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    Maria e Giovanni icona della Chiesa


    Linda Pocher

    (NPG 2017-05-18)


     

    Il documento preparatorio del prossimo Sinodo dei Vescovi, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, si apre con l’invito rivolto a tutti i giovani a seguire «le orme del discepolo amato» e si chiude presentando come modello di discernimento la figura della Madre di Gesù.
    La vicenda personale del discepolo amato, in particolare la storia della sua amicizia con Gesù, così come viene narrata nel quarto Vangelo, «aiuta a cogliere l’esperienza vocazionale come un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione di fede».
    Anche la figura di Maria, che il Papa ha invitato esplicitamente a contemplare nell’itinerario triennale in preparazione alla GMG di Panama, viene indicata dal documento preparatorio come modello da imitare: «nei suoi occhi ogni giovane può riscoprire la bellezza del discernimento, nel suo cuore può sperimentare la tenerezza dell’intimità e il coraggio della testimonianza e della missione».
    Maria e Giovanni, dunque, due vicende personali molto diverse, ma accomunate dalla scelta radicale di «darsi a Dio per tempo», direbbe Don Bosco. Entrambi, infatti, si sono lasciati guidare dal loro ardente amore per Gesù, nel discernimento del piano di Dio Padre sulla loro vita.
    La loro fiducia e la loro disponibilità a crescere in questo amore, che possiamo chiamare anche docilità all’azione dello Spirito Santo, è stata purificata come l’oro nel crogiuolo, attraverso le molte prove che essi hanno dovuto affrontare nel loro cammino alla sequela del Maestro (1Pt 1,7).
    Proprio grazie a questa fiducia e a questa disponibilità, che li ha condotti entrambi ai piedi della Croce, il Signore ha potuto intrecciare insieme le loro vite e fare di essi l’icona della Chiesa nascente.
    Gerhoh di Reichersberg (†1169), maestro della teologia medioevale, ci ha lasciato una suggestiva descrizione di questa scena, contemplata dal punto di vista di Gesù:
    «Veramente queste due persone che assistevano alla mia passione furono fiori di onore e frutti di onestà per me che avevo le mani e i piedi trafitti. Dalle mie trafitture, come dalla coltivazione di un ottimo terreno, essi sono usciti come delle lodevoli primizie. È seguita e seguirà fino alla fine del mondo un’abbondantissima messe di questi miei fratelli, per ognuno dei quali posso dire alla madre mia: “Donna ecco tuo figlio!” […] E a questo mio fratello [...]: “Ecco tua madre!”».
    Nelle pagine che seguono, cercheremo di imparare da loro che cosa significa essere Chiesa e come fare per maturare, insieme ai giovani, in una sempre più viva appartenenza ad essa.

