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    La scuola, luogo

    di evangelizzazione

    Juan E. Vecchi

    Tempo fa il dibattito scolastico verteva soprattutto sulla capacità della scuola di educare veramente le nuove generazioni. Si metteva in forse la sua idoneità a
    produrre un cambiamento di mentalità sociale e a sviluppare l'originalità della persona. Talvolta si sospettava che educazione volesse dire addestramento, adattamento e continuità. Tra le accuse più dure c'era quella di essere catena di trasmissione di un sistema e della corrispondente ideologia, canale di travaso di interessi e relative giustificazioni di gruppi che volevano perpetuare il loro potere. Di conseguenza si dubitava, in linea di principio, che le scuole potessero svolgere un'opera di evangelizzazione che dicesse novità di vita e non solo legittimazione di una situazione. Addirittura si insinuavano riserve sulla stessa denominazione di scuola «cattolica» in base ad una visione particolare della Chiesa e del suo intervento nelle questioni temporali. Questo dibattito sembra oggi esaurito. Risulta abbastanza chiara la validità della scuola cattolica come apporto originale nel dialogo culturale, e come un'alternativa nel pluralismo di scelte a cui un giovane e i suoi genitori hanno diritto (cfr. La Scuola Cattolica, Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica, op. cit., nn. 11-12-15).
    Neppure è necessario tornare ad insistere sull'importanza riconosciuta alla scuola cattolica nella missione specifica della Chiesa. Per compiere la sua missione di evangelizzazione, la Chiesa «istituisce le proprie scuole, perché riconosce in esse un mezzo privilegiato volto alla formazione integrale dell'uomo» (Ibidem, n. 8), che «rientra nella sua missione salvifica e particolarmente nell'esigenza dell'educazione alla fede» (Ibidem, n. 9).
    Tali suonano le dichiarazioni di principio. Ma che succederebbe se, dopo aver affermato e dimostrato il diritto e la legittimità della scuola cattolica, non si riuscisse a presentare modelli concreti in cui siano realizzate le sue finalità di educazione, cultura e evangelizzazione?
    La questione si va spostando così dalla legittimazione alla capacità, dal diritto al-
    la realtà: la scuola cattolica in effetti elabora una cultura originale? Ha una peculiare concezione dell'essere e del sapere? Applica una pedagogia capace di liberare le energie della persona e di influire sulla società?

    I. Il problema di oggi: la prassi

    I temi cruciali di fronte a cui si trova la scuola cattolica sono essenzialmente tre. Il primo è la cultura: la scuola cattolica si presenta in effetti come luogo di crescita umana mediante l'assimilazione sistematica e critica della cultura (cfr. Ibidem, n. 26). Il secondo tema di crocevia è la evangelizzazione: cosciente del fatto che l'uomo storico è quello redento, la scuola cattolica tende a formare il giovane secondo il modello di uomo che si è rivelato in Cristo, per farlo diventare collaboratore nell'edificazione del Regno di Dio. Il terzo nodo è la professionalità, cioè la capacità di comunicare conoscenze, cultura e Vangelo, poiché «nel valore educativo risiede la sua ragion d'essere, e in virtù del medesimo costituisce un vero apostolato» (Ibidem, n. 3). Si afferma del resto che se non è scuola, cioè luogo e ambiente specializzato in educazione, non può essere neanche cattolica (cfr. Ibidem, n. 25).
    Queste tre istanze e le conseguenze derivanti si richiamano a vicenda e sono tra loro connesse. Non si può infatti parlare del valore educativo della scuola senza porre sul tappeto i contenuti culturali che si offrono e il metodo didattico che si usa. Così non se ne comprende a fondo il tipico valore educativo se non si pone sulla bilancia la visione di fede a cui la scuola si ispira e la carica evangelica dei valori che propone.
    D'altra parte, non è possibile approfondire il problema della cultura nella scuola cattolica, senza riferirsi costantemente alla sua evangelizzazione e senza chiamare in causa la capacità professionale degli educatori, mediatori della duplice sintesi tra Cultura e Vangelo, tra Fede e Vita.
    E infine, nella scuola l'evangelizzazione e l'azione pastorale con i suoi itinerari e possibilità, comporta l'analisi della cultura che si imparte e la qualità educativa delle persone, dell'ambiente, dei programmi. Svolgere lezioni di religione e preghiera del mattino in scuole in cui la cultura proposta rimane impregnata, in forma magari subconscia e implicita, di tendenze al possesso, di spinta all'individualismo, di apologia di chi si impone con la forza, di mancanza di senso etico, è come impartire benedizioni su di un arsenale o tracciare il segno di croce su di un night: resta gesto di devozione senza trascendenza pastorale.
    In tale maniera i tre aspetti, culturaeducazione-evangelizzazione, sebbene formalmente differenti, si coniugano ed esigono di essere trattati in convergenza, senza divisioni né confusioni.

