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    Spezziamo il rapporto malsano

    tra delitto e castigo

    Il problema della giustizia spalanca la questione della misericordia
    Il Vangelo ci scandalizza perché l’amore di Dio è sempre gratuito

    Enzo Bianchi

     

    Tutta la storia umana, tanto a livello sociale e collettivo quanto a livello individuale e di rapporti interpersonali, ha conosciuto la tensione, non eliminabile, tra esigenze di giustizia e istanze di misericordia, cioè di perdono. Al tempo stesso, il richiamarsi reciproco di questi due poli mostra anche la loro complementarità. Giustizia e misericordia sono virtù che devono essere integrate e anche correlate nei processi inerenti alla vita associata, alla vita della polis. Giustizia e misericordia diventano perciò strutture portanti del tessuto sociale e fattori decisivi per il cammino di umanizzazione, sempre necessario e mai concluso.
    Non tenterò di definire la giustizia, mi basta considerarla nel suo significato più ampio: la giustizia è la base di ogni ordinamento etico, e nella nostra tradizione culturale non possiamo dimenticare che il pensiero greco-latino pone l’accento su ciò che sta alla radice della costituzione della giustizia, il rapporto con gli altri (iustitia est ad alterum), e che, in particolare, il pensiero romano ha assunto al riguardo un dato ontologico al quale fare riferimento, ossia la dignità irrinunciabile della persona, sintetizzata nel principio unicuique suum.
    La giustizia deve regolare l’insieme dei rapporti sociali, ma in tale compito essa può essere soggetta a tentazioni, che si manifestano sotto forma di oscillazioni: in una società individualista la giustizia può essere ridotta a una convenzione che la considera solo in rapporto alle relazioni intersoggettive (giustizia commutativa), senza tenere conto della dimensione sociale, della communitas. D’altro canto, quando l’accento è posto solo sulla prospettiva giuridica, si corre il rischio dell’oggettivazione senza attenzione alla soggettività, cosicché la giustizia finisce per diventare summa iniuria, secondo il noto assioma summum ius summa iniuria. Ecco dunque la necessità dell’epieikeía, cioè del perseguimento di una giustizia superiore a quella definita, sempre imperfettamente, dalla lettera della legge, di una giustizia che sappia discernere le istanze soggettive di ciascuno.
    Qui si apre dunque, ma in un orizzonte diverso, il discorso sulla misericordia, termine non inerente al diritto e tuttavia mai da esso sentito completamente estraneo, come mostra l’elaborazione di istituti diversi e con contenuto vario, quali la grazia, l’indulto, eccetera... Basti evocare la comprensione diversa, nelle culture differenti e nelle varie epoche, della pena e della sua interpretazione, da punitiva, a cautelare, a rieducativa e riparativa…
    Nel messaggio per la giornata mondiale della pace (1.1.2005) Giovanni Paolo II ha affermato con forza e grande convinzione che “non c’è pace senza giustizia, non c’è giustizia senza perdono”. Il cristianesimo, a partire dalla profezia di Isaia contenuta nell’Antico Testamento, ha sempre affermato: Opus iustitiae pax (Is 32,17), ma in quell’occasione il papa ha rinnovato e accresciuto il messaggio biblico, aggiungendo per l’appunto, che “non c’è giustizia senza perdono”.
    È una grande novità, un irreversibile passo in avanti nel magistero della chiesa. L’immanenza del perdono alla giustizia può anche scandalizzare, e certo richiede una ricerca profonda su come articolare queste due virtù che sembrano non coniugabili. Ma c’è di più. Il papa non si limitava a indicare questo cammino di giustizia e perdono come un itinerario personale dei cristiani, ma giungeva anche a “sperare in una ‘politica del perdono’, espressa in atteggiamenti sociali e istituti giuridici, nei quali la stessa giustizia assuma un volto più umano”. Sottolineo: istituti giuridici! Ciò significa che, all’atto di normare la giustizia, le leggi della polis dovrebbero essere in grado di legiferare tenendo conto del perdono, di quella virtù che ebrei e cristiani chiamano misericordia, parola che, etimologicamente, significa “cuore per i miseri”. La proposta è, dunque, che il perdono entri a fare parte della prassi politica, sia annoverato tra le componenti della società, riguardi i rapporti tra i popoli e le etnie, sia previsto dal diritto ed espresso in istituti giuridici. Ciò significa ripensare il concetto di giustizia punitiva in alcune legislazioni, di giustizia retributiva in altre, delle modalità della giustizia correttiva o rieducativa…
    Il grande messaggio su giustizia e misericordia è rivelato in pienezza nel Nuovo Testamento dalle parole e dai gesti di Gesù di Nazaret. Nella sua vita umanissima egli ha voluto narrarci Dio, il Dio giusto e misericordioso nel quale egli confidava. Proprio sul tema della giustizia, richiesta dal suo maestro Giovanni il Battista in vista del giorno del giudizio di Dio, Gesù porta a compimento la Legge e i Profeti. Non a caso l’evangelista Matteo testimonia queste parole di Gesù: “Se la vostra giustizia non supera [o non abbonda più di (verbo perisseúo) quella di scribi e farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20). Questo non significa – come purtroppo molti comprendono – che la giustizia degli scribi dei farisei fosse ipocrita; no, era un adempimento della giustizia prescritto dalla Torah, dalla parola di Dio. Gesù però osa risalire all’intenzione del Legislatore, non si ferma alla norma oggettiva, ne chiede un adempimento più radicale e profondo.
    Ciò che di peculiare il Vangelo ci testimonia è la misericordia di Gesù superiore a ogni giustizia, intesa come legalità. Ma come riassumere il rapporto tra giustizia e misericordia nella predicazione di Gesù? Soprattutto ricorrendo ad alcune sue affermazioni. Innanzitutto Gesù ha affermato che occorre spezzare il rapporto tra “delitto e castigo”, titolo del celebre romanzo di Fëdor Dostoevskij, che esprime bene un principio a lungo predicato dalla chiesa. No, al delitto deve seguire la misericordia, “settanta volte sette”, cioè all’infinito: nei rapporti umani misericordia e perdono devono sempre essere affermati, perché questo è l’atteggiamento di Dio nei nostri confronti.
    La giustizia di Dio è infatti gratuita e preveniente rispetto alla nostra risposta: gratuita, perché l’amore e la misericordia di Dio non vanno mai meritati; preveniente, perché Dio per primo ci propone la relazione con lui, chiedendoci di accogliere il suo amore prima di rispondergli con il nostro.
    La giustizia non è meritocratica, come insegna la parabola degli operai inviati nella vigna, i quali ricevono tutti lo stesso salario pur non avendo lavorato lo stesso numero di ore.
    Certo, una giustizia del genere scandalizza: ha scandalizzato i contemporanei di Gesù in Galilea, in Giudea, e scandalizza ancora oggi. Ma il messaggio cristiano è proprio questo, un messaggio che non richiede certo una realizzazione in senso fondamentalista nella comunità dei credenti, eppure credo che vada accolto con attenzione e facendo discernimento, per vedere se in esso non vi sia un’ispirazione anche per l’affermazione e l’esercizio della giustizia qui e ora, nella polis.

    (La Stampa - 18 Settembre 2022)


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