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    Il Canone in italiano: problemi di catechesi



    Luciano Borello

    (NPG 1968-04-32)

    Quello che fino a pochi anni fa sembrava una cosa impensabile oggi è una realtà: la Messa sarà celebrata in lingua viva non soltanto nella liturgia della Parola, ma anche nella sua parte centrale. Cosa tanto logica che abbiamo atteso con impazienza questo momento, forse illudendoci che ciò risolvesse molti dei nostri problemi pastorali.
    Certo la proclamazione del canone in italiano aiuterà molto i nostri fedeli a quella «partecipazione attiva e cosciente» alla celebrazione, che è il fine a cui mira tutta la riforma liturgica. Ma è anche vero che essa pone i pastori d'anime e gli educatori di fronte a problemi pastorali molto impegnativi. Borello propone una catechesi del Canone inserita nel contesto – di idee e di forme – di una catechesi sulla Messa più vera e più conciliare. Non possiamo davvero – oggi soprattutto – accontentarci di far fare, senza aver prima educato a fare.

    LA REAZIONE DEI FEDELI

    Sarà certamente positiva, almeno dopo un certo periodo di «assestamento». Ma al principio non mancherà un certo sconcerto, sia negli adulti che nei fanciulli e nei giovani.

    1. Gli adulti, forse, saranno delusi dalla traduzione di un testo che a loro dava tanto senso di «arcano». È tutto lì? Quello che essi consideravano come parola «misteriosa» e «miracolosa» che cambiava il pane nel Corpo e il vino nel sangue di Cristo?
    Più ancora, molti adulti ritorneranno all'obiezione già frequente all'inizio della riforma: non si può più pregare in pace.
    Una difficoltà seria, reale. Sia perché non sono abituati a pregare comunitariamente, sia perché sentono forte l'esigenza di un incontro personale con Cristo presente sull'altare.
    Ora si deve convenire che questa esigenza è più che legittima: guai se bile incontro personale venisse a mancare. Distruggerebbe alla sua radice il valore della Messa (come di ogni sacramento) che sta appunto in un rapporto personale e dialogico di ogni fedele con Cristo.
    Ma tale incontro, nell'economia della salvezza, deve avvenire nella comunità e per mezzo della comunità. La comunità non deve ostacolare I incontro personale di ogni fedele con Dio, ma deve favorirlo. Anche la proclamazione del Canone in italiano non deve quindi ostacolare, ma bensì favorire ed alimentare, dal di dentro, la preghiera personale, aiutando i fedeli ad assumere, di volta in volta, gli atteggiamenti di lode, di azione di grazie, di offerta e di partecipazione al supremo atto di culto che Cristo compie attraverso la celebrazione comunitaria.

    2. I fanciulli e i giovani forse proveranno difficoltà di altro genere. Per loro il silenzio non diceva nulla e quindi poteva essere riempito con canti, preghiere comunitarie, distrazioni prolungate. Ora gli educatori sono preoccupati: come occupare quel tempo abbastanza lungo e senza «respiro»? Come aiutare i ragazzi a seguire ciò che dice il sacerdote? Problemi gravi davvero, che non possono essere risolti con interventi sporadici o improvvisati. Non basta dire in italiano quello che prima si diceva in latino: non basta nemmeno che i fedeli comprendano il senso letterale delle parole che ascoltano. È necessario che essi entrino nel vivo della celebrazione con atteggiamenti spirituali adeguati ai vari momenti della preghiera eucaristica.

