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    Vite indegne di vita

    Lo sterminio dei disabili

    nel racconto teatrale di Marco Paolini

    Myriam Leone e Gianpaolo Bellanca *

    Ausmerzen


    A Berlino, nel biennio 1939-40, ebbe luogo una macabra operazione eugenetica, nota come “Aktion T4”, che prevedeva lo soppressione di tutti gli individui fisicamente o mentalmente disabili, uno sterminio di massa che affondava le sue radici già nel 1920 ad opera di Alfred Hoche e Karl Binding, l'uno psichiatra e l'altro giudice. Tale infamante pagina della storia del Novecento è al centro di Ausmerzen - Vite indegne di essere vissute, uno sconvolgente monologo teatrale di Marco Paolini realizzato nell'inquietante cornice dell'ex-ospedale psichiatrico "Paolo Pini" di Milano, un luogo che per tanti anni ha raccolto le grida e i lamenti degli emarginati, degli ultimi. L’attore e drammaturgo bellunese, da sempre attratto dal teatro civile e dalle tematiche socialmente rilevanti, narra con la sua lucida e terribile capacità di analisi l'orrore che ha conosciuto durante il suo lungo viaggio nella malvagità umana. Avvalendosi della rielaborazione di una mole enorme di dati, nelle stanze di un manicomio trasformate per una notte in scena teatrale, Paolini restituisce con la sua inconfondibile voce il frutto di un’indagine che attesta la sistematica eliminazione in Germania, prima della nascita dei campi di concentramento, di oltre trecentomila esseri umani classificati come creature "difettose", indegne perfino del diritto alla vita.


