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    Filosofia e promozione dell’umano


    Temi di Pastorale Universitaria
    (fuori serie)

    Angelo Tumminelli *

    (NPG 2021-06-76)

    La filosofia come prassi esistenziale

    Un chiarimento metodologico si impone a chi intende porsi la domanda sulla praticabilità della filosofia oggi, in un contesto culturale e mediatico pervaso dalla velocità e dall’incapacità di fermarsi a ponderare sulle questioni essenziali dell’esistenza: il chiarimento riguarda la filosofia come prassi la quale non può coincidere, come un comune pregiudizio la intende, con una diatriba accademica riservata a pochi iniziati o, ancora peggio, con un esercizio di speculazione logica volto a potenziare l’intelletto a scapito di coloro che non hanno ancora raggiunto il medesimo livello di comprensione della realtà. In tal caso, la filosofia si trasforma in gnosi, in una mera eristica fine a se stessa che snatura e soffoca quella originaria dimensione di meraviglia che, secondo Aristotele, sta alla base di ogni atteggiamento autenticamente filosofico. In realtà, la filosofia è ben altro: essa è anzitutto prassi esistenziale animata all’interno di una continua condivisione comunitaria fatta di scambi reciproci, di confronto e di dialogo. Basti guardare alle prime scuole filosofiche greche che si costituiscono come comunità di vita nelle quali ciò che conta veramente non è tanto il grado di conoscenza raggiunto quanto piuttosto la disposizione al dialogo, la vita comunitaria e l’ascolto del maestro. Dunque, non si può pensare alla filosofia come qualcosa di avulso dal reale e totalmente astratto: si deve guardare ad essa come ad una fondamentale possibilità dell’umano o, per dirla con Pierre Hadot, come a quell’esercizio spirituale che attesta per ogni singola persona la possibilità di aprirsi ad un senso esistenziale. Ciò richiede l’atteggiamento dello stupore insieme alla capacità della condivisione con la quale soltanto diviene possibile tradurre il pensiero in uno stile di vita, in una prassi personale. Si dice opportunamente che chi pratica la filosofia esercita il Logos: per la filosofia, tuttavia, il Logos non è fine ma strumento, non destinazione ma ponte. Il Logos è la via filosofica che media tra l’amore personale e la sapienza, tra la dimensione affettiva e quella conoscitiva nelle quali si costituisce la persona. Il Logos filosofico è il mezzo dell’incontro tra il Filein e la Sophia, tra la tensione desiderativa dell’essere umano e quella pienezza conoscitiva destinata a rimanere mai definitivamente conquistabile. Oggi più che mai si può e si deve praticare la filosofia come possibilità dell’incarnazione del Logos ovvero come via maestra per trasformare la conoscenza in sapienza, l’oggettività del sapere in vita che pullula di desideri e affetti. In questo senso, la pratica filosofica attesta la proiezione umana verso una ragione esistenziale nella cui ricerca si inverano le possibilità più proprie dell’umanità.
    Tornare a praticare la filosofia, all’interno di un orizzonte comunitario di condivisione e attesa comune, può ricondurre l’uomo alla sua verità vitale distogliendolo così dalle più disparate forme di alienazione e di schiavitù che rischiano di mortificarne l’essenza.