    LA DIFFICOLTÀ PIÙ GRAVE

    Bisogna convenire che al fondo di tutte le difficoltà che incontrano i fedeli, c'è una comprensione superficiale della Messa, come azione sacra della comunità cristiana.
    È ancora troppo diffusa la nozione di Messa come «Sacrificio di Cristo che si rinnova sull'altare sotto le specie del pane e del vino» (Cat. Pio X) Nozione certamente esatta da un punto di vista teologico, essenziale, ma assolutamente insufficiente da un punto di vista rituale. Infatti tale definizione teologica non dice nulla del modo con cui tale sacrificio si compie. Nata da una preoccupazione apologetica ( = difesa della realtà del sacrificio dalla negazione protestante) la teologia postridentina non si è per nulla preoccupata di approfondire il valore della celebrazione eucaristica come azione cultuale di tutta la comunità, «popolo santo chiamato a raccolta e ordinato sotto la guida del Vescovo» (Cost. Lit. 26). Soprattutto ha detto molto poco dei caratteri peculiari della Messa come azione di grazie, come sacrificio spirituale, come inno di lode, come banchetto, come esercizio del proprio sacerdozio in unione e partecipazione al sacerdozio di Cristo.
    Una catechesi, impostata su queste linee teologiche unilaterali (perchè apologetiche) non poteva che lasciare nei fedeli la convinzione che la Messa si riducesse ad un'azione misteriosa, compiuta dal solo sacerdote che (dotato di poteri straordinari) cambia «miracolosamente» il pane nel Corpo e il vino nel Sangue di Cristo. A loro non rimaneva che «adorare il mistero» che si compie all'altare, in attesa che tutto fosse finito o (per i più fervorosi) che venisse il momento della comunione. Bisogna convincersi che la prima cosa da fare è proprio quella di aiutare
    i fedeli a superare una simile visione astratta della Messa, per entrare in una visione più concreta e più dinamica della Messa come banchetto «memoriale» ed eucologico di tutta la comunità cristiana.

    UNA CATECHESI GLOBALE DELLA MESSA

    La Messa deve, cioè essere presentata come l'azione di grazie realizzata nel «ricordo» del sacrificio di Cristo, dai cristiani, convocati per grazia di Dio, per ascoltare la sua parola, per riconoscere il suo amore e per unirsi alla Pasqua di Cristo, morto e risorto, «commemorata» e resa presente dalla Chiesa in preghiera.
    Questa descrizione sintetica della Messa contiene tutti gli elementi rituali che ne caratterizzano il dinamismo e che devono essere oggetto di una catechesi approfondita e graduale.

    1. La Messa è un'azione comunitaria

    Perché è tutta la Chiesa, comunità di salvezza che vi è impegnata.
    L'assemblea è infatti il segno più concreto della Chiesa come comunità di fede e di culto.
    Chi entra in un'assemblea liturgica deve potere vedere e toccare con mano la natura della Chiesa, come popolo santo radunato e ordinato sotto la guida di Cristo, in dialogo con Dio che fa sentire la sua parola,
    unito a Cristo mediatore nell'esercizio attuale del suo sacerdozio. Tutte verità che si possono certamente apprendere in modo teorico ed astratto, ma che soltanto l'esperienza viva di una celebrazione può fare assimilare profondamente.
    II primo compito pastorale deve quindi essere quello di dare alle nostre celebrazioni, uno stile di autenticità, caratterizzato dalla presenza di tutta la gerarchia dei ministri e dei ministranti, animato dall'interno dalla coscienza della propria appartenenza all'unico Corpo di Cristo, e dall'esterno dai mezzi espressivi adeguati alle reali possibilità dell'assemblea. Ma nello stesso tempo è necessario far precedere, accompagnare e seguire l'esperienza diretta da una catechesi adeguata e illuminata, in modo da sostenere l'atteggiamento spirituale che i fedeli assumono.
    Catechesi che dovrà prendere l'avvio proprio da ciò che i fedeli vedono ed esperimentano: i riti e le preghiere.

    a) I riti di introduzione danno inizio al dialogo della salvezza, sottolineando l'aspetto comunitario della celebrazione. Noi che eravamo dispersi, diventiamo un popolo con la nostra risposta all'invito di Dio. II canto di inizio contribuisce appunto a creare questo clima comunitario e a farne prendere coscienza attraverso una esperienza vissuta.

    b) La liturgia della Parola ripete ed approfondisce la chiamata di Dio, suscitando la fede come risrpsta di amore. La Chiesa è una comunità di salvezza che si fonda sulla parola onnipotente e salvatrice di Dio.

    c) Ciò che la parola ha annunciato e cominciato ad operare in coloro che vi aderiscono, si attualizza e si perfeziona sotto il segno sacramentale. Cristo si rende presente in modo tutto speciale nell'assemblea per associare il popolo di Dio alla sua azione di grazie realizzata nella Pasqua. Ognuno di questi concetti deve essere approfondito in modo progressivo, fino a che sia assimilato dai nostri giovani in modo spontaneo. Se non si fa questa catechesi preliminare, la catechesi in punti particolari resterà infeconda, perchè slegata dal suo contesto naturale.