    "Molte sono le cose tremende, ma nessuna lo è più dell’uomo”. Così recitava un verso dell'Antigone di Sofocle, e difficilmente troveremmo un'espressione più adatta per descrivere lo sterminio "a scopo eugenetico" che ebbe luogo in Germania, nel biennio 1939-40, e che prese il nome di "Aktion T4", dall'indirizzo della palazzina in cui venne ordito il macabro progetto: Tiergartenstraße numero 4, Berlino.
    Questa infamante pagina della storia del Novecento, ignota a molti, è al centro di Ausmerzen - Vite indegne di essere vissute, l'ultimo racconto teatrale di Marco Paolini: nell'inquietante cornice dell'ex-ospedale psichiatrico "Paolo Pini" di Milano, circondato da lerci camici dismessi che pendono da pareti grigie e scrostate, a braccia spiegate, come muti crocifissi privi di volto, in un luogo che per tanti anni ha raccolto le grida e i lamenti degli emarginati ma che oggi risuona del silenzio di un dolore ormai antico, Paolini ha narrato l'orrore che ha conosciuto durante il suo lungo viaggio nella malvagità umana. Avvalendosi della rielaborazione di una mole enorme di dati, l'autore e regista ha portato avanti una sconvolgente indagine che attesta la sistematica eliminazione in Germania, prima della nascita dei campi di concentramento, di oltre trecentomila esseri umani classificati come "difettosi", indegni perfino di vivere. Spiegando il titolo scelto per il suo studio, così afferma Paolini: "«Ausmerzen» ha un suono dolce e un'origine popolare. E' una parola di pastori, sa di terra, ne senti l'odore. Ha un suono dolce ma significa qualcosa di duro che va fatto a marzo. Prima della transumanza, gli agnelli, le pecore che non reggono la marcia vanno soppressi".
    Nella Germania agli albori del nazismo lo stesso programma di selezione venne applicato sugli individui fisicamente o mentalmente disabili, ma tale sterminio di massa rappresentò il punto di arrivo di un programma eugenetico che affondava le sue radici già nel 1920. Fu in quell'anno, infatti, che Alfred Hoche e Karl Binding, l'uno psichiatra e l'altro giudice, pubblicarono un saggio intitolato "Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute", nel quale era teorizzato il fondamento medico e giuridico del concetto di ausmerzen: esso prevedeva la soppressione dei deboli, dei mangiatori inutili, delle vite senza valore, delle esistenze-zavorre, dei parassiti del popolo e dei nemici dello Stato. Questa impostazione sollevò un ampio dibattito, provocando adesioni o rifiuti, ma, in ogni caso, creò i presupposti per lo sviluppo di quell'ideologia eugenetica che, di lì a pochi anni, avrebbe causato, attraverso la complicità dei medici e il benestare dello Stato, la soppressione dei nutzlose Esser, i "mangiatori inutili", esseri viventi ma ritenuti non degni di vita.
    La seconda tappa di tale processo fu l'istituzione delle "corti genetiche": il 14 Luglio 1933, sei mesi dopo l'insediamento del nuovo governo tedesco e la formazione di un comitato di esperti sul problema della politica demografica e razziale, venne approvata una legge che istituiva la sterilizzazione obbligatoria per tutti gli individui che rispondessero a certi parametri. Per tale operazione, vennero costituite 180 corti genetiche, formate da medici e da giudici, che nel primo anno, su ottantacinquemila casi esaminati, per settantamila decretarono la sterilizzazione: questa, secondo la propaganda dell'epoca, rappresentava la soluzione scientifica per un problema scientifico, tanto che, fra il '34 e il '39, vennero sterilizzate circa quattrocentomila persone.
    Nel frattempo, l'eugenetica si diffondeva sempre più rapidamente all'interno dello Stato, venendo insegnata anche all'università e formando un'intera generazione di nuovi medici. Il vero punto di svolta nel programma della politica demografica e razziale si ebbe nel 1939 quando, cessate improvvisamente le sterilizzazioni, si cominciò ad ordire il più raccapricciante progetto eugenetico che alcun Paese abbia mai osato concepire: l'applicazione dell'eutanasia di Stato. La diabolica macchina prese avvio con una circolare segreta inviata da Leonardo Conti, direttore sanitario del Reich, e indirizzata a reparti di maternità e pediatrie, ai medici e alle ostetriche, con la quale gli operatori sanitari venivano obbligati a segnalare, "nell'interesse della salute del Reich", tutti i soggetti nati con malformazioni o malattie gravi. Si cominciò dai più piccoli, i più incapaci di difendersi...
