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    Il discepolo che egli amava: la gioventù come compito e come promessa


    I giovani nella Bibbia /8

    Raffaele Mantegazza

    (NPG 2018-06-62)


    I Dodici non erano tutti uguali allo sguardo di Gesù. Come ogni maestro, egli non li osservava con occhi neutri, ma di ognuno di essi conosceva pregi, difetti e idiosincrasie, fossero questi la tenacia un po’ burbera degli Zebedei o la testa dura di Pietro. Ma indubbiamente è il cosiddetto “discepolo prediletto” quello che suscita più interesse per una lettura pedagogica dei Vangeli. Giovanni ci presenta il rapporto tra Gesù e questo discepolo in modo così intenso che a lungo si è potuto pensare che lo stesso Evangelista fosse questo ragazzo così amato dal rabbi, una ipotesi smentita dalla lettura storico-critica. Ma rimane certamente affascinante questa relazione maestro-allievo così sbilanciata e per certi versi quasi “ingiusta”: come può un maestro avere un allievo prediletto? Non dovrebbero i maestri essere giusti con tutti, fare le parti uguali, essere quasi neutri nel loro rapporto con gli allievi? Forse coloro che anche oggi ricalcano il loro ruolo di educatori su quello dei giudici potrebbero leggere questa relazione educativa presentata dal Vangelo segno di contraddizione all’interno della loro immagine del ruolo dell’educatore. La relazione educativa è sempre un rapporto uno-a-uno ed è inevitabile che all’interno di un gruppo si provino sentimenti più o meno intensi a proposito di alcune persone piuttosto che di altre. Che poi questo non debba portare a una ingiustizia formale nella valutazione, per esempio a scuola, è cosa ovvia. Ma crediamo che ogni maestro degno di questo nome abbia o abbia avuto discepoli prediletti. Opportuno semmai è rendersene conto e lavorare su questa relazione senza permetterle di debordare dai ruoli reciproci.
    Peraltro nella predilezione per il discepolo traluce l’amore di Gesù per i giovani e la gioventù. Un amore che è pedagogico proprio perché non è astratto o generale: un maestro non amala gioventù o l’infanzia, ama Paolo e Giovanna, Mohamed e Fatima, e amando loro, anzi amando ciascuno di essi con un differente amore, ama anche il concetto di gioventù. In questo i giovani sfidano lo sfaldamento e l’inaridimento dell’amore che spesso caratterizza gli adulti, che proprio perché non sanno più amare le singole persone si rifugiamo dietro un irenico amore per l’Umanità. Ma amare l’umanità senza passare per l’amore per il singolo, per il determinato singolo che mi sta davanti, non è possibile. “Forse solo ai santi è concesso il terribile dono della pietà verso i molti; ai monatti, a quelli della Squadra Speciale e a noi tutti, non resta, nel migliore dei casi, che la pietà saltuaria indirizzata ai singoli, al Mitmensch al co-uomo: all’essere umano di carne e sangue che sta davanti a noi”[1]?
    L’amore per il singolo giovane ci permette di superare tutte le generalizzazioni che spesso associamo alla parola “gioventù” o all’espressione “giovani d’oggi”: Una parola, giovani, che scientificamente, non significa quasi nulla eccetto che nel campo biologico. Mi sembra perciò illecito generalizzare parlando di giovani: mi sembra un residuo romantico, dolciastro e adulatorio: ci sono dei giovani uomini e delle giovani donne (...) ci sono dei giovani 'lavoratori', ci sono dei giovani 'borghesi', ci sono dei giovani 'capitalisti (o meglio figli di capitalisti) ci sono dei giovani 'sottoproletari' (...) Ci sono poi i giovani del Nord e i giovani dei Sud (…) ecc.[2]

