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    Il criterio:

    ritorniamo al Vangelo

    Per il rinnovamento della scuola salesiana

    Juan E. Vecchi

    È stimolante guardare Gesù che educa i suoi discepoli a una valutazione matura, libera, ancorata alla dignità della persona e della sua vocazione all'incontro con Dio. E che lo fa non attraverso lezioni da manuali o trattati, ma nel vivo degli interrogativi vissuti.
    Niente di ciò che entra nell'uomo dall'esterno, può farlo diventare impuro. Piuttosto è ciò che esce dal cuore che può rendere impuro un uomo (cfr. Mc 7,15).
    La questione della purità o meno del cibo, rievocata dal versetto evangelico, è fuori della nostra mentalità. Caso mai ci si preoccupa che i cibi non siano adulterati, con additivi o scaduti. Il problema era invece importante per la comunità cristiana primitiva destinataria immediata di questo insegnamento trasmesso dagli evangelisti. Lo si scorge nelle istruzioni che Gesù dà ai discepoli quando li manda a predicare: In qualunque casa entriate (anche di pagani) rimanete mangiando e bevendo quello che vi sarà servito (cfr. Le 10,7).
    Molto di più lo si vede nella ritrosia di Pietro a prendere cibi proibiti dalla legge finché un intervento dall'alto lo convince a fare diversamente (cfr. At 10, 9-33).
    A dire il vero non era una vertenza di poco conto. Con i termini puro e impuro applicati ad una gamma varia di azioni e realtà si esprimeva l'ambito della vicinanza e della lontananza da Dio, della fedeltà o rottura dell'alleanza.
    Gesù assume la questione a questo livello di profondità e non per casistica spicciola e irrisoria. Altrimenti a che pro se ne riporta la discussione nel Vangelo?
    Egli non si ferma a esaminare l'origine e la storia di una tradizione, ma pone subito un nuovo principio e un criterio pratico di discernimento: la superiorità della persona sulle cose anche sacre, la coscienza e la fede come luogo privilegiato del rapporto con Dio, base della vita dell'uomo. Ciò lo rende signore anche del sabato e libero dai condizionamenti rituali.
    Al di là dei termini materiali in cui si trova nel Vangelo, la medesima questione riappare continuamente nella Chiesa e in comunità di ogni tipo. Si tratta sempre della coscienza, dell'identità e della missione cristiana di fronte a consuetudini e leggi, strutture e istituzioni venerabili, mediazioni storiche e forme di presenza significative, tempi nuovi e correnti di pensiero da accogliere o respingere.
    Per i primi discepoli furono i cibi, la questione del tempio, gli usi pagani... Oggi si ripropone la stessa domanda quando intendiamo assumere abitudini e criteri di culture diverse da quella cristiana, quando siamo raggiunti da tendenze culturali o conquiste della libertà umana non sufficientemente assimilate dall'esperienza religiosa. Si pensi all'attuale questione sui diritti civili.
    L'insegnamento di Gesù consente ai suoi discepoli di non sottovalutare un sistema di vita o di pensiero già sperimentato e allo stesso tempo di non rimanervi condizionato.
    Ponendosi nella prospettiva dei suoi ascoltatori Gesù spiega dove risiedono e da dove scaturiscono le forze che portano l'uomo alla morte e all'infedeltà. E usa una parola che è molto ricca di significato nella Bibbia: il cuore!
    Il cuore è la profondità quasi irraggiungibile della persona, dove nascono e prendono forma misteriosamente sentimenti, preferenze, intenzioni; dove vengono concepite e si consolidano scelte che vanno maturando nel tempo. È uno spazio che a volte nemmeno lo stesso soggetto riesce a controllare, talmente si mescolano in esso l'istinto di vita, la ricerca della propria felicità e la responsabilità riflessa.
    Perciò Dio solo è il padrone del cuore e a Lui se ne chiede la conversione: Crea in me Signore, un cuore puro! Nel cuore Egli fa sentire la sua voce; nel cuore opera la grazia che orienta, risana e illumina. Nel cuore abita lo Spirito o si introduce il peccato. Il male che assale l'uomo si annida lì dove lui pensa, vuole, decide.
    La persona dunque è superiore alle cose non in maniera astratta, ma nel senso che nella storia essa determina e provoca gli eventi; nel senso che il male esterno non può raggiungere e intaccare quello che costituisce il suo valore: niente dal di fuori può contaminare l'uomo.
    Questo versetto evangelico mi suggerisce alcune considerazioni per la presente introduzione sul tema del rinnovamento della scuola salesiana.