    2. Parola e sacramento

    Un altro aspetto preliminare di estrema importanza ci sembra quello della relazione tra Parola e sacramento nella Messa.
    I nostri giovani (e forse anche noi sacerdoti) non hanno una percezione esatta dell'importanza della Parola nel Sacramento. Sono portati a sottolineare troppo l'efficacia «ex opere operato» e quindi a considerare l'effetto sacramentale come qualcosa di meccanico, che si realizza in modo automatico quando esistono le condizioni oggettive richieste.
    Perciò considerano le parole che accompagnano il rito come qualcosa di secondario, di semplice preparazione, e non invece come qualcosa di assolutamente essenziale.
    – Per questo non valutano a sufficienza la liturgia della Parola.
    – Per questo sopportano di buon grado che il sacerdote pronunci parole incomprensibili.
    È quindi necessario illuminare i fedeli sulla importanza fondamentale della Parola in ogni sacramento, e quindi anche nella eucarestia.
    a) Anzitutto perché la Chiesa è un'assemblea fondata sulla Parola, che è l'inizio e il fondamento della Salvezza. Il sacramento completa l'incontro personale con Dio, già iniziato nella fede; «aggiunge e completa la fede nuda» come dicevano i Padri.
    b) In secondo luogo perché Parola e rito sono le componenti essenziali di ogni sacramento.
    Il rito, da solo, non basta; occorre la parola che ne indichi il significato e ne aiuti la comprensione.
    Infatti ogni incontro dell'uomo con Dio passa attraverso il rapporto personale che ha la sua radice nel dialogo, cioè nella Parola di Dio che si rivela Parola che deve essere compresa per ottenere risposta. Ed anche nel caso in cui Dio si rivela nei segni creaturali (come nei gesti del rito sacramentale) deve intervenire la parola di Dio che ci aiuti a superare l'oscurità del segno.
    «Questo va detto soprattutto della celebrazione della Messa, in cui la liturgia della parola ha lo scopo particolare di fomentare l'intimo legame tra l'annuncio e l'ascolto della parola di Dio e il mistero eucaristico» (Euc. myst. 10).
    Più i «fedeli comprenderanno le parole che accompagnano il rito eucaristico e più potranno partecipare a ciò che in esso si realizza».
    «I fedeli, dunque, ascoltando la parola di Dio, riconoscano che le meraviglie annunciate trovano il loro coronamento nel mistero pasquale, il cui memoriale è celebrato sacramentalmente nella Messa. In tal modo i fedeli, ricevendo la parola di Dio e nutriti di essa, sono portati, nel rendimento di grazie, a una partecipazione fruttuosa dei misteri della salvezza» (Euc. Myst. 10).
    Parola che è già operante fin dall'inizio della Messa (nelle letture, delle orazioni e della omelia) e che nella preghiera eucaristica raggiunge la sua maggiore «densità» e piena efficacia. Infatti la «liturgia della Parola» non è soltanto «istruzione» ma è già atto di culto e di santificazione, poichè è l'inizio di quel dialogo amoroso di Dio con i fedeli, che avrà appunto il suo vertice nel sacrificio eucaristico. La parola di Dio risuona nell'assemblea cristiana per suscitare la fede e l'amore, che troveranno la loro più alta espressione nel fare propri i sentimenti di Gesù sacerdote e vittima.
    Per questo la Costituzione liturgica ricorda che «la liturgia della Parola e la liturgia eucaristica, sono congiunte tra di loro così strettamente da formare un solo atto di culto» (art. 56).
    Il che vuol dire che la proclamazione del Canone in lingua viva, lungi dal dissacrare il rito, lo nobilita, dandogli quella trasparenza che gli è necessaria per raggiungere la sua piena efficacia di segno rivelatore della presenza di Cristo morto e risorto.
    Ma, d'altra parte, esige che i pastori d'anime spieghino ai fedeli «l'intimo rapporto esistente tra liturgia della parola e celebrazione della Cena del Signore» (Euc. Myst. 10). Esigenza pastorale che ci sembra della massima importanza per una efficace catechesi sul Canone.

