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    Sta piangendo dentro di me


    San Francesco di Sales, maestro di vita spirituale per i giovani /5

    Come affrontare la tristezza secondo Francesco di Sales

    Wim Collin

    (NPG 2022-02-52)
     
     

    L’espressione “sta piangendo dentro di me” potrebbe non essere un’espressione ben nota, ma il significato dietro di essa non ha davvero bisogno di molte spiegazioni o descrizioni. Lo sanno tutti, e Francesco di Sales lo descrive in una delle sue lettere: “il cielo rimasto oscuro per tanto tempo […]l’aria, prima tutta piena di fredde umide, nebbie e nubi malinconiche, […] la terra, tutta rugosa, fangosa e offuscata dai rigori dell’inverno”,[1] quei giorni in cui in qualche modo tutto sembra fallire, giorni in cui – con o senza ragione – una profonda tristezza si insinua in noi, giorni in cui sembra che il sole non sorge e il cielo è appesantito da nuvole grigio scuro, il momento in cui non sai cosa fare.
    Da ragazzo, Francesco di Sales viene inviato a Parigi per iniziare gli studi secondari e superiori. Dalla tranquillità di Thorens ed Annecy nella Savoia, viene catapultato in una delle città più grandi e importanti del suo tempo: Parigi. Questa città era il centro della cultura e dell’istruzione in quel momento. È al Collegio dei Gesuiti di Clermont, la scuola più moderna che esistesse all’epoca, che va a studiare. Quando ha circa 16 anni è lacerato da una profonda crisi. La ragione di ciò può sembrarci oggi un po’ banale, ma per Francesco non lo era. Tutto girava intorno alla celebrazione del Carnevale. Da un lato, voleva immergersi nell’atmosfera di festa con i suoi amici. D’altro lato, pensava che feste come il Carnevale, alla vigilia della Quaresima, potevano avere un’influenza negativa su di lui, la festa disinibita e senza limiti non è senza conseguenze. Il problema e di conseguenza la lotta interna per Francesco era enorme, gli ci sono volute settimane per superare la crisi.[2] E sicuramente ha avuto in quel periodo momenti in cui “piangeva dentro di sé”.
    Fortunatamente, Francesco è sopravvissuto a questa e ad altre crisi più tardi. Quando poi la gente gli chiede: “Cosa devo fare se non mi sento bene?”; “Cosa devo fare se mi sento depresso per un giorno, se mi sembra che sono alla fine dell’ingegno!” o “Cosa devo fare se sono triste?”. Allora il santo sa benissimo cosa rispondere, perché è un esperto per esperienza. La tristezza fa parte della vita: “In questa vita camminiamo come sul ghiaccio, rischiando ad ogni passo di incespicare e cadere, ora nella tristezza, ora nella mormorazione, poco dopo sarà la volta di stravaganza di spirito che faranno sì che nulla si possa fare per accontentarci”.[3]
    Queste cose Francesco non prende alla leggera, ovviamente egli distingue tra l’essere un po’ triste o depresso e una crisi profonda, lunga ed esistenziale. Il vescovo savoiardo parla di cose fondamentali, si tratta di aspetti importanti dell’esistenza umana. Cose che toccano il tuo essere più profondo, che ti portano fuori di te stesso, testimonia Francesco stesso: “Ero come un uomo colpito da un fulmine, la mia lingua era senza parole e i miei occhi fissi all’infinito!” [4]. Come se il mondo smettesse di girare, o continuasse a girare senza te. La tristezza può fermarti il cuore, strapparti via da questo mondo per un momento, o per più tempo.

    Perché affrontare le crisi di tristezza?

