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    San Giuseppe. Il salvatore del Salvatore del mondo


    San Francesco di Sales, maestro di vita spirituale per i giovani /8

    Wim Collin

    (NPG 2022-07-71)

     


    Talvolta, leggendo le lettere di San Francesco di Sales, il lettore tende a meravigliarsi, e i motivi di ciò possono essere molteplici. In quasi tutte le lettere del Santo è presente una semplicità e una comprensibilità notevoli, inoltre vi sono immagini esplicative che illuminano la mente del lettore e gli permettono immediatamente di comprendere il significato dei temi trattati. Infatti il vescovo non esita a scrivere e a presentare tematiche profonde e personali. Tutto ciò avviene con estrema naturalezza e fluidità, il lessico è ricco e sorprendente, attrae il lettore con avvenenza e magnificenza, in un clima quasi poetico che lo invita a meditare e riflettere sui contenuti delle lettere.
    Un esempio di questa bellezza lo troviamo quando Francesco scrive al vescovo di Belley, Monsignor Jean-Pierre Camus, a proposito di San Giuseppe:
    “… il grande padre San Giuseppe, grande amico dell’Amato, grande sposo dell’Amata del Padre celeste, che ha voluto che il suo Figlio celeste fosse nutrito tra i gigli di questa Sposa e di questo Sposo. Non trovo niente di più dolce per la mia immaginazione che vedere questo piccolo Gesù celeste tra le braccia di questo grande Santo, chiamandolo mille e mille volte ‘papà’, nel suo linguaggio infantile e con un cuore filiale e amorevole”.[1]
    Ma quale è l’immagine che il nostro vescovo ha di San Giuseppe? San Francesco usa spesso appellativi come “padre, sposo e uomo giusto”, gli stessi utilizzati anche nei vangeli.[2]

    Giuseppe: il papà di Gesù

    Il “papà di Gesù” è certamente la definizione prediletta dal Santo. È il nome con il quale la stessa Maria si rivolge a Giuseppe nel vangelo: “Tuo padre e io ti cercavamo!” (Lc 2,41).[3] Egli viene presentato come colui che, durante l’infanzia e la giovinezza di Gesù, era solito prendersi cura del proprio figlio. Gesù è, infatti, a tutti gli effetti suo figlio “per diritto naturale, non per via naturale”,[4] appartenendo alla stessa discendenza di Giuseppe, come sottolinea Francesco. A sostegno della propria tesi, il Vescovo afferma: “Quando una colomba prende un dattero e lo lascia cadere in un giardino, la palma che produce appartiene al proprietario del giardino”, così Giuseppe è il papà di Gesù.[5] Usando le parole “padre” o “papà”, Francesco vuole sottolineare la dolcezza e l’amore con cui Giuseppe si è occupato dell’educazione di Gesù. A Jeanne de Chantal afferma che il papà di Gesù è colui che “tante volte coccolò il nostro Salvatore e tanto spesso lo cullò”,[6] e aggiunge “colui che l’ha portato, come le cicogne fanno con i loro pulcini”,[7] o ancora “colui che l’ha nutrito con il suo lavoro guadagnandosi il pane con il sudore del volto”.[8] Dice che Giuseppe “ha nutrito l’Amore del nostro cuore e il Cuore del nostro amore”,[9] con la cui affermazione sottolinea che non soltanto ha nutrito, ma anche educato e insegnato ciò che è veramente importante nella vita e nella fede. È anche Giuseppe, e non Maria, ad aver portato il figlio sulle scale del tempio a Gerusalemme nel momento della presentazione e purificazione.[10] Francesco invita infatti il lettore ad immaginare come la Madonna e San Giuseppe portassero il Signore in braccio e nel loro seno, “quando lo baciavano ed egli con le divine braccia li abbracciava soavemente”.[11] Giuseppe, dunque, per San Francesco di Sales rappresenta a tutti gli effetti il papà ideale.