    2. Evangelizzazione: una precisa concezione

    Anzitutto è necessario soffermarci sul concetto e la realtà dell'evangelizzazione, poiché solo sulla base di una tale riflessione possono essere compresi gli attuali itinerari di educazione religiosa nella scuola.
    L'evangelizzazione, come tema centrale della prassi della Chiesa, si è imposta dopo il Concilio Vaticano e specialmente nel decennio 70-80. Mentre in precedenza si parlava di evangelizzare riferendosi ai popoli pagani, oggi si è chiamati a evangelizzare i contesti tradizionalmente cristiani e le stesse comunità ecclesiali (cfr. Evangelii Nuntiandi, Esortazione Apostolica, Paolo VI; Christifideles laici, Esortazione Apostolica, Giovanni Paolo II e tutti i documenti sulla Nuova Evangelizzazione).
    Gli episcopati nazionali hanno reimpostato i diversi aspetti della pastorale, come i sacramenti, la pietà popolare, la presenza cristiana nel secolare, nella prospettiva dell'evangelizzazione, ossia della capacità di annunciare e far penetrare il Vangelo nel mondo di oggi.
    Paolo VI, all'inizio della esortazione «Evangelii Nuntiandi» sottolineava che l'evangelizzazione è stata sempre preoccupazione della Chiesa a tal punto da confondersi con la sua missione. Negli ultimi tempi però provoca domande inquietanti: fino a che punto e in che forma questo messaggio evangelico può essere ascoltato e trasformare veramente l'uomo del secolo ventesimo? Quali metodi bisogna seguire nel proclamare il Vangelo, perché la sua potenza operi veramente? «Le condizioni della società -diceva - obbligano tutti a rivedere i metodi, a cercare con ogni mezzo di studiare come portare all'uomo moderno il messaggio cristiano» (Evangelii Nuntiandi, op. cit., n. 3).
    Collocare l'evangelizzazione al centro della missione della Chiesa comporta una scelta pastorale precisa. «Il tema dell'evangelizzazione, come si percepisce nel contesto di alcuni tra i principali interventi del Magistero Pontificio, si presenta come il grande sforzo realizzato dalla Chiesa di oggi di capire la sua missione di fronte ai complessi fenomeni del mondo contemporaneo» (Martini Carlo Maria, La dimensione contemplativa della vita, Torino-Leumann, LDC, n. 3).
    Due punti focali pertanto illuminano e danno il senso di questa scelta: una nuova autocomprensione della Chiesa come presenza originale, e uno sforzo per interpretare gli attuali eventi e fenomeni del mondo, cioè la valorizzazione della coscienza personale, la caduta delle utopie e ideologie, il pluralismo delle culture e delle proposte, la secolarizzazione,
    la possibilità di perseguire mete storiche comuni senza costringere ad un «sistema» di idee e valori, la questione etica. Del mondo attuale si riconosce l'autonomia circa i valori e i processi temporali; si percepisce però il rischio che esasperando tale autonomia non si arrivi a soddisfare la vocazione dell'uomo, mentre si rileva ricorrente la sete di significato e di trascendenza. Di qui la scelta missionaria di tutta la pastorale, che non è di mera conservazione, bensì di annuncio di una novità originale che bussa alla porte della libertà della persona.
    Dell'evangelizzazione ci interessa evidenziare quattro aspetti. In primo luogo la sua natura: «Evangelizzare, per la Chiesa, è portare la Buona Novella in tutti gli strati dell'umanità e, col suo influsso, trasformare dal di dentro, rendere nuova l'umanità... La Chiesa evangelizza allorquando, in virtù della sola potenza divina del Messaggio che essa proclama, cerca di convertire la coscienza personale e insieme collettiva degli uomini, l'attività nella quale essi sono impegnati, la vita e l'ambiente concreto loro propri» (Evangelii Nuntiandi, op. cit., n. 18). L'evangelizzazione è pertanto un'opera originale per contenuti e metodi. Non si confonde con altri programmi e azioni cui l'uomo si dedica, come il promuovere, l'educare, l'assistere, il liberare, sebbene sia in connessione profonda con essi.
    In secondo luogo è importante evidenziare la realtà complessa dell'evangelizzazione: «Si è potuto definire l'evangelizzazione in termini di annuncio del Cristo a coloro che lo ignorano, di predicazione, di catechesi, di Battesimo e di altri sacramenti da conferire». Però, aggiunge la Evangelii Nuntiandi, «nessuna definizione parziale o frammentaria può dare ragione della realtà ricca, complessa e dinamica, qual è quella dell'evangelizzazione, senza correre il rischio di impoverirla e perfino di mutilarla. È impossibile capirla, se non si cerca di abbracciare con lo sguardo tutti gli elementi essenziali» (Ibidem, n. 17).
    Momenti e fasi di evangelizzazione sono la testimonianza che provoca ammirazione e domande, la partecipazione cosciente nella costruzione di una società e di una cultura con profondo senso umano, l'annuncio esplicito di Cristo, l'adesione e appartenenza alla comunità cristiana, l'animazione evangelica della cultura, la trasformazione progressiva della vita, l'apostolato.
    C'è un nucleo chiaro che dà identità all'evangelizzazione per cui si distingue da ogni altra impresa umana: è l'annuncio di Cristo come salvatore. Questo annuncio presenta però una molteplicità di vie, di fasi, di itinerari e linguaggi. E questo è applicabile in particolare all'annuncio che si fa in una struttura secolare predisposta per un servizio alla promozione della persona e della società.
    Un terzo elemento importante: evangelizzare è convertire. «L'annuncio... non acquista tutta la sua dimensione, se non quando è inteso, accolto, assimilato e allorché fa sorgere in colui che l'ha ricevuto un'adesione del cuore (al Vangelo)... Ma più ancora, adesione al programma di vita che esso propone..., al mondo nuovo..., alla maniera di essere, di vivere insieme, che il Vangelo inaugura» (Ibidem, n. 23).
    Pertanto l'evangelizzazione rifiuta i condizionamenti costrittivi, i processi di addomesticazione. Punta soprattutto all'interiorità e alla libertà da cui scaturisce la risposta a Cristo. Non è un semplice «sistema di idee» che aggrega i seguaci, una forza che socializza, un'ideologia che agglutina, ma un annuncio di valori, un richiamo alla coscienza e alla libertà ad impostare la vita secondo il dono di Dio manifestato in Cristo.
    E infine, nella complessità del processo di evangelizzazione che ammette diverse tappe, fasi, itinerari, vi è un'unità sostanziale, data dal fine e da ciò che si annuncia. I differenti momenti convergono nell'incontro con la parola e la persona di Cristo. Lo Spirito è già presente e già muove evengelizzatori ed evangelizzati fin dall'inizio, anche se il nome di Cristo non è stato ancora pronunciato. Si tratta di vedere se e come nella scuola è possibile fare una pastorale di annuncio di Cristo, una pastorale di conversione della mente e della coscienza alla vita nuova, una pastorale che impregni la cultura di Vangelo.

