Attesi dal suo amore
    Proposta pastorale 2024-25 

    MGS 24 triennio

    Materiali di approfondimento


    Letti 
    & apprezzati


    Il numero di NPG
    luglio-agosto 2024
    600 cop 2024 2


    Il numero di NPG
    speciale sussidio 2024
    600 cop 2024 2


    Newsletter
    luglio-agosto 2024
    LUGLIO AGOSTO 2024


    Newsletter
    SPECIALE 2024
    SPECIALE SUSSIDIO 2024


    P. Pino Puglisi
    e NPG
    PPP e NPG


    Pensieri, parole
    ed emozioni


    Post it

    • On line il numero di LUGLIO-AGOSTO di NPG sul tema degli IRC, e quello SPECIALE con gli approfondimenti della proposta pastorale.  E qui le corrispondenti NEWSLETTER: luglio-agostospeciale.
    • Attivate nel sito (colonna di destra "Terza paginA") varie nuove rubriche per il 2024.
    • Linkati tutti i DOSSIER del 2020 col corrispettivo PDF.
    • Messa on line l'ANNATA 2020: 118 articoli usufruibili per la lettura, lo studio, la pratica, la diffusione (citando gentilmente la fonte).
    • Due nuove rubriche on line: RECENSIONI E SEGNALAZIONI. I libri recenti più interessanti e utili per l'operatore pastorale, e PENSIERI, PAROLE

    Le ANNATE di NPG 
    1967-2024 


    I DOSSIER di NPG 
    (dall'ultimo ai primi) 


    Le RUBRICHE NPG 
    (in ordine alfabetico
    e cronologico)
     


    Gli AUTORI di NPG
    ieri e oggi


    Gli EDITORIALI NPG 
    1967-2024 


    VOCI TEMATICHE 
    di NPG
    (in ordine alfabetico) 


    I LIBRI di NPG 
    Giovani e ragazzi,
    educazione, pastorale

     


    I SEMPREVERDI
    I migliori DOSSIER NPG
    fino al 2000 


    Animazione,
    animatori, sussidi


    Un giorno di maggio 
    La canzone del sito
    Margherita Pirri 


    WEB TV


    NPG Facebook

    x 2024 400


    NPG X

    x 2024 400



    Note di pastorale giovanile
    via Giacomo Costamagna 6
    00181 Roma

    Telefono
    06 4940442

    Email

    Convocati da Gesù


    Xavier Matoses

    (NPG 2017-05-8)


     

    Il vangelo non è una filosofia, non è una bella idea sulla vita, non siamo cristiani per quello che abbiamo letto in un libro; è Gesù, l’uomo di Nazareth, il Figlio di Dio, che ha predicato il Regno, che ha sconvolto i suoi compaesani con una forma diversa, nuova, affascinante di capire la bellezza dell’amore di Dio come Padre, è lui che noi seguiamo – vogliamo seguire – è lui che ci ha chiamati ed è lui che affascina anche noi con le sue parole dirette al cuore per illuminare la nostra vita.
    Ma, sorprendentemente, Gesù non ci chiama da soli, non vuole essere seguito da un esercito di individui, ma ha voluto formare una nuova famiglia di fratelli e sorelle che si radunano attorno a lui per ascoltarlo e così compiere la volontà di Dio Padre.

    Alcune confusioni

    Più di un secolo fa cominciarono le critiche contro il cristianesimo che affermavano: Gesù predicò il Regno, ma invece è arrivata la Chiesa. Volevano vedere in Gesù solo un predicatore di idee nuove, di un messaggio più o meno morale, di una forma nuova di comportarsi; e suggerivano che, per seguirlo, bastava essere d’accordo con lui, camminare sulle sue orme; anzi, pensavano che per Gesù questo sarebbe bastato.
    Invece, guardando più da vicino i vangeli e le testimonianze dei primi cristiani, si coglie con forza il desiderio di Gesù di radunare un gruppo di gente attorno a sé. E questo gruppo – era il suo sogno –, doveva sentirsi unito con la forza dei legami famigliari. In questo gruppo, come vedremo, si viveva con quella consapevolezza dei propri limiti che porta ad accettarsi e perdonarsi a vicenda come unico cammino per l’unità. Si viveva uniti come Gesù stesso era – ed è – unito al suo Padre Dio. Gesù non ha mai pensato di predicare e fare segni soltanto per essere visto dalla folla; ha desiderato sempre che si avvicinassero a lui, che lo cercassero, e la gente scopriva che c’era molto di più da imparare, da capire, da vivere stando vicina a lui che non attraverso le semplici notizie ricevute da lontano.