    Giuseppe: sposo di Maria

    Il secondo nome dato a San Giuseppe è quello di “sposo di Maria”. Infatti, quando vede che la donna che sta per sposare è incinta, Giuseppe la circonda con una dolcezza e una gentilezza incredibile, e non l’abbandona mai.[12] “La Madonna era incinta: San Giuseppe lo vedeva bene. D’altra parte la vedeva tutta santa, tutta pura, tutta angelica; non poteva credere che fosse rimasta incinta mancando al suo onore”.[13] E Giuseppe la sposa, ispirato da Dio stesso, e la sposa per salvaguardare il buon nome di Maria, del resto non vuole e non può lasciarla.[14]
    Giuseppe e Maria vivono in armonia, sebbene non abbiano una vita ordinaria e normale, sebbene capitino loro eventi che solitamente nelle altre famiglie non accadono, cercano di vivere in pace e secondo uno spirito di uguaglianza. Noi saremmo allarmati, dice Francesco, turbati e stupiti nel vedere e sperimentare ciò che accade nella casa di Dio a Nazareth. Con fermezza e solidità San Giuseppe è andato avanti, cercando di mettere in pratica ciò che è il volere di Dio. Anche se gli eventi che capiteranno a noi non saranno mai uguali a ciò che egli ha subìto, possiamo prendere esempio da Giuseppe nel compiere noi stessi la volontà di Dio.[15]

    Giuseppe: l’uomo giusto

    L’ultimo appellativo che Francesco di Sales attribuisce a San Giuseppe è quello di “uomo giusto”. Giuseppe è un uomo giusto poiché ha anteposto la volontà di Dio alla propria, è giusto poiché ha compiuto ciò che Dio stesso aveva progettato per lui.[16] Giuseppe è stato incaricato da Dio stesso, attraverso il suo Angelo, che gli ha rivelato il “segreto dei segreti”, di prendersi cura della famiglia santa.[17] È lui, e nessun altro, ad aver sentito la voce dell’Angelo che l’ha avvisato di fuggire con il neonato e la Vergine in Egitto, attendendo in sogno le indicazioni per poter tornare a casa. È per questo che a San Giuseppe viene conferito il titolo di “Salvatore del Salvatore del mondo”, perché ha salvato suo figlio dalle mani di Erode.[18] Come Giuseppe, anche Francesco ci invita ad ascoltare e seguire le indicazioni dell’Angelo di Dio. “A questo proposito desidero pensare alla stima che dobbiamo avere per la sollecitudine, l’aiuto, l’assistenza e la direzione di coloro che Dio pone vicino a noi per aiutarci a camminare con sicurezza sulla via della perfezione”.[19]

