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    Lidia Maggi


    “Per tutto c’è il suo tempo,
    c’è il suo momento per ogni
    cosa sotto il cielo:
    un tempo per nascere
    e un tempo per morire;
    un tempo per piantare
    e un tempo per sradicare ciò che è piantato;
    un tempo per uccidere
    e un tempo per guarire;
    un tempo per demolire
    e un tempo per costruire;
    un tempo per piangere e un tempo per ridere;
    un tempo per far cordoglio
    e un tempo per ballare;
    un tempo per gettar via pietre e un tempo
    per raccoglierle; un tempo per abbracciare
    e un tempo per astenersi dagli abbracci;
    un tempo per cercare e un tempo
    per perdere; un tempo per conservare
    e un tempo per buttar via;
    un tempo per strappare e un tempo
    per cucire; un tempo per tacere
    e un tempo per parlare; un tempo per amare
    e un tempo per odiare, un tempo
    per la guerra e un tempo per la pace.”
    (Qoelet, 3,1-8)

    Vita, morte, pianto e riso, gioia e cordoglio: ogni esistenza umana è attraversata da stagioni differenti, opposte, in eterna e irrisolta tensione. Nel cammino della vita sperimentiamo perdite e nuove nascite, vuoto e pienezza.
    Può stupire che sia proprio il Qohelet a cantare un poema sui tempi della vita, lui che denuncia la brevità dell’esistenza, descrivendola come un soffio. Un canto per riprendere fiato, dopo averci forzato, nei capitoli precedenti, a contemplare il triste spettacolo di un re che ha sperimentato tutto e denuncia il vuoto e il non senso dell’esistenza.
    Eppure lo sguardo sulla totalità della vita e il giudizio sulla sua consistenza effimera – «tutto è vento, vanità» – non impedisce di cogliere il panorama plurale che i diversi momenti riservano a ciascuno.
    Tutto è vanità; eppure, tra il nascere e il morire, non c’è un unico momento. Se tutto è vento, è altresì vero che, all’interno di esso, ci sono folate differenti...
    Sapere cogliere questa pluralità di soffi ci consente di discernere il tempo che attraversiamo, di non assolutizzare il momento della felicità come quello del dolore, dello strappo. Non esiste solo il tempo del cordoglio. Trova difficile crederlo chi piange una perdita. Una parte di te è deceduta con la morte della persona amata. La vita non sarà più la stessa.
    Si può, tuttavia, andare avanti e, lentamente, scoprire di riprendere a vivere.
    Non solo sopravvivere, ma vivere, fino a sentire, un giorno, che quel macigno si trasforma in pietra trasportabile. Non si dimentica chi si è perduto, ma si può, con il tempo, lasciarsi sorprendere dal nuovo.
    Le situazioni possono cambiare. Non siamo prigionieri delle difficoltà e dei dolori che, per l’appunto, attraversiamo.
    Questo sonetto non cancella l’amara constatazione che la vita è breve; piuttosto, aiuta a riconoscere, nella brevità dell’esistenza, i tanti momenti che la compongono. La vita non è omogenea.
    Osiamo dirlo: è complessa, e questo a volte ci spaventa. Vorremmo trovare ricette per essere sempre felici; ma anche quando abbiamo tutti gli ingredienti, le pietanze non riescono come vorremmo.
    «Vedrai che cambierà», cantava proprio chi si è chiuso al domani... «C’è un tempo per ogni cosa», canta il saggio, disilluso dalla vita che gli ha dato tutto. Paradossi? Opposti? Tensioni irrisolte?
    Fanno parte della vita, quella vera. Solo le storie idealizzate possono permettersi di sciogliere ogni tensione in un tempo lineare. Solo le facili generalizzazioni permettono di ordinare, in modo statico, il bene e il male.
    Parlare della vita, uscendo fuori dalle semplificazioni, vuol dire parlare di noi, creature per nulla unidimensionali. Le tensioni cantate nel poema dei tempi, sono proprio quelle che incontriamo nel mondo delle Scritture. Perché la Bibbia, prima di tutto, vuole cantare la vita, nelle sue infinite sfaccettature, senza omologare lo sguardo in un’unica direzione. La luce si posa anche su quegli aspetti che non vorremmo vedere, per rivelarci che l’esistenza è un cammino tutt’altro che lineare, ma pur sempre un cammino, che modifica orizzonti. E così fede e incredulità, insieme, abitano le grandi chiamate.
    Come può dubitare della promessa chi si è messo in viaggio sospinto da quella parola futura?
    Abramo ha lasciato la sua terra per seguire Dio, non i suoi dubbi e le sue resistenze. Sono proprio queste complessità a rendere credibili i personaggi biblici, impedendo di trasformarli, come spesso facciamo, in modelli da emulare.
    Riconciliarsi con la complessità della vita, della fede, dell’amore può richiedere la fatica di lasciare
    andare le facili certezze, la voglia di mettere in ordine il mondo, separando i buoni dai cattivi, gli increduli dai credenti, la vita dalla morte.
    Opposti che non si possono incontrare in una visione infantile e semplificata della realtà. Diverso per chi prova a dare forma a una fede adulta che, alla scuola della Bibbia (e della vita), è chiamata ad abitare le tensioni, a guardare alle sfumature che attraversano gli opposti per cogliere quel movimento vitale, quel processo che trasforma situazioni chiuse. Non è un caso che il cantico dei tempi dell’esistenza umana si apra con la nascita e si chiuda con la pace: non la pace eterna, né l’assenza di guerre, ma pienezza di vita.
    Lo Shalom, infatti, non ha la forma del vuoto, dell’assenza di conflitti, ma della pienezza: come un ventre gravido, che è promessa di nuova vita. Nascere e rinascere.
    Muore chi non vuole cambiare, trasformarsi, accettando, come il seme, il paradosso di morire per portare frutto.

    (“Riforma” - settimanale delle chiese evangeliche battiste metodiste e valdesi - 13 aprile 2018)


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