    Dove si dice «sì» a Dio: lì è la Chiesa

    Il cuore della Chiesa è il cuore aperto di Gesù, squarciato dalla lancia, di cui Giovanni racconta nel suo Vangelo (Gv 19, 34). In quello spazio aperto, infatti, da sempre i credenti hanno riconosciuto il luogo e il tempo della storia in cui tutte le promesse di Dio sono divenute «sì» in Cristo Gesù (2Cor 1, 20).
    Quel cuore si è formato nel grembo di Maria ed è stato da lei educato negli anni di Nazaret. Su quel cuore il discepolo amato ha posato il suo capo durante l’ultima cena, ne ha sentito il battito, ne ha conosciuto i più segreti sentimenti (Gv 13, 25). Questo cuore, aperto sulla Croce, è il cuore della Chiesa. Ciò significa che è da lì che ogni azione pastorale dovrebbe partire ed è lì che dovrebbe condurre.
    È una ferita che non si rimargina mai, un passaggio che resterà aperto per sempre. L’amore di Dio, infatti, non è né un bunker, né una prigione. Non è difficile entrarvi, ma neppure uscirne, anche se questo significa andare incontro alla morte. Questo è il prezzo della nostra libertà, a cui Dio tiene così tanto da averlo voluto pagare per primo. Per questo il Risorto si mostra ai suoi con il costato aperto (Gv 20,17). Per ricordarci che non è mai troppo tardi: sempre si può entrare, uscire e ri-entrare di nuovo (Gv 10,9).
    I Sacramenti della Chiesa radicano proprio in quel cuore straziato la loro efficacia salvifica e trasformante. Non per niente, al colpo di lancia, sono scaturiti da esso sangue e acqua, simbolo dell’azione efficace di Dio che perdona, libera, guarisce, santifica.
    Insomma, l’estremo «sì» di Gesù alla volontà del Padre, la sua determinazione a non ritirare l’offerta del suo amore per noi, neanche di fronte al rifiuto e al disprezzo più radicale, ci mette di fronte al nudo amore del Padre verso le sue creature, ci rivela le sue «viscere di misericordia» e ci ottiene lo Spirito che è Amore (Deus Caritas est 12).
    «Guarderanno a colui che hanno trafitto», aveva detto il profeta Zaccaria, (12,10) e ne riceveranno uno Spirito di grazia e di consolazione. Di fronte al cuore squarciato di Gesù, infatti, contempliamo finalmente quell’amore senza ambiguità che è grazia, cioè gratuità assoluta, dono immeritato, e consolazione, perché è proprio l’amore che il nostro cuore da sempre ha desiderato.
    Un amore fecondo, ma non invadente, rispettoso, ma non indifferente, gratuito e gratificante, che attira a sé ma senza trattenere e che ci spinge ad andare sempre oltre, ad amare sempre un po’ meglio e sempre un po’ di più (1 Cor 13). A godere di questo amore, come abbiamo detto, tutti sono invitati, ma nessuno è costretto. Il «sì» definitivo di Dio in Gesù rimane come in sospeso, in trepidante attesa del «sì» di risposta della sua creatura.
    Se Maria e Giovanni si trovano lì, ai piedi della Croce, è perché hanno imparato, alla sequela di Gesù, a rispondere al suo «sì» con il loro «sì». Si sono lasciati guidare, si sono lasciati educare il cuore, lungo un faticoso pellegrinaggio sulla strade polverosa della vita quotidiana, che attraversa i monti della felicità e le notti del dolore.
    La legge di vita della Chiesa, infatti, «e quindi dei cristiani è un’imitazione sempre più chiara di Cristo che percorre le strade della Galilea, ma che un giorno con divina fermezza si avvia verso la morte in croce». E soltanto chi, come Giovanni e Maria, avrà imparato la fedeltà alle piccole cose di ogni giorno, potrà salire con Cristo al monte della Croce e poi alla gioia della Resurrezione: «la prova sta fra Nazareth e il Golgota tanto per Maria, come per la Chiesa e per noi» (HUGO RAHNER, Maria e la Chiesa, Milano 1991, 85).
    Alla scuola di Maria e di Giovanni, tutta la Chiesa percorre, indica e custodisce questa strada. La Chiesa si realizza, oggi come allora, dove due o tre offrono a Dio la propria disponibilità, dicendo a Dio il proprio «sì», senza se e senza ma (Mt 18,20).
    Il rinnovamento della Chiesa, così come il futuro del mondo, è come sospeso alla capacità e alla libertà dei giovani di oggi di dire il proprio «sì» a Dio. Qui sta la sfida per ogni educatore nella Chiesa: nell’impresa di preparare i giovani a tanto. Qui si rivela anche la misura smisurata della stima e della fiducia che Dio Padre, Figlio e Spirito Santo, ripone nella collaborazione delle sue creature.