    Caratteristiche di San Giuseppe

    La fuga in Egitto raccontata dall’evangelista Matteo è uno dei racconti preferiti di Francesco, forse il più adatto per descrivere le caratteristiche di San Giuseppe, tra cui spiccano obbedienza e prontezza. Giuseppe, infatti, ha eseguito senza indugio le richieste dell’angelo del Signore, e il grande scrittore San Francesco di Sales, grazie alla sua profonda conoscenza dell’animo umano, ha saputo far muovere a Giuseppe tutte le obiezioni possibili:
    “Il povero San Giuseppe non avrebbe potuto dire: Tu mi dici di andare, ma non andrebbe bene partire anche domattina? Dove vuoi che vada di notte? Non ho nulla pronto. Come vuoi che porti il Bambino? Avrò le braccia abbastanza forti per sorreggerlo in un viaggio così lungo? E che? Vuoi che lo porti un po’ anche sua Madre? Non vedi che è una fanciulla ancora così giovane? Non ho né cavallo, né denaro per compiere un viaggio. E non sai che gli Egiziani sono nemici degli Israeliti? Chi ci accoglierà?”.
    Probabilmente ognuno di noi avrebbe mosso anche una sola di queste obiezioni se l’Angelo ci avesse posto la medesima domanda. Giuseppe invece “non dice una sola parola per esimersi dall’obbedire, ma parte immediatamente e fa tutto ciò che gli ha ordinato l’Angelo”.[20] Questa “perfetta obbedienza”[21] di Giuseppe è da ammirare, poiché non si tratta di una scelta facile: “La paura di non sapere quando ne sarebbe uscito [dall’Egitto], doveva affliggerlo profondamente e tormentare il suo povero cuore; tuttavia è rimasto sempre se stesso, sempre dolce, tranquillo e perseverante nella sottomissione al beneplacito di Dio”.[22]
    L’obbedienza trae origine da una importante dote di San Giuseppe. Il padre di Gesù era un uomo fiducioso, si fidava della divina Provvidenza.
    “San Giuseppe ci insegna […] in che modo dobbiamo imbarcarci sulla nave della divina Provvidenza, senza pane, o biscotti, senza remi, senza timone, senza vele, e infine, senza alcuna sorta di provviste; e lasciare così tutta la cura di noi stessi e del successo delle nostre iniziative a Nostro Signore, senza ritorni né repliche, né alcun timore per ciò che potrà accadere”.[23]
    Contare sulla Divina Provvidenza significa dunque abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio, credendo fermamente che Dio stesso provvederà ad ogni cosa. Come afferma Francesco di Sales, non è altro che uscire da se stessi e lasciare dietro di sé il vecchio io, per conformarsi totalmente alla volontà del Signore. L’uomo deve lasciarsi guidare completamente, orientare la propria volontà sempre unita e conforme a quella di Dio.[24] Lo Spirito Santo richiede a noi la stessa prontezza: “Alzati, esci da te stesso”.
    Un’altra caratteristica di San Giuseppe è la sua umiltà. Questa umiltà si dimostra in primo luogo nel modo in cui egli ha nascosto i grandi doni e i grandi privilegi ricevuti da Dio stesso. Sebbene meritasse grandi onori e potesse gloriarsi della sua autorità come padre del Salvatore, non lo ha mai fatto.[25] San Giuseppe è come la palma. La palma in primavera tiene nascosti i propri fiori, tutti gli altri alberi invece li danno a vedere, non li proteggono dal freddo della primavera causandone ben presto la morte. Gli uomini sono proprio come questi alberi, “non appena hanno qualche riflessione che sembra loro degna di essere stimata, oppure scoprono in sé qualche virtù, non si danno pace finché non l’hanno fatta sapere e conoscere a tutti coloro che incontrano”. La palma, invece, non lascia vedere i propri fiori fin quando il forte calore del sole non riesce a farli aprire. Allo stesso modo agisce San Giuseppe, tiene nascosti i propri fiori, ovvero le sue virtù, sotto il velo dell’umiltà fino alla morte.[26]
    San Giuseppe è anche grande nel sopportare l’umiliazione. “Immaginate”, scrive Francesco, “di vedere San Giuseppe con la Santa Vergine arrivare a Betlemme, a tarda notte, e cercare dappertutto un alloggio, senza trovare nessuno che voglia accoglierli. O Dio, quale disprezzo e rifiuto fa il mondo delle persone celesti e sante e come quelle due sante anime abbracciano volentieri questa abiezione”.[27] Non si ribella, non se ne vanta, non disprezza, ma sopporta e soffre in silenzio. Giuseppe però non rimane ad attendere in un angolo, ma cerca una soluzione, trova un alloggio povero e ama la santa semplicità.
    È un uomo costante. “Noi diciamo che un uomo è costante quando resta fermo e pronto a sopportare gli assalti dei nemici, senza meravigliarsi e perdersi di coraggio durante la battaglia”.[28] San Giuseppe è sempre stato forte, coraggioso, costante e perseverante. Quest’ultima caratteristica significa che
    “l’uomo disprezza [il] nemico tanto da rimanere vittorioso, per mezzo di una continua uguaglianza e sottomissione alla volontà di Dio. La fortezza è ciò che fa sì che l’uomo resista gagliardamente agli assalti dei nemici; mentre il coraggio è una virtù che fa in modo che non soltanto ci si tenga pronti a combattere o a resistere, quando se ne presenta l’occasione, ma che si attacchi il nemico all’istante, senza nemmeno lasciargli aprir bocca!”.[29]
    Infine, il vescovo di Ginevra sottolinea anche la povertà di San Giuseppe. Diverse volte lo scrittore fa riferimento a Betlemme, dove la famiglia santa ha dovuto far dormire il loro neonato in una mangiatoia, come fosse una culla; o alla loro permanenza in Egitto dove hanno perfino mendicato per poter sopravvivere; o ancora alla loro vita a Nazareth, dove Giuseppe lavorava come falegname per guadagnare il pane quotidiano. Hanno accettato la povertà in cui erano costretti a vivere, come fosse parte del grande piano di Dio. L’unico figlio di Dio non poteva nascere in un castello o in un palazzo imperiale, ma doveva essere povero. E dunque Giuseppe e Maria amavano la povertà come fosse un dono, come fosse un volere divino.[30]