    3. Due correnti di evangelizzazione nella scuola

    L'interrogativo sull'evangelizzazione assilla qualsiasi programma o istituzione che voglia dirsi cristiana o cattolica. Prima di essere formulato, si avvertiva già come un malessere indefinito nella difficoltà di fondere realtà un tempo unite e armonizzate e oggi invece staccate.
    Tra queste realtà dobbiamo annoverare l'esperienza religiosa nell'educazione. Scuola cattolica e catechesi sembravano ed erano due realtà inseparabili, non solo in linea di principi, ma anche nei programmi, nella prassi, nella disponibilità dei giovani e dei loro genitori.
    Chi era motivato per la scuola cattolica, lo era anche per il messaggio evangelico. La rottura pratica tra i due aspetti fu notata anzitutto dagli educatori, catechisti e pastori: non si trattava della vecchia situazione per cui non tutti i giovani che frequentavano la scuola cattolica diventavano cristiani praticanti e convinti; ma piuttosto di una distanza tra la mentalità comune e il linguaggio religioso, di un divario tra il messaggio ascoltato e i criteri correnti, di uno scollamento tra la dottrina proposta e i problemi reali dei
    giovani; e più che mai della mancanza di un quadro sistematico capace di collegare il contenuto dell'insegnamento e il senso della vita che si pretendeva di offrire nella religione. Decisamente evangelizzazione e scuola sembravano camminare verso il divorzio.
    Cominciò allora uno sforzo di recupero dell'evangelizzazione, che si espresse in due correnti. La prima - che chiamiamo della «iniziativa pastorale» - si rese conto rapidamente di trovarsi di fronte a una scuola in trasformazione e a una cultura in evoluzione, all'interno di una società in cambiamento dove la Chiesa cercava di operare come fermento.
    La pastorale dunque doveva ripensarsi dalle fondamenta, tanto più che la gioventù si manifestava con disposizioni e mentalità nuove, non solo modellata dal fenomeno sociale della conflittualità e della secolarizzazione, ma anche condizionata dalla comunicazione di massa e da nuovi modelli di pensiero e comportamento.
    Lasciandosi guidare dall'impulso creativo, questa corrente introdusse nuove esperienze, rimodellò contenuti e metodi catechistici, creò opportunità originali, ma quasi sempre ai margini del programma scolastico. Sembrava si ammettesse che l'aspetto scolastico e culturale erano irrilevanti dal punto di vista dell'evangelizzazione, o talora impenetrabili. Si cercò la giustapposizione di momenti, di contenuti e di esperienze. La scuola serviva in quanto dava opportunità all'incontro, alla relazione personale, alla proposta religiosa. Il quadro di riferimento messo a fondamento di tale piano d'intervento derivava quasi esclusivamente dalla catechesi e da una certa teologia pastorale; sembrava voler applicare alla scuola il metodo e i cammini di evangelizzazione, tipici della parrocchia e dei gruppi cristiani.
    Tutto questo sforzo costituì una risposta «occasionale» che maturò alcuni contributi fondamentali per la pastorale scolastica. Elaborò in specie una pastorale di «servizio» e di offerta, più che di obblighi istituzionali. Considerò la scuola come terreno piuttosto che come uno strumento, con le sue possibilità e i suoi limiti, e cercò di offrire ai giovani una testimonianza e una proposta che gli consentisse di percepire l'originalità del Vangelo e della Chiesa.
    Altro apporto tipico di questa corrente fu l'aggancio con la vita del ragazzo. Da una pastorale scolastica centrata sull'orario, sulla trasmissione di verità religiose programmate e sull'osservanza di pratiche stabilite, si passava ad un'altra il cui punto di partenza erano le esperienze, le domande, le aspirazioni dei giovani, da interpretare alla luce della concezione cristiana della vita.
    Infine, un apporto rilevante di questa corrente sta nel risveglio del protagonismo giovanile. Una serie di attività e strategie, tendenti a suscitare la partecipazione dei giovani, voleva ottenere che questi si facessero carico della propria maturazione religiosa e progredissero secondo le loro possibilità e forze.
    Però, insieme agli apporti, questa corrente manifestò carenze e vuoti. L'improvvisazione fu ed è ancora oggi il rimprovero più frequente. Basandosi sulla creatività, risultò frequentemente imprecisa negli obiettivi e cangiante negli itinerari. Sembrò muoversi su un terreno sconosciuto di cui si sfruttavano le opportunità, ma che non si era esplorato in maniera sistematica in vista dell'evangelizzazione.
    Legata a questa carenza fondamentale si trova la mancanza endemica di continuità. Per l'educazione dei ragazzi non basta creare un vortice di attività ed esperienze vistose. L'approfondimento è fondamentale. Esso esige complementarità e progressività nei contenuti, nelle esperienze, negli influssi educativi simultanei o successivi, e anche una certa regolarità nelle proposte.
    Alcuni piani non riuscivano a stabilire la conciliazione necessaria tra i giovani e le loro famiglie, tra le diverse componenti della comunità cristiana. Talora un simile modo di procedere contribuì a rendere più grave la frattura culturale esistente tra il mondo dei giovani e quello degli adulti, o si sforzò di formare «cristiani nuovi» per una Chiesa in cui gli adulti non potevano più riconoscersi.
