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    I "mali" della chiesa


    Andrea Tornielli

    (NPG 2017-05-59)

    Quando si cerca di rispondere alla domanda su quali siano i «mali» della Chiesa che manifestano una «contro-testimonianza» evangelica e rendono più difficile l'appartenere alla Chiesa stessa vien naturale pensare ai grandi scandali, da quelli di natura sessuale a quelli dell'attaccamento al denaro. Senza volerne minimamente sminuire la portata e l'evidente effetto di «contro-testimonianza», credere che siano queste le uniche malattie ci rende tutti tranquilli, perché se non ne siamo rimasti invischiati, ci fa credere che i «mali» della Chiesa non ci riguardino direttamente. Ma se oggi appare più difficile trasmettere la fede alle giovani generazioni come a quelle meno giovani, se oggi può risultare più ardua la possibilità di incontrare la fede cristiana come via affascinante da percorrere e come risposta alle nostre attese, ciò non è dovuto a queste «contro-testimonianze» eclatanti, che per lo più ci raggiungono attraverso i media.
    L'11 maggio 2010, celebrando la messa nel Terreiro do Paço di Lisbona, Benedetto XVI aveva osservato: «Spesso ci preoccupiamo affannosamente delle conseguenze sociali, culturali e politiche della fede, dando per scontato che questa fede ci sia, ciò che purtroppo è sempre meno realista. Si è messa una fiducia forse eccessiva nelle strutture e nei programmi ecclesiali, nella distribuzione di poteri e funzioni; ma cosa accadrà se il sale diventa insipido?». Papa Ratzinger individuava qui una malattia insidiosa e diffusissima nel tessuto ecclesiale. La malattia del credere che l'evangelizzazione, la capacità di attrarre i giovani, l'annuncio, siano il frutto di una tecnica, di una bravura, di un sofisticato marketing, di programmi pastorali studiati a tavolino, di strategie mediatiche sui social. Insomma, di un protagonismo intelligente - o se preferite «smart» - dell'evangelizzatore e della sua personalità. È il grave morbo del funzionalismo, che ha perso di vista l'agire della grazia di Dio e soprattutto il fatto che è Lui a farsi incontrare, Lui a venirci vicino, Lui a riverberarsi nei volti di chi, in modo trasparente, lo ha incontrato e ne fa esperienza.
    Nel suo ormai famoso e breve intervento alle congregazioni generali del pre-conclave l'allora cardinale Jorge Mario Bergoglio parlando dell'identikit del nuovo Papa citò un'immagine dei Padri della Chiesa, quella del «misteryum lunae», il mistero della luna. Un'immagine efficace per descrivere che cos'è la Chiesa, paragonata appunto alla luna. Anche quando la vediamo piena e splendente in cielo a rischiarare certe nostre notti, la luna non sta emanando luce propria. Può soltanto riflettere la luce del sole, senza la quale essa sarebbe completamente nera e invisibile. Allo stesso modo la Chiesa può soltanto riflettere la luce di Cristo. Tutte le volte che pensa di riflettere una luce propria, tutte le volte che si crede di essere l'origine di una luce, è completamente fuori strada e sta ingannando se stessa e gli altri, sia pure mascherandosi dietro formule bellissime o pirotecniche strategie pastorali. Si tratta di un male profondamente radicato, per curare il quale è necessaria una vera «con-versione», cioè il guardare tutto da un'altra prospettiva, da un altro punto di vista, riconoscendo al Signore e alla sua grazia, e non ai nostri piccoli o grandi progetti, ogni primato.