    Preghiera a San Giuseppe

    Sembra appropriato concludere l’articolo con le medesime parole poetiche utilizzate da Francesco su San Giuseppe presentate nella lettera al Monsignore di Belley all’inizio, ma questa volta in forma di preghiera, così come riportate nella dedica del Trattato dell’amor di Dio:
    “Ma o Madre tutta trionfante, chi può rivolgere gli occhi alla tua maestà senza vedere alla tua destra colui che il Figlio tuo volle, per amor tuo, così spesso onorare del titolo di Padre, legandolo a te con il vincolo celeste di un matrimonio tutto verginale, perché tu trovassi in lui aiuto e sostegno nell’impegno della guida e dell’educazione della sua divina infanzia? O grande San Giuseppe, Sposo amatissimo della Madre del Diletto, quante volte hai tenuto tra le braccia l’Amore del cielo e della terra; e, infiammato dai dolci abbracci e baci di qual divino Fanciullo, ti scioglievi di dolcezza, allorché ti sussurrava teneramente all’orecchio (o Dio, quale soavità!) che tu eri il suo grande amico e il suo carissimo Padre tanto amato”.[31]

     

    NOTE

    [1] Lettre DXIX, Œuvres: Tome XIV, Lettres: Vol IV, 140.
    [2] LXXXV Plan d’un sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1612), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 86.
    [3] Cfr. XCVI Plan d’un sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1621), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 130.
    [4] XCVI Plan d’un sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1621), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 132.
    [5] CLIV Sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1621), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 402.
    [6] Lettre DCLXXI, Œuvres: Tome XV, Lettres: Vol V, 33.
    [7] Cfr. TAD VII, 13.
    [8] XVII Sermon de Vêture pour la vielle de l’Epiphanie, Œuvres: Tome IX, Sermons: Vol III, 141.
    [9] Lettre DCLXXI, Œuvres: Tome XV, Lettres: Vol V, 33.
    [10] Dix-neufviesme entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 363-364.
    [11] IX. Petit traité sur la Sainte Communion, Œuvres: Tome XXVI, Opuscules: Vol V, 221.
    [12] Lettre MDLXXVIII, Œuvres: Tome XIX, Lettres: Vol IX, 72.
    [13] IVD III, 28.
    [14] Cfr. XCVI Plan d’un sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1614), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 131.
    [15] Troisième entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 41.
    [16] Cfr. XCVI Plan d’un sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1614), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 132.
    [17] Cfr. LXXXV Plan d’un sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1612), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 87.
    [18] LXXXV Plan d’un sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1612), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 86-87; cfr. XVII Sermon de Vêture pour la vielle de l’Epiphanie, Œuvres: Tome IX, Sermons: Vol III, 140.
    [19] Troisième entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 41.
    [20] Troisième entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 39.
    [21] Dix-neufviesme entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 367.
    [22] Dix-neufviesme entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 368.
    [23] Troisième entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 47.
    [24] Dix-neufviesme entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 368.
    [25] CLIV Sermon pour la fête de Saint Joseph (19 mars 1621), Œuvres: Tome VIII, Sermons: Vol II, 398.
    [26] Dix-neufviesme entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 358-359.
    [27] LI Autre méditation pour le même aspirant, sur la naissance de Notre Seigneur Jésus-Christ, Œuvres: Tome XXVI, Opuscules: Vol V, 373.
    [28] Dix-neufviesme entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 365.
    [29] Dix-neufviesme entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 365.
    [30] Cfr. Dix-neufviesme entretien, Œuvres: Tome VI, Les vrays entretiens spiritueles: 368-369.
    [31] Francesco di Sales, Trattato dell’Amor di Dio, G. Gioia (a cura di), Roma, Città Nuova, 2011, 81.


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