    Un ultimo limite sono le sue carenze pedagogiche. Accentuando il dato esistenziale come punto di partenza, a stento riusciva a proporre quanto superava la domanda del giovane o richiedeva una mediazione educativa tipica dell'adulto. La pedagogia dell'interesse lasciò poco spazio alla pedagogia dello sforzo e degli ideali. Senza correttivi ed orizzonti più ampi, solo concentrata sulle persone e le sue domande, trascurava realtà importanti per l'evangelizzazione come la cultura, l'insegnamento, l'ambiente scolastico, la dimensione sociale e l'apertura alla società e alla Chiesa.
    La seconda corrente, che denominiamo della «integrazione pedagogica», si sforzò d'impostare l'evangelizzazione all'interno del tema e dell'azione educativo-didattica, nel quotidiano scolastico. Se la prima si alimentava del pensiero teologico-catechistico rinnovato, questa attingeva la sua spinta nella riflessione pedagogica che affrontava i problemi della cultura e si estendeva a temi religiosi, come la pedagogia della fede.
    L'elaborazione dei progetti educativi portò gli educatori a definire gli obiettivi educativo-pastorali e a reimpostare i vari fattori educativi. Perciò si pose attenzione all'orientamento esplicito e implicito della scuola, al contenuto dell'insegnamento, alla qualità del rapporto educativo, al metodo didattico, alla struttura e vita scolastica.
    Al suo attivo bisogna porre anche alcuni apporti significativi per la pastorale della scuola. Il primo è certamente un miglior inserimento dell'evangelizzazione nell'azione educativo-didattica.
    Se per qualche tempo si è avuta l'impressione che la pastorale rimaneva emarginata dalla scuola e la scuola dalla pastorale, era perché in realtà si camminava su linee parallele, malgrado tutti i ragionamenti giustificanti.
    La partita però non era ancora vinta: una pastorale dell'educazione deve agire nel cuore stesso delle tematiche, delle strutture e dei programmi educativi. Bisogna evangelizzare l'educazione dal di dentro e non con semplici aggiunte.
    Con l'evangelizzazione messa al centro della riflessione pedagogica, viene il secondo apporto: la scoperta del carattere specifico e differenziato della pastorale scolastica. Questa non è un'edizione corretta e adattata della pastorale giovanile che si fa in parrocchia, nel centro giovanile e nei gruppi ecclesiali. Ha obiettivi, possibilità e vie proprie: conserva una sua impostazione peculiare, pur rispondendo ai criteri e finalità della pastorale giovanile.
    Collegato ai due precedenti, giunge un ultimo apporto: la valorizzazione dell'ambiente scolastico globale e l'apertura della comunità educativa a un'ampia realtà sociale.
    Nel modello precedente l'attenzione si concentrava quasi esclusivamente sugli alunni. Ci si occupava del contesto e della comunità più ampia solo nella misura in cui questi elementi influivano sugli alunni. Al contrario l'applicazione del progetto educativo permette di agire sulla totalità e su ciascuna delle parti della comunità scolastica e di coinvolgerla attivamente in cerchi sociali più ampi in cui i cristiani offrono la loro sensibilità ed esperienza educative.
    Ma neppure questa corrente è esente da carenze. La prima è certamente la «scolarizzazione» della proposta cristiana, ossia il condizionamento della pastorale da parte del funzionamento scolastico. Una pastorale integrata, programmata, razionalizzata, amministrata nell'ambito di norme, ruoli, ritmo e rituale scolastico rischia presumibilmente di perdere, insieme al suo margine di libertà, l'impulso creativo e la capacità di proposta libera. È nota la tendenza assimilatrice e livellatrice dell'ingranaggio scolastico.
    Un'altra carenza risponde alla legge del pendolo: si ritorna ai gesti e momenti formalmente religiosi, senza preoccuparsi del loro effetto reale nella mentalità dei ragazzi e rimovendo spesso le questioni poste dalla vita dei giovani.
    Si rimprovera assai oggi alla scuola di non offrire attività esplicitamente religiose; si rischia così di voler recuperare il carattere evangelizzatore collocando pratiche e temi conformi alle scansioni dell'orario scolastico. Ma è inutile invertire l'ordine delle preoccupazioni secondo la legge del pendolo. Ciò che bisogna perseguire è una nuova sintesi in cui il religioso e il culturale non si escludono e non si separano, ma si illuminano e si arricchiscono vicendevolmente.
    Non si tratta evidentemente solo di mettere o togliere momenti, pratiche o temi religiosi, ma di aver l'occhio attento alla situazione giovanile, di favorire gli atteggiamenti che dispongono ad accogliere il Vangelo, di far sorgere domande sul senso della vita e del mondo, di educare alla domanda religiosa. La ripetizione di atti e parole secondo un programma insidia il processo di fede, relegandolo nella categoria del rituale, e di conseguenza dell'irrilevante.
    Infine, non va sottovalutato un ultimo rischio: se la riflessione pedagogica e culturale non è portata avanti con serietà e confrontata con le esigenze dell'evangelizzazione, tutto il dizionario delle nuove parole (progetto, itinerario, obiettivi...)
    non racchiude alcuna prassi pastorale rinnovata, bensì una continuazione dell'esperienza consueta.

