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    "Si sta come d’autunno"

    Vecchiaia, stagione di fatica e di vuoto, stagione di raccolto


    Piero Stefani

    «Farò quel che posso». È una frase pronunciata di solito per arginare, senza scoprirsi troppo, una richiesta altrui.
    Almeno le cose stanno in questo modo in situazioni normali. Se però l'espressione appare sulle labbra di una persona molto anziana l'alone che la circonda cambia colore. In questo caso chi la dice si sta misurando con forze decrescenti, con una prontezza di spirito affievolita, con un ricordo lucido per fatti lontani e debole per quelli vicini. «Faciam, ut potero, Laeli» è una battuta del ciceroniano De senectute. Il grande Tullio attribuì all'espressione solo una funzione di passaggio introduttivo. In realtà essa è una specie di involontaria silloge di uno degli aspetti qualificanti della vecchiaia. Lo è per quel verbo coniugato al futuro calmierato dalla presenza di una capacità di operare fattasi più flebile. «Farò» c'è ancora un domani da non sprecare, visto che è assai improbabile che ci sia un posdomani.
    Nessun vivente sa con certezza quando morirà. C'è però chi ha davanti a sé una possibilità alquanto indeterminata, mentre altri sono nelle condizioni di considerare la fine delle loro vite un'eventualità più prossima. Nessuna persona che non sia gravemente ammalata è tanto vecchia da pensare di non riuscire a vivere ancora un anno; eppure è del pari consapevole che non scorgerà quanto avrà luogo fra un ventennio o un trentennio. L'esistenza umana è paragonabile a un'opera teatrale in più atti: quando inizia l'ultimo non se ne conosce esattamente la durata, ma si è certi che dopo non ce ne sarà un altro. La vecchiaia è il tempo propizio per esercitare l'arte del congedo. C'è un'età della vita da sempre paragonata all'autunno. Le giornate si accorciano in maniera inesorabile, il buio si fa sempre più prossimo, tuttavia nelle ore centrali del giorno ci sono luci e colori che nessuna altra stagione dell'anno è in grado di offrirci. Nella vita umana la prima componente è certa, la seconda è una possibilità non garantita; quando però essa sopraggiunge si ha la dorata certezza di non aver vissuto invano. L'autunno non è forse anche stagione di raccolti?

    Aiutalo che Dio ti aiuta

    «Non ha l'abito intero prima alcun, /c'a l'estremo dell'arte e della vita» scrisse Michelangelo. La sua ultima fatica fu la Pietà Rondanini, un'opera nella quale l'arte del «levare» spiritualizza il marmo e rende il non-finito michelangiolesco motivo di speranza che ci sia l'infinito. Forse nessuna altra realizzazione artistica porta in modo tanto riconoscibili le stigmate dell'«opera ultima». Nella Pietà Gesù morto sorretto da Maria appare, a motivo dell'andamento a falce di luna della statua, anche come colui che sorregge sua madre e insieme a lei anche tutti noi. Trascritta in modo semplicemente umano, quest'aspetto redentivo diviene metafora di una vecchiaia felice nella quale chi è fisicamente sorretto su altri piani sorregge chi lo sta aiutando. Con riferimento alla Pietà Rondanini qualcuno ha rilevato che le parti più basse della statua sono levigate e definite a motivo del fatto di essere le più raggiungibili da parte del vecchio artista. Non sappiamo se le cose siano andate effettivamente così; ma se così fosse stato, Michelangelo avrebbe reso la sua impotenza causa dell'in-finitezza presente nei due volti spiritualizzati di Gesù e di Maria. Colta sotto questa luce, l'opera ultima del grande artista diverrebbe un simbolo del massimo apporto che la vecchiaia può dare: trasformare la propria debolezza in dono di senso sia per se stessi sia per coloro che continueranno a vivere sulla terra.

    Ora lascia, o Signore

    Non tutti sono artisti, poeti o scrittori; potenzialmente a tutti è però chiesto di prendersi cura di come congedarsi dalla vita. In tali situazioni qualche figura può essere assunta a modello. Nel Vangelo, specie per chi non ha né figli, né nipoti, vi è uno specifico personaggio circondato dal fascino dell'anzianità. A esso già qualche anno fa pensava il cardinal Roger Etchegaray (nato nel 1922). Quando aveva ottantotto anni, egli confidava di andare spesso nella sua cappellina privata dove custodiva due icone vicino al Santissimo: Maria che porta in braccio il bambino e il vecchio Simeone anch’egli con il piccolo Gesù in braccio. Secondo il Vangelo sono le uniche persone che hanno compiuto un simile gesto. Il cardinale affermava di identificarsi sempre più con Simeone. Dichiarava di essere sorretto da Gesù Cristo, ma desiderava anche riuscire ancora a mostrare la mitezza di Gesù al mondo. Una volta scrisse a Simeone una lettera aperta. Vi si legge: «Sei stato avvertito dallo Spirito Santo che non avresti visto la morte prima di aver visto il Messia: misterioso destino di un incontro che collega le due visioni e che fa sgorgare dal tuo cuore, sempre rimasto giovane perché in perpetua attesa, il cantico del Nunc dimittis che ha la malinconia del sole che tramonta e la vibrazione di un’aurora radiosa […] Simeone, sei il santo dei miei ultimi giorni!».

    Finché morte non ci separi

    Vi è una situazione in cui il fascino della vecchiaia parla a vasto raggio, ciò avviene quando l'anzianità è vista non già rispetto al singolo bensì riguardo a una coppia che, senza esibizionismi, mostra dopo tanti anni di essere unita nel bene. Il trascorrere del tempo, le vicende gioiose e tristi, quotidiane ed eccezionali, faticose e lievi vissute insieme hanno solcato il viso dei due coniugi senza spegnere l'intensità del loro reciproco sguardo. Il loro occhio è diventato più penetrante, basta una piega della bocca, un inarcarsi di un sopracciglio per capire e comprendersi. Le loro mani si cercano ancora. Quando è così, i due divengono testimoni viventi della durata. Con il loro lungo passato essi fanno balenare agli altri che al bene è dato ancora un futuro. La frase «è successo, potrà succedere di nuovo», lungi dall'essere un pesante ammonimento, si trasforma in esempio e motivo di speranza.
    Non sempre le vicende assumono questa piega. Non è così quando i cuori si sono induriti e le reciproche insofferenze si sono trasformate in chiusure o addirittura in ostilità. Tuttavia non va in questo modo neppure allorché la sventura si è abbattuta su di loro e uno dei due è consegnato all'impotenza, all'immobilità o, per essere ancora più crudi (ma purtroppo in più occasioni anche realisti), alla demenza. Pure quando non avvengono eventi tanto dolorosi, diventa comunque inevitabile la sensazione che il rischio, intrinseco alle nozze, assunto tanto tempo prima si stia facendo, di giorno in giorno, più concreto. Salvo situazioni eccezionali, uno dei due si congederà dalla vita terrena prima dell'altro. Tanto più stretto fu il legame, tanto più grave sarà la perdita. Quando si approda a questi lidi è vano cercarvi il fascinoso. Ci può essere però molto da ammirare osservando chi regge alla sfida lanciatagli dal vuoto in cui si trova. Egli ora vive all'insegna del ricordo e di una gratitudine che si trasforma in una forma di soffusa presenza. Se poi chi resta è afferrato dalla fede cresce in lui anche il senso dell'attesa.

    (Messaggero Cappuccino - Agosto - settembre 2019)


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