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    Don Bosco ritorna. Il pellegrinaggio dell'urna nel Piemonte



    Luca Barone

    (NPG 2016-06-34)


    Egli andava quasi ogni giorno a visitarli in mezzo ai lavori, nelle botteghe e nelle fabbriche, e quivi rivolgeva una parola ad uno, una domanda ad un altro, dava un segno di benevolenza a questo, faceva un regalo a quello, e tutti lasciava con una gioia indicibile. - Finalmente abbiamo chi si prende cura di noi! - esclamavano quei poveri giovanetti. (MB II, 94)

    E la storia per fortuna si è ripetuta. Come per la storia della Salvezza. Dio viene a noi prima che noi a Lui. Così ha imparato don Bosco. Era lui che si scomodava, usciva per le strade, usciva raggiungendo i posti di lavoro, i luoghi d’incontro, le case dei ragazzi e diventava un’esperienza che rinnovava il cuore. Così è stata in tutto il mondo l’esperienza della Peregrinazione dell’urna di don Bosco, che nei quattro anni precedenti al 2015, bicentenario della sua nascita, ha toccato quasi tutti i 132 paesi del mondo in cui è presente la grande Famiglia Salesiana. Così è stato per il Piemonte e Valle d’Aosta sua terra natale e ispettoria madre di tutta la Congregazione Salesiana: dunque un viaggio unico, particolare e intensissimo.
    È venuto lui a prepararci al suo compleanno re-insegnandoci l’identità salesiana: la passione per Dio che lo ha portato ad essere ap-passionato dei giovani, dei ragazzi, dei più poveri. È venuto - come ha fatto per le strade di Torino, per le strade d’Italia sino al 1888 – a chiamarci per uscire dalle nostre cose ordinarie, dalle nostre piccole misure, dalle nostre sicurezze per entrare come protagonisti nel grande e inesauribile sogno di Dio: che TUTTI siano salvi, o come diceva “felici nel tempo e nell’eternità”.
    Ecco cosa è stato questo suo viaggio: un autentico incontro che conduceva a Dio, nei momenti comunitari di preghiera normalmente proposti per fasce d’età; che chiamava a un dono rinnovato e totale nella interpellanza di stampo vocazionale, che poneva domande sulla dinamica educativa in sinergia con il cammino della chiesa italiana, che in questo decennio investe ogni risorsa per rispondere all’«emergenza educativa».
    Troppi ragazzi sono allo sbando. Troppi ragazzi nell’ozio della ricerca del senso della loro vita. Troppi ragazzi sono soli e senza la compagnia di Dio. E per questo don Bosco si è mosso. Per incontrare noi e rinnovarci nel dono a loro. Per chiamare altri in “quel campo dove lavorare”.
    Don Bosco è passato ed è stata un’esperienza di Chiesa, un percorso che non ha escluso nessuno, perché don Bosco è un santo “facile” a cui tutti possono arrivare.
    Dal 13 dicembre 2013 al 31 gennaio 2014 l’urna reliquiario, voluta dal Rettor Maggiore dei Salesiani, come segno tangibile della devozione della Famiglia Salesiana al suo Fondatore, dopo avere pellegrinato in tutte le ispettorie del mondo è giunta nella terra piemontese, dove tutto ha avuto inizio.
    Sono state tutte le diocesi che, come Chiesa Locale, hanno ospitato principalmente nelle diciassette Cattedrali le celebrazioni presso le reliquie del Padre e Maestro dei giovani, e un fiume ininterrotto di gente, oltre ogni aspettativa, è passata da don Bosco.
    Migliaia e migliaia di mani in ogni tappa del percorso si sono appoggiate sul vetro del reliquiario quasi potendo stringere la mano del Santo che era custodita, sigillata, all’interno della statua che lo raffigurava. Era la mano con cui don Bosco vivente aveva benedetto coloro che accorrevano a lui, che aveva assolto nel sacramento della Confessione e si era levata per indicare la strada della vita ai suoi giovani.
    Questa è stata anche l’occasione per i membri della Famiglia Salesiana di scoprire nuovamente la ricchezza e il dono della propria vocazione. Se negli anni di preparazione al bicentenario della nascita di Don Bosco si era potuto approfondire il suo vissuto educativo e spirituale, attraverso la lettura dei testi proposti dal Rettor Maggiore, ora si era invitati ad una accoglienza e ad un incontro che toccava più da vicino. Se infatti nella lettura e nell’ascolto delle parole del santo di Valdocco vi era un coinvolgimento soprattutto come mente e come intelligenza, con il pellegrinaggio della reliquia in un certo senso si veniva sollecitati in quanto persone fatte di sensibilità e di corporeità. È dunque ‘un incontro’: non solo con ciò che don Bosco aveva pensato e scritto, sognato e pianificato, ma in un certo senso con lui stesso.
