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    Vacanze

    Enzo Bianchi

    1. Vacanze: elogio del «far niente»

    C’è nelle vacanze una dimensione che purtroppo è negata e contraddetta, nonostante le intenzioni dichiarate da chi parte, prende le distanze dal quotidiano e dunque va in vacanza, intraprende il viaggio per vacare. In realtà vacare non è così facile, non è automatico, soprattutto se si pensa che contiene soprattutto in sé l’idea del «far niente».
    Che cosa significa «far niente»? Significa darsi del tempo per non fare quello che fanno gli altri: fare il bagno, fare una passeggiata… «Far niente» significa sentire che si esiste, sentire che si è vivi e dunque godere di essere al mondo, assaporare l’istante. Durante tutto l’anno si agisce, si fa, ma si può anche «far niente», cosa più facile da dirsi che da vivere. Ci sono uomini e donne che non riescono mai a «far niente», perché agire li nutre; non hanno mai tempo per «far niente», perché hanno sempre da fare, e così a poco a poco diventano incapaci di fermarsi dal fare.
    Sì, ci sono uomini e donne che, giunti in vacanza, pensano subito a vuotare le valige, a mettere in ordine, a fare programmi, a recarsi al supermarket, a stabilire cosa fare al mattino, a mezzogiorno, alla sera… E poi c’è l’erba del prato attorno a casa da tagliare, immergendosi in un rumore assordante; e si trovano molte altre cose da fare, pur di non fermarsi a «far niente». «Far niente ci angoscia, fare molte cose ci rassicura. «Faccio dunque vivo», e quando mi presento agli altri dico quel che faccio; se faccio nulla non so neanche parlarne, e poi mi prende la noia, la stizza…
    Eppure fermarsi e «far niente», in modo consapevole, significa sentirsi come un albero, una pietra, una cimice adagiata sul prato, una nube in cielo: ci sono molti soggetti attorno a me che sanno «far niente»… «Far niente» diventa allora sentire un legame, una comunione con ciò che mi sta attorno. E sento di vivere, tranquillamente, mi sento contento di nulla e di tutto ciò che esiste. E capisco che passo giorni e giorni senza sentirmi vivere, senza essere consapevole che esisto e che è bello vivere: non sono «una macchina che fa»!
    Arte non solo per riposare il «far niente»,
    ma arte per vivere e diventare sapiente.

    2. Vacanze: un tempo per guardare, contemplare

    In vacanza si può avere il tempo per guardare, per contemplare. Sì, perché abitualmente noi non guardiamo davvero le cose, vediamo ma non guardiamo. Non abbiamo tempo per fermare lo sguardo, il quale è abituato a esercitarsi meccanicamente per un semaforo, perché vedo passare una donna bella, perché vedo un manifesto che mi colpisce. Non c’è più libertà di guardare e non c’è più capacità di guardare in profondità le cose, di attraversarle guardando al di là delle cose… Noi guardiamo sempre di più ciò che ci viene detto di guardare, e così attira il nostro sguardo soprattutto ciò che è pensato per sedurci, per richiamare la nostra attenzione, per accendere il nostro desiderio: basti pensare alle ore dedicate da molti quotidianamente a vedere la televisione… E così sentiamo confessare: «Non avevo visto, di questo non mi ero accorto», solo perché una cosa non si impone al nostro sguardo. Dunque non io scelgo di guardare, ma mi viene dettato di fatto cosa guardare e viene così allontanata ogni possibilità di esercitare il senso della vista in modo da contemplare, gustare, pensare, leggere ciò che vedo.
    In vacanza è dunque importante esercitarsi a guardare: provare una volta su una spiaggia a tenere gli occhi aperti verso il cielo; fermarsi a lungo a vedere il mare che non è mai uguale, ma cambia sempre colore, forma; provare a vedere come una formica porta e trasporta una briciola di pane; guardare com’è fatto un fiore… È così che si impara a vedere come diceva Saint Exupery, a «vedere con il cuore»: così noi, aprendo gli occhi del nostro cuore, impariamo a vedere in grande, dunque a sentire in grande; così si impara a vedere ciò che non si vedeva ma che esiste, vive accanto a noi; si impara ad ammirare, ad accogliere ciò che è sconosciuto, differente da ciò che pensiamo. Non ci si annoia nel guardare…
    È significativo che Benedetto nella sua Regola esorti a rivolgersi alla luce di Dio «con gli occhi aperti» (Apertis oculis nostris ad deificum lumen: prologo, 8). Si ricordi che contemplare significa etimologicamente «guardare con il tempio», cioè avere lo sguardo di Dio, condividere il modo con cui Dio guarda il mondo, la storia. Egli, che «ha tanto amato il mondo» (Gv 3,16), guarda sempre con amore.

    3. Vacanze: riflettere sulla propria vita

    In vacanza occorre certamente
    imparare a far niente
    imparare a guardare,
    ma anche esercitarsi a riflettere sulla propria vita.
    Anche questa è un’operazione non spontanea, non facile e sovente faticosa, ma è fondamentale ascoltare le domande che ci abitano. Domande che non possono essere eluse se non rimuovendole, facendole tacere, «distraendoci», oppure inebriandoci di attivismo. La vacanza è l’occasione per sentir risuonare in sé queste domande: «Come va davvero la mia vita? Sono felice? Cosa mi manca?».
    Schopenauer scrive che «l’uomo è un animale metafisico», cioè è capace di porsi delle domande che vanno oltre il materiale, oltre il visibile. Cosa vuol dire vivere e cosa vuol dire morire? Cosa significa amare veramente? E può finire l’amore? L’uomo è un animale capace di porsi queste domande, un animale che vuole interpretare la propria esistenza e di questa vuole darsi delle ragioni. Non ci sono risposte chiare e certe? Ma non per questo occorre vietarsi di ascoltare queste domande!
    Occorre allora trovare del tempo in vacanza per stare un po’ soli, per fare un po’ di silenzio e darsi alle domande che ci abitano. Se non facciamo mai questo «lavoro», rischiamo di vivere alla superficie, senza mai essere consapevoli, senza mai riuscire a leggere la nostra vita e a misurarla nelle sue attese e nei suoi fallimenti… I latini dicevano che l’uomo deve anche imparare ad habitare secum, ad «abitare con se stesso», ad ascoltare se stesso. Non è un’operazione narcisistica, ma è un’operazione di verità su se stessi e sul rapporto con gli altri, è una necessità per prendere la propria vita in mano con un minimo di lucidità e per imparare ad amare gli altri. Sì, ad amare gli altri, perché si amano gli altri quando si ama se stessi: «Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Lv 19,18; Mc 12,31 e par.; Rm 13,9; Gal 5,14; Gc 2,8).
    Coraggio dunque: in vacanza diamo del tempo alla riflessione, al pensare.
    «Cosa fai?».
    «Io penso».
    Rara ma straordinaria risposta!


    T e r z a
    p a g i n A


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