    Ma, purtroppo, lungo il corso dei secoli, noi cristiani stessi abbiamo cominciato a dimenticare che siamo tutti chiamati da lui per fare comunità, assemblea, Chiesa, e abbiamo cominciato a usare la parola «Chiesa» per i palazzi dove ci raduniamo, oppure per la struttura o istituzione che, come in tutti i gruppi umani, si è costruita a servizio proprio dei cristiani.
    E da qui, siamo passati a parlare di Chiesa per riferirci alle persone che hanno un «mestiere» religioso: preti, vescovi, il papa, i religiosi, le suore… Cinquanta anni fa, nel Concilio Vaticano II, si è ripetuto a voce alta che noi cristiani formiamo tutti la Chiesa, che le persone con autorità sono al servizio di essa, ma esse da sole non fanno la comunità. Forse è cambiata l’idea nella nostra testa, ma non ancora nel nostro cuore. Internamente ci sentiamo più tranquilli se facciamo gli spettatori, se guardiamo dal di fuori.
    Vediamo allora come i vangeli e i primi cristiani vivevano e pensavano, come si radunavano nelle comunità, come Gesù li ha chiamati, come hanno scoperto il bisogno di organizzarsi per servire l’unità, come hanno vissuto il loro essere Chiesa come una grande gioia, come un immenso dono.

    Gesù chiama

    I testi di chiamata dei vangelo sempre ci affascinano perché non parlano solo di persone del passato, ma perché ci suggeriscono qualcosa che capita in noi stessi. Il vangelo di Marco lo presenta così:
    Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. (Mc 1,16-18)
    Come chiama Gesù? Passando lungo la vita quotidiana, vivendo accanto e sorprendendo con una missione nuova. Simone e Andrea non si trovano in quel momento nella sinagoga, né sono in pellegrinaggio, sono affaticati dal loro lavoro giornaliero di pescatori. Gesù li chiama con una immagine che evoca il loro lavoro (pescatori), ma con una novità che adesso non si capisce ancora (di uomini). Essi possono rifiutare – sarebbe la cosa più logica –, possono rimanere nella loro sicurezza, con la loro famiglia, con la loro stabilità. Gesù intende fare di loro pescatori di uomini, sarà lui che li farà diventare qualcosa di nuovo. E, sorprendentemente, Simone e Andrea lasciano tutto e lo seguono. Non perché erano persone più brave di noi, non perché avevano capito tutto – infatti, faranno molta fatica a capire Gesù – ma perché hanno deciso di rischiare, di fidarsi di quel uomo di parola forte e vera.
    Si potrebbe chiedere: Gesù ha chiamato i primi apostoli di persona, ma noi, che non vediamo Gesù che ci parla direttamente, come ci chiama? Proprio attraverso quelli che lui ha chiamato per primo. Paolo, all’inizio della lettera ai Romani, dice che i cristiani di Roma sono «chiamati da Gesù Cristo», «amati da Dio e santi per chiamata». Qui «santi» non significa «chiamati a fare il bravo», ma a condividere la meravigliosa vita di Dio, l’unico santo, che è l’amore che non delude. Così, lungo i secoli, mediante gli stessi cristiani che chiamano altri, la chiamata di Gesù continua a risuonare nel mondo intero.
    La consapevolezza di essere chiamati era così forte tra i primi cristiani, che proprio dal verbo greco «chiamare», kaleo, proviene la parola «assemblea di chiamati», ekklesia, cioè Chiesa.