    La Chiesa è stata concepita in Maria

    Nell’umile e quotidiano pellegrinaggio della fede, il sì di Maria precede e, come vedremo, rende possibile il sì di Giovanni. Proprio per questo, come Giovanni, tutti i discepoli del Signore sono invitati a prendere con sé Maria nella propria casa, tra gli affetti più cari (Gv 19,27). Perché è Maria che nella fede, dunque nella Chiesa, ci apre la strada (Redemptoris Mater 2).
    Tutto ha avuto inizio, infatti, nell’umile stanzetta di Nazaret, quando Maria ha pronunciato, per la prima volta nella storia, un «sì» senza condizioni alla chiamata di Dio. Lì è germogliata la Chiesa: nell’attimo in cui il Figlio di Dio, piccolo come un granello di senapa, si è lasciato portare dallo Spirito nel grembo di Lei. In quella terra vergine, la Parola di Dio ha potuto finalmente affondare per sempre le sue radici nel mondo.
    Il mistero del Dio Trinitario è da sempre e in se stesso dialogo: dall’eternità e per l’eternità il Figlio risponde al Padre nello Spirito, in un ineffabile scambio d’Amore. A partire dall’incarnazione, tuttavia, la Parola di Dio riecheggia in modo nuovo la sua propria risposta nel mondo: non più a partire da Dio, ma da dentro il mondo umano. E non soltanto a partire da una creatura, ma, fin da subito, a partire da due esseri umani inscindibilmente uniti tra loro, inabitanti l’uno nell’altra: il Figlio e la Madre.
    Non può esistere, infatti, un essere umano isolato, neppure nel caso del Figlio di Dio. Ogni essere umano è, fin dal concepimento, «un essere-prossimo». Così, nell’accogliere il Figlio e nel lasciare a Lui lo spazio per crescere nel suo seno, «Maria è il prototipo della Chiesa e tale configurazione non è puramente spirituale, ma, nel mistero somatico tra Madre e Figlio, è anche carnale. Essi sono “una sola carne” come la Chiesa, una volta formata, sarà il “corpo di Cristo”» (HANS URS VON BALTHASAR, Il Rosario, Milano, 2003, 17-18).
    Per questo la Chiesa tanto più corrisponde alla sua chiamata, quanto più partecipa dei sentimenti di Maria. E anche noi: più partecipiamo dei sentimenti di Maria, del suo amore per Gesù, più siamo Chiesa.
    «E l’angelo partì da lei» (Lc 1,38). Con queste parole si chiude il racconto dell’annuncio. Il messaggero divino non indugia in chiacchiere: la domanda è stata posta, il consenso è stato dato. Il Figlio di Dio ha trovato la sua Casa sulla terra. Maria, tuttavia, non è da meno: neppure per un attimo si ripiega su se stessa. Non indugia nel suo turbamento, né si fa bella del suo consenso. Parte, invece, in fretta, per raggiungere Elisabetta (Lc 1,39).
    San Bernardo di Chiaravalle ce la descrive così: Maria «ardeva di carità nel cercare la grazia; era raggiante nel corpo per la sua verginità; si distingueva per la sua umiltà nel rendere servizio». Maria, in altre parole, era tutta di Dio e tutta del prossimo. «Piena di grazia», infatti si può tradurre con piena di Spirito Santo, cioè piena di un amore attivo e personale, che la spingeva a donarsi senza riserve e senza calcoli.
    Questo amore, che in Maria è tutt’uno con la fede, è cresciuto in lei negli anni nascosti di Nazaret, lungo i quali, mentre ella si prendeva cura di Gesù, Lui la preparava, in un apprendistato a volte duro, come per esempio nell’episodio del ritrovamento al Tempio (Lc 2,46 e seguenti), a diventare Madre della Chiesa. Mentre lei lo nutriva, lo vestiva, gli insegnava il linguaggio degli uomini e le tradizioni dei Padri, Lui la introduceva nei suoi sentimenti, nelle sue preoccupazioni, nel suo rapporto con il Padre.