    Competizione vs condivisione

    In realtà, viviamo in un contesto mediatico che innesca continuamente dispositivi di competizione e di affermazione narcisistica del sé che tolgono spazio all’autentica condivisione filosofica: in essa non importa chi sa di più o chi si impone maggiormente sugli altri ma chi è capace di lasciarsi visitare dal mistero del mondo. Sì, perché la filosofia è anzitutto una forma di ascolto. Chi la pratica si dispone ad un atteggiamento di accoglienza nei confronti della realtà che richiede pazienza e attesa; il filosofo non si astrae dal mondo ma attende che esso si dischiuda al pensiero rivelandogli le vie concrete per dare senso all’esistenza. Mettersi in ascolto del mondo, delle situazioni è qualcosa che richiede tempo: ma, in questa società in cui ciascuno si perde in un vortice di impegni e preoccupazioni materiali, il tempo da dedicare alla rivelazione del mistero sembra sprecato; agli occhi del mondo questo tempo appare infecondo e infelice. In realtà esso costituisce la condizione esistenziale di una vita piena e saggia. Basta scorrere velocemente alcuni profili dei social networks per rendersi conto che in molti preferiscono al tempo dell’attesa il tempo della conquista. Siamo in un contesto della continua affermazione superomistica e della continua corsa alla conquista. Se, però, la competizione che deriva dal desiderio di una conquista di sempre nuovi margini di azione e di visibilità produce nell’essere umano un senso di precarietà e di preoccupazione (di non farcela, di non riuscire ad emergere, di non essere visti e riconosciuti), l’atteggiamento proprio della filosofia invoglia all’accoglienza e all’accettazione del reale per quello che è: in essa ciascuno scopre veramente se stesso e si conosce (il riferimento immediato è al gnothi seauton del tempio di Apollo a Delfi), si accetta per come è. A questo proposito può essere utile distinguere due atteggiamenti antitetici che aprono per l’essere umano due diverse possibilità esistenziali: da un lato l’atteggiamento della competizione, il voler conquistare a tutti i costi uno spazio (fisico o simbolico che sia) all’interno della società; il competitivo vuole imporsi nietzschianamente come pura potenza esibendo al mondo la propria forza di affermazione. Chi vive nella competizione considera l’alterità come un oggetto di conquista e tutto diventa occasione di guerra, ogni elemento della realtà dispone al possesso egoistico e individuale. Nella competizione si attua l’oggettivazione della realtà nella quale tutto è visto come un possesso che rischia di essere perduto o, ancora peggio, sottratto. Nella competizione non c’è condivisione ma tutto si incentra sulla forza affermativa del sé. Ecco che, nei contesti lavorativi, ad esempio, quando si vive nella conquista si tende subito a stabilire delle gerarchie professionali al fine di impedire l’ingresso di nuovi elementi e di mantenere i privilegi del proprio status. Allo stesso modo, in un’ottica di competizione anche una semplice conversazione può diventare occasione di dominio e di conquista: l’altro che mi parla è visto come un ipotetico usurpatore o, ancora, come un mezzo da cui attingere nuove informazioni o dati utili all’affermazione individuale. In questo caso la conversazione non è gratuita ma finalizzata, non autentica ma interessata. L’atteggiamento della competizione è ciò che conquista sempre, che vuole conquistare, che non può non conquistare. E, per dirla con il pensatore ebrei Abraham Joschua Heschel, questo dispositivo della competizione riguarda lo spazio a scapito del tempo, afferisce al materiale soffocando però l’orizzonte spirituale.
    La filosofia, invece, vuole disinnescare il dispositivo della competizione a vantaggio della condivisione: quest’ultima non guarda allo spazio ma al tempo, non all’oggettività ma alla soggettività vivente. Nella condivisione c’è il tempo dell’accoglienza e dell’ascolto. Non occorre costruire un sapere elitario da riservare a pochi eletti ma porsi in un reciproco riconoscimento che accoglie la varietà dei carismi e la diversità dei talenti. Chi condivide non ha bisogno di conquistare ma vuole solo riconoscere. La condivisione, allora, si manifesta nel tempo e richiede l’attesa di chi sa attendere il rivelarsi dell’altro. Chi condivide non vuole sopraffare l’altro ma riconoscerlo nella sua inalienabile diversità e unicità. Così la filosofia non intende costituirsi come sapere elitario o, peggio, come linguaggio accessibile a pochi ma vuole farsi promotrice, per seguire il percorso di Ricoeur, del reciproco riconoscimento tra gli uomini. Riconoscersi vicendevolmente significa accettarsi per come si è e canalizzare le proprie capacità in un’azione creativa che può essere utile per se stessi e per gli altri. Secondo questo paradigma, compito della filosofia diviene allora quello di armonizzare, all’interno della società, quella varietà di carismi e talenti presenti nelle singole persone ma che devono essere riconosciuti nell’ambito dell’intera comunità. Già Platone, prima ancora di San Paolo, aveva sostenuto, con la nozione di oikeiopragia presente nella Repubblica, che ciascuno è chiamato ad un compito specifico all’interno della società e che l’esplicazione di questo compito secondo i propri talenti costituisce la forma più alta di giustizia sociale. Attraverso la filosofia diviene possibile discernere qual è il proprio posto nel mondo, nella società ed essere riconosciuti per quello che si è. In questo senso, la filosofia assume, per dirla con Agostino e Scheler, una valenza vocazionale nella misura in cui orienta l’essere umano alla propria missione esistenziale all’interno della società. In una prospettiva che non è fatta di competizione e conquista ma di condivisione di se stessi e del proprio valore, di reciproco riconoscimento tra gli esseri umani.