    Ma subito arriva un problema per i primi pescatori chiamati: Gesù chiama anche un pubblicano, cioè un esattore delle tasse per i re e per i romani, che erano in quel tempo l’impero straniero oppressore (Mc 2,13-17). I pubblicani, quindi, erano mal visti ai loro compaesani e considerati ladri e peccatori; infatti era molto facile per loro richiedere ingiustamente più soldi per ricevere maggior commissione. Gesù chiama dunque anche Levi, il pubblicano, che, come i pescatori, lascia tutto e lo segue; anzi, gli offre un banchetto a casa sua e Gesù ci va volentieri, trascinando i suoi discepoli. Cosa pensavano i pescatori? Gesù non li ha consultati! Adesso si trovano a mensa con tanti pubblicani e peccatori… I farisei, nemici di Gesù, subito colgono l’occasione per criticarlo; non parlano con lui ma con i discepoli, vogliono far perdere loro fiducia nel maestro: «come mai mangia con peccatori?» Loro non sanno cosa rispondere, ma Gesù spiega: lui è il medico, e deve avere cura dei suoi «pazienti», i peccatori; lui non accetta il peccato, ma accoglie il peccatore perché solo l’amore incondizionato può svegliare in loro il desiderio di conversione. Gesù sta educando i suoi discepoli perché loro, più avanti, dovranno fare come lui, essere medici di sofferenti e peccatori.

    Quindi, la Chiesa non è cominciata con una selezione dei migliori, con un esame di accesso. Gesù chiama chi vuole guardandolo negli occhi e invitandolo ad andare con lui, anche se sa che avrà tante difficoltà, farà tanta fatica a capire, a seguirlo, ad accettare la novità del suo messaggio. Nella Chiesa si trovano persone che non avrebbero mai pensato di condividere strada e mensa; Gesù fa saltare per aria i pregiudizi, le mura e i blocchi che si alzano tra le persone e fa un invito radicale: amatevi come fratelli.

    Vivere con Gesù

    Nuova famiglia
    Attorno a lui era seduta una folla, e gli dissero: «Ecco, tua madre, i tuoi fratelli e le tue sorelle stanno fuori e ti cercano». Ma egli rispose loro: «Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?». Girando lo sguardo su quelli che erano seduti attorno a lui, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Perché chi fa la volontà di Dio, costui per me è fratello, sorella e madre» (Mc 3,32-35).
    Dobbiamo sapere che le famiglie nell’epoca di Gesù erano molto più importanti di adesso, perché in essa le persone avevano la sicurezza, il nome, l’onore, il lavoro, i rapporti con gli altri, e fuori di essa erano vulnerabili, senza protezione. Le persone più fragili erano, quindi, gli orfani e le vedove senza figli. La famiglia era anche allargata, comprendeva nonni, zii e cugini, e tutti insieme cercavano di proteggersi a vicenda, di difendere l’onore del proprio nome, di aiutarsi. Nella cultura ebraica, era ancora più importante il cognome, ricevuto dalla famiglia, perché assicurava l’appartenenza al popolo eletto.
    Gesù, invece, chiede i suoi discepoli di formare una nuova famiglia, sulla base dell’ascolto della sua parola, e così lo hanno capito i primi cristiani che si chiamano tra di loro fratelli e sorelle.

    Stare con lui
    Quando Gesù sceglie dodici tra i suoi discepoli, lo fa «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14). Ma nel vangelo ci sono diversi capitoli in cui i discepoli non fanno altro che accompagnare Gesù; solo più tardi saranno inviati. Stare con lui significa ascoltare la sua parola, constatare il grande successo che ottiene - quando le folle vanno da lui in grande numero -, e pure i suoi fallimenti - quando i compaesani di Nazareth che lo ascoltano si scandalizzano di lui e non vogliono credere, oppure quando i farisei lo rifiutano perché non sono d’accordo con la sua visione di Dio come Padre amorevole. Solo dopo tutte queste esperienze, Gesù potrà inviarli e dire loro: «se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero...» (Mc 6,11).

    Inviati a predicare
    Gesù invia discepoli a predicare, ed essi tornano con grande gioia per il bene che hanno operato nel suo nome, ma lui chiede che ri-orientino le loro priorità: «Non rallegratevi perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Noi siamo sempre tentati di valorizzare il fare più dell’essere, Gesù invece chiama a ringraziare per il dono dell’amore ricevuto da Dio (i nostri nomi sono in cielo, cioè nel cuore di Dio).
    Nel vangelo di Marco si constata anche una crescita nei discepoli. All’inizio essi soltanto accompagnano Gesù e non fanno quasi niente, se non avere paura della tempesta e sorprendersi in seguito ai miracoli. Dopo essere stati inviati con il potere di Gesù di vincere il male, tornano felici di poter compiere la loro missione. E poco dopo, quando una grande folla sta ascoltando Gesù tutto il giorno, loro si avvicinano e gli dicono: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare» (Mc 6,35-36). Per prima volta loro hanno l'iniziativa, aprono gli occhi ai bisogni della gente e si preoccupano per loro. Questo è un piccolo passo nel processo educativo che Gesù fa fare ai suoi. Ma ancora manca molto, perché Gesù li sorprende con la richiesta «Voi stessi date loro da mangiare», e i discepoli devono riconoscere che non sono capaci. La moltiplicazione dei pani e dei pesci che Gesù fa sarà un passo avanti nella loro consapevolezza: Sono chiamati a un impossibile; solo Gesù sarà capace di compiere, con i pochi pani e pesci dei suoi cristiani – con i tuoi pochi doni – lo straordinario che Dio sogna per il mondo.