    La Chiesa è cresciuta a Nazaret

    Nella sua intimità con Gesù, tuttavia, Maria, in un certo senso, non è mai stata davvero sola: a Nazaret c’era Giuseppe, il suo sposo. Più tardi ci saranno i discepoli e le donne al seguito di Gesù, ad invaderle la casa. Nella comunione di vita di Maria e Giuseppe, nella fecondità della loro verginità totalmente offerta al servizio di Dio, sta la radice della complementarietà degli stati di vita del cristiano, una forma di reciprocità nella differenza che struttura fin dalle origini la vita della Chiesa.
    La Famiglia di Nazaret, infatti, è davvero il modello della famiglia cristiana, del matrimonio vissuto come vocazione, in cui gli sposi si amano e si rispettano, lasciando a Dio la possibilità di essere il centro e il sigillo della loro unione e rimettendo la propria fecondità nelle mani del Creatore. Ma essi sono anche modello della vita consacrata, della rinuncia a possedere l’amore, per diventare totalmente dono d’amore.
    La verginità consacrata, infatti, ricorda Papa Francesco, «ha il valore simbolico dell’amore che non ha la necessità di possedere l’altro, e riflette in tal modo la libertà del Regno dei Cieli. È un invito agli sposi perché vivano il loro amore coniugale nella prospettiva dell’amore definitivo a Cristo, come un cammino comune verso la pienezza del Regno» (Amoris Laetitia 161).
    L’amore degli sposi, a sua volta, è riflesso della Trinità, come unità piena, nella quale però esiste anche la distinzione. La famiglia è, inoltre, un «segno cristologico, perché manifesta la vicinanza di Dio che condivide la vita dell’essere umano unendosi ad esso nell’Incarnazione, nella Croce e nella Risurrezione: ciascun coniuge diventa “una sola carne” con l’altro e offre se stesso per condividerlo interamente con l’altro sino alla fine» (ibidem).
    Guardando a Maria negli anni di Nazaret allora, al suo essere ad un tempo la Vergine, la Madre e la Sposa, ci rendiamo conto che ogni chiamata di Dio è una chiamata dell’Amore per l’Amore. La scelta dello stato di vita, che costituisce una tappa fondamentale del percorso di maturazione nella fede di ogni cristiano e che, tradizionalmente, si identifica con il discernimento vocazionale, è in realtà soltanto un momento del lungo apprendistato all’Amore a cui tutti siamo chiamati.
    Sotto la paziente guida dello Spirito, infatti, secondo la misura della nostra docilità, tutti possiamo essere condotti ad amare come Dio ama, diventando sempre più simili a Gesù. Infatti, se Dio è Amore e noi siamo creati a sua immagine e somiglianza, ciò significa che, con tutto quel che siamo: il nostro corpo, la nostra mente e il nostro cuore, siamo chiamati a diventare letteralmente amore: cioè dono gratuito a Dio e ai fratelli. Questa è la Chiesa. Ed è anche l’orizzonte ampio e luminoso, su cui si staglia ogni discernimento vocazionale.