    TEMI SPECIFICI DEL CANONE

    In questo quadro generale si potranno poi inserire i temi specifici che riguardano la grande preghiera eucaristica, seguendo un ordine di importanza o di convenienza.

    1. Memoriale e offerta

    Sono due aspetti molto importanti della Messa, ma purtroppo sconosciuti o compresi male dai nostri fedeli:

    a) Dire che la Messa è «memoria» della morte di Gesù può infatti indurre in un duplice errore (per eccesso o per difetto):
    – Credere in una rappresentazione scenica della morte di Cristo
    – Credere ad un semplice ricordo di ordine psicologico.
    In realtà si tratta di una cosa ben diversa. Nel contesto biblico: «fare memoria» significa rendere presente ed operante la potenza salvatrice di Dio. Istituendo l'eucaristia durante la celebrazione della Pasqua ebraica, Gesù ha quindi voluto inserirla in questo contesto di memoria efficace della nuova alleanza che stava per realizzare con la sua passione e morte. Ogni volta che i cristiani ripeteranno le parole e i gesti di Gesù nell'ultima Cena, il Signore sarà presente in mezzo a loro, come Colui che dà la vita (il suo corpo e il suo sangue) per glorificare il Padre e stringere con gli uomini la nuova ed eterna alleanza.

    b) Anche il concetto di offerta è sovente inteso in senso puramente esteriore o personalistico. Nella Messa si offre il pane e il vino, le preghiere, le offerte, i sacrifici personali, i propositi... Tutti aspetti veri dell'offerta, ma unilaterali e secondari.
    Proprio perché facendo la memoria di Cristo lo si rende presente in modo dinamico, il rito della eucaristia diventa al tempo stesso una partecipazione al suo sacrificio. «Fare la memoria» di Cristo, morto e risorto, vuol dire offrire oggi, come sacrificio il suo Corpo e il suo Sangue sotto il segno del pane e del vino. Infatti dal momento che Cristo ha preso la natura umana, è diventato «uno dei nostri», e con la sua passione e morte ci ha innestati in lui, come membra vive del suo stesso corpo. Di modo che possiamo con ragione dire al Padre: «noi offriamo alla tua divina maestà, quello che tu ci hai dato...».
    Ciò che noi offriamo a Dio non è opera nostra, ma un suo dono. La nostra risposta al dono gratuito di Dio, consiste nell'offrire Gesù, il figlio unico che egli ci ha dato come supremo atto di amore.
    Ma nello stesso tempo offriamo anche noi stessi, in quanto membra dell'unico Corpo di Cristo. Cristo Salvatore ci prende con sé e ci ingloba nel suo atto di amore e di obbedienza al Padre, come «ostie viventi, sante e gradite a Dio» (Rom. 12,15).
    Ecco il vero offertorio della Messa. Il tempo che segue il racconto della Cena, non è destinato all'adorazione silenziosa di Gesù presente sull'altare, ma è invece il momento destinato ad entrare nel dinamismo della suo offerta al Padre, come sacerdoti e come vittime. Quello che comunemente viene chiamato «offertorio», in realtà è soltanto una preparazione simbolica a questo supremo atto di offerta che qui si deve operare in unione con Cristo Gesù.
    Bisognerà quindi educare progressivamente i giovani a questo atteggiamento di offerta, che è un esercizio attuale ed eminente del loro sacerdozio.
    Infatti, in forza della loro inserzione in Cristo, anche essi partecipano realmente del suo potere sacerdotale.
    Per questo la Costituzione liturgica raccomanda che tutti i cristiani «offrano a Dio l'ostia immacolata, non soltanto per le mani del sacerdote, ma, insieme con lui, imparino ad offrire se stessi» (art. 48).
    Se soltanto il sacerdote, come ministro di Cristo ha il potere di rendere presente Cristo, tutti i fedeli però, hanno il potere di inserirsi nel sacrificio di Cristo come veri sacerdoti. Tutta la loro vita (preghiera, lavoro, sofferenze) diventano così offerta spirituale gradita a Dio. Ma nella celebrazione eucaristica tutte queste attività «sono offerte al Padre insieme all'oblazione del corpo del Signore» (Lumen gentium 34).

