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    Conclusione di: Un mondo senza fede?


    Antonio Jiménez Ortiz, UN MONDO SENZA FEDE?, Elledici 1995

     

    Questa è la nostra opzione: testimoni della verità cristiana in un'epoca di ricerca e di incertezza. Anche noi siamo assediati da interrogativi senza risposta, viviamo la fede con tentazioni e lacerazioni. La nostra condizione umana in questo momento della storia ci fa essere testimoni umili della verità, aperti al dialogo e all'incontro con il prossimo.
    Però la propria esperienza di fede deve essere purificata, consolidata, articolata intellettualmente e vitalmente, se si desidera rispondere in modo efficace alle sfide dei giorni nostri. Non sarebbe una buona soluzione cercare rifugio in una fede sociologica, come eredità familiare e sociale, che certamente ci mantiene al riparo dall'insicurezza ambientale in una sub-cultura cattolica, «conservatrice» nel senso originario e non peggiorativo del termine. Nel seno della nostra società pluralista l'opzione di fede deve essere oggetto di una scelta personale, senza cadere in soggettivismi ed intimismi che la rendano una «religione à la carte»: soltanto una fede radicata nella comunità ecclesiale potrà possedere la passione missionaria per incarnarsi nel mondo di oggi, senza paure paralizzanti e mantenendo la sua specifica originalità. Consapevole di camminare «nelle intemperie» il cristiano scoprirà con maggiore profondità la gratuità di Dio e la sua presenza misteriosa, che ci sostiene e ci incoraggia, rispettando la nostra libertà come protagonisti della storia.
    Con un atteggiamento di discernimento, di simpatia e di collaborazione, dobbiamo camminare con l'altro, con il non credente, evitando qualunque ombra di intolleranza, senza però rinunciare alla dimensione pubblica della fede: restringerla alla sfera del privato significherebbe mettere a tacere la sua voce profetica e voltare le spalle a questo mondo che ha bisogno di luce e di significato. Non possiamo comunque neppure ingenuamente pensare di possedere una soluzione per tutto. Le nostre analisi e le nostre proposte sono anch'esse frammentarie e sono condizionate culturalmente e storicamente. Viviamo ora della salvezza definitiva di Gesù, però ancora nella provvisorietà della storia e nelle inevitabili limitazioni delle nostre esperienze e incoerenze. Questo dato indiscutibile deve aprirci sinceramente al dialogo con gli altri e al confronto positivo con altre proposte di senso.
    Questa coscienza storica ci fa riscoprire il ruolo essenziale e insostituibile che svolge la Chiesa per la fede: questa comunità di credenti ha mantenuto nel corso del tempo l'esperienza salvatrice di Gesù. In essa hanno convissuto inquisitori e santi, uomini perversi ed esseri umani impegnati fino alla morte al servizio degli altri. Si riesce a comprendere che ci siano reazioni di rifiuto nei confronti della Chiesa. Tutta la realtà storica finisce sotto le ombre dell'ambiguità. Però cosa sarebbe stato di questo mondo se que se questa comunità, guidata e sostenuta dallo Spirito di Dio secondo la confessione cristiana, non fosse rimasta fedele alla memoria e presenza di Gesù Cristo attraverso i secoli? La Chiesa è il simbolo della salvezza di Dio nella storia. Un simbolo umanamente fragile come tutti i simboli. Però come potremmo noi addentrarci nel mistero della realtà o nel mistero del cuore umano, come potremmo parlare dell'amore o della speranza se rinunciassimo ai simboli?
    La Chiesa oggi si trova ad affrontare un compito enorme: in un mondo in cui domina la mancanza di fede, e nel quale cresce paradossalmente una spiritualità senza trascendenza, essa deve dare testimonianza di verità cristiana, partendo dall'impegno concreto per gli emarginati nella società. Però deve anche fare uno sforzo deciso per tradurre questa verità senza mutilarla né svuotarla, adeguando e rinnovando il proprio linguaggio, cercando punti di contatto con l'esperienza di un uomo che manca spesso di interesse religioso e che non spera in nessun forma di salvezza. Dovrà essere sensibile alle «piccole narrazioni» di ciò che la gente vive. Scoprire in questo la presenza di Dio sarà frutto della fede nello Spirito Santo che dà vita ai germogli di senso che fioriscono dovunque nel nostro mondo frammentato.
    Dobbiamo progettare «strategie di comunicazione» che aprano strade verso la verità e la salvezza. Però se rispondiamo soltanto all'evidente desiderio di sicurezza, se utilizziamo metodi che riducono la libertà, se manovriamo le coscienze, approfittando della situazione di emergenza nella quale ci troviamo, se non offriamo un'interpretazione della fede fedele alla dottrina originaria e intellegibile per l'uomo di oggi, tradiremo le aspirazioni autentiche del cuore umano e restringeremo il contenuto e il senso della verità cristiana. Quindi non sarebbe coerente imitare o riprodurre, nel seno della Chiesa e nella sua relazione con la società, meccanismi di potere e di pressione che vengono utilizzati nella lotta per interessi politici ed economici. La salvezza cristiana non può essere imposta in forma coatta; essa deve essere presentata come un'offerta che rispetta la libertà. La comunicazione della fede deve trovare appoggio nella propria credibilità, sostenuta da un impegno serio per la dignità dell'uomo. Per questa ragione la Chiesa chiede continuamente a Dio:

