religiosi passano in secondo piano, per fare spazio ad altri, vissuti come più urgenti.

    13.3. Terzo modello: la separazione netta degli ambiti
    Lo stimolo della «teologia dialettica» si è fatta sentire presto anche nell’ambito della pastorale. Alcune sue indicazioni, particolarmente incisive, hanno trovato facile risonanza in operatori di pastorale, reattivi rispetto all’eccessiva pedagogizzazione della fede e della vita cristiana.
    Alla base sta l’affermata irriducibilità del mondo della fede con il mondo profano e la constatazione teologica che nella Rivelazione c’è solo un discorso soteriologico, estraneo ad ogni interesse educativo. Dio è Dio; egli è il totalmente altro, colui che è nascosto e avvolto nel mistero. All’assoluta e somma superiorità di Dio va contrapposta l’estrema e infinita inferiorità dell’uomo.
    Cito alcune indicazioni pratiche che, in qualche modo, si ispirano a questa prospettiva teologica:
    – il rifiuto di ogni mescolamento dell’educativo nell’ambito dell’evangelizzazione;
    – l’affermazione che l’unica preoccupazione veramente urgente è quella in fondo più semplice: moltiplicare le occasioni di contatto tra Dio e l’uomo. Di qui l’insistenza sui momenti di preghiera, sulle celebrazioni liturgiche e sacramentali, sull’ascolto della Parola di Dio;
    – la contestazione, almeno pratica, dell’esistenza di un problema originale di «pastorale giovanile», come se i giovani avessero titoli e difficoltà particolari rispetto alla salvezza di Dio;
    – l’enfasi sulla comunità di fede e di vita ecclesiale, come luogo, accogliente e pervasivo, dove tutti i problemi possono essere risolti.

    13.4. Quarto modello: la scelta educativa in uno «sguardo di fede»
    Esistono modelli pastorali che affermano di cercare il confronto con le modalità storiche mediante le quali Dio ha voluto realizzare la Rivelazione. Essi sottolineano così la convergenza e complementarità tra atto pastorale e atto educativo.
    Non sviluppo questa prospettiva perché è quella in cui mi riconosco. Le pagine che seguono sono una giustificazione della scelta e una sua concretizzazione.

    14. Nella logica dell’Incarnazione: l’educabilità della fede

    Chiariti i termini, posso entrare nel merito, alla ricerca di soluzioni.
    È certo che la risposta deve nascere da una chiara meditazione sulla fede: la questione è pastorale e non metodologica. Riguarda cioè la natura dell’esperienza di fede e non le modalità operative della sua trasmissione. Per sapere se si può parlare di educabilità della fede ed eventualmente in che senso, dobbiamo perciò considerare l’evento che dà origine alla decisione di fede: la Rivelazione.
    Il contenuto della Rivelazione è Gesù Cristo: il mistero di Dio in Gesù Cristo. E cioè l’alleanza: un’alleanza d’amore tra tre Persone nell’unità di una stessa vita (ciò che Dio è); un’alleanza d’amore tra Dio e l’uomo per la realizzazione della salvezza (ciò che Dio fa); un’alleanza d’amore tra gli uomini e Dio nella e per la fede (ciò che Dio attende). Questo annuncio presenta un carattere trascendente. Possiamo intervenire con azioni educative in una esperienza che è tutta dalla parte della trascendenza?
    Il riferimento all’Incarnazione ci ha ricordato che la Parola di Dio è «incarnata». Assume cioè una sua visibilità umana, per farsi conoscere, per rendersi vicina e accessibile all’uomo, in vista della fede. C’è quindi un aspetto della Rivelazione, inseparabile da quello trascendente, che è alla portata delle capacità di apprendimento umano. Possiamo dire che esiste, nella Rivelazione, un visibile rivelatore dell’invisibile, un contenente veicolo al contenuto, un significante che conduce al significato.
    Questo visibile è la vita umana, nella sua consistenza concreta e quotidiana, come ho mostrato nelle pagine precedenti.
    Nella Rivelazione è importante distinguere tra il dono di Dio e il modo con cui questo dono si rende presente, vicino, provocante. La presenza di Dio è sempre «mistero» santo, sottratto ad ogni possibilità di manipolazione e di comprensione esaustiva. Dal dono di Dio scaturisce l’appello alla libertà e responsabilità di ogni uomo. Tutto questo investe innegabilmente il dialogo diretto e immediato tra Dio e ogni uomo e tocca quelle profondità dell’esistenza umana che sfuggono ad ogni processo educativo. Dono e chiamata si realizzano però «in parole umane» (DV 13): assumono cioè una dimensione di visibilità storica e quotidiana, legata a quelle modalità educativo-comunicative, che sono oggetto anche delle scienze dell’educazione e, in generale, dell’approccio antropologico.
    Se il mistero ineffabile di Dio è incontrabile solo nel suo visibile (quel visibile che l’incarna, l’esprime, lo rende vicino e comunicabile), tutto ciò che permette al visibile di diventare più trasparente, rispetto al mistero che si porta dentro, favorisce l’accoglienza del mistero stesso. Si giunge perciò al «contenuto» solo passando attraverso il «segno»: il dialogo immediato e diretto di Dio che chiama alla salvezza è normalmente servito e condizionato dalle mediazioni pastorali in cui questo dialogo si esprime.