    Capire o non capire
    Un altro capitolo dell’itinerario dei discepoli di Gesù è la difficoltà nel capire il suo messaggio. I vangeli sono pieni di esempi in cui i seguaci di Gesù capiscono a metà. Sono molto diversi dei nemici, come i farisei, che non vogliono proprio comprendere. I discepoli vorrebbero seguire Gesù sapendo tutto quello che sta per fare, capendo tutto quello che lui dice, ma si trovano in una grande difficoltà: le loro idee, quelle che avevano prima di conoscere Gesù, sono troppo limitate.
    Quando Gesù chiede cosa pensano di lui, Pietro subito lo riconosce come il Messia, cioè, l’inviato definitivo da parte di Dio che doveva portare la salvezza per sempre. Ma, quando Gesù comincia a spiegare che questa salvezza deve passare per la croce, lo stesso Pietro lo rimprovera: Gesù dovrebbe accomodarsi agli schemi di Pietro! La risposta del maestro è agghiacciante: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini» (Mc 8,33). La strada che dovranno fare i discepoli – che dovremmo fare noi – per intendere veramente Gesù sarà piena di sorprese e di dolore. Alla fine del vangelo di Luca sarà Gesù risorto chi aprirà «le loro menti per comprendere» (Lc 24,45).

    Due grandi problemi
    I vangeli parlano pure dei problemi che i primi discepoli avevano tra di loro; Mt 18 comincia con una domanda ingenua: «Chi è più grande nel regno dei cieli?» Non si tratta soltanto di una migliore organizzazione nei ruoli e compiti, c’è un errore di base nei discepoli: essi comprendono la loro comunità, la Chiesa, come una qualsiasi istituzione del mondo. Tutte le strutture umane poggiano sulla differenza tra chi comanda e chi obbedisce, tra chi è più importante e chi lo è meno; quelli che «sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono» (Mc 10,42). Di fronte a questa visione di come deve essere un gruppo umano, Gesù risponde con una frase brevissima che spacca le aspettative: «Tra voi però non è così» (Mc 10,43), e dopo spiega che il grande è il servitore, il primo è lo schiavo, cioè si fa schiavo per amore. Ancora oggi facciamo tanta fatica a credere veramente a queste parole e usiamo nella Chiesa espressioni, titoli e segni esterni che hanno origine nel linguaggio nobiliare.
    Nei vangeli appare più volte questo errore dei primi discepoli: discutono tra di loro su chi è il più importante, ma non vogliono che Gesù sappia di questi loro discorsi (Mc 9,33-34), oppure, Giacomo e Giovanni mandano la mamma – che gesto infantile! – a chiedere a Gesù i posti di maggior potere (Mt 20,20-23).
    L’unica risposta possibile a questo desiderio così radicato nel cuore è guardare Gesù, vedere come ha fatto lui: il Figlio dell’uomo «non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mt 20,28). Di nuovo, come abbiamo visto per la missione, i discepoli non riusciranno da soli a "contenere" il desiderio di potere e controllo che tutti abbiamo in fondo al cuore. Sarà solo la strada di Gesù verso la croce che aprirà le porte a una novità assoluta: farci capaci di ricevere la sua grazia e lasciare che lui compia in noi le sue meraviglie.
    Il secondo problema si può constatare anche in tutti i gruppi umani: non siamo perfetti, anzi facciamo veramente fatica a convivere, a stare insieme, a formare comunità. Tra di noi ci sono favoritismi, preferenze, amicizie che escludono gli altri… e anche nei primi cristiani. Nel libro degli Atti degli Apostoli, ci racconta Luca che «aumentando il numero dei discepoli, quelli di lingua greca mormorarono contro quelli di lingua ebraica perché, nell’assistenza quotidiana, venivano trascurate le loro vedove» (At 6,1), cioè gli stessi cristiani creano disuguaglianze a partire dalle differenze di cultura o di lingua.
    Noi di solito sogniamo una Chiesa senza peccatori, una comunità di perfetti, un gruppo senza problemi, ma dimentichiamo che, se questa Chiesa esistesse, noi non potremmo entrarvi! I vangeli invece non ci presentano quell’ideale illusorio. Ci parlano - con i piedi per terra e il cuore in Dio - della necessità del perdono (Mt 6,14-15; 18,15-18.21-35; Mc 11,25; Lc 17,3). Cioè, non si parte dall’illusione che la vita normale della comunità sia la perfezione, l’assenza di errore, ma al contrario, l'esperienza normale e quotidiana è che siamo tutti molto fragili, limitati e feriti, e che tutti siamo chiamati a "caricarci" i peccati degli altri. In Mt 18,15-18 c’è una bella descrizione della tenerezza di cui ha bisogno il fratello che «commette una colpa contro di te»; prima si cerca in privato di fargli capire, dopo con una o due persone perché siano testimoni, dopo davanti a tutta la comunità, perché il peccatore capisca che lui è importante per tutta l’assemblea, che la Chiesa non è indifferente al suo errore, e se neanche così il peccatore vuole pentirsi, consideralo «come il pagano e il pubblicano», cioè il destinatario della tua missione: mostrargli l’amore di Dio in Gesù Cristo.
    Ma il perdono totale, quelle «settanta volte sette» che Gesù chiede quando Pietro credeva di essere generoso proponendo di perdonare «sette volte» (Mt 18,21-22), è ancora una volta impossibile per gli uomini. Per questo Gesù racconta la parabola del servo "malvagio", quello a cui il re perdona un debito immenso, impossibile da pagare, ma non riesce a perdonare un suo compagno (Mt 18,23-35). Non c’è una tecnica psicologica per perdonare, non si impara con l’allenamento, solo il cuore di Dio è capace di perdonare veramente. E Dio ci ha mostrato il suo cuore in Gesù.