    2. Il sacrificio della Messa

    I giovani sanno che la Messa è un «sacrificio incruento» cioè senza spargimento di sangue. Ma che cosa può suggerire loro questa espressione? Che nella Messa Gesù muore realmente, anche se non si vede? Che Gesù soffre, sparge il sangue? Oltre al grave errore teologico di una simile interpretazione della Messa, che cosa può suggerire loro? Forse un sentimento di «compassione» per Gesù, o anche un sentimento di riconoscenza per il suo amore e di dolore per i propri peccati. Ma in ogni caso non arriverebbero a comprendere il vero valore del sacrificio di Cristo e a prendervi parte in modo pieno.
    Per questo è necessario insistere molto sull'aspetto interiore del sacrificio di Cristo. Ciò che conta non è lo spargimento del sangue, ma bensì il suo atteggiamento interiore di amore al Padre ed a tutti gli uomini, di cui Io spargimento del Sangue è un segno. «Nessuno ha amore più grande di colui che sacrifica la propria vita per i suoi amici» (Gv. 15,13). Del resto tutta la vita di Gesù è pervasa da questo atteggiamento profondo di donazione al Padre per la salvezza degli uomini. Entrando in questo mondo Cristo dice al Padre: «Non hai voluto né sacrificio, né offerta, ma tu mi hai formato un corpo... Allora ho detto: Eccomi, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà» (Eb. 9,6-7). È l'inizio di quel «sacrificio spirituale» che avrà il suo compimento proprio nel «sia fatta la tua volontà» che segna il culmine dell'offerta di sé stesso al Padre. La Messa è appunto il rendersi presente di questo supremo atto di amore e di obbedienza al quale tutti i fedeli sono chiamati a prendere parte. Cristo glorioso non soffre e non muore più. Ma la sua umanità gloriosa continua in questo atteggiamento di amore e di obbedienza, che per opera dei segni sacramentali si rende presente in modo vivo nell'assemblea dei fedeli perché vi si associno.
    Per questo si parla di «sacrificio di lode», di «sacrificio eucaristico»: non soltanto perché non c'è spargimento di sangue, ma soprattutto perché è un sacrificio interiore, spirituale, di amore.

    3. Azione di grazie

    Eucarestia vuol dire appunto «azione di grazie». Anche se il centro della celebrazione è il memoriale e l'offerta non dobbiamo dimenticare che tutto è in funzione di una generale azione di grazie che assume la dimensione cosmica. La preghiera eucaristica inizia proprio con l'invito: «rendiamo grazie al Signore nostro Dio» e prosegue con un incalzare di «motivi» che trovano il loro punto culminante nel memoriale, nell'offerta e infine, nella glorificazione trinitaria. Ma che cosa vuol dire «rendere grazie»? Solitamente ci si ricorda di questo aspetto fondamentale della Messa dopo la Comunione. Ci si preoccupa (e giustamente) di «ringraziare» il Signore di essere venuto in noi. Ma si dimentica che questo «ringraziamento» non è che un aspetto particolare di un'azione che investe tutta la messa, e di cui non è che un'eco molto debole, se staccato dal contesto.