    Le prime registrazioni di neonati affetti da patologie riguardarono casi di idiotismo e mongolismo, microcefalia, idrocefalia, ogni deformità o mancanza di arti, paralisi. In breve tempo, il procedimento venne esteso fino ai bambini di tre anni finché, durante la guerra, vennero ammessi al "trattamento" perfino degli adolescenti. Ma in cosa consisteva tale trattamento? E' questa, a mio parere, la cosa più sconvolgente. Un organismo fantasma, detto "Comitato per la registrazione scientifica di gravi disturbi ereditari" e costituito da cinque medici, valutò i casi e predispose ventuno reparti per l'assistenza esperta che avrebbero praticato l'eutanasia infantile. In che modo? I primi bambini vennero uccisi attraverso delle iniezioni, poi venne sperimentato un nuovo metodo, "indolore": Paolini riporta la testimonianza di un medico che, durante il secondo processo di Norimberga raccontò la sua visita da studente ad uno dei suddetti reparti: "In circa quindici- venticinque lettini giacevano altrettanti bimbi, che potevano avere da uno a cinque anni. In questo reparto Pfannmüller spiegò in maniera particolarmente esauriente le sue idee. [...] Aiutato da un'infermiera che aveva l'aria di sapere far bene il lavoro in quel reparto, tolse un bimbo da un lettino. Mentre lo mostrava intorno come una lepre morta, con sguardo da intenditore e grinta cinica disse qualcosa come: «Questo qui, per esempio, durerà ancora due o tre giorni». Non dimenticherò mai la faccia di quell'uomo grasso, che ghignava tenendo nella mano flaccida quel mucchietto d'ossa piagnucolante, circondato dagli altri bambini affamati. Poi l'assassino spiegò che il metodo consisteva non nel sospendere di colpo la nutrizione, ma nel ridurre gradatamente le razioni.". Eutanasia attraverso una graduale e fatale denutrizione dei bambini...
    Quindi si passò ai grandi. Nell'ottobre del 1939, nell'ufficio di Hitler si tenne una riunione cui parteciparono due medici, Conti e Lammers, e Martin Bormann, segretario particolare del Führer: si discusse del progetto di eliminazione dei disabili adulti. Venne coinvolto anche lo psichiatra Heyde, giovane e raccomandato, ma occorrevano soprattutto un'organizzazione più strutturata e uno spazio adeguato per lavorare. Nacque così “Aktion T4”: una villa sequestrata ad un ebreo, a Berlino, in Tiergartenstraße n. 4, ospitò una perversa organizzazione che, dietro un'apparenza assolutamente borghese, mascherava un esiziale progetto di sterminio di massa.
    Nel passare dall'eliminazione dei bambini a quella degli adulti, il primo problema che si pose fu quello di riuscire ad uccidere un gran numero di individui provando a "ingannare" le loro famiglie, "senza fare troppo rumore". Innanzitutto si cercarono, si requisirono e si modificarono delle strutture isolate, ma non lontane da strade e ferrovie: si trattava di ex-carceri, istituzioni benefiche, castelli, tecnicamente classificati come "centri di uccisione" e dotati, ciascuno, di una camera a gas e di un forno crematorio. Poi si organizzò un confronto fra due tecniche di soppressione, il gas e le iniezioni. Paolini racconta che la soluzione a tale dilemma venne trovata, per sperimentazione, nella vecchia prigione di Brandeburg: "Le cavie sono un gruppo di pazienti prelevati da un manicomio. A fare le punture si mettono personalmente Leonardo Conti e Karl Brandt. Infilato il camice bianco, preparano le siringhe e «zac» con mano sicura. Però i risultati non sono soddisfacenti, le iniezioni agiscono troppo lentamente. Allora fanno spogliare otto cavie e provano con il gas. Nella vecchia prigione è stata costruita una piccola camera a gas con uno spioncino per l'osservazione, dopotutto è solo una dimostrazione. Anche in quel caso ad aprire il gas sono stati gli stessi dirigenti, hanno anche sbagliato facendolo uscire troppo in fretta e gli psichiatri hanno avuto un sussulto vedendo la paura che agitava i pazienti mentre morivano. «Così non è umano!» hanno detto. [...] A ben guardare i centri di uccisione sono organizzati come macelli, travestiti da cliniche ma macelli. Soltanto la necessità di intrattenere rapporti con le famiglie, di giustificare decessi, li distingue da una macelleria. Quando si ammazza un vitello non serve comunicarlo alla giumenta".
    Riguardo ai rapporti con i parenti dei "pazienti", uno dei tratti che considero più riprovevoli è l'inganno che venne perpetrato nei loro confronti da parte dei medici di famiglia: se si fosse presentato alla porta un uomo sconosciuto a chiedere la consegna del figlio infermo allo Stato, i genitori si sarebbero certamente rifiutati. Ma se invece questi ultimi avessero parlato con il medico di famiglia, una persona di cui si fidavano e che ora diceva loro che esistevano dei centri dove si guarivano i disabili, allora sarebbero stati convinti dalla sua azione persuasiva e gli avrebbero affidato il figlio con poche remore e tante speranze. Un complotto diabolico. Se qualche genitore o parente si fosse opposto alla consegna, sarebbe stato minacciato di essere privato della tutela o della patria potestà, dunque tutti alla fine, obtorto collo, cedevano. Inizialmente i malati venivano portati in un ospedale dove i genitori potevano andarli a trovare, poi, all'improvviso, venivano trasferiti in uno dei ventuno reparti "per l'assistenza esperta dei bambini con malattie ereditarie": da quel momento in poi, i parenti riscontravano sempre più difficoltà ad avere notizie dei ricoverati o a sapere dove si trovavano, finché ricevevano una lettera in cui veniva loro comunicato l'improvviso decesso del paziente.
