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    Il posto dei giovani nella Chiesa locale



    Card. Michele Pellegrino

    (NPG 1968-10-51)

    Il discorso condotto fin qui sulla Chiesa locale è valido per tutti i fedeli. Ma esso è particolarmente importante per voi, giovani di A.C. Immediatamente vicini al Vescovo, chiamati da lui a condividere le sue responsabilità pastorali, voi siete legati alla Chiesa locale dalla vostra particolare vocazione apostolica. Io vedo dietro di voi schiere di giovani che voi dovete aiutare a formarsi al senso della vita cristiana, della testimonianza e dell'apostolato. Perciò, tenendo presenti i principi ora indicati, cerchiamo di vedere qual è il posto che spetta ai giovani e particolarmente a voi, nella Chiesa locale.

    LE TENTAZIONI

    Comincerò a segnalare alcune tentazioni che potrebbero facilmente compromettere il vostro impegno verso la diocesi.

    1) Da parte del clero.
    È possibile che alcuni preti meno vicini a voi per l'età e per la psicologia (parliamo dei preti «matusa»), siano portati a vedere nei giovani dei disturbatori della pubblica quiete, dei quali farebbero volentieri a meno. E possibile che alcuni membri del clero, abituati da lunghi anni a un certo tipo di lavoro (o di non lavoro), vedano con una certa diffidenza i giovani che si agitano per trovare nuove vie nel modo di vivere la loro vita cristiana e nell'esercizio dell'apostolato. Non è facile scrollarsi di dosso il peso di tradizioni e abitudini inveterate, anche quando esse non rispondono più alle esigenze del tempo in cui il Signore ci chiama a vivere.

    2) Da parte dei giovani.
    Non è impossibile la tentazione di vedere negli anziani, sia laici che preti, dei sorpassati, degli uomini di un altro mondo coi quali non è possibile intendersi, perché irrimediabilmente legati a certe categorie e incapaci di aprirsi alle esigenze dei tempi nuovi.
    Non è infrequente nei giovani la tentazione del perfezionismo. O tutto si fa in modo perfetto e subito o niente, o la va o la spacca. Si parte da una visione pessimistica della realtà, per cui si ritiene che nulla si possa salvare ma tutto debba essere distrutto per ricominciare dalle fondamenta. Le conseguenze di queste tentazioni, del pessimismo legato al perfezionismo, possono essere molto gravi. Nella vita profana, la tentazione di spaccar tutto, di far man bassa di un ordine a cui non si riconosce nessuna validità. Nel campo della Chiesa è più facile un altro esito della tentazione che ora si diceva. Mentre l'uomo fa necessariamente parte della società in cui vive e deve fare i conti con la medesima, l'adesione alla Chiesa non è cosa di necessità fisica. Quindi la tentazione, se la Chiesa non è subito come la vogliamo noi, è di tagliar la corda, di allontanarci dall'impegno di cattolici militanti, dalla pratica religiosa e dalla fede.