    A Cana la Chiesa ha imparato da Maria

    C’è un particolare importante, che accomuna Giovanni a Maria. Al momento del loro primo incontro con Gesù, entrambi erano giovani, entrambi erano vergini. A questa particolare condizione, la tradizione della Chiesa ha sempre attribuito grande importanza. Ovviamente, non si tratta tanto del dato biologico o fisiologico, ma di una attitudine, che riguarda tutta la persona: corpo, mente e cuore, attraverso la quale si esprime una caratteristica fondamentale dell’Amore. E cioè che l’Amore vero non pretende tutto e subito, ma sa aspettare.
    Non si tratta di un’attesa sterile, dettata dalla paura di perdere qualcosa, ma piuttosto di un’attesa operosa, dell’apertura ad un discernimento attento, dettato dal desiderio di offrire agli altri il proprio dono quando sarà maturo, non prima. I Vangeli ci presentano Giovanni così: ardente, certo, ma allo stesso tempo capace di attenzione, di rispetto, di profondo ascolto.
    Il giovane Giovanni è discepolo per definizione: prima del Battista, poi di Gesù. È uno, cioè, desideroso di imparare e aperto a lasciarsi insegnare. Egli ha capito che chi non cerca, non trova e che cercare significa lasciarsi coinvolgere, affidarsi. Per questo, seguendo l’indicazione del Battista, si lancia all’inseguimento di Gesù: «Maestro, dove abiti?». «Venite e vedrete», fu la risposta del Signore. E fu in quel giorno che Giovanni e Andrea fecero il loro primo ingresso nella casa di Gesù (Gv 1,35-39). Casa, in cui, possiamo immaginarlo, trovarono ad accoglierli Maria, la Madre del Maestro.
    Qualche giorno dopo, «vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la Madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli» (Gv 2,1-2). Il Vangelo di Giovanni non dice niente della Famiglia di Nazaret, tuttavia fa comparire Maria per la prima volta sulla scena durante una festa di nozze. Siamo riportati cioè ancora una volta al tema della vocazione di ogni uomo e di ogni donna alla pienezza dell’Amore. E la presenza di Maria, qui, è così importante, da essere nominata dall’evangelista ancora prima di quella di Gesù.
    Insieme a Maria e a Gesù, troviamo per la prima volta riunita sotto lo stesso tetto la neonata comunità dei discepoli. Si tratta dunque di un momento fondamentale nella vicenda che Giovanni ha appena iniziato a narrare. Egli stesso non esita a sottolinearlo, quando, al termine del racconto, annota: «Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i discepoli credettero in lui» (Gv 2,11). Ciò che è «inizio», è anche fondamento e paradigma. L’inizio dei segni di Gesù dice perciò lo stile e lo scopo di tutti i suoi segni. L’inizio della fede dei discepoli è l’inizio e lo stile della nostra fede.
    Gesù ci viene presentato come lo Sposo, venuto a celebrare le nozze promesse da Dio al suo popolo. E l’acqua che diventa vino è ancora una volta segno, che prefigura il dono dello Spirito Santo, che tutti i credenti riceveranno all’indomani della sua morte sulla Croce, la misteriosa «ora» a cui Gesù nel quarto Vangelo fa così spesso riferimento. Lo Spirito Santo è l’Amore di Dio infuso nei nostri cuori, quello che ci introduce alla gioia delle nozze con Dio e tra di noi (Rm 5,5).
    Maria «è lì, vede e intuisce di che cosa c’è bisogno perché la festa giunga a buon fine. E sollecita Gesù. In quel suo farsi avanti, delicato e insieme deciso, col figlio, c’è tutto il rapporto costruito nei trent’anni di vita a Nazaret» (PIERO CODA, Magnificat, Roma 2013, 41-42). Sotto gli occhi dei discepoli, ella mostra prima al Signore la povertà degli Sposi; poi sollecita i servi alla piena disponibilità. I discepoli, a differenza degli Sposi, che ricevono il dono senza saperlo, si rendono ben conto dell’accaduto.
    Essi, tra cui Giovanni, che al primo impatto con Gesù erano rimasti affascinati dalla grandezza misteriosa della sua figura, ora iniziano a porre in Lui la loro fiducia. Questo primo piccolo germoglio di fede è fondamentale, poiché è solo a partire da primo, timido «sì» che si apre a Gesù la possibilità di far vedere loro «cose maggiori di queste» (Gv 1,50; 3,12). La mancanza di fede, infatti, è il solo grande ostacolo che può impedire a Dio di manifestare la sua misericordia.