    Un grande fallimento...

    Verso la fine dei vangeli cambia il tono del racconto; le folle non si meravigliano più dei miracoli, ma gridano chiedendo la croce (Mc 15,13); i discepoli, che avevano promesso fedeltà a Gesù («“Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò”. Lo stesso dicevano pure tutti gli altri»; Mc 14,31), non riescono a vegliare con lui nel Getsemani (Mc 14,37), e fuggono spaventati quando il loro maestro è arrestato (Mc 14,50). Pietro, che riesce a seguirlo ancora un po’ da lontano, fallirà nel dare testimonianza e negherà per tre volte che lo conosce (Mc 14,66-72).
    È sorprendente che i vangeli ci diano questa immagine dei primi discepoli, degli apostoli, delle colonne si cui si baserà la trasmissione del vangelo, sui testimoni privilegiati che garantiscono la fedeltà al messaggio di Gesù. Questa visione sarebbe comprensibile da parte degli avversari, che vogliono oscurare l’importanza di queste persone, ma come mai sono gli evangelisti stessi che ne parlano così? Non ci sarebbe da aspettare una immagine positiva, quasi ideale, dove si sottolineano i valori e le potenzialità? Non è così che si fanno le campagne elettorali?
    Ci avviciniamo proprio al mistero del cuore del discepolo, che sta alla base dell’esistenza della comunità, della Chiesa. Noi non siamo solo una assemblea di chiamati, siamo soprattutto una comunità di ri-chiamati.
    Il vangelo di Giovanni lo presenta con drammaticità e tenerezza (Gv 21,15-19). Dopo la risurrezione, Gesù si manifesta ai suoi discepoli, mangia con loro e chiede a Pietro se lo ama «più di costoro». Il discepolo ha perso la sua falsa sicurezza di prima, dopo aver negato Gesù e aver pianto amaramente. Nell’ultima cena era riuscito a disprezzare tutti i suoi compagni («Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!»; Mc 14,29), ma adesso si affida alla conoscenza di Gesù: «Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene». Gesù chiede per tre volte se lo ama, e Pietro si ricorda delle tre volte che aveva negato Gesù, si rattrista con un pentimento sincero e afferma quello che tutti noi cristiani siamo chiamati a dire con la mano nel cuore: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene».
    Cioè, Pietro rifiuta l’immagine che lui aveva di se stesso, come uomo forte, fedele, coraggioso fino a dare la vita, e preferisce essere guardato con gli occhi di Gesù; la verità di Pietro non si trova in quello che lui credeva di essere, ma in quello che «il Signore sa». Come risultato, Gesù lo chiama a seguirlo e gli dà la missione di pastore del suo gregge.
    Solo dopo il grande fallimento, solo quando Pietro si è misurato con l’immensità dell’amore di Gesù sulla croce, solo quando ha capito che Gesù continua ad amarlo anche se lui è un fragile peccatore, potrà - il primo degli apostoli - essere veramente il servo e schiavo di tutti, potrà formare la Chiesa.