    Ci sono diversi motivi, secondo Francesco, per tenere sotto controllo la tristezza. Il primo motivo per gestire quelle crisi è molto semplice. Scrive che non dovresti lasciare che la pace interiore venga disturbata quando sei triste o preoccupato, se fai le cose senza desiderio, senza sentimento e senza forza.[5] In un momento di crisi esiste la probabilità che la pace interiore vada persa. È importante controllarsi in modo da non cadere negli estremi, non troppo a destra, non troppo a sinistra, perché questo non è buono per l’equilibrio interiore. “Tieni bene la tua anima tra le mani, perché non ti sfugga né a sinistra né a destra; voglio dire, né che si addolcisca tra gli affetti dei genitori, né che sia triste tra le loro passioni e la diversità degli umori con cui si deve convivere”. [6]. Francesco è realista, ci sono quei giorni in cui tutto va storto, ma l’uomo deve stare con i piedi fermi per terra. Passioni, capricci, sentimenti e spensieratezza, sono guide cattive per la vita quotidiana.
    Un altro motivo per non lasciarsi trascinare da ogni tipo di crisi è la visione fondamentale di Francesco che l’uomo dovrebbe essere un essere gioioso, pieno di speranza, felice e allegro. Dio, a suo avviso, ha predestinato l’uomo alla felicità. Un figlio di Dio non è guidato dal dolore. “Non riesco a pensare come potete ammettere queste incommensurabili tristezze nei vostri cuori, essendo figlia di Dio, da tempo posta nel seno della sua misericordia e consacrata al suo amore. Devi alleviare te stesso, disprezzando tutti questi suggerimenti tristi e malinconici che il nemico ci dà con la sola intenzione di stancarci e infastidirci”.[7] Siamo voluti da Dio, non abbiamo motivo di andare in giro infelici. Egli ama l’uomo e lo protegge. Dio stesso è buono. “Non permettere mai che la tua anima sia triste o viva nell’amarezza di spirito, o negli scrupoli, poiché Colui, che l’ha allevata e che è morto per sostenerla, è così buono, così mite, così amabile” .[8]

    Tipi di cause della tristezza e della malinconia umana

    Ci sono diversi motivi per cui una persona può sentirsi triste o un po’ giù. Nelle lettere di Francesco ai suoi corrispondenti troviamo numerosi esempi di questo. Egli scrive più volte: «questa notizia mi rattrista», «questo mi tocca», «non sono contento di questo».
    Notizie o messaggi dall’esterno possono rendere le persone tristi o metterle  a disagio. Qualcosa che accade a una persona di cui non è responsabile: la malattia di un amico; la scelta di trasferirsi in un’altra città; la morte di un familiare; l’arrivederci a una persona cara per un periodo di tempo più lungo... Questo è il tipo di tristezza che è inerente alla vita e c’è davvero poco che si può fare.
    Oltre alle cause esterne, ci sono anche cause interne. E qui le persone stesse possono fare qualcosa. Uno di quei motivi che causano tristezza o malinconia è la mancanza di conoscenza di sé. Francesco potrebbe dirci che fingiamo di conoscerci molto bene. Fingiamo di essere grandi e robusti, eppure dobbiamo ammettere che a volte inciampiamo e cadiamo con il naso a terra. “Cosa significa che se ci capita qualche imperfezione o peccato siamo storditi, confusi e impazienti? Senza dubbio è perché pensavamo che fosse qualcosa di buono, risoluto e solido; e quindi, quando vediamo che non è così, l’effetto è che ci hanno messo il naso nella terra, siamo ingannati, e quindi disturbati, offeso e preoccupato. Se sapessimo bene chi siamo, invece di rimanere sbalorditi nel vederci per terra, ci chiederemmo come possiamo restare in piedi” .[9] Quindi è importante conoscerci bene, sapere quanto valiamo, quali sono i nostri talenti e quali sono le nostre debolezze, e soprattutto accettarci come siamo. Già questa autoconoscenza impedisce molta tristezza. Francesco scrive nella stessa lettera che un amor proprio troppo grande ci rende irrequieti. Perché se qualcosa interferisce con i nostri piani, vogliamo liberarci del male il più rapidamente possibile. Qualcosa che incrocia le nostre idee ci rende infelici. Vogliamo avere sempre ragione e sappiamo le cose sempre meglio, vogliamo realizzare i nostri piani, Francesco ci consiglia un po’ più di dolcezza e dolcezza con noi stessi, altrimenti saremo sopraffatti dalla frustrazione e dallo sconforto.[10] Non a caso il seguente è uno dei detti famosi di Francesco scritto a Madame de Brulart: “Per favore abbi pazienza con tutti, ma prima di tutto con te stesso!”.[11]
    Un’ultima importante categoria di cause di tristezza è l’accumulo di pensieri oscuri. Si tratta secondo Francesco di una massa di piccoli pensieri individuali (con cause interne e esterne) che si fondono in un grande pensiero oscuro che rende la vita dura e triste. Tutti quei piccoli dolori diventano un grande blocco insormontabile senza che ce ne rendiamo conto. Francesco di Sales usa qui l’immagine della rana pescatrice. “Movendo e spingendo qua e là la melma, intorbidisce l’acqua intorno a sé per nascondersi in essa, tenendo insidie; e appena scorge i poveri pesciolini, si lancia su di essi, li ghermisce e li divora.” Allo stesso modo, i sentimenti vengono colpiti finché non rimane altro che pensieri aspri e amari che offuscano la vita.[12]

    