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    PG e vita consacrata /4

    Rino Cozza

    (NPG 2015-05-60)


    Alla Vita Religiosa servono nuovi elementi per rendere evidente la sua funzione di «segno»; servono principi orientatori atti a coltivare possibilità che allarghino gli spazi di pensabilità di una VR maggiormente propositiva rispetto all’attuale, con una «visione» che non riduca il proprio spazio al mondo attorno a sé.

    Particolarmente in questo tempo in cui la Chiesa si è posta diversamente in relazione con il mondo, la vita religiosa può, anzi deve ri-situarsi in maniera diversa, all’interno di un cristianesimo in movimento. Il passaggio da papa Benedetto a papa Francesco è una manifestazione di questo movimento epocale.

    La VR, volente o no, oggi deve confrontarsi con i molti altri percorsi di accesso alla vita evangelica.
    Da vari decenni vanno portandosi alla ribalta nuove esperienze, le cui coordinate sono diverse da quelle della Vita Religiosa anche se le istanze evangeliche sono le stesse ma vissute più naturalmente ed espressivamente, all’interno di configurazioni meno gerarchico-istituzionali, maggiormente rispondenti al desiderio di quella autenticità che sollecita la verità che è in ognuno, prestando maggiore attenzione al concetto di libertà anche nel suo carattere individuale.
    La scelta di un «cammino» discepolare nasce dall’accogliere la buona notizia di una fede non data come un dovere, ma come qualcosa che vale la pena di accogliere. «All’inizio dell’essere cristiano – è detto nell’Enciclica Deus caritas est - non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva».

    Più che di ricette intellettuali, c’è bisogno di chi e di qualcosa che sappia far vibrare le corde del cuore.
    La scelta di appartenenza ad una forma di vita da discepoli, oggi non proviene primariamente da argomentazioni teologiche ma piuttosto da esperienze concrete di vita.
    È il vitale, è l’esperienziale, è l’originale a imporsi come dato importante e decisivo. In altre parole è la "mia“, la “nostra” vita l’orizzonte su cui le persone organizzano l’esistenza, le proprie scelte e le proprie progettualità. Non privilegia sistemi organizzativi complessi, verticistici, inevitabilmente caratterizzati da spinte spersonalizzanti e che creano dipendenza, ma quelli ove sia data la preferenza al cammino di fede piuttosto che a quella routine della osservanza che non agevola la freschezza dell’incontro con il Signore, perché portata ad essere più attenta all’ortodossia formale che a quella evangelica. Scelte dunque evangelicamente efficaci ma nel contempo «umanamente significative» perché oggi non si può parlare di salvezza in termini cristiani senza avere davanti agli occhi la salvezza di tutto l’uomo, atta a «comprovare» l’entrata della vita divina nel vivere in pienezza la dimensione umana.

    Al cuore delle attuali forme di vita evangelica c’è – come nella chiesa delle origini - la vita di comunità intesa prevalentemente come vita fraterna.
    La fortuna vocazionale delle «nuove forme» è dato dal profilo di vita fraterna da queste proposto che è quello riportato dall’evangelista Luca il quale con il dire «quelli che credevano stavano insieme e avevano ogni cosa in comune» (Atti 2,44,46b) non alludeva alla residenzialità ma intendeva dire che lo spessore della vita comunitaria era dato dal convenire, cioè dell’incontrarsi nelle proprie case. Una vita di vera comunione (almeno tendenzialmente) nella quale non c’erano padri e madri (Mt 23,8-10) ma fratelli e sorelle, in reciproca “obbedienza” intesa come partecipazione responsabile e generosa collaborazione, ove «l’ascoltarsi era il principio di questa vita di insieme».
    Specialmente oggi la comunione a misura di persone adulte e mature, per evitare che diventi «comunionismo», va sempre declinata assieme a uguaglianza, libertà, gratuità. Non sembri eccessivo questo dire se confrontato con le esigenze indicate da Cristo il quale ha fatto la proposta di relazioni sociali capovolte dove «il primo sia l’ultimo, il servo di tutti»: è il paradossale primato di chi si fa «servitore senza avere padroni», per poter essere – come dice l’apostolo Paolo - «collaboratori della vostra gioia». Ma oggi il dibattito sulla VR sembra non avere questo come punto focale, quanto invece il discorso d’abitudine sull’autorità a cui è dovuta l’obbedienza, più di tipo istituzionale (sudditanza) che di tipo fraterno, dove le persone contano più delle strutture. Non può essere che in una famiglia carismatica l’elemento istituzionale prenda il sopravvento su quello più vivo, quello ideale, relazionale la cui mancanza porta alla sopportazione di un umano declinato in malo modo. Le appartenenze per il riferimento istituzionale non sono sufficientemente coesive, e in quanto a volersi bene apportano poco.
    Oggi è urgente annunciare con la vita quella «fraternità», a cui si arriva abilitandosi alle relazioni che nascono dall’incrociare sguardi, preoccupazioni, desideri, riflessioni. Non è più concepibile una comunità dai tratti di collettivo istituzionale, dove il termine fraternità è inteso in senso spirituale-universalistico, i cui membri sono uniti sul piano formale, giuridico, ma mancanti di una reale, sincera e diretta comunicazione interpersonale. Non ci saranno più giovani e non giovani disposti ad investire la vita su questo, ma ci sono invece quelli disponibili per una fraternità che si esprime nella «prossimità», attraverso cui ognuno si fa dono e gioisce del dono dell’altro. È attraverso questo modo di essere che la fraternità può mostrare il suo volto generativo. Diceva d. Milani che si possono amare davvero solo poche decine di persone.
    Una fraternità poi non unicamente in funzione di se stessa ma che con la vita racconti Dio al di fuori, e lo renda desiderabile narrandolo in un modo che sia comprensibile e poi incontrabile dagli uomini contemporanei. C’è qui l’invito che Gesù rivolge a Maria Maddalena: Va' dai miei fratelli, vivi in mezzo a loro e con la tua testimonianza annuncia il Dio che si è rivelato in Gesù Cristo.