    4. Verso una sintesi: l'animazione pastorale della scuola

    Queste due correnti sono destinate ad opporsi o i loro apporti sono integrabili? L'integrazione organica è possibile o si tratta di un ennesimo tentativo di inconciliabilità nella prassi?
    La risposta a questi interrogativi richiede disponibilità ad un cammino. La coniugazione delle due correnti comporta di assumere le diverse prassi, la libera iniziativa e l'inserimento scolastico; di collegare i loro punti di partenza, la pastorale e l'educazione; di integrare l'insieme dei loro esiti positivi in una visione globale.
    Questa sintesi la denominiamo animazione pastorale della scuola. La scuola continua ad essere scuola e le si mette dentro un'anima pastorale.
    Alcuni punti fanno capire la sua natura e dinamica. Da qualche parte si parla della scuola cattolica come di un «laboratorio» di pratica evangelica.
    La parola «laboratorio» ci richiama alla mente il procedimento per cui si apprende facendo. Si tratta pertanto non solo di esporre la dottrina, ma di fare un apprendimento pratico dei valori e atteggiamenti evangelici mediante esercizi di discernimento e interventi in situazioni concrete. Laboratorio si oppone a sola «lezione», «discorso», e si avvicina più a «esperienza», «ricerca»; dice qualcosa che non si riceve da un testo, ma è da costruire personalmente, in compagnia di esperti. È una specie di iniziazione alla vita e all'azione cristiana.
    Diversamente dalla scuola che si propone di dare il quadro completo di spiegazioni dottrinali, delegando la pratica alla famiglia o all'ambiente più vasto, la
    scuola-laboratorio propone la fede nella modalità del vivere, di un'esperienza anche solo parziale, ma significativa che si rifà all'Evangelo.
    Un esempio tipo di laboratorio lo abbiamo nell'educazione fisica. Questo insegnamento prevede brevi spiegazioni teoriche sull'igiene e la salute, ed esercizi di movimento per tutti nell'ambito dell'orario scolastico. Elabora poi molteplici proposte ed offre opportunità in cui ciascuno si prova e si lancia secondo la propria inclinazione e possibilità, arrivando a percepire personalmente i benefici e il piacere di un buon sviluppo corporale.
    La pratica suppone un allenamento di base, assimilazione di concetti ed esercizi fondamentali, prove e tempi intensi, momenti di sollievo e interruzioni, nuove sintesi, accompagnamento personale. Cerca di portare gli atteggiamenti a livello quasi di riflesso, creando disposizioni e abilità. Esige pertanto interiorizzazione mediante motivazioni, atti frequenti ed esperienza rinnovata secondo il ritmo della crescita personale.
    Il laboratorio richiama anche ad un luogo fisico in cui vi siano le condizioni per una pratica perché vi convergono fisicamente maestri, compagni, strumenti, ambiente e programmi.
    La scuola-laboratorio si presenta come un luogo di evangelizzazione che ha predisposto tutti i suoi elementi per lo stimolo, la proposta e l'esercizio della pratica cristiana.
    Laboratorio ci ricorda inoltre un gruppo di persone che elabora ed agisce insieme. Fare della scuola un laboratorio significa fondare l'evangelizzazione su uno sforzo di condivisione e corresponsabilità, e non ridurla a compito di singoli. E infine «laboratorio» rievoca la possibilità di adattare i programmi alla capacità e alla domanda dei soggetti e degli strumenti di cui si dispone.
    La questione allora è creare opportunità o spazi per la pratica cristiana. I livelli e le forme di azione sono variabili: alcune proposte sono rivolte a tutti e rientrano nel programma scolastico; altre sono indirizzate a gruppi; altre puntano sull'incontro libero e informale; per altre, infine, ci vuole il colloquio personale. Così «laboratorio» significa concretezza, creatività, corresponsabilità, protagonismo, gradualità, varietà e complementarità.
    L'animazione pastorale della scuola concepita in questa forma richiede in primo luogo lo svolgimento di itinerari specifici, tipici della scuola: prendono avvio a volte dall'annuncio esplicito del Vangelo o a volte da proposte culturali, ma i due aspetti finiscono sempre con l'integrarsi.
    Il primo modo ricorre alla lettura dei simboli cristiani, all'interpretazione evangelica dell'esistenza, alla comprensione più profonda delle verità della fede, alla celebrazione dei sacramenti, all'apprendimento della preghiera.
    L'altro esplora il senso della vita, porta avanti il dialogo dei valori, propone la dimensione etica dell'esistenza, orienta ad esperienze significative di vita e lavoro in comune, di donazione e solidarietà. Indispensabile è inoltre una maggiore relazione, apertura e permeazione vicendevole tra i diversi programmi, attività, tempo e operatori in modo che educazione e pratica cristiana procedano come un tutto organico: connettere riflessione pedagogica e criterio pastorale, collegare la comunità scolastica con la chiesa locale, integrare progetto educativo e iniziazione cristiana, stabilire una continuità tra insegnamento religioso e attività libere, mettere in relazione il tempo scolastico con l'extrascolastico.
    Ambedue le esigenze, cioè gli itinerari specifici e l'organicità degli interventi, suppongono un determinato funzionamento della comunità educativa, l'impostazione seria dell'aspetto culturale, una riconsiderazione del metodo di evangelizzazione e di ciascuno dei suoi elementi.

    5. Comunità scolastica in formazione permanente

    La comunità educativa è un elemento decisivo dell'evangelizzazione. La collaborazione e la partecipazione, vissute con spirito evangelico, sono non soltanto testimonianza, ma una forma efficace di annuncio. La richiede anche il processo educativo perché solo la coesione e la corresponsabilità permettono di raggiungere gli obiettivi. E pure una esigenza del Sistema Preventivo, che opera in un clima di famiglia, di relazioni amichevoli e fraterne, che associa in un'unica esperienza educatori e giovani.
    Dal punto di vista dell'evangelizzazione e dell'animazione pastorale, si richiede attenzione prioritaria ad alcuni aspetti. Il primo è la presenza attiva dei laici, che comporta un'accettazione delle loro prestazioni professionali, ma pure una valutazione positiva del loro contributo specifico al progetto e all'ambiente educativo. La presenza dei laici, vista come supplenza, si sta rivelando oggi un complemento indispensabile, ed una speranza per la scuola cattolica del domani.
    «Oggi specialmente, non solo e non primariamente per uno stato di necessità, ma per ovvi motivi di ecclesiologia e di pedagogia, abbiamo bisogno di laici che siano coscienti e capaci collaboratori per integrare efficacemente la nostra opera educativa, pastorale, evangelizzatrice» (Capitolo Generale 21, op. cit., n. 66; cfr. Atti del Consiglio Generale 279, p. 42).
    Presenza attiva significa partecipazione, il cui livello si misura dalla estensione, vale a dire quanti partecipano; dalla profondità, ossia a quali questioni si partecipa; dallo stile, che favorisce un orientamento sostanzialmente unitario e allo stesso tempo valorizza diversi doni e visioni; dalla agibilità delle strutture, che permettono l'incontro di persone e l'interscambio di idee. La partecipazione comporta preparazione, volontà e costanza, allenamento e duttilità.
    La partecipazione di tutti richiede un «gruppo» motore: non si tratta di un vertice che emana ordini, ma di un centro propulsore, la cui parola chiave è animare.
    Molti sono i compiti dell'animazione. Ma dal punto di vista cristiano, la formazione permanente tende a maturare la fede degli educatori in modo che i giovani vi riconoscano, se non un modello, almeno un segno per il loro orientamento. Essa aiuterà ad assumere l'educazione delle nuove generazioni non come una professione o un semplice mezzo di sostentamento, ma come una chiamata del Signore, una vocazione laicale. Conseguentemente svilupperà una spiritualità in cui la missione educativa è risposta a Dio e collaborazione nel suo disegno di salvezza.
    La formazione permanente abbraccia anche l'aspetto salesiano. Scuole di ogni tipo e livello, sparse nei cinque continenti, applicano, con le necessarie differenze, un insieme di criteri e metodi nati dalla genialità e dalla lunga esperienza di Don Bosco e arricchiti in seguito dai suoi seguaci, religiosi e laici. Per questo stile e pedagogia una scuola è qualitativamente salesiana e, nel confronto educativo, si presenta come portatrice di originalità. Ciascuno dei membri della comunità educativa ne deve essere cosciente e contribuire alla crescita di tale comune patrimonio con l'apporto personale.

