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    La dimensione missionaria della Chiesa


    Giacomo M. Medica

    (NPG 1968-10-30)

    In vista della giornata missionaria mondiale, siamo lieti di poter offrire questo contributo allo studio e alla riflessione degli educatori. Il tono è eminentemente pratico, pur non arrivando al sussidio spicciolo.
    L'abbiamo scelto apposta: per poter aiutare facilmente a tradurre in termini concreti di azione, le idee e le proposte raccolte in queste pagine. Non è un discorso strettamente unitario e organicamente compaginato, per non eliminare, con ricette prefabbricate, lo sforzo di adattamento a livello personale.
    Il problema missionario è apertissimo: le indicazioni del Concilio e dei più recenti Documenti pontifici
    ci obbligano a ripensare, coraggiosamente, mentalità e interventi, in attenta lettura dei segni dei tempi.
    A questo, soprattutto, mirano le pagine che seguono.

    Il Vaticano II ci ha ricondotti a un concetto più completo e profondo della «missionarietà» della Chiesa.
    Lo scopo del Concilio, che facciamo nostro, è di creare una mentalità, suscitare uno spirito, infondere uno zelo, che siano autenticamente missionari.

    Che cosa è genuinamente missionario

    Conviene innanzitutto liberare il terreno da ciò che non intendiamo. Infatti l'autentica dimensione missionaria non può essere data da un qualunque interessamento, che sia estraneo, o al più marginale, alla natura e alla missione della Chiesa stessa.
    Non si tratta perciò di un interessamento per le missioni mosso, ad esempio, da un movente etnografico, dal piacere di conoscere razze e popoli; o da un movente geografico, dall'amore alla straordinaria varietà di terre, climi, vegetazioni, faune, panorami, fenomeni d'ogni genere dei paesi di missione.
    Non è questione di interesse folcloristico, simpatia per usi e costumi, canti e danze, fogge di vestire, armi, utensili; o di interesse esotico, gusto per tutto ciò che è diverso da noi e dalle cose nostre.
    Non si tratta nemmeno ancora di un interessamento puramente umanitario, filantropico, quale hanno gli Stati progrediti per quelli sottosviluppati, o società di beneficienza e persone facoltose per i colpiti da malattie o calamità.
    Questi e simili interessi sono indubbiamente dei valori, ma non sono l'anima di un vero interessamento missionario. Potranno e dovranno anche servire di incentivo, di aggancio, di avvio, per trattare del problema missionario, specialmente coi ragazzi; ma una vera formazione missionaria, per suscitare un'autentica mentalità e un genuino spirito, che si traducano in azione e zelo generosamente e soprannaturalmente missionari, deve attingere motivi e temi dalla natura stessa della missione della Chiesa [1].

    Maturata coscienza della missionarietà della Chiesa

    Quella che noi intendiamo è la missionarietà della Chiesa quale le è stata comunicata da Cristo ed è venuta più chiaramente maturando nella sua coscienza in questi ultimi cinquant'anni, e si manifesta nel magistero dei Papi, dalla prima grande enciclica missionaria di Benedetto XV, Maximum illud del 1919, alla Ecclesiam suam di Paolo VI, e nei documenti del Vaticano II, specialmente nella Lumen gentium e nel Ad gentes.
    Sarebbe errore pensare che il Concilio si sia espresso sulla dimensione missionaria dell'azione ecclesiale soltanto nel decreto Ad gentes divinitus missa del 7 dicembre 1965. Potrete facilmente rilevare, se vi interesserete a scorrerli, che almeno i documenti fondamentali iniziano e terminano con grandi panorami di visione missionaria, e più volte vi ritornano con non fuggevoli cenni, in modo particolare la costituzione Lumen gentium sulla Chiesa. Senza troppe citazioni, che appesantirebbero l'esposizione, assumiamo i concetti soprattutto da questi due documenti base, che raccomandiamo caldamente di studiare per una catechesi ecclesiale missionaria.
    «... Quando la Chiesa Maestra tiene cattedra – ha detto Paolo VI -- bisogna tutti diventare discepoli...».
    Mettiamoci dunque a scuola da questa Maestra per accogliere il suo genuino e autorevole insegnamento sull'autentico concetto di «missione» e «missionarietà».