    15. Il criterio: educabilità indiretta della fede

    La conclusione è immediata: se la Rivelazione assume la vita quotidiana e i suoi dinamismi come suo strumento espressivo, il rapporto tra educazione e fede risulta molto stretto. Si può intervenire educativamente nel processo di educazione della fede, non in modo diretto ma in modo indiretto.
    Questo orientamento fondamentale va compreso secondo tre punti di riferimento complementari. Il loro intreccio fornisce il «criterio».

    15.1. La priorità fontale del dono di Dio per la fede
    Prima di tutto è indispensabile riconoscere che la fede si sviluppa sul piano misterioso del dialogo tra Dio e ogni uomo. Questo spazio di vita sfugge ad ogni tentativo di intervento dell’uomo. In esso va riconosciuta la priorità dell’iniziativa di Dio.
    La risposta dell’uomo consiste nell’obbedienza accogliente: la fede è un dono, in senso totale; proviene quindi dall’udire e non dal riflettere, è accoglienza e non elaborazione.

    15.2. L’educazione alla fede sul piano delle mediazioni educative
    L’appello di Dio che costituisce il fondamento del processo di salvezza, si fa sempre parola d’uomo, per risuonare come parola comprensibile dall’uomo, e cerca una risposta personale, espressa in gesti e parole dell’esistenza quotidiana.
    C’è quindi una dimensione del processo di salvezza che si svolge secondo modalità comuni ad ogni processo educativo e comunicativo. Non rappresenta un aspetto che si aggiunge a quello della immediatezza dell’azione di Dio, ma un’esigenza che la pervade tutta.
    L’atto pastorale è, nello stesso tempo e con la stessa intensità, tutto sottratto alla qualità della relazione interpersonale, perché attinge direttamente nel mistero di Dio potenza ed efficacia, e tutto intensamente condizionato dalla qualità umana dei gesti e delle parole poste e dalla disponibilità «educabile» del soggetto.
    Il condizionamento (positivo o negativo) è collocato nel rapporto del «segno» rispetto all’evento. Attraverso le modalità antropologiche in cui si svolge, il segno diventa sempre più significativo rispetto alle attese del soggetto e sono ricostruite queste attese per sintonizzarle con l’offerta della fede e della salvezza.
    Questo è l’ambito tipico dell’azione pastorale. Per questo, essa riconosce la funzione insostituibile di tutti gli interventi educativi rispetto all’educazione della fede: essi hanno il compito di attivare, sostenere, mediare il processo di salvezza, nel doppio movimento di proposta e di risposta.