    La VR deve ritornare ad essere la scelta in cui la vita diventi trasparentemente annuncio messianico (Mt 10,8).
    Il Religioso e la Religiosa sono uomini e donne di Dio nella misura in cui lo sanno portare a tutti come il dono più prezioso per l’uomo.[1] Se al primo posto non c’è questo non si sta parlando di VR. Attualmente i Religiosi invece sono spesso riconosciuti come persone subordinate al mantenimento delle istituzioni; persone che prese dal lavoro non hanno il tempo di vedere cosa sia ancora possibile fare sulla linea del Vangelo.
    Di questo passo si è così arrivati alla sensazione di insostenibilità di profili di vita magari eccedenti nella dimensione del «virtuoso» ma meno in quella del «buono» e del «bello».
    «La Chiesa - e a maggior ragione la VR - deve uscire da se stessa,[2] dalla situazione di stallo in cui si trova, se vuole intercettare le attese su di essa riposte, di un mondo sempre più complesso e disorientato.[3]
    Le nuove forme ripongono il bello e il buono della «sequela» nella trasparenza della vita battesimale, essendo il battesimo in grado di inserire la vita nel dinamismo del disegno di Dio, in forza del quale, e non per delega, tutti, con pari dignità, partecipano, in forme diverse, del sacerdozio, della profezia e della regalità del Signore. Se un tempo ad attrarre vocazionalmente era l’«eccedenza» di vita evangelica affidata ai voti oggigiorno il far consistere la Vita evangelica in alcuni elementi di diversità rappresenta un impoverimento della più ampia prospettiva evangelica. Ma se è possibile anche vivere significativamente una vita cristiana nelle nuove forme, resterà sempre un posto degno di significato, per vocazioni celibatarie che vivono in comunità se attraverso questo offrono la possibilità di un amore diverso. I «voti» allora saranno profezia se vissuti e colti non come disinvestitura delle proprie possibilità umane ma come sollecitazioni rivolte a tutti a vivere il Vangelo in forma chiara e forte secondo il sogno di Cristo.

    “Cambiate il vostro atteggiamento di perpetui donatori e sentitevi viandanti con coloro che camminano e cercatori con coloro che cercano”.
    È l’invito partito nel 2004 dal tavolo dei relatori del Convegno internazionale della VR. L’invito era ed è rivolto, a quegli Istituti, i quali, pensando di salvare il salvabile, stanno facendo la scelta della fecondità funzionale al posto della funzionalità evangelica scegliendo di portarsi ad essere amministratori o formatori di imprese sociali invece che padri, fratelli, compagni di cammino: ma queste scelte nel sentire di molti, finiranno solamente e inesorabilmente ad agevolare la conclusione della propria traiettoria vitale.
    Lo stesso invito ritorna oggi con le parole del prefetto della VC J.Braz de Aviz:[4] «Puntate sulle cose che contano veramente… generate Dio nelle comunità». A queste parole sembrano far eco quelle del segretario della stessa congregazione Fr J.R. Carballo: [5] «La Vita Religiosa del futuro si misurerà essenzialmente per la sua qualità evangelica», il cui primo segnale è nella bellezza del vivere, quella che non è data dalla religiosità ma dalla fede, da cui scaturisce l’etica che chiama a essere un prolungamento delle azioni di Cristo, risonanza delle sue parole, moltiplicazione delle sua tenerezza.
    Sono evangeliche anche le scelte di coloro che si sentono chiamati a realizzare il sogno di Dio relativizzando le proprie preoccupazioni egocentriche; evangeliche sono ancora le scelte di coloro che fanno poche cose (quelle del carisma) ma che le fanno bene ed evitano ogni agire frenetico, nella consapevolezza che l’abilità dell’ artista – dice un proverbio - non si deduce dalla quantità di trucioli che produce.
    La gente – dice il papa – «ha bisogno che noi testimoniamo la misericordia, la tenerezza del Signore, quella che scalda il cuore, che risveglia la speranza, che attira verso il bene attraverso la gioia di portare le consolazione di Dio».[6]
    «Le persone consacrate, donne e uomini fragili e innamorati, compassionevoli e realisti, devono alimentare, raccontando e vivendo, nient’altro che parabole di esistenze ferite che la grazia guarisce».[7] Da queste vite passa l’annuncio messianico e non da quelle subordinate al funzionamento delle istituzioni tutte prese dalla custodia del proprio sistema organizzativo.


    NOTE

    [1] G. Ferretti, Essere cristiani oggi, Elledici Leuman-To 2011, 87.
    [2] Discorso del papa ai movimenti il 18-19 maggio 2013.
    [3] G. Savagnone, La VC come contributo alla qualità della vita ecclesiale.
    [4] J Braz de Aviz 20.05.14 Al forum in presentazione del suo libro.
    [5] In Testimoni 6/14 p. 22.
    [6] Omelia della Messa ai seminaristi, i novizi e novizie, Roma, 7 luglio 2013, in L’Osservatore Romano 8-9 luglio 2013 p.3
    [7] A Rodriguez Echeverria, cit.


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