    LA CHIESA È TUTTA MISSIONARIA

    Innanzitutto bisogna che mettiamo a fuoco, secondo la dottrina rinnovata dal Vaticano II, il rapporto fra Chiesa e missione.
    Si tratterà forse di dover persino riassettare i propri casellari mentali e tornare ad una mentalità di origine, per rimettere queste realtà al posto assegnato loro da Gesù Cristo.
    Questo il primo richiamo del Concilio.

    È la Chiesa che è «missionaria»

    Si era piuttosto abituati a parlare di missionari, di opere missionarie, anziché di Chiesa missionaria. Consideravamo, sì, il fatto che «la Chiesa manda dei missionari in terre di missione», vedevamo la loro posizione e il loro apostolato come uno dei settori delle attività della Chiesa, in cui però era la loro figura a primeggiare.
    Il Concilio, invece, sintetizzando e completando il magistero papale di quest'ultimo cinquantennio, ha rimesso in primo piano la Chiesa e afferma che è la Chiesa che è in se stessa tutta missionaria. La Chiesa, cioè tutto il Popolo di Dio: la Chiesa in ogni singolo membro, in ogni sua struttura. I missionari e le opere missionarie non agiscono che in forza della missionarietà della Chiesa, come membra della Chiesa, come azione della Chiesa.
    Abbiamo qui una inversione di prospettive, un orientamento quasi rivoluzionario per tanta mentalità ancora corrente a riguardo delle missioni. Non solo bisogna far rilevare che esse sono in pieno integrate nella Chiesa, ma che sono la Chiesa in cammino. Parlare delle missioni non sarà mai fare un altro discorso da quello che è parlare della Chiesa. Anzi, per parlare delle missioni bisognerà sempre cominciare a parlare della Chiesa, nel suo nascere e nel suo divenire, e nel suo protendersi alla pienezza che le è dovuta. E non si potrà parlare della Chiesa senza rilevarne con tutta naturalezza la missionarietà.

    La Chiesa è per sua natura «missionaria»

    Anche qui si era più inclini a pensare alle missioni come ad una delle tante opere della Chiesa, anziché riconoscere che la «missione» è l'opera integrale della Chiesa.
    Il Concilio, invece, ha nettamente affermato: «La Chiesa che vive nel tempo per sua natura è missionaria...» (AG, 2). La sua missione adegua il suo modo di essere e di agire, è lo scopo per cui esiste. Perciò la «missionarietà» è il metro, la misura della sua autenticità.
    Il decreto Ad gentes parla, prima di tutto, della natura missionaria della Chiesa, del suo normale stato missionario, della sua costante funzione missionaria nel mondo; poi della sua opera missionaria di testimonianza, di predicazione e di formazione cristiana, poi delle Chiese particolari e dei missionari; infine della organizzazione dell'attività missionaria e della cooperazione di tutti i fedeli.
    Perciò, la missionarietà della Chiesa non verrà mai meno, come non verrà meno – sino alla venuta gloriosa di Cristo – la sua apostolicità. I due termini (il primo latino e il secondo greco) si equivalgono in pieno, perché designano l'identica realtà: essere mandati dal Padre e dal Cristo con la forza dello Spirito del mondo per diffondere il messaggio della salvezza, e avere il potere di attualizzarla dovunque. Tale è la missione della Chiesa, tale il suo apostolato.
    Tutto ciò è di incalcolabile portata formativa. La missionarietà della Chiesa, che è iscritta nella natura stessa dell'essere cristiano, viene a dire che non è cristiano autentico chi non ha questo orientamento missionario, chi non è egli stesso «missionario»; e che perciò una catechesi che non abbia una esplicita apertura missionaria manca di questa nota di autenticità.