    A questo proposito, Paolini riporta una lettera scritta dalla madre di una bambina vittima di tale "trattamento" e indirizzata al proprio medico di famiglia: "Oggi ho ricevuto la sua lettera proprio quando avevo finito di prepararmi per prendere il treno di mezzogiorno per venire a trovare la mia figliola all'ospedale. Ero paralizzata dallo spavento leggendo la lettera, una cosa del genere è terribile per una madre. [...] Lei mi informa di non sapere dove essa sia stata trasferita. All'inizio del ricovero io stavo male, perché molte persone mi facevano girare la testa con brutte parole. Da quando ho iniziato a venire a trovare regolarmente mia figlia Elisabetta, nel reparto per l'assistenza esperta dei bambini creato anche nel vostro ospedale, ho creduto che le mie preoccupazioni iniziali fossero ingiustificate, non è come dice la gente, pensavo. Fino a oggi ho pensato che la ragazza fosse stata data in buone mani". In risposta a queste parole di una madre angosciata, venne inviata solo una brevissima lettera, scritta, come centinaia di altre, sulla base di uno stesso facsimile dal direttore dell'Istituto: "Gentilissima signora, siamo molto spiacenti di doverLe comunicare che Sua figlia, trasferita il giorno 19 Novembre 1939 in questo Istituto per decisione del Commissario alla Salute del Reich, è deceduta improvvisamente il 18 Gennaio per un arresto cardiaco. Considerando la gravità della malattia da cui essa era affetta, la vita per la defunta non era che una sofferenza, per cui la sua morte deve essere considerata una liberazione". Solo a questo punto un genitore si rendeva conto di avere firmato la condanna a morte del proprio figlio, con tutte le conseguenze del caso: oltre cinquemila bambini vennero sterminati in Aktion T4, e gli adulti erano già oltre settantamila.
    La Chiesa non poteva più tacere, e con durissime parole il vescovo di Münster, von Galen, condannò questa barbara operazione eugenetica dichiarandola uno sterminio ingiustificato: "Se si ammette il principio, ora applicato, che l'uomo improduttivo possa essere ucciso, guai a tutti noi, guai a tutti noi quando saremo vecchi e decrepiti. Se si possono uccidere esseri improduttivi, guai agli invalidi, che nel processo produttivo hanno impegnato le forze, le ossa sane e le hanno perse. Guai ai soldati, che tornano in patria mutilati e invalidi. Chi è al sicuro della sua vita?". Tre preti di campagna vennero ammazzati per avere espresso il medesimo dissenso, finché Hitler, rendendosi conto di avere perso gran parte del consenso, mise ufficialmente termine ad Aktion T4 il 1° Settembre 1941, ma non era affatto finita.
    Vennero chiusi o riconvertiti i centri di uccisione, ma l'esperienza che il personale di T4 aveva maturato durante quei lunghi mesi divenne un apporto imprescindibile per il successivo sviluppo dei campi di sterminio e dei lager: finita l'eutanasia organizzata cominciò l'epoca di quella selvaggia, svoltasi in quasi tutti gli ospedali e le case di cura fra l'autunno del '41 e la fine della guerra. Non servivano più liste né pareri di commissioni fantasma: ogni medico divenne arbitro del proprio reparto e stabilì quale dei pazienti dovesse vivere e quale morire.
    Ma con la guerra che avanzava occorreva accelerare i decessi per liberare quanti più posti possibili negli ospedali: venne sperimentata la dieta E, un regime alimentare assolutamente privo di grassi, per cui i malati morivano per edema da fame e, nei casi in cui non funzionava, si ricorreva ad un'overdose di iniezioni, psicofarmaci o barbiturici. Fu una carneficina: centinaia di migliaia di disabili e di malati di mente venivano uccisi proprio da chi avrebbe dovuto curarli. E il secondo processo di Norimberga processò i medici coinvolti nei crimini di guerra e in quelle efferate operazioni "eugenetiche" (come i nazisti definivano le loro sistematiche eliminazioni).
    Innumerevoli sono gli aspetti del racconto di Paolini che ci lasciano sgomenti, ma credo che, fra tutti, il più sconvolgente sia l'assuefazione al male dimostrata da tutti coloro che furono implicati in questa macabra operazione: medici - compresi quelli di famiglia -, infermieri, operatori sanitari, genitori e parenti dei pazienti. Purtroppo, come affermava Hannah Arendt, il volto del male è mediocre, incolore, talmente banale da insinuarsi nella quotidianità confondendosi con essa fino a rendersi indistinguibile: l'uomo si abitua ad esso, mentre il suo grido di ribellione è come soffocato da un progressivo anestetico della coscienza. Lo diceva anche Primo Levi nel suo Se questo è un uomo: noi ci abituiamo a tutto, e con estrema facilità dimentichiamo l'orrore che abbiamo conosciuto .
    In mezzo alle squallide pareti del vecchio ospedale psichiatrico, camminando per quei viali un tempo alberati ma ormai solo rivestiti da una vegetazione rada e selvaggia, Paolini rammenta a tutti coloro che lo stanno ascoltando che ricordare è un gesto di educazione e una sfida personale contro la dittatura del presente che ci condanna ad un irredimibile oblio. E concludo proprio con le sue parole, che qui non esplicitano una condanna, ma che, ripetendo nomi e cifre, evocano quasi una litania e scandiscono le formule di un rito che ci costringe a non dimenticare:

