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    Il “libero arbitrio”: le azioni nella liturgia /1


    Sale e pepe nella liturgia /9

    Elena Massimi

    (NPG 2021-07-74)

    La Costituzione Conciliare Sacrosanctum Concilium ha riconsegnato alla Chiesa l’autentica natura della liturgia: la liturgia è una azione, nella quale viene riattualizzato il Mistero della nostra salvezza. Scorrendo il testo di SC, infatti, si legge:

    - «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche» (SC 7);
    - «la liturgia è azione sacra per eccellenza» (SC 7);
    - «le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa» (SC 26);
    - «si curino le acclamazioni dei fedeli, le risposte, il canto dei salmi, le antifone, i canti, nonché le azioni e i gesti e l'atteggiamento del corpo» (SC 30).

    È opportuno ribadire come la liturgia sia una azione comunitaria; le azioni liturgiche infatti «appartengono all’intero Corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; i singoli membri poi vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e dell’attuale partecipazione» (SC 26).
    Nelle celebrazioni liturgiche è l’assemblea che agisce, e ciascuno, fedele o ministro, deve compiere ciò che è di sua competenza.
    È interessante notare come in non poche celebrazioni alcuni agiscono secondo un certo “libero arbitrio”: sono in piedi quando gli altri sono seduti, oppure in ginocchio quando tutti sono in piedi. Emblematico è il caso del “dialogo al prefazio”: capita spesso che nelle nostre parrocchie alcuni fedeli appena odono le parole del sacerdote “In alto i nostri cuori” si alzino in piedi, ignorando quei fedeli già in piedi dall’orazione sulle offerte. Si può riscontrare una grande varietà gestuale durante la preghiera del Padre Nostro: braccia allargate, mani giunte, braccia “a penzoloni” lungo i fianchi…
    Eppure, come ben evidenzia l’Ordinamento Generale del Messale Romano (=OGMR) al n. 42, «l’atteggiamento comune del corpo, da osservarsi da tutti i partecipanti, è segno dell’unità dei membri della comunità cristiana riuniti per la sacra Liturgia».
    Più volte abbiamo dovuto constatare come dal post Concilio ad oggi sia mancata una profonda formazione liturgica, e in più occasioni si è sottolineata l’insufficienza della spiegazione dei gesti liturgici e l’imprescindibilità di una iniziazione. Però, seppur insufficiente, anche la spiegazione è importante, e forse molti fedeli hanno “dimenticato” (o non hanno mai conosciuto) il significato di alcuni gesti liturgici. Se non bisogna spiegare la liturgia durante la celebrazione stessa, è però necessario trovare momenti fuori dell’azione liturgica, durante i quali si possa ripercorrere il senso di alcune azioni liturgiche. Di seguito, proprio a supporto di tali momenti formativi, si propongono alcune brevi spiegazioni di quei gesti, di quelle azioni che frequentemente facciamo durante le celebrazioni liturgiche.

    ENTRARE
    Quando si entra in Chiesa è necessario essere consapevoli che si accede a un luogo sacro, che richiede atteggiamenti, gesti, comportamenti differenti da quelli che si hanno negli altri ambienti della vita quotidiana. Il sagrato, il portale, mediano questo passaggio tra “fuori” e “dentro”, tra il quotidiano e il sacro. Scrive R. Guardini: «Il portale sta tra l'esterno e l'interno; tra ciò che appartiene al mondo e ciò che è consacrato a Dio. E quando uno lo varca, il portale gli dice: “Lascia fuori quello che non appartiene all'interno, pensieri, desideri, preoccupazioni, curiosità, leggerezza. Tutto ciò che non è consacrato, lascialo fuori. Fatti puro, tu entri nel santuario”. Non dovremmo varcare così frettolosamente, quasi di corsa, il portale! In raccolta lentezza dovremmo superarlo e aprire il nostro cuore perché avverta quello che il portale gli dice. Dovremmo, anzi, prima sostare un poco in raccoglimento perché il nostro avanzare sia un avanzare della purezza e del raccoglimento» [1].

    USCIRE
    Quando si esce dalla Chiesa, dal luogo sacro dove abbiamo celebrato il Mistero della nostra salvezza, torniamo nella nostra quotidianità trasfigurati, santificati, testimoniando la gioia dell’incontro con il Risorto. Si legge nell’OGMR n. 90: «c) Il congedo del popolo da parte del diacono o del sacerdote, perché ognuno ritorni alle sue opere di bene lodando e benedicendo Dio…».