    La Chiesa è «missionaria» perché è Cristo

    Mai nei tempi moderni era stato affermato con tanta chiarezza e insistenza che la Chiesa è Cristo, come nei testi del Vaticano II. Il Concilio mette bene in evidenza che la missione della Chiesa è così profondamente impressa nella sua natura perché è il carattere di Cristo, e la Chiesa è il Cristo oggi, per le nostre vie, nelle nostre case, nella nostra vita.
    Cristo opera nella Chiesa, in ciascuna delle sue membra. Anche qui, se si fa prendere viva coscienza di questa presenza attiva di Cristo in ognuno, il catechizzando avrà una sensibilità molto più genuina e più urgente: «L'amore di Cristo ci sprona, al pensiero che uno è morto per tutti...» (2 Cor. 5, 14).
    Leggiamo a modo di saggio l'inizio della Lumen gentium: «Essendo Cristo la luce delle genti, questo santo Concilio adunato nello Spirito Santo, ardentemente desidera con la luce di lui, splendente sul volto della Chiesa, illumini tutti gli uomini, annunziando il Vangelo ad ogni creatura». Risuona qui il grande comando missionario. Ma questo mandato non è qualcosa di estrinseco alla Chiesa, che potesse anche non venire imposto; esso non fa che esprimerne la natura che è tutta volta alla salvezza del mondo. È così costituita e costruita. Infatti il testo conciliare continua: «E siccome la Chiesa è in Cristo come un sacramento, cioè segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano,... intende con maggior chiarezza illustrare ai suoi fedeli e al mondo intero la sua natura e la sua missione universale» (LG, 1).

    Cristo e la Chiesa «missionari» nell'opera di ciascuno

    «Essendo la Chiesa tutta missionaria» tutti vi hanno parte «come testimoni e come vivi strumenti» (AG, 35-36; 41; cfr. AA, 2).
    Non possiamo insistere qui su questo punto, ma facciamo subito notare che tale netta dimensione missionaria della nostra catechesi ecclesiale, nella completezza che le è propria, assicura effettivamente che non si cada in un astrattismo nozionistico. Nelle prospettive tracciate dal Concilio, l'impegno missionario è un impegno di vita che apre a Cristo e ai fratelli, alla Chiesa e al mondo, per cooperare al loro incontro, alla loro unione (cfr. GS, 1).
    Un'autentica dimensione missionaria non è mai questione di particolarismo, di chiesuole, ma della Chiesa universale, e di tutta l'umanità che essa deve trasformare in Chiesa. È a quest'opera grandiosa che ciascuno è chiamato a collaborare.
    Allora il piano della salvezza acquista per ciascuno la sua vera dimensione missionaria, se noi facciamo sentire ai nostri catechizzandi che non sono semplici spettatori in quest'opera, ma autentici protagonisti; non dei puri conoscitori di una bella impresa che viene svolta da estranei, ma dei corresponsabili riconosciuti e apprezzati ed efficienti.
    E ciascuno si sentirà tanto più tale quanto più capirà che la propria personale salvezza sarà più certa e pregevole nella misura che egli opererà per la salvezza degli altri. Allora si aprirà all'impegno, all'azione missionaria. Tutt'al più ci sarà da indirizzarlo col suggerirgli delle possibilità per mezzo di domande: «Che cosa ti senti di fare per gli altri? Che cosa vuoi fare per loro? Quali compiti puoi e vuoi assumerti per giovare alla salvezza degli uomini?».

    NOTE

    [1] Purtroppo, vi sono ancora delle riviste missionarie, o che trattano delle missioni, che si interessano quasi esclusivamente degli aspetti dei quali abbiamo parlato sopra; oppure trattano della penetrazione e della conquista cristiana in zone dove il Cristianesimo non era ancora, come se parlassero di una tal quale impresa umana di tipo più o meno coloniale, senza mai o quasi mai assurgere ad una visione e a una motivazione superiore soprannaturale, quale è postulata dalla natura stessa della Chiesa.


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