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    La notte di Pietro

    Gianfranco Ravasi

     

    Il Giovedì santo è affollato di personaggi che circondano Gesù. Tra costoro spicca indubbiamente Pietro, come era accaduto in altre tappe della vita pubblica di Cristo.
    Questa volta, però, la sua è una giornata cupa, è il momento della crisi, dell’oscurità non solo esteriore con le tenebre notturne che incombono nel crepuscolo del Giovedì santo, ma anche del buio interiore della sua coscienza attraverso la debolezza del tradimento. Ricostruire quelle ore è piuttosto complesso perché le relazioni dei quattro Vangeli si sviluppano secondo percorsi diversi con ramificazioni che comprendono eventi specifici in ciascuna narrazione.
    È ovvio che la nostra potrà essere solo un’evocazione essenziale: se si volesse adottare un rigoroso canone esegetico e storico-critico, dovremmo seguire, ad esempio, quanto ha fatto uno dei maggiori neotestamentaristi del ’900, l’americano Raymond E. Brown (1928-1998), col suo monumentale commentario ai racconti della Passione, La morte del Messia, un’opera che nella versione italiana del 1999 (l’originale era del 1994) assomma ben 1815 pagine! Certo, l’ambito che noi ora dobbiamo ritagliare è più ristretto e ha il suo avvio quando «venuta la sera, Gesù si mise a tavola con i Dodici» per celebrare la cena pasquale che sarà da lui segnata in chiave eucaristica.
    È qui che entra in scena, a tutto tondo, Pietro, paradossalmente in parallelo con Giuda. Infatti tutti gli evangelisti sono concordi, sia pure in forme diverse, a introdurre - accanto all’esplicito annuncio del tradimento di Giuda (formidabile è il gelido dialogo narrato da Matteo 26,25: Giuda, il traditore «disse: Rabbì, sono forse io? Gli rispose: Tu l’hai detto») - la predizione del rinnegamento di Pietro. Esso per Luca e Giovanni è annunciato da Gesù durante l’ultima cena, mentre per Marco e Matteo è esplicitato «dopo aver cantato l’inno», ossia i Salmi cosiddetti dell’Hallel (la lode innica) del rito pasquale, dal 113 al 118 del Salterio e dopo essere usciti dal Cenacolo per avviarsi tutti insieme verso il Getsemani, ai piedi del monte degli Ulivi.
    In quei momenti Gesù, ricorrendo a una citazione del profeta Zaccaria («Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge» 13,7), dipinge l’«inciampo», in greco skándalon, nel quale cadranno i discepoli in quella notte tragica. La replica di Pietro è enfatica: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai!». Solenne e lapidaria è la controreplica di Cristo: «In verità, io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti [curiosamente Marco parla di un canto per due volte], tu mi rinnegherai tre volte». Ancor più enfatica fino al parossismo è l’ulteriore reazione dell’apostolo: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò!» (si legga l’intero brano di Matteo 26,30-35).
    Con quella sinistra predizione di Gesù il gruppo raggiunge il podere del Getsemani (in ebraico e aramaico «frantoio»). I discepoli si siedono per terra sotto gli ulivi, mentre Cristo va oltre in uno spazio più riservato, facendosi accompagnare da Pietro, Giacomo e Giovanni, i tre apostoli testimoni esclusivi di altri eventi importanti. Ma la scena a questo punto si divarica ed è potentemente rappresentata da una tela del Mantegna (1460) custodita nel museo di Tours: in basso domina la pesante corporeità assonnata dei tre apostoli; in contrasto ecco nel registro superiore la remota e sospesa figura di Gesù su una rupe, solo nell’orazione e col viso rivolto a Dio. Da lassù egli scenderà per interpellare proprio Pietro scuotendolo: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora?» (Marco 14,37). Il pensiero corre al celebre commento dei Pensieri di Pascal: «Gesù sarà in agonia sino alla fine del mondo, non bisogna dormire fino a quel momento» (n. 553).
    Introduciamo ora una sorta di flashback, ritornando nella sala del Cenacolo poche ore prima, ricorrendo al racconto del quarto Vangelo. Là, secondo Giovanni, Pietro era stato protagonista di un altro atto, la lavanda dei piedi, un segno che viene reiterato ancor oggi nella liturgia della Messa «in coena Domini». Nota è la reazione, sempre impulsiva dell’apostolo. Dopo aver iniziato a lavare i piedi ai discepoli, un gesto servile umiliante e proibito a un ebreo, Gesù «venne da Simon Pietro e questi gli disse: Signore, tu lavi i piedi a me?. Rispose Gesù: Quello che io faccio, tu ora non lo capisci; lo capirai dopo. Gli disse Pietro: Tu non mi laverai i piedi in eterno! Gli rispose Gesù: Se non ti laverò, non avrai parte con me. Gli disse Simon Pietro: Signore, non solo i miei piedi, ma anche le mani e il capo!» (Giovanni 13,6-9).
    Ritorniamo tra gli ulivi del Getsemani, seguendo ancora il racconto giovanneo, che ha un parallelo nei Vangeli Sinottici, ciascuno però con annotazioni originali che l’esegesi cerca di isolare. La sostanza dell’evento che riguarda Pietro è, comunque, netta e riconferma la focosità dell’apostolo. Nella concitazione dell’arresto di Gesù, egli sfodera una spada (si ricordi l’equivoco delle «due spade» presentate a Gesù dai Dodici durante l’ultima cena, secondo Luca 22,38), e assesta un fendente che mozza l’orecchio destro del «servo del sommo sacerdote» di nome Malco. È Giovanni a darci questo nome e a segnalare la forte contestazione di Gesù: «Rimetti la spada nel fodero: il calice che il Padre mi ha dato, non dovrò berlo?» (18,11). Altrettanto potente è quella, diventata quasi un proverbio contro ogni violenza, riferita da Matteo: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che impugnano la spada, di spada periranno» (26,52).