    «Donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli;
    infondi in noi la luce della tua parola
    per confortare gli affaticati e gli oppressi:
    fa' che ci impegniamo lealmente
    al servizio dei poveri e dei sofferenti.
    La tua Chiesa sia testimonianza viva di verità e di libertà,
    di giustizia e di pace,
    perché tutti gli uomini si aprano alla speranza di un mondo nuovo».
    (Dalla Preghiera Eucaristica V/c, del Messale Romano).

    La Chiesa deve continuare a raccontare la propria storia di sempre: «Gesù è il Signore, è l'unico Signore». Di fronte a idoli e demoni scatenati (razzismo, nazionalismi esclusivistici, fondamentalismi e fanatismi, violenza ed emarginazione...), di fronte alle istanze anonime della politica e dell'economia, riconoscere Gesù Cristo come unico Signore della nostra persona e della nostra storia relativizza ogni potere che tenda ad imporsi come assoluto, e libera il cuore per il lento e fiducioso compito della fraternità umana.
    I milioni di rifugiati del nostro tempo sfilano sotto i nostri occhi come tragici simboli per ognuno di noi. Sentendo parlare dell'intolleranza e della violenza, dell'assurdo e della morte, tutti aspiriamo ad una casa, una famiglia dove poter trovare la pace e sentirci finalmente riconosciuti. Seguiamo le tracce della storia, cercando segni che ci facciano credere che questo sogno è possibile:

    «E finalmente gli porta un sogno,
    un sogno tanto verosimile
    che si sente tutto tremulo
    di imminenza, prossimo già
    alla forma che sperava.
    Che sperava e che non è:
    perché un sogno
    è un sogno vero
    solo quando si risveglia
    e si incarna in materia umana»
    (Pedro Salinas).

    Noi cristiani riteniamo che in Gesù di Nazaret, nel Signore, si sia incarnato il nostro sogno umano, il sogno dell'umanità: nel cuore di Dio abbiamo già trovato il nostro rifugio definitivo. Il calore che ne promana già ci accompagna nel nostro camminare attraverso la storia, insieme a tutti gli altri uomini, credenti o non credenti. La salvezza di Dio si annida già nel nostro cuore, in ogni cuore che cerchi la verità: salvezza con amore che riconcilia e riconosce, che fa fiorire la speranza e rompe le spirali diaboliche dell'odio e della violenza.

     


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