    La Chiesa dell’amore e del servizio

    È probabile che, al momento dell’accaduto, la risposta tagliente di Gesù a sua Madre: «Che ho da fare con te o donna?», sia rimasta incomprensibile. Tanto più che la preghiera di Maria venne esaudita in modo sovrabbondante. Basti pensare che una giara di pietra poteva contenere dagli 80 ai 120 litri d’acqua! Tuttavia i discepoli hanno potuto vedere al vivo nella Madre che cosa sia la fede: conoscenza intima e approfondita, semplicità nel domandare, fiducia anche di fronte alle apparenze contrarie, disponibilità senza condizioni.
    Nella Cappella degli Scrovegni di Padova, si trova un affresco di Giotto raffigurante le nozze di Cana. I diversi momenti del racconto sono uniti in un unico quadro: Gesù e Maria si trovano ai due estremi della mensa, entrambi con lo sguardo rivolto ai servi e con la mano destra alzata nel gesto di dare un comando.
    A fianco di Gesù, Giovanni e Pietro osservano e commentano l’accaduto. A fianco di Maria, gli Sposi: lei guarda lui, mentre lui guarda fuori dal quadro, richiamando così la nostra attenzione. Al centro della scena, i servi: uno ascolta attentamente Gesù; uno si inchina in direzione di Maria; uno offre il vino al maestro di tavola; uno riempie di acqua le giare.
    Con i loro semplici gesti, i servi costituiscono il perno dell’azione, che non avrebbe potuto compiersi senza la loro prontezza e disponibilità a mettere in pratica il comando del Signore. La fede dei servi, in questo caso, è più matura di quella dei discepoli. Se Maria ha cercato la loro collaborazione, in altre parole, è stato anche per mostrare ai discepoli ciò che essi sono chiamati a diventare.
    I servi corrispondono alle aspettative di Maria, facendo bene ciò che viene loro chiesto. Per la verità niente di straordinario, ma il consueto lavoro dietro le quinte di una festa: portare l’acqua, far sì che tutto sia pronto e a disposizione del padrone e dei suoi invitati.
    Nel Vangelo di Luca, Maria parla solo due volte di se stessa ed entrambe si definisce come la «serva» del Signore (Lc 1, 38-48). Gesù stesso, ama definirsi «servo» (Mt 20,28), soprattutto quando annuncia la sua passione. Proprio il Vangelo di Giovanni, inoltre, pone un gesto di servizio a coronamento della sua vicenda terrena. La lavanda dei piedi, infatti, è sigillo del suo amore verso i suoi e invito a riversare quello stesso amore sul mondo intero: «anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi» (Gv 13,14-15).
    E tuttavia, poco dopo aver pronunciato queste parole, Gesù aggiunge: «non vi chiamo più servi, ma amici» (Gv 15,15). Come a dire che, a chi si è spogliato di sé e con amore si è abbassato nel servizio, è riservato un posto d’onore in Cielo! Anche in questo caso la prima è Maria, lei, l’umile serva, sarà la Regina alla destra del Re. «Nelle fatiche e nei patimenti», scriveva Don Bosco ai primi missionari salesiani, «non si dimentichi che abbiamo un gran premio preparato in cielo».

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    Per lavorarci su…

    * Disponibilità e libertà, obbedienza e amore: sono attitudini della persona che stanno o cadono insieme. Solo la persona interiormente libera può essere disponibile e può obbedire per amore alla volontà del Padre come hanno obbedito Gesù e Maria. Un’appartenenza consapevole e impegnata alla comunità ecclesiale cresce nella persona proporzionalmente alla sua maturazione nella libertà interiore, la quale, a sua volta, richiede capacità di riconoscere e di accogliere con gratitudine l’amore di Dio e dei fratelli.
    Quali percorsi proponiamo, quali attenzioni mettiamo in atto, per aiutare i giovani a riconoscere i segni dell’amore ricevuto, da Dio e dal prossimo? Come li aiutiamo a riconoscere e a liberarsi dei loro blocchi e delle loro paure e a crescere nella gratitudine e nella disponibilità?

    * Il nostro Dio è Amore, è dialogo, comunicazione. Egli può e desidera «farsi sentire» personalmente da ognuna delle sua creature. Da parte nostra, è richiesto il coraggio della solitudine e il desiderio dell’incontro con Lui e, allo stesso tempo, la capacità di relazioni fraterne autentiche, in cui sia possibile essere se stessi senza ipocrisia, con la propria ricchezza e la propria fragilità. La relazione con Dio e le relazioni tra di noi sono l’ordito e la trama che costituiscono la Chiesa.
    Nelle attività che proponiamo ai giovani, come articoliamo gli spazi e i tempi della solitudine e della comunione? Con quali proposte li aiutiamo a far maturare amicizie sane e ad aprirsi ad un dialogo personale con Dio?

    * Verginità e servizio: in queste due parole è racchiuso tutto un programma di educazione affettiva, che Don Bosco sottoscriverebbe subito. È diventato molto difficile parlare ai giovani di verginità. Eppure è importante, prima di tutto, credere profondamente nel fatto che un giovane capace di attendere il tempo giusto per ogni esperienza e, allo stesso tempo, di allargare il proprio cuore nel servizio umile e disinteressato è già sulla buona strada per essere «felice nel tempo e nell’eternità».
    Come ci muoviamo nel campo dell’educazione affettiva e sessuale? Sappiamo accompagnare i giovani a maturare, senza complessi, nella donazione e nel rispetto reciproco, di sé e degli altri? Come ci poniamo di fronte ai giovani che si sono lasciati derubare della propria verginità? Con rassegnazione? Oppure con ottimismo e creatività?


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