    6. Proposta culturale alternativa

    Sono numerose le definizioni di cultura. Confrontarle, integrarle, ridurle a unità ha la sua importanza. Per mettere a fuoco però i problemi che l'evangelizzazione e la pastorale della scuola suscitano, basta enumerare tre significati correlati. In base al primo la cultura è il patrimonio di beni e valori, conoscenze ed espressioni che caratterizzano una comunità e l'area geografica in cui vive. Il secondo significato ci porta a considerare la cultura come processo che ha luogo nella persona, attraverso cui essa sviluppa coscientemente le sue potenzialità, scegliendo fini e mezzi. Come terzo significato intendiamo per cultura l'attività, mediante la quale l'uomo crea beni, valori ed espressioni che vanno formando ed arricchendo il patrimonio storico. Una pastorale della scuola deve risolvere questioni che si possono raggruppare intorno ai tre significati enunciati: quale patrimonio culturale si offre e si trasmette; quale tipo di sviluppo personale si favorisce; quale preparazione si dà al giovane per essere soggetto attivo, creatore non solo consumatore di cultura.
    Non sono problemi di sola metodologia, ma di fondo: le soluzioni che si danno qualificano o squalificano una scuola, anche sotto il profilo dell'evangelizzazione. La scuola è luogo privilegiato per l'incontro vivo con il patrimonio culturale. Ma per l'ambiguità inerente alla realtà storica e per il pluralismo che caratterizza la nostra epoca, l'espressione «patrimonio culturale» non è univoca. L'analisi culturale porta a scoprire che nella sistemazione di contenuti ed espressioni apparentemente neutrali, si riscontrano interessi di gruppi, meccanismi di adattamento, travasi occulti.
    All'interno di una stessa società si elaborano e si comunicano diverse visioni dell'uomo e della società, diverse posizioni etiche. Basterebbe dare uno sguardo ai libri di testo per fugare qualsiasi dubbio.
    Per questo ogni scuola deve fare una scelta di valori culturali (cfr. La Scuola Cattolica, op. cit., n. 14). Non è possibile impostare una scuola senza un riferimento almeno implicito ad una determinata concezione di vita e ad un'immagine ideale di uomo.
    E necessario - afferma il documento sulla Scuola Cattolica - che «la scuola metta a confronto il proprio programma formativo, i contenuti e i metodi con la visione della realtà a cui si ispira e dalla quale tutto nella scuola dipende» (Ibidem, n. 28). Aggiungiamo che per dare unità all'educazione, questa visione della realtà deve essere interiorizzata oggi da ciascun membro della comunità scolastica.
    L'accesso del giovane al patrimonio culturale è un altro punto obbligato su cui riflettere. Il tipo di mediazione che offrono la comunità scolastica e ciascuno dei docenti dipende dai metodi didattici e dalle esperienze educative. Si tratta di offrire conoscenze «in scatola» e nozioni prefabbricate oppure di aiutare a percorrere il cammino di ricerca delle verità?
    L'incontro del giovane con la cultura deve avvenire «sotto forma di elaborazione, cioè di confronto e di inserimento dei valori perenni nel contesto attuale... La scuola deve stimolare l'alunno all'esercizio dell'intelligenza, sollecitando il dinamismo della elucidazione e della scoperta intellettuale» (Ibidem, n. 27).
    Mettere in pratica simile criterio in forma efficace supera talora le possibilità dei singoli docenti. Richiede una scelta da parte di tutta la comunità e dell'organizzazione scolastica. In effetti suppone non solo di selezionare nuclei di contenuti, ma di applicare l'interdisciplinarietà e collegare le diverse aree del sapere. Si dovrà dare il primato alla qualità dei contenuti sulla quantità, e insegnare ad apprendere: oggi la scuola non vale tanto per quello che dà già fatto, quanto per la sete di sapere che crea, le attitudini che radica e i metodi che insegna.
    «Nella scuola si istruisce per educare» (Ibidem, n. 29). La scuola ha per finalità la formazione scientifica dell'intelligenza, ma soprattutto che l'alunno si sviluppi integralmente come persona. Le discipline permettono di apprendere tecniche, conoscenze e metodi intellettuali, ma anche offrono valori da riconoscere e verità da scoprire. Aiutano a fare una ricca esperienza del mondo, della storia, della lingua, dell'arte, del pensiero. L'avvicinarsi a queste realtà, unito allo sforzo quotidiano, alla partecipazione e alla disciplina, porterà verso risultati che il CG21 riassume così: graduale maturazione della libertà, rapporto sereno e positivo con le persone e le cose, capacità di collocarsi in atteggiamento dinamico-critico di fronte agli avvenimenti, nella fedeltà ai valori della tradizione e nell'apertura alle esigenze della storia, capacità di prendere decisioni personali (cfr. Capitolo Generale 21, op. cit., n. 90). Però, nella proposta culturale della scuola cattolica non si può ignorare o mettere in secondo piano la dimensione etica e religiosa della cultura. La prima aiuta a vedere che le possibilità della persona e la costruzione della storia dipendono dall'adesione al bene nei suoi diversi aspetti. La cultura dell'essere subentra a quella dell'avere, la cultura del servizio rimuove quella del potere, la cultura della convivenza pacifica si sostituisce a quella della violenza. Il giovane impara a confrontarsi con questi valori assoluti da cui dipende la vita dell'uomo.
    La dimensione religiosa deve portare ad afferrare il mistero dell'uomo, la sua strada verso un orizzonte irraggiungibile in questo mondo; deve far sorgere le grandi domande esistenziali e spingere la riflessione fino al limite della risposta che dà il Vangelo. La religione, come apertura all'assoluto, è elemento che pone la cultura in relazione con la dimensione trascendente. Fiorisce pertanto in svariate manifestazioni come frutto di un'uni-
    ca aspirazione: essere veramente e pienamente persona.
    La religione svolge nella cultura molteplici funzioni: suscita problematiche, provvede simboli e significati, unifica in una sintesi contenuti culturali, è forza motrice in tempi di cambiamenti. I rischi che presenta perciò non sono pochi. E comunque propulsione, anima e principio informatore di civilizzazione.
    «Non si può comprendere - sono parole di Dawson - la struttura intima di una società e della sua cultura se non si comprende la sua religione».