    C'è poi un altro male, un'altra malattia che colpisce spesso in concomitanza con quella appena descritta. Lasciamo ancora la parola a Benedetto XVI, un Ratzinger sorprendente e fuori dai cliché. Il 13 maggio 2010, parlando ai vescovi portoghesi riuniti a Fatima, aveva detto: «Quando, nel sentire di molti, la fede cattolica non è più patrimonio comune della società e, spesso, si vede come un seme insidiato e offuscato da "divinità" e signori di questo mondo, molto difficilmente essa potrà toccare i cuori mediante semplici discorsi o richiami morali e meno ancora attraverso generici richiami ai valori cristiani. Il richiamo coraggioso e integrale ai principi è essenziale e indispensabile; tuttavia il semplice enunciato del messaggio non arriva fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua libertà, non cambia la vita. Ciò che affascina è soprattutto l’incontro con persone credenti che, mediante la loro fede, attirano verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui». C'è chi oggi è convinto che evangelizzare significhi elencare - magari con voce squillante e un sapiente uso dei social - i valori cristiani che ci appaiono in declino se non del tutto sepolti nel dimenticatoio. C'è chi immagina che basti urlare il valore della vita o di una sessualità vissuta nel matrimonio perché giovani e meno giovani rimangano colpiti e cambino vita. È l'idea di una Chiesa forte e strutturata capace di «cantarle» al mondo. La prospettiva di Benedetto XVI ci aiuta invece a comprendere che mai come in questo tempo il Vangelo si annuncia non con le parole, ma con la testimonianza personale. Non con gli enunciati o con le strategie pastorali, e nemmeno con i grandi gesti, ma con l'ascolto, con il servizio, con l'attenzione alle persone, poggiando la nostra guancia sulla guancia di chi soffre nel corpo e nello spirito. Sapendo mostrare tenerezza e vicinanza verso chi è nell'angoscia, nel dubbio, o anche respinge e nega la fede, ma è disposto ad accogliere un gesto di amicizia e di vicinanza. Il Vangelo lo annunciano i cristiani che volendosi bene tra di loro e volendo bene agli altri fanno trasparire la bellezza dell'esperienza che vivono.
    Ci sono poi altre malattie, e nel dicembre 2014, rivolgendosi alla Curia romana, Papa Francesco ne ha elencate ben 15. Malattie che non riguardano certo soltanto i prelati romani o il clero in genere ma sono riscontrabili nel tessuto delle comunità cristiane. Vale la pena di citarne due. «La malattia della schizofrenia esistenziale», cioè «la malattia di coloro che vivono una doppia vita, frutto dell’ipocrisia tipica del mediocre e del progressivo vuoto spirituale che lauree o titoli accademici non possono colmare. Una malattia che colpisce spesso coloro che, abbandonando il sevizio pastorale, si limitano alle faccende burocratiche, perdendo così il contatto con la realtà, con le persone concrete. Creano così un loro mondo parallelo, dove mettono da parte tutto ciò che insegnano severamente agli altri e iniziano a vivere una vita nascosta e sovente dissoluta». Si potrebbe dire, estendendo il significato di queste parole, che stiamo parlando della malattia di chi non vive ciò che predica, di chi parla in un modo e si comporta in un altro. Forse mai come oggi coloro che incontriamo sulla nostra strada, anche i più lontani, sono dotati di un sesto senso per cogliere questa ipocrisia di fondo.
    L'altra malattia è quella dello sparlare, «delle chiacchiere, delle mormorazioni e dei pettegolezzi». Un male che «si impadronisce della persona facendola diventare “seminatrice di zizzania” (come satana), e in tanti casi “omicida a sangue freddo” della fama dei propri colleghi e confratelli». Basta navigare un po' sul web per renderci conto di come pullulino siti e blog sedicenti cattolici che seminano odio, in particolare odio e scherno verso altri fratelli nella fede «rei» di non pensarla esattamente come loro. Forse oggi una delle principali fonti di «contro-testimonianza» evangelica.
    Dal solo elencare queste malattie risulta evidente anche la strada per vincerle. Essere «umili servitori della vigna del Signore», non confidare nei nostri mezzi e nelle nostre presunte bravure o intelligenze, non sentirci superiori agli altri, abbandonarci totalmente al Signore lasciando che sia Lui ad agire in noi, riconoscerci poveri peccatori come tutti gli altri e spesso più di tutti gli altri, bisognosi come tutti della misericordia di Dio, del suo abbraccio di amore che ti salva e ti rialza.


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