    3) C'è un pericolo e una tentazione che si riferisce a una visione errata e comunque unilaterale e incompleta della Chiesa. La possiamo indicare in due formule: la Chiesa-museo e la Chiesa-rivoluzione permanente.
    La Chiesa-museo: quella che dovrebbe rimanere sempre immobile, la stessa, che non dovrebbe cambiare mai.
    Per certuni l'aver abolito un certo numero di genuflessioni, di inchini, di segni di croce nella Messa o la cornetta delle suore è sacrilegio imperdonabile. Non parliamo della sostituzione delle lingue viventi al latino: questo è stracciare la tunica di Cristo, cosa che non hanno fatto nemmeno
    i soldati ai piedi della croce.
    Chiesa-museo, cioè Chiesa buona per i nostalgici, per gli esteti, capaci di intenerirsi per le sorti del canto gregoriano mentre forse non andavano mai a Messa quand'era celebrata in latino e allergici a qualsiasi novità, anche a quelle che da tempo erano reclamate dalla sensibilità comune.
    C'è poi la Chiesa-rivoluzione permanente. Penso a quell'Arcivescovo francese che divide il suo clero in due categorie: i preti che sono ancora attaccati al Vaticano I e quelli che sono per Vaticano III. Il Vaticano II
    pare che non lo prenda in considerazione nessuno. La Chiesa dovrebbe essere continuamente in evoluzione e in rivoluzione, nei riti, nella disciplina, nel dogma (ma chi la pensa così fino in fondo manda volentieri
    i dogmi in soffitta).
    Chi riflette un momento sulla natura della Chiesa e sul destino che le è stato fissato dal suo Fondatore non si meraviglierà di queste perenni tentazioni. Esse sorgono da una tensione che è immanente alla Chiesa, in quanto essa è nel mondo ma non del mondo.
    È nel mondo: per essere fedele al mondo, agli uomini di tutti gli spazi e di tutti i tempi, la Chiesa deve adattarsi, cioè mutarsi.
    Però non è del mondo; per essere fedele a Cristo che l'ha fondata, a Dio verso il Quale cammina, essa deve conservare gelosamente il patrimonio della verità, della norma di vita e dei mezzi della grazia che le è stato affidato.
    La Chiesa, tutti i membri della Chiesa debbono saper conciliare uno spirito di audacia che affronta coraggiosamente tutte le situazioni nuove con uno spirito di fedeltà e di pazienza che non rinnega il passato e sa trarne continuamente stimolo per camminare verso un avvenire migliore.

    ALCUNE DIRETTRICI

    Vogliamo prendere in esame alcune idee e indicazioni pratiche che possono giovare a orientare la nostra azione, parlo soprattutto dell'azione dei giovani secondo la natura e le caratteristiche della Chiesa del mondo d'oggi?

    1) Partire dalla visione dell'unità articolata della Chiesa, fondata nel disegno divino e ordinata all'attuazione del piano di salvezza. Chiesa, dunque, una, ma che in concreto si presenta in una molteplicità di articolazioni. territoriali (diocesi, parrocchie) e settoriali; articolazioni che corrispondono a una determinata realtà sociologica e che si presentano necessarie, in forme adatte ai luoghi e ai tempi, perché la Chiesa possa perseguire i suoi fini.

    2) Una caratteristica generale dell'impegno dei giovani nella vita della Chiesa sembra essere quella di attuare particolarmente la funzione di aggiornamento, nella consapevolezza delle esigenze d'oggi e nell'apertura alle esigenze di domani. È naturale che il giovane senta e viva con una particolare concretezza le esigenze d'un mondo in trasformazione. Il contributo dei giovani può essere prezioso per stimolare in tutto l'organismo della Chiesa la prontezza nel rendersi consapevoli delle aspirazioni degli uomini d'oggi.

    3) Sul piano del pensiero, è necessario che i giovani compiano quotidianamente lo sforzo di comprendere la realtà in cui viviamo, confrontandola con la parola di Dio, con gli insegnamenti del magistero, per trovare gli orientamenti corrispondenti alla vocazione cristiana.

    4) Sul piano dell'azione, i giovani porteranno un senso di dinamismo e di entusiasmo, così da galvanizzare le energie latenti dei compagni di fede e assicurare alla Chiesa in ogni momento, quello slancio missionario senza il quale essa mancherebbe al suo compito essenziale. Riflettendo sul compito dei giovani in ordine all'azione pastorale, mi sembra che dobbiamo vederli, i giovani, in una duplice figura;