    7. Permeazione evangelica

    L'originalità della scuola cattolica, come via di evangelizzazione, consiste nell'offerta di un tipo di cultura e di una riflessione religiosa sistematica, che insieme costruiscono una visione cristiana della realtà.
    La scuola è una struttura secolare e missionaria: è secolare perché sorge con un obiettivo culturale; è missionaria perché propone il Vangelo a tutti e non soltanto a coloro che già appartengono alla Chiesa.
    La situazione è differente a seconda dei contesti. Ci sono scuole cattoliche in cui la maggioranza degli alunni sono cristiani, e altre in cui predominano i giovani non cristiani. Gli itinerari di evangelizzazione non sono trasferibili inopinatamente da un posto all'altro. Essi mostrano quanto siano differenti le modalità di evangelizzazione nella scuola dalla catechesi parrocchiale.
    E necessario allora che l'evangelizzazione chiarisca bene a livello di principi e di prassi, il valore di alcuni momenti scolastici.
    Uno è quello dell'insegnamento religioso integrato nell'orario scolastico e nel programma culturale. Pur riconoscendo che l'insegnamento della religione nella scuola cattolica assume una funzione diversa da quella che ha nella scuola non confessionale, è però chiaro che esso viene impartito indistintamente a chi accetta con consapevolezza la fede e a chi ancora non si è deciso.
    In quanto obbligatorio e rivolto ad un uditorio pluralistico, rimane incorporato al piano didattico ed è impostato secondo le esigenze scolastiche, vale a dire con una certa sistematicità oggettiva ed un certo rigore di pensiero. Risponde più al modello di una «materia» che al modello catecumenale di iniziazione cristiana.
    Il documento sulla Scuola Cattolica, del resto, lo distingue dalla catechesi e riconosce l'esigenza di un chiarimento al riguardo (cfr. La Scuola Cattolica, Sacra Congregazione per l'Educazione Cattolica, op. cit., n. 50).
    La finalità dell'insegnamento religioso è aprire alla comprensione dell'esperienza storica che si chiama Cristianesimo, esperienza che ha lasciato un'orma profonda nell'area occidentale: la sua fede e le sue realizzazioni, la concezione dell'uomo e del suo destino, il senso del mistero e della trascendenza che porta con sé la figura centrale, Gesù Cristo, la sua storia e quella dei suoi discepoli. Partecipa dell'obiettivo prioritario di una scuola: accentua l'aspetto educativo rispetto a quello meramente informativo. Tende pertanto allo sviluppo integrale dell'uomo facendo emergere la dimensione religiosa attraverso la conoscenza e le motivazioni intellettuali. Ciò aiuta a superare l'indifferenza e a far sì che la problematica religiosa risulti rilevante e i giovani si interessino seriamente ai problemi dell'esistenza umana che si trovano nel cuore di ogni religione.
    Alla presentazione del Cristianesimo, aggiunge l'illuminazione particolare del contenuto della fede cristiana, presentando Cristo in forma convincente e guidando all'approfondimento della sua misteriosa personalità. In tal modo crea reali condizioni per cui i giovani si orientano ad impostare la vita secondo la fede. Per evitare disinganni, precisare metodi e contenuti, fissare obiettivi proporzionati, è necessario capire la natura dell'insegnamento religioso, ponendolo in relazione con le fmalità educative della scuola.
    Ma la comunità scolastica, che si propone di mediare i valori evangelici attraverso la testimonianza e la proposta di fede, presenta altre opportunità, altri momenti e vie per aiutare a fare la sintesi tra fede e cultura, fede e vita.
    Il documento sulla Scuola Cattolica insiste sulla creazione di uno spazio ampio e generoso per la catechesi. «Pur riconoscendo che il luogo proprio della catechesi è la famiglia coadiuvata da altre comunità cristiane, in particolare quella parrocchiale, non si insisterà mai abbastanza sulla necessità e sull'importanza della catechesi nella Scuola Cattolica in ordine alla maturazione dei giovani nella fede» (Ibidem, n. 51).
    La catechesi è il cammino di formazione pensato per coloro che sono già o si dispongono ad essere membri della Chiesa. Il suo luogo naturale e più efficace si trova là dove la comunità cristiana tiene le sue manifestazioni peculiari. Suppone l'annuncio della persona e del messaggio di Cristo, una prima fondamentale conversione, e un cammino di conoscenza e iniziazione organica della vita cristiana. Trascende il semplice aspetto intellettuale e incorpora altre espressioni come la preghiera e la celebrazione, la partecipazione attiva in una comunità credente, l'impegno della carità, del servizio e dell'apostolato. Non tutti questi elementi formativi possono essere realizzati con giovani che si trovano a differenti livelli di fede, e non tutto può essere collocato nell'orario scolastico. Si deve trovare perciò uno spazio «libero» di offerta, in cui le possibilità di evangelizzare vadano più in là del mero insegnamento d'orario.
    Infine alla scuola sono offerte altre strade di evangelizzazione, come l'azione verso le famiglie, la rispettosa attenzione al processo di fede dei docenti e il ruolo che per essi può svolgere la comunità di fede. L'insieme costituisce la pastorale della scuola. Richiede una animazione che supera la programmazione accademica e poggia sulla creatività comunitaria.