    … e un più grande dono

    E così arriviamo alla scena di Pentecoste (At 2). I discepoli sono radunati e scende lo Spirito Santo, il dono di Dio, come un vento, in forma di lingue come di fuoco. Il vento è come Dio, non sai da dove viene ma senti la sua forza; il fuoco rappresenta la potenza dell’amore di Dio che fa ardere il cuore dei discepoli; le lingue esprimono comunicazione, messaggio, testimonianza. La gente si raduna, sorpresa, e Pietro fa un discorso diretto al cuore: Si compiono le Scritture, cioè le promesse di Dio che voi da sempre sperate; questo Gesù, che voi avete rifiutato e avete fato morire, è il Figlio di Dio ed è risorto per mostrarci la strada del vero amore del Padre. Le persone, alla fine, «si sentirono trafiggere il cuore» (At 2,37). Come può Pietro fare un discorso così coinvolgente? dipende forse della sua tecnica oratoria? Se guardiamo bene, in realtà Pietro sta raccontando la sua storia: lui aveva sperato nelle promesse di Dio, lui ha scoperto in Gesù una Parola più grande, ma ha anche negato Gesù, lo ha abbandonato alla morte, e si è sentito trafiggere il cuore dallo sguardo amorevole del maestro (Lc 22,61-62) e dal perdono totale del risorto. Solo dopo la sua esperienza di chiamata-fallimento-richiamata, Pietro è pronto a ricevere lo Spirito di Dio e a lasciarlo agire nel suo cuore, tramite la sua voce, mediante le sue mani.
    Questa è la chiamata di Gesù Cristo a tutti noi: «scoprite profondamente la vostra verità, scoprite il mio grande amore anche dentro la vostra povertà, così "farete" Chiesa, convinti che sono io che rendo possibile in voi la bellezza impossibile del perdono; siete fratelli e sorelle fragili che si amano a vicenda solo perché in comunione con me, il vero amore».


    T e r z a
    p a g i n A


    NOVITÀ 2024


    Saper essere
    Competenze trasversali


    L'umano
    nella letteratura


    I sogni dei giovani x
    una Chiesa sinodale


    Strumenti e metodi
    per formare ancora


    Per una
    "buona" politica


    Sport e
    vita cristiana
    rubrica sport


    PROSEGUE DAL 2023


    Assetati d'eterno 
    Nostalgia di Dio e arte


    Abitare la Parola
    Incontrare Gesù


    Dove incontrare
    oggi il Signore


    PG: apprendistato
    alla vita cristiana


    Passeggiate nel
    mondo contemporaneo
     


    NOVITÀ ON LINE


    Di felicità, d'amore,
    di morte e altro
    (Dio compreso)
    Chiara e don Massimo


    Vent'anni di vantaggio
    Universitari in ricerca
    rubrica studio


    Storie di volontari
    A cura del SxS


    Voci dal
    mondo interiore
    A cura dei giovani MGS

    MGS-interiore


    Quello in cui crediamo
    Giovani e ricerca

    Rivista "Testimonianze"


    Universitari in ricerca
    Riflessioni e testimonianze FUCI


    Un "canone" letterario
    per i giovani oggi


    Sguardi in sala
    Tra cinema e teatro

    A cura del CGS


    Recensioni  
    e SEGNALAZIONI

    invetrina2

    Etty Hillesum
    una spiritualità
    per i giovani
     Etty


    Semi e cammini 
    di spiritualità
    Il senso nei frammenti
    spighe


    Ritratti di adolescenti
    A cura del MGS


     

    Main Menu