    a) Inno di Lode

    Per comprendere il vero senso della Messa come «azione di grazie» dobbiamo quindi analizzare brevemente la struttura di tutta la preghiera eucaristica.
    Essa inizia con un inno di lode (il prefazio) che è una esaltazione di Dio per ciò che Egli ha compiuto per noi: creazione, redenzione, Chiesa ecc... «È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza rendere grazie sempre e dovunque, a te Signore, Padre santo...».
    – Nel mistero del Verbo incarnato, una nuova luce del tuo fulgore è apparsa agli occhi della nostra mente (Natale).
    – Perché il tuo unico Figlio, manifestandosi nella nostra natura mortale, liti ridato a noi la vita, con la nuova luce della immortalità divina (Epifania).
    – Gesù Cristo, dopo la sua risurrezione, si è mostrato invisibilmente a tutti i discepoli, e sotto i loro sguardi è salito al cielo, perché della sua vita divina noi fossimo partecipi (Ascensione).
    – Elevatosi al di sopra dei cieli e assiso alla tua destra, egli, secondo la promessa ha effuso sui figli di adozione lo Spirito santo (Pentecoste).
    La lunga elencazione delle opere gloriose di Dio (molto sobria nella liturgia romana, ma ampia e diffusa in quelle orientali) si conclude sempre con un nuovo invito alla lode: «A te inneggiano i Cieli, gli spiriti celesti e i serafini uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi o Signore che si uniscano le nostre umili voci nell'inno di lode: Santo, santo...».
    L'azione di grazie non è quindi soltanto una risposta riconoscente a un dono, ma prima di tutto una contemplazione estatica ed una esaltazione corale dell'opera salvatrice di Dio. Esaltazione che assume una dimensione cosmica, dal momento che si unisce alla voce dei Cieli, dei santi e di tutto l'universo.

    b) Dipendenza da Dio

    La contemplazione della grandezza di Dio ci fa prendere coscienza della nostra pochezza e della nostra dipendenza assoluta da lui. Come il profeta Isaia, all'udire l'inno di lode al Dio dell'universo (con ragione inserito in questo punto della Messa) noi riconosciamo la nostra povertà e la nostra miseria. Tutto ciò che abbiamo è suo dono, sua grazia.

    c) La nostra offerta

    L'azione di grazie non è però soltanto contemplazione dinamica alla salvezza che Dio ci dona in Cristo. Lungi dall'umiliarci e dal confonderci la rivelazione salvatrice di Dio ci sprona alla riconoscenza ed alla risposta. Di qui il memoriale e l'offerta di Cristo, come meraviglioso scambio del dono che il Padre ci ha fatto.
    La nostra azione di grazie si concretizza quindi in Cristo, nel suo Corpo e nel suo sangue, che noi uniti a lui offriamo al Padre.

    d) Cristo «azione di grazie»

    Per questo la preghiera, «eucaristica» si conclude con una nuova esaltazione di Dio: «Per Cristo, con Cristo, in Cristo, noi rendiamo a Te, Dio Padre onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, tutto l'onore e la gloria per i secoli dei secoli. Amen».
    Dalla dimensione cosmica, l'azione di grazie è passata ad una dimensione trinitaria? Contemplando e ricevendo il dono del Padre, che ci viene per mezzo di Cristo e opera dello Spirito Santo, l'assemblea dei cristiani si inserisce nel dinamismo stesso dell'amore trinitario di Dio: da Dio a Dio, per mezzo di Cristo, nell'amore dello Spirito Santo.
    Vivere la Messa vuol dire appunto entrare sempre più coscientemente in questo atteggiamento di «azione di grazie», che ingloba e trasforma tutta la nostra vita, inserendola nella vita stessa di Cristo, gloria vivente del Padre.

    UN PIANO ORGANICO DI AZIONE PASTORALE

    Questi brevi accenni ai problemi catechistici che derivano dalla proclamazione del Canone in italiano, non sono certamente esaurienti. Hanno voluto essere un semplice spunto, o meglio, una panoramica dei gravi problemi pastorali che il fatto implica.
    Problemi che non potranno essere risolti da alcune omelie fatte in prossimità (o in concomitanza) con l'inizio della proclamazione. Esse potranno giustamente costituire l'occasione prossima per l'avvio di un discorso che, però, deve prendere le mosse da molto più lontano.
    Ci vuole una catechesi organica a tutti i livelli, cominciando dall'età della fanciullezza, dal catechismo per la prima Comunione (che deve appunto essere presentata come la partecipazione piena alla Messa), alla catechesi scolastica e a quella delle sezioni specializzate (giovani e adulti).
    Nelle scuole si può e si deve fare qualche cosa per interessare i ragazzi ad un evento così importante della loro vita cristiana. Senza contare le altre iniziative di incontri di gruppo (tre sere, preparazione alla Pasqua, ecc.) che non saranno certamente sciupati con una catechesi approfondita sul canone. Infatti si tratta di aiutare i fedeli a comprendere sempre meglio e ad esercitare consciamente il loro sacerdozio, che nella Messa trova appunto la sua funzione più eminente.


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