    La filosofia educa al compimento

    Dal momento in cui la filosofia sposta il suo oggetto di indagine dai fenomeni naturali all’essere umano, ovvero dalla nascita della maieutica socratica, il compito proprio della prassi filosofica diventa la promozione del valore ultimo della persona la quale manifesta il suo compimento attraverso il servizio e il dialogo con l’alterità. Si scopre, in un certo senso, che la pienezza dell’umano può realizzarsi solo all’interno di una prospettiva relazionale e, nello specifico, all’interno di una processualità educativa. Così Socrate, attraverso la pratica del dialeghestai intendeva portare alla luce la verità interiore dei propri interlocutori manifestandone ironicamente tutta la limitazione conoscitiva e, tuttavia, rivelandone tutta la profondità spirituale. Nell’esperienza del dialogo filosofico tra maestro e allievo si realizza, dunque, quella prassi educativa che conduce il discente ad appropriarsi di se stesso ovvero a enucleare quell’orizzonte sopito di potenzialità e di talenti che, altrimenti, rischierebbero di rimanere non esplicitati e nascosti. Si comprende, dunque, come vi sia un legame strettissimo tra filosofia ed educazione: la prima mette a disposizione lo strumento del Logos dialogico mentre la seconda offre la possibilità di portare alla luce la pienezza individuale inserendola in un’ottica sociale di servizio e reciproco riconoscimento. Attraverso la filosofia si educa: è questo il compito antropologico della prassi filosofica. La filosofia permette all’essere umano, mediante l’esercizio di un Logos condiviso e di un pathos esistenziale, di maturare nella propria umanità facendo brillare il valore umano come fine dell’azione educativa. Come sostiene Max Scheler nei suoi scritti dedicati alla filosofia della formazione, il pensiero filosofico agisce come un formatore, produce quel processo della Bildung ovvero della realizzazione della forma personale che porta l’essere umano ad esprimersi nella propria pienezza esistenziale. In questo senso, se da un lato la filosofia apre sempre nuovi orizzonti conoscitivi e spirituali, dall’altro compie, realizza, definisce l’umanità nelle sue continue possibilità etiche. Tutto ciò potrebbe risultare contraddittorio ma in realtà esprime soltanto il più autentico paradosso dell’antropologia filosofica: il compimento esistenziale attuato per mezzo della pratica filosofica si configura come un atteggiamento di apertura (di Weltoffenheit per dirla con Scheler) attraverso la quale la singola persona è chiamata a dialogare con il mondo, a rompere la propria chiusura egoistica per dischiudere nuove prospettive di incontro e di relazione con l’alterità. La filosofia compie per aprire, realizza per rinnovare e innovare. In questo senso, come direbbe Martin Buber, attraverso la pratica dialogica propria della filosofia dell’educazione il singolo io giunge a scoprire l’alterità come un Tu vivente che invita ad una responsabilità etica e invoca una risposta esistenziale. Nella prospettiva dialogica il singolo individuo è chiamato ad uscire dalla propria chiusura egologica per farsi incontro a ciò che la vita offre e assumere su ogni cosa una responsabilità. Solo così l’essere umano matura e compie se stesso: come essere di amore che agisce nella risposta ai bisogni dell’alterità e opera nel mondo come persona capace di ritrovare nell’alterità il proprio medesimo valore, la propria dignità. Se è vero che ciò che compie apre, occorre riconoscere che la filosofia, promuovendo l’essere umano, lo colloca in una prospettiva di continuo incontro e di continua trasformazione esistenziale. Non credo, tuttavia, che la filosofia possa avere una funzione terapeutica rispetto alle derive patologiche dell’umano (il compito di curare le deviazioni spirituali è semmai affidato alla psicologia): essa, piuttosto, opera previamente come condizione indispensabile alla manifestazione del valore più alto dell’essere umano con il quale ciascuno può raggiungere la propria pienezza esistenziale. La filosofia non cura ma previene, non contrasta ma promuove; in una parola, la filosofia educa.