    8. L'originalità salesiana

    In ciascuno dei tre elementi fondamentali enunciati, le scuole salesiane presentano tratti originali.
    La comunità educativa si costruisce come una famiglia, che mette l'accento sull'incontro costruttivo tra le generazioni in un ambiente in cui gli adulti si sforzano di condividere e accompagnare l'esperienza dei giovani e questi maturano nella responsabilità adulta mediante la gestione di iniziative e la libertà di espressione.
    La cultura è popolare. Non riveste quel carattere di privilegio intellettuale riservato a pochi, ma affonda le sue radici nelle tradizioni e nei sentimenti che orientano la gente semplice verso la dignità e la pienezza umana: il senso della vita, la solidarietà, il rispetto alle persone, l'amore alla famiglia, la compassione per i bisognosi, la speranza nel domani, la fede nella Provvidenza.
    L'evangelizzazione privilegia taluni elementi già sperimentati in una larga pratica pedagogica: l'illuminazione catechistica, i sacramenti dell'Eucarestia e della Penitenza, la devozione alla Madonna, l'orientamento vocazionale dei giovani. Ogni singolo tassello è collocato in un quadro o progetto dove acquista il suo valore: l'itinerario di maturazione nella fede e la spiritualità giovanile.
    La scuola è luogo di comunicazione e rielaborazione della cultura attraverso l'apprendimento delle discipline e al contempo esperienza di vita. In essa il ragazzo non solo apprende, ma si incontra, fa amicizia, affronta problemi giovanili, pensa al suo futuro, si angustia per ciò che non riesce a superare, tende ad esprimere quanto è personale e non contemplato nei programmi.
    I due aspetti, programma scolastico e attenzione ai problemi della vita, non si oppongono, come neppure si identificano. Ma dal predominio, dall'esclusività o equilibrio che si stabilisce tra i due, la scuola prende una sua fisionomia.
    Quale dei due aspetti emerge nello stile salesiano? A quale si dà la preferenza? La soluzione ovviamente si cerca nell'equilibrio e nell'armonia. E tuttavia il carisma salesiano rivolge un'attenzione preferenziale alla persona del ragazzo, ai suoi problemi, bisogni e progetti e ad essa subordina l'offerta culturale.
    La Congregazione non è nata con la finalità di fondare scuole, bensì con lo scopo di impegnarsi per i giovani in situazioni precarie.
    Per questo è sorto il primo programma, l'Oratorio, la cui peculiarità sta nel seguire il ritmo della vita, segnato dalla spontaneità giovanile che non esclude i momenti culturali e religiosi. La scuola ha inizio nell'Oratorio, ispirandosi a tale modello si ispira senza perdere la sua peculiarità sistematica e disciplinare. Don Bosco assume le scuole come risposta ai bisogni del giovane, e non tanto per amore astratto della cultura.
    «La prassi e la teoria di Don Bosco sulla scuola non presentano particolare originalità, eccetto quello che deriva dall'applicazione della pedagogia preventiva. Però elementi abbastanza peculiari appaiono nella scuola professionale e nelle indicazioni sull'educazione religiosa. La scuola e la cultura sono considerate mezzi per formare moralmente al senso
    cristiano, e per preparare alla vita» (cfr. Braido, Esperienze di pedagogia nella storia, vol. II, p. 394).
    Per la stessa ragione la Congregazione sostiene oggi le scuole, ossia per la loro funzionalità a raggiungere i giovani nella loro vita. Non bisogna fare della scuola un assoluto né sottovalutare la sua importanza per la missione salesiana, ma vedere se nella forma concreta come si sta conducendo ci mette a contatto con i giovani o ci allontana dalla loro vita anche quando offriamo loro il servizio dell'istruzione.
    Per l'interesse centrato sull'esperienza vitale, la relazione tra docenti e alunni non deve essere solo scolastica: essa trascende la funzione e il momento della docenza e si converte in amicizia che cerca di accompagnare e orientare. Le attività non si riducono al programma accademico, ma abbracciano le molteplici esigenze del giovane; il tempo non si limita all'orario di lezione, ma si estende più in là; e quanto l'educatore comunica non si basa solo sull'obbligo professionale, ma sul dialogo spontaneo e la disponibilità.

    Conclusione

    La scuola ha alle spalle una lunga storia. Per i Salesiani è un'esperienza della prima ora. Oggi rappresenta ancora l'ambiente in cui si può prendere contatto con più giovani, per un tempo prolungato e con un programma organico.
    Impegnarsi a rinnovarla significa volere che continui. E volere che continui è segno che crediamo nella sua efficacia per la cultura, l'evangelizzazione e per la crescita dei giovani.


    T e r z a
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