    Tanti altri sono i particolari di intenso impatto teologico che costituiscono la filigrana di questa scena che nell’immaginario di tutti è incisa con l’emozionante raffigurazione del bacio di Giuda dipinto da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova. Noi ora dobbiamo invece seguire Pietro che, dopo il suo gesto “eroico”, si dà alla fuga con gli altri discepoli. Ma con un rigurgito di preoccupazione e curiosità «segue da lontano» il suo Maestro, «fino al palazzo del sommo sacerdote», ove Gesù era stato trasferito dopo l’arresto per essere deferito presso il tribunale del Sinedrio. L’apostolo era entrato nel palazzo e «si era seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire» (26,58). Ed è proprio là, nel cortile della residenza del sommo sacerdote, che si consuma l’atto estremo del suo tradimento, il momento più tenebroso di quella notte non solo temporale.
    Per Gesù era iniziato, invece, un calvario giudiziario presso l’autorità giudaica e poi nel tribunale romano, una vicenda che anticipava l’ascesa al Calvario vero e proprio, il colle della crocifissione. In quelle ore e nelle successive la sua autentica umanità si sarebbe rivelata attraverso tutte le sofferenze tipiche della persona umana: la paura della morte nell’orazione al Getsemani, le accuse e il rigetto del suo popolo, il tradimento degli amici, la tortura fisica e la solitudine umana e spirituale con l’assenza del Padre, fino a una brutta morte per asfissia in croce. All’interno di questo orizzonte oscuro si colloca appunto anche il triplice rinnegamento di Pietro durante quell’assise giudiziaria che, come scriveva lo studioso inglese Samuel G.F. Brandon nel suo Processo a Gesù, sarà «la più importante dell’umanità, conosciuta da un numero incalcolabile di persone», capace di far impallidire gli altri celebri processi storici a Socrate, Giovanna d’Arco o Galileo.
    Nel cortile esterno del palazzo di Caifa, davanti a una fiamma che riscalda i convenuti dal freddo delle notti primaverili, si consuma il cosciente rifiuto di Pietro nei confronti di Cristo. I racconti evangelici registrano variazioni nei dettagli: curioso è quello di Giovanni che introduce «un altro discepolo noto al sommo sacerdote che entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote, mentre Pietro s’era fermato fuori, vicino alla porta. Quel discepolo, noto al sommo sacerdote, tornò fuori, parlò alla portinaia e fece entrare Pietro» (18,15-16). Per la maggioranza degli esegeti questo personaggio sarebbe proprio «il discepolo amato» che entra in scena soltanto nel racconto della Passione e che forse è uno pseudonimo dell’apostolo Giovanni o dello stesso autore e redattore finale del quarto Vangelo.
    Come è risaputo, triplice è la negazione di Pietro nei confronti di Gesù variamente espressa ma costruita in un crescendo che ha il suo apice nella terza quando l’apostolo si abbandona a un empito di imprecazioni e di giuramenti, ribadendo sempre la stessa proclamazione quasi isterica: «Non conosco quest’uomo!». Una sola nota curiosa. Marco introduce un primo canto del gallo, già alla prima negazione con una successiva strana uscita di Pietro dal cortile, forse segno di un’autentica narrazione preesistente ai Vangeli che supponeva un’unica negazione dell’apostolo (Marco 14,68). Sta di fatto che è indiscutibile la storicità di quell’evento notturno. Proprio perché esso è indegno di colui che sarà poi la «pietra» di fondazione della Chiesa, non sarebbe stato passibile di “invenzione” da parte della comunità delle origini.
    Tuttavia, alla fine il sipario non cala sul tradimento. «Subito dopo il canto del gallo, Pietro si ricordò della parola di Gesù che aveva detto: Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte. E uscito fuori, pianse amaramente» (Matteo 26,74-75). È solo in questa occasione che in tutto il Nuovo Testamento ricorre l’avverbio greco pikrôs, «amaramente», a indicare l’intensità di un pentimento che lava la colpa. Idealmente si può stabilire un ponte con la scena che si svolgerà successivamente sul lago di Tiberiade quando per tre volte con grande passione Pietro ribadirà il suo amore per Cristo risorto che gli affiderà di nuovo il ministero di pastore della Chiesa (Giovanni 21,15-17).
    La notte dell’apostolo non è, quindi, un baratro, come nel caso di Giuda. Le lacrime della conversione fanno sorgere una nuova alba per Pietro, parallela ma più grandiosa di quella che era sorta anni prima sul litorale del lago di Galilea quando Gesù l’aveva convocato e cooptato tra i primi suoi discepoli (Matteo 4,18-22). Pentito e purificato, potrà diventare d’ora innanzi il rappresentante visibile del Risorto, pietra di fondazione e guida della sua Chiesa.

    (L'Osservatore Romano - 6 aprile 2023)


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