    15.3. La potenza di Dio investe anche gli interventi educativi
    Le due modalità (quella misteriosa in cui si esprime l’appello di Dio alla libertà dell’uomo e quella delle mediazioni educative) non sono sullo stesso piano né possono essere considerate alla pari. Bisogna riconoscere, in una fede confessante, la priorità dell’intervento divino anche nell’ambito educativo, quello su cui l’uomo può intervenire attraverso processi culturali.
    La fede dunque riconosce la grandezza dell’educazione: il fatto cioè che liberando la capacità dell’uomo e rendendo trasparenti i segni della salvezza, libera e sostiene la sua capacità di risposta responsabile e matura a Dio. Ma la fede riconosce che anche l’educazione rimane, come tutti i fatti umani, sotto il segno del peccato. La fede dunque deve esprimere un giudizio sull’educazione dell’uomo in genere e, in particolare, sul modello educativo umano che può essere utilizzato nel proporre la fede alle nuove generazioni.
    Questo non è attentato al dovere di rispettare l’autonomia dei fatti umani. Significa invece che l’approccio educativo e comunicativo è giudicato dall’evento al cui servizio si pone. Nel nostro caso comporta la constatazione che questo approccio, anche se è legato ad esigenze tecniche, avviene sempre nel mistero di una potenza di salvezza che tutto avvolge: la grazia salvifica possiede una sua rilevanza educativa, certa e intensa anche se non è misurabile attraverso gli approcci delle scienze dell’educazione.
    .
    16. Una pastorale giovanile attenta all’educazione

    Queste considerazioni portano a concludere sulla necessità di assumere gli atti educativi anche nei processi di educazione alla fede, almeno fino ad un certo punto. Il confine non è di quantità ma di qualità. Infatti non c’è un primo tratto di strada percorribile in compagnia con i dinamismi antropologici, e un secondo tratto dove tutto resta affidato all’imponderabile presenza dello Spirito. Potenza di Dio e competenza umana sono invece compagni di viaggio dalla partenza all’arrivo, anche se sono interlocutori diversi, cui va riconosciuto uno spazio pratico molto differente.
    Il confronto tra educazione e evangelizzazione sollecita a realizzare i due processi in modo da assicurare a ciascuno il guadagno che il contributo dell’altro è in grado di offrire.
    L’evangelizzazione assume le esigenze dell’educativo, con disponibilità e attenzione, superando ogni tentazione di strumentalizzazione. Il pluralismo, però, investe e attraversa anche l’educazione e la frammenta in diverse figure. Il riferimento antropologico sotteso non è indifferente per la qualità del servizio di promozione della vita e della speranza, cui l’educazione tende. Essa cerca quindi un’ispirazione che la collochi pienamente dalla parte della vita e della sua qualità.
    Un dialogo e un confronto possono introdurre nei due processi un principio interessante di verifica e di rinnovamento.
    Tra i tanti modi attraverso cui si può realizzare l’evangelizzazione, chi crede all’educazione preferisce quelli in cui è rispettata meglio la preoccupazione della gradualità, della chiamata alla responsabilità. Essa si realizza sempre in una presenza accogliente, che fa dei gesti di vicinanza, di servizio, di promozione e di amore la sua parola più convincente.
    In un tempo in cui lo scontro tra le culture avviene sempre di più attorno alla qualità della vita, alla ricerca di senso e ai fondamenti della speranza, chi è impegnato sulla frontiera nell’educazione riconosce di avere un compito che riempie di gioia e di responsabilità, riguardo alla vita e alla sua promozione.
    La collaborazione, teorica e pratica, con chi opera nell’ambito dell’evangelizzazione aiuta ad inventare e sperimentare modelli di esistenza, capaci di dire oggi chi è l’uomo e la donna al cui servizio tutti sono sollecitati a piegarsi.


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