    È vero: si accoglieva un frammento del suo santo corpo, all’interno di una urna-reliquiario, ma con un vero sguardo di fede si poteva vivere una sorta di contatto con il corpo di colui che ha fatto miracoli, ha letto nei cuori, ha sentito vicinissima e partecipe della sua vita la Vergine Maria, ha incontrato nei giovani il volto di Cristo Signore. Questo il popolo santo di Dio lo ha colto perfettamente.
    Nella nostra sensibilità, segnata dal secolarismo e talvolta da un annebbiarsi della nostra visione di fede, possiamo avvertire un certo disagio nell’accostarsi al culto delle reliquie. Può sembrare, infatti, una sensibilità passata e forse una semplice memoria che lascia lo spazio alla nostalgia e all’affetto sentimentale, ma che non aiuta autenticamente nel cammino di conformazione al Vangelo.
    Mi pare che una prima osservazione parte dal nostro vissuto pastorale. Tutti siamo concordi nel sostenere che la fatica di orientare i nostri contemporanei, e forse noi stessi, verso il mistero di Dio è autentica. Ci sembra, infatti, che la cultura scientista ed efficientista del momento ci provochi molto a sentire come reali solo le cose tangibili e decisamente concrete. In realtà all’interno di questa sensibilità odierna c’è un parte di verità. Infatti antropologicamente l’uomo incontra ‘il vero’ non semplicemente pensandolo, ma facendone un’autentica ‘esperienza sensibilÈ, cioè lasciandosi coinvolgere interamente a livello di mente, cuore e corporeità. Come la relazione con Cristo è mediata attraverso il mistero liturgico, così lo sguardo posto sul corpo santo dei nostri fratelli canonizzati permette un incontro fruttuoso con il mistero della loro vita conformata pienamente alla volontà del Padre in Cristo e attraversata dalla grazia dello Spirito.
    Ci si è accostati pertanto con senso di rispetto, senza devozionismi fuorvianti e scegliendo la Parola di Dio come strumento adeguato e sempre attuale per la lettura del vissuto di colui che è all’origine carismatica della esperienza di vita religiosa salesiana.
    Occorre inoltre ricordare la tradizione ecclesiale che richiamando il lodevole culto delle reliquie ne offre il senso autentico e le modalità. Afferma il testo del Catechismo della Chiesa cattolica:
    “Oltre che della liturgia dei sacramenti e dei sacramentali, la catechesi deve tener conto delle forme della pietà dei fedeli e della religiosità popolare. Il senso religioso del popolo cristiano, in ogni tempo, ha trovato la sua espressione nelle varie forme di pietà che accompagnano la vita sacramentale della Chiesa, quali la venerazione delle reliquie, le visite ai santuari, i pellegrinaggi, le processioni, la « via crucis », il Rosario. (cfr. 1674-1675)
    La presenza della reliquia di Don Bosco nelle nostre chiese, oltre a risvegliare l’affettuoso ringraziamento a Dio per la sua vita, ha suscitato un desiderio di nuovo slancio pastorale, ed è stata anche occasione privilegiata per accompagnare i giovani, anche quelli apparentemente più lontani, all’incontro con un uomo che si è interessato particolarmente al disagio e alla solitudine dei giovani di ieri e di oggi, e ha vissuto la sua ricerca di felicità nell’esercizio eroico dell’amore, sullo stile del Buon Pastore.
    Anzi, possiamo dire che è proprio per loro che la reliquia di Don Bosco è passata per le nostre città e i nostri cortili: sarebbe stato semplicistico trasformare l’evento della Peregrinatio semplicemente in una manifestazione ecclesiale che incontrasse coloro che già erano nel ‘recinto’ della Chiesa. Occorre sempre avere il coraggio – l'abbiamo compreso anche con questa esperienza - di condurre al Santo dei giovani in modo particolare coloro che ci sembrano i più lontani, risvegliando in noi la vera carità pastorale che faccia sentire dentro di noi un particolare slancio proprio verso coloro che possiamo affettuosamente riconoscere come pecore lontane dal gregge.


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