    La filosofia nella scuola e nelle università

    Nella sua funzione educativa, la filosofia svolge un fondamentale ruolo politico e sociale: se infatti, attraverso la formazione e l’educazione, ciascuno discerne il proprio orientamento vocazionale, ciò significa che attraverso la filosofia la persona orienta la propria missione sociale, scoprendo in se stessa quelle potenzialità che devono tradursi in servizio per gli altri. In questo senso, la filosofia maieutica svolge un compito autenticamente pre-politico: essa stimola la missionarietà di ciascuno nel proprio mondo, lo invoglia ad assumere una responsabilità politica rispetto ai bisogni della società. Attraverso l’azione formativa (Ausbildung) la filosofia orienta la persona a maturare una consapevolezza del proprio ruolo nella società: infatti, con la filosofia si scoprono quei talenti e quei desideri che devono essere investiti perché possano essere trasformati in occasione di servizio agli altri. Ciascuno scopre il proprio talento e interroga i propri desideri: vi sono talenti manuali e talenti intellettuali, carismi di relazione e carismi di azione; ciascuno non può sottrarsi alla scommessa di donare se stesso per gli altri a partire dai doni che riconosce in sé. Ciascuno ha doni diversi ma ciascuno ha doni; e questi doni coinvolgono tanto la testa quanto il cuore e le mani, e ogni dono è prezioso per la società e nella società. Tutti, nessuno escluso, sono quindi chiamati a donarsi agli altri in relazione alle proprie possibilità (non importa quali che siano). Il talento non produce competizione ma condivisione, non prevaricazione ma riconoscimento.
    La funzione pre-politica della filosofia è indubbiamente realizzata all’interno delle scuole e delle università dove esercizio della filosofia e pratica educativa si intersecano inesorabilmente, seppur in modo differente. Se, infatti, a scuola si educa attraverso la filosofia all’università si pratica la filosofia attraverso l’educazione.
    A scuola la filosofia non è il fine ma lo strumento: il compito dell’insegnate è quello di educare e lo fa a partire dallo studio e dall’approfondimento dei grandi temi filosofici affrontati nella storia del pensiero. In classe il docente di filosofia non deve guardare alla sua materia, alla filosofia in sé, ma alla sua funzione educativa; egli deve, cioè, rivolgersi allo sguardo dei propri alunni perché essi, attraverso le domande fondamentali della filosofia, scoprano la propria direzione esistenziale e maturino pienamente come esseri umani. All’università, invece, è la pratica educativa che permette alla filosofia di svilupparsi e progredire; infatti, il docente universitario attraverso il dialogo con gli allievi non solo permette a questi ultimi di crescere nella propria conoscenza e interpretazione del mondo, ma sviluppa egli stesso nuove prospettive di ricerca che arricchiscono e ampliano il sapere filosofico di nuove possibilità ermeneutiche. Nelle aule universitarie, in definitiva, la pratica filosofica matura e si sviluppa proprio grazie al processo educativo.
    Insomma, al di là di questa differenza di accenti, tanto nella scuola quanto nell’università rimane fermo il rapporto tra filosofia ed educazione, tra pensiero e promozione dell’umano. In ogni caso torna a farsi presente quella meraviglia originaria che è stata alla base della nascita del pensiero filosofico, quell’anelito alla sapienza e quel desiderio di promozione dell’umano che deve continuare a contraddistinguere l’azione pedagogica di ogni prassi filosofica.

    * PhD in Filosofia Morale - Università La Sapienza di Roma - Docente di Filosofia e storia nei licei


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