    FARSI IL SEGNO DI CROCE
    Il gesto rimanda chiaramente al sacramento del battesimo, nel quale per la prima volta fu tracciata una croce sul corpo del futuro battezzato. Farsi il segno di croce ricorda che il giorno del battesimo siamo stati immersi nel Mistero pasquale, nell’immagine della croce gloriosa di Cristo, che con Cristo siamo morti e risorti. Attuali sono le osservazioni del già citato R. Guardini, che raccomada di fare bene il segno della croce. «Non così affrettato, rattrappito, tale che nessuno capisce cosa debba significare. No, un segno della croce giusto, cioè lento, ampio, dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Senti come esso ti abbraccia tutto? Raccogliti dunque bene; raccogli in questo segno tutti i pensieri e tutto l'animo tuo, mentre esso si dispiega dalla fronte al petto, da una spalla all'altra. Allora tu lo senti: ti avvolge tutto, corpo e anima, ti raccoglie, ti consacra, ti santifica. Perché? Perché è il segno della totalità ed è il segno della redenzione. Sulla croce nostro Signore ci ha redenti tutti. Mediante la croce Egli santifica l'uomo nella sua totalità, fin nelle ultime fibre del suo essere. Perciò lo facciamo prima della preghiera, affinché esso ci raccolga e ci metta spiritualmente in ordine; concentri in Dio pensieri, cuore e volere; dopo la preghiera affinché rimanga qui in noi quello che Dio ci ha donato. Nella tentazione, perché ci irrobustisca. Nel pericolo, perché ci protegga. Nell'atto della benedizione, perché la pienezza della vita divina penetri nell'anima e vi renda feconda e consacri ogni cosa» [2].

    SEGNARSI CON L’ACQUA BENEDETTA
    Quando i fedeli entrano in chiesa, «secondo una lodevole consuetudine, fanno su di sé il segno della croce, in ricordo del battesimo, con la mano intinta nell’acqua benedetta ivi apprestata in un bacile» (Cerimoniale dei Vescovi, 110). Nel Benedizionale viene precisato come «l’acqua benedetta richiama alla mente dei fedeli Cristo Signore; in lui si compendia la benedizione divina, che si riversa su di noi, è lui che ha chiamato se stesso “acqua viva”, e ha istituito per noi il Battesimo, sacramento dell'acqua, segno della benedizione che salva» (Benedizionale, Benedizione dell'acqua lustrale fuori della Messa, n. 1421).

    RADUNARSI
    I fedeli che si radunano per la celebrazione liturgica non sono semplicemente un gruppo di persone, ma manifestano la Chiesa, convocata da Dio per rendergli culto. L’OGMR al n. 27 precisa come nella Messa «il popolo di Dio è chiamato a riunirsi insieme sotto la presidenza del sacerdote, che agisce nella persona di Cristo, per celebrare il memoriale del Signore, cioè il sacrificio eucaristico. Per questo raduno locale della santa Chiesa vale perciò in modo eminente la promessa di Cristo: “Là dove sono due o tre radunati nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Mt 18,20)».

    CANTARE
    Attraverso l’atto del cantare la comunità prende “corpo”, i suoi membri si sintonizzano (respirano insieme, assumono uno stesso ritmo) per lodare insieme il Signore. Nel nostro cantare la Parola si incarna, vive. Infatti il canto è segno della gioia del cuore (Cf. At 2,46). Per questo sant’Agostino afferma: «Il cantare è proprio di chi ama», e già dall’antichità si formò il detto: «Chi canta bene, prega due volte».

    BACIARE
    Il gesto di baciare l’altare e il libro del Vangelo mette in comunione Dio e l’assemblea adunata, che appunto appartiene a Cristo. Rivela altrettanto l’abbondanza di intimità tra chi bacia (la Chiesa) e chi si lascia baciare (il Cristo).

    BATTERSI IL PETTO
    Con questo gesto, durante la preghiera del Confesso nell’Atto penitenziale della Messa, si manifesta pubblicamente che ci si riconosce peccatori.

    GENUFLETTERE
    Piegare il ginocchio è un gesto antico ed è segno di adorazione. Si piegano le ginocchia solo davanti al Signore: solamente il Signore deve essere adorato. La genuflessione entra tardivamente nella liturgia di adorazione e di riverenza, al posto dell’originario inchino. L’OGMR al n. 274 offre queste indicazioni: «La genuflessione, che si fa piegando il ginocchio destro fino a terra, significa adorazione; perciò è riservata al SS. Sacramento e alla santa Croce, dalla solenne adorazione nell’Azione liturgica del Venerdì nella Passione del Signore fino all’inizio della Veglia pasquale […]».

    INCHINO
    Nei primi secoli i cristiani non conoscevano la genuflessione e onoravano l’altare, cioè Cristo, con l’inchino. Si legge nell’OGMR al n. 275: «Con l’inchino si indicano la riverenza e l’onore che si danno alle persone o ai loro segni. Vi sono due specie di inchino, del capo e del corpo:
    a) L’inchino del capo si fa quando vengono nominate insieme le tre divine Persone; al nome di Gesù, della beata Vergine Maria e del Santo in onore del quale si celebra la Messa.
    b) L’inchino di tutto il corpo, o inchino profondo, si fa: all’altare; mentre si dicono le preghiere Purifica il mio cuore e Umili e pentiti; nel Simbolo (Credo) alle parole: E per opera dello Spirito Santo; nel canone romano, alle parole: Ti supplichiamo, Dio onnipotente. Il diacono compie lo stesso inchino mentre chiede la benedizione prima di proclamare il Vangelo. Inoltre il sacerdote, alla consacrazione, si inchina leggermente mentre proferisce le parole del Signore».

    NOTE 

    [1] R. Guardini, I santi segni, Querianiana, Brescia 2005, 148.
    [2] Guardini, I santi segni, 125.


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