    In primo luogo invita a mettere le persone al primo posto in ogni progetto di miglioramento, di promozione, di cambio, di trasformazione: le nostre persone, le persone che ci sono affidate, giovani e adulti. Esse sono la maggior ricchezza e anche l'energia principale di ogni processo di rinnovamento.
    E nelle persone il cuore! Non lo si deve intendere solo nel senso affettivo e di rapporti corretti, di spirito di famiglia e cordialità, come è uso corrente nelle nostre lingue, bensì anche nel senso biblico: cioè la scelta radicale di Dio vissuta con sempre più consapevolezza; la capacità di esprimere e raccontare Gesù Cristo in questo tempo e in questo ambiente con gioia e novità e non come chi ripete un messaggio scontato.
    È arrivato il tempo in cui il valore dei religiosi si misura per quanto sono, piuttosto che per la quantità di servizi che fanno. Già capita tra i giovani che sentono più attrazione per qualcuno che nemmeno lavora per loro, ma della cui vita traspaiono messaggi e valori.
    Tutto è importante nel consacrato-educatore: cultura, professionalità, rapporti, purché tutto venga organizzato chiaramente attorno alla scelta di esprimere con la propria esistenza la presenza e l'amore di Dio. Altrimenti i conti non tornano.
    La parola di Gesù suggerisce un secondo pensiero. A partire dal nostro essere sinceri e disponibili al Signore, scatta la libertà con cui ci mettiamo di fronte alle cose, alle iniziative, alle strutture, ai mezzi, alle abitudini e persino alle norme di cui riconosciamo umilmente il bisogno e la saggezza ma anche la funzione e i limiti. L'ubbidienza e la prudenza portano ad osservare le norme con amore, che suggerisce anche quando andare oltre.
    È emblematico l'episodio di San Benedetto con S. Scolastica, avvenuto nell'ultimo colloquio in una fattoria fuori delle mura del monastero. Giunta la sera, Benedetto si mosse per andarsene secondo la Regola. Ma la sorella gli rivolse una supplica: «Ti prego non mi lasciare per questa notte, ma fino al mattino parliamo dei gaudii della vita celeste». Benedetto, presentato come il modello della pratica interiore della regola benedettina, rispose: «Cosa dici sorella! Non posso assolutamente pernottare fuori dal monastero» (S. Gregorio Magno, Benedetto di Norcia, cap. 33).
    Ma per la preghiera di Scolastica, che appare con gli attributi della contemplazione e dell'amore, si scatena una tempesta, con lampi e tuoni e grandi rovesci d'acqua. «Impossibilitato ad uscire, Benedetto fu costretto a restar lì contro volontà. Così trascorse tutta la notte vegliando, e si saziarono di sacri colloqui raccontandosi l'un l'altro le esperienze della vita spirituale».
    È significativo e meriterebbe un trattato questo effetto della contemplazione e dell'amore di provocare tempeste che sconvolgono il ritmo ordinario della vita, anche di quella programmata per la propria santificazione.
    Del resto le nostre scelte cristiane hanno sempre tre punti di riferimento: la sincerità della coscienza, la parola di Dio ripensata che la illumina mette di fronte a situazioni che la sfidano.
    Ma il riferimento al cuore ci fa pensare anche al compito che il CG23 indica come punto centrale dell'educazione dei giovani alla fede; la formazione della loro coscienza cristiana (cfr. nn. 182-191).
    Forse per i giovani è più congeniale ignorare leggi e norme, che dipendere eccessivamente da esse. Il relativismo etico d'oggi e la cultura della soggettività selvaggia possono giungere sino a chiuder. li di fronte alla verità obiettiva.
    Le dipendenze esistono e sono sofferte, ma non hanno significato religioso, poiché provengono spesso dalla ricerca di soddisfazioni. La libertà dei giovani abbisogna di sostegno e orientamento: rimane comunque sempre un valore evangelico e l'unica risorsa che si può attivare per la loro formazione. Non sono possibili altre strade, poiché educare significa maturare nella e per la libertà.
    Il compito degli educatori sta nel guidare verso l'onestà interiore, illuminare le coscienze con la Parola di Dio, aprire agli orizzonti della generosità.
    Ma in questo varrà più la nostra testimonianza di discepoli di Cristo che le lezioni. Così nell'educazione: il nostro cuore, piuttosto che i soli elementi esterni, è all'origine di quanto può aiutare o ostacolare la crescita dei giovani in umanità e nella fede.


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