    "Ricordare ci fa più solidi in un mondo liquido.
    Ricordatevi di Grafeneck, la prima a cominciare, novemilaottocentotrentanove vite trattate. Ricordatevi di Brandenburg, la prigione, novemilasettecentosettantadue vite trattate. Ricordatevi di Hartheim, diciottomiladuecentosessantanove vite trattate.
    Ricordatevi di Sonnenstein, tredicimilasettecentoventi vite trattate.
    Ricordatevi di Bernburg, ottomilaseicentouno vite trattate.
    Ricordatevi di Hadamar, diecimilasettantadue vite trattate.
    Trattate male."

    Nel racconto teatrale, nomi e cifre s'intersecano fra di loro fino a configurare la fosca immagine di un perfido mosaico la cui chiave d'interpretazione consiste proprio nel ricordo, unica possibile forma di riscatto morale per quelle vittime ancora silenziose. E così, mentre anche la voce di Paolini comincia ad affievolirsi, si spengono nuovamente le luci dell'ex-ospedale psichiatrico, mentre ai muri rimangono appesi al buio, in fila, quei vecchi camici, testimoni muti di una vergogna che non dovrà più ripetersi.

    SUGGERIMENTI E PISTE DI LABORATORIO PER UNO SVILUPPO PRATICO AI FINI EDUCATIVI

    Il successo dello spettacolo ha portato l’autore, Marco Paolini, a riscrivere in forma di narrazione i dati rielaborati e i contenuti del suo monologo teatrale, raccogliendoli nel testo a cui abbiamo attinto per la stesura di questo articolo: M. Paolini, Ausmerzen - Vite indegne di essere vissute, Einaudi, Torino 2012.
    Si potrebbe proporre la lettura dell’intero testo o di parti del testo da far analizzare ai ragazzi: noi, ad esempio, abbiamo estrapolato alcune delle fonti citate da Paolini chiedendo di elaborare un testo argomentativo che avesse come oggetto “Quando una vita può definirsi ‘degna’ di essere vissuta”.
    In generale numerosissimi sono gli spunti di analisi sui quali si può invitare alla riflessione a partire dalle parole del drammaturgo. Qui di seguito ne proponiamo alcuni:
    - Esistono vite “indegne” di essere vissute?
    - Cosa definisce la “dignità” della vita di un individuo?
    - Perché nessuno parlava? Si trattava di paura o connivenza?
    - Come si arriva dallo sterminio delle persone disabili alla soppressione di massa di Ebrei, omosessuali e dissidenti politici?
    - Esistono ancora oggi situazioni, in Italia, che portano a considerare alcune esistenze “indegne” di essere vissute?
    - Esistono oggi contesti, in Italia, che lavorano efficacemente per l’integrazione degli individui fisicamente o mentalmente disabili come una risorsa? Ad esempio la scuola, basata sul concetto di “inclusione”, come si pone in merito?

    DOVE TROVARLO

    - Libro: Marco Paolini, Ausmerzen - Vite indegne di essere vissute, Giulio Einaudi Editore
    - Video: https://www.youtube.com/watch?v=1jXOmEdRjvQ

    * Gli Autori sono docenti e responsabili della compagnia teatrale "Volti dal Kàos" del CGS Don Bosco - Villa Ranchibile di Palermo.

     


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