    Investire i giovani di un progetto

    Il discepolo prediletto del Vangelo era probabilmente l’ultimo della generazione apostolica; la sua morte forse avvenuta in tarda età costituì uno dei primi momenti di dubbio a proposito del ritardo della parousia. La sibillina frase di Gesù: “in verità vi dico: vi sono alcuni tra i presenti che non morranno finché non vedranno il Figlio dell'uomo venire nel suo regno”[3] era stata interpretata come segno della vicinanza imminente della fine del mondo, e la morte degli ultimi tra i discepoli sembrava tragicamente contraddire questa interpretazione. Proprio questa crisi venne a causare una serie di leggende che dovevano smentire la morte del discepolo che Gesù amava: secondo alcune di queste leggende egli sta ancora vagando per il mondo, secondo altre dorme nella tomba ad Efeso e i movimenti tellurici sopra di essa mostrano che respira.[4]
    Certamente questo anonimo giovane è intimo di Gesù come Gesù lo è col Padre, e si può permettere anche gesti che potrebbero apparire sconvenienti a chi ancora oggi considera la relazione educativa come fatto di anime o di cervelli e non di corpi: lo notiamo nella famosissima e tesa scena dell’Ultima cena; dopo che Gesù ha preannunciato il tradimento “uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di', chi è colui a cui si riferisce?». Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?»”[5]. Immaginiamo la difficoltà umana di Gesù: forse avrebbe avuto voglia di lenire l’angoscia di questo ragazzo accoccolato sul suo petto svelandogli l’identità del traditore o anche solamente dicendogli “Non sei tu, rassicurati”. Ma comunque sia, il discepolo non è presentato come una realtà simbolica (cfr. il gesto molto fisico con cui Pietro gli fa cenno di chiedere a Gesù). Egli è fisicamente e carnalmente vicino a Gesù e lo affianca con amicizia e tenerezza. Non crediamo di vedere in questo gesto una sfumatura omoerotica come alcune letture, peraltro non peregrine, suggeriscono; Gesù e il discepolo non sono Achille e Patroclo e la pederastia non era certo uno strumento educativo in Galilea come lo era in Grecia. Ma ciò non toglie assolutamente nulla alla straordinaria fisicità e tenerezza di questo gesto del discepolo.
    È proprio a lui, oltre che a Pietro, che Maria di Magdala annuncia la sconvolgente notizia la mattina della domenica: “Corse allora e andò da Simon Pietro e dall'altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l'hanno posto!»”[6]. È del tutto ovvio che sia proprio questo ragazzo, che è più sensibile all’evento che sta per constatare a causa il suo amore per Gesù e che ha la stessa funzione dell’angelo interprete e chiarisce il significato del sepolcro vuoto perché vede gli abiti di Gesù, che sia rivolta la parola della donna.
    Peraltro il ragazzo era già stato chiamato in causa, come è noto, da una delle “sette parole” di Gesù in croce: “Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: «Donna, ecco il tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco la tua madre!». E da quel momento il discepolo la prese nella sua casa”.[7]
    Tecnicamente siamo di fronte a una sorta di contratto di adozione: una donna sola, senza marito e figlio, avrebbe avuto la vita molto difficile; dire al discepolo “Ecco tua madre” significa attribuirgli la responsabilità di prendersi cura di Maria e forse anche di mantenerla. Al contrario, Maria si vede attribuire una sorta di figlio adottivo, su quale dovrà in qualche modo vegliare nel tentativo di recuperare almeno una parte di quel ruolo materno che tragicamente sta svanendo nella sera di quel venerdì.
    Gesù dalla croce affida un compito preciso e difficile al ragazzo che egli amava. Dare un compito ai giovani è dunque la cosa migliore che possiamo fare per mostrare loro il nostro amore. Amare i giovani significa allora smettere di blandirli, di dire che tutto ciò che fanno va bene solamente perché sono giovani, significa criticarli con tutta la forza e la spietatezza dell’amore quando ama veramente; significa chiedere ai giovani di essere all’altezza della loro gioventù,di non tradirla, di essere belli: “da alcuni anni i giovani, i ragazzi, fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati e deturpati non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi dovuta appunto al candore della giovinezza, si ver­gognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia, sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comporta­mento. I 'destinati a esser morti' non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi invece, Gennariello.”[8]
    Se vogliamo una gioventù splendente, se vogliamo giovani che sappiano davvero essere primizia del mondo nuovo, dobbiamo investirli di un progetto educativo, sociale e politico. Consegnare loro le persone che amiamo perché se ne prendano cura. E soprattutto far sentire a ciascuno di loro che essere prediletti non significa affatto avere la vita facile o avere dei vantaggi sugli altri; come ben comprese un altro giovane adulto che, nel momento della scelta radicale che lo avrebbe portato alla morte, sentì una voce adulta pronunciare le parole: “questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”[9].


    NOTE

    [1] Primo Levi, I sommersi e i salvati in Opere, Torino, Enaudi, 1988 vol. II p. 1034
    [2] Pier Paolo Pasolini, I Dialoghi, Roma, Riuniti, 1992, pag. 86.
    [3] Mt 16, 28.
    [4] Per queste e altre notizie e interpretazioni presenti in questo articolo rimandiamo a R. F. Brown, Giovanni, Assisi, Cittadella, 1979.
    [5] Gv 13, 22-24.
    [6] Gv 20, 1.
    [7] Gv 19, 26-27.
    [8] Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, Torino, Einaudi, 1977. pag. 17.
    [9] Mt 3, 17.


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