    a) Metto le mani avanti per sfuggire al linciaggio se uso provvisoriamente una formula che non potrebbe esservi più sgradita ma della quale, per il momento, non ho trovato una migliore. Vorrei cioè guardare a voi come oggetto e poi come soggetto dell'azione pastorale.
    Come oggetto, o se preferite, come termine dell'azione pastorale.
    Non so se voi vi riconoscete in quell'immagine del «vero uomo moderno che vuol essere "senza padre né madre" e pretende di ricreare il mondo e se stesso a partire da una sorta di "zero" precedentemente realizzato» (Moeller, Littérature du XXe siècle et Christianisme, II, p. 201).
    In ogni caso non è questo l'uomo della Bibbia, del cristianesimo. Per limitarci al campo della fede e della vita cristiana, tutti siamo chiamati anzitutto a ricevere. Riceviamo la parola di Dio, che ci viene comunicata dalla rivelazione e dalla Chiesa; riceviamo la norma di vita che non ci diamo da noi stessi, ma che ci è data ancora dalla parola di Dio e dell'esempio di Cristo.
    Riceviamo la grazia, cioè, come indica il significato etimologico della parola, il dono del tutto gratuito di Dio Padre, in virtù dei meriti di Cristo Salvatore. Non so fino a che punto vi garbi questa immagine, ma poiché è di S. Agostino, o meglio, del Vangelo, mi consentirete di ripetervela in questo momento. S. Agostino ama considerarsi in una duplice posizione nella Chiesa. Lui, Vescovo, è come tutti i fedeli ai quali somministra il cibo della parola di Dio e dei sacramenti, è come loro e con loro una pecora del gregge di Cristo. Ma chiamato nella Chiesa all'ufficio di Vescovo, egli è rispetto ai fedeli, il Pastore. Siamo tutti pecore di Cristo dunque. Dobbiamo accettare gli insegnamenti, i precetti e i consigli e i doni che Cristo ci dà, o direttamente, parlando all'intimo nostro, donandoci i suoi carismi, o mediante l'opera della Chiesa. So bene che questo linguaggio fa accapponare la pelle a molti. Sembra che chi parla così attenti all'autonomia della persona, alla dignità dell'uomo che vuole affermare se stesso. Ma finché crediamo, ostinatamente attaccati al nostro catechismo, o meglio alla parola di Dio, che siamo nati col peccato originale e redenti dalla grazia di Cristo, dobbiamo riconoscere con umiltà e gratitudine immensa, che prima di tutto siamo chiamati a ricevere.

    b) Ma il cristiano, il giovane è anche soggetto attivo e responsabile nella Chiesa. L'azione e la responsabilità a cui siamo chiamati si esercita in tutte le forme individuali e associate. Se la Chiesa, è, come dicevamo, comunione, essa partecipa alla vita di Dio stesso infinitamente dinamica e feconda. Se la Chiesa è missionaria, essa deve operare nel mondo a cui è stata mandata da Dio per trasformarlo, per elevarlo, per condurre i fratelli alla salvezza. Soggetto attivo e responsabile nella Chiesa, il cristiano, il giovane, deve operare anzitutto interiormente. Fede, speranza, carità, ecco la prima attività del cristiano. In questo senso opera attivamente e dinamicamente nella Chiesa quel buon prete della cintura torinese che da una dozzina d'anni è inchiodato nel suo letto e offre incessantemente a Dio le sue sofferenze quotidiane; o il poliomielitico 40enne che dall'età di 5 anni è immobile ed è l'anima dell'apostolato della sofferenza nella Chiesa torinese.
    Ma l'azione, per chi ne ha le forze fisiche e spirituali, deve tradursi anche esteriormente, in uno sforzo di realizzare gli obiettivi assegnati da Cristo alla sua Chiesa. Il Vangelo deve essere comunicato agli uomini per diventare lievito. Cristo deve essere conosciuto e amato, per poter essere accolto come Salvatore. I tesori della grazia debbono essere comunicati agli uomini, in primo luogo attraverso i sacramenti, per operare la salvezza secondo il disegno di Cristo. Tutta la realtà delle cose terrestri deve essere, nel rispetto dell'autonomia dei singoli valori e nelle loro caratteristiche, ordinata a Cristo, Capo della umanità redenta, centro di tutta la creazione.

    (dalla relazione tenuta al Convegno Nazionale Dirigenti GIAC e GF, Roma, 17 marzo 1968)


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