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    Corpi come armi,

    così si alimenta

    il mito fascistoide

    Massimo Recalcati

    Si dice “violenza bestiale”, si pensa infatti che nella violenza cieca l’umano regredisca alla bruta istintualità dell’animale. Ma è veramente così?
    Non dovremmo invece, anche di fronte a questo ultimo tragico fatto di cronaca a Colleferro, che ha visto la morte del giovane Willy, provare a ribaltare scabrosamente il nostro modo di vedere le cose? Non dovremmo provare a pensare che nessun animale sarebbe capace di raggiungere la ferocia alla quale può giungere la violenza umana? L’animale agisce mosso dalla legge dell’istinto che prevede la sopravvivenza della specie, dunque la difesa del territorio, la necessità di procurarsi cibo, ecc. Ma l’essere umano? Il suo esercizio della violenza non riflette affatto una legge istintuale, ma un godimento pulsionale. É questo godimento che può sprigionare la sua violenza sanguinaria. Un ragazzo leale e altruista interviene per difendere un amico provocato da un gruppo di giovani uomini minacciosi.
    Quale è stata la sua colpa che ha meritato una punizione così atroce? La sua colpa imperdonabile è stata probabilmente quella di aver provato a portare la pace, di avere introdotto al posto della Legge dei pugni quella della parola. La sua colpa è stato il suo tentativo di evitare lo spargimento del sangue. Ma per l’umano, quando è preda al godimento della violenza, la parola suona sempre come un’offesa. Nel duello mortale, nella lotta spietata dei corpi, nello scontro fisico, nell’esercizio della violenza la parola è costretta a tacere. Anzi, si potrebbe dire che è proprio l’assenza della parola che fa sorgere la violenza. Il giovane Willy ha probabilmente provato a ricordare ai suoi assassini che l’umano è innanzitutto parola e dialogo. Costoro, invece, gli hanno voluto dire che la parola non conta nulla, che è nulla, che è nulla come era nulla la sua stessa vita.
    La violenza non accetta la pazienza del dialogo e gli equivoci della parola. Mira drasticamente a raggiungere il suo obbiettivo il più direttamente possibile. Quale? Annientare l’avversario, distruggerlo, sopprimerlo senza lasciargli scampo. Questi giovani criminali, riportano i giornali, sono dediti alle arti marziali e a sport violenti.
    Ma la prospettiva dello sport anche quando è violento - un incontro di pugilato o di lotta non sono forse violenti? – non educa necessariamente alla violenza.
    Anzi, conosciamo molte storie che raccontano di come lo sport violento sia stato un modo per canalizzare un’inclinazione alla violenza che sarebbe stata altrimenti distruttiva. Il rispetto dell’avversario e la disciplina severa dell’allenamento non sono di per sé incubatrici della ferocia. Anzi, si dovrebbe dire probabilmente il contrario. Sono modi per simbolizzare una violenza che altrimenti potrebbe trovare espressioni apertamente criminogene. Ricordiamo che Platone – il filosofo della teoria delle idee - fu pugile e lottatore e dovette il suo nome alle sue “spalle grosse” da atleta. Diverso è l’episodio che ha coinvolto il povero Willy. In questo caso nessun rispetto per l’avversario se non il probabile disprezzo per la sua pelle scura e per la sua credenza ingenua nella legge della parola. I suoi carnefici lo hanno colpito senza essere fermati da nessun arbitro e da nessuna regola.
    Semplicemente nessun rispetto è dovuto per quelli che non appartengono al loro mondo. In questo senso l’uso della violenza è sempre razzista. Rifiuta la differenza, il pluralismo, l’esistenza difforme dell’altro. A fondamento di questo episodio non c’è alcuna educazione sportiva, ma solo l’uso criminogeno e militarizzato di tecniche letali scorporate dalla loro finalità agonistica. Allora il corpo diventa un’arma di combattimento priva di etica e pietas. È quello che tutti i regimi fascisti hanno enfatizzato colpevolmente condividendo il disprezzo della cultura e della parola.
    In questa esaltazione paramilitare e fascistoide del corpo forte e vigoroso lo sport non appare come esperienza del superamento dei propri limiti, della cura del proprio corpo, del rispetto del rivale, del controllo di se stessi, ma viene subordinato ad un’altra logica: quella della sopraffazione razzista e del rigetto della parola. Anche in questo caso il problema non sono le arti marziali o gli sport di combattimento in sé, ma l’uso che se ne fa, dunque la cultura che li sostiene e li sponsorizza. Questa può essere una cultura del rispetto dell’avversario e del confronto con i propri limiti e con le proprie paure, oppure una cultura che alimenta il culto dissennato per la propria potenza e per la propria capacità di distruzione, dunque il godimento della violenza fine a se stesso.

    (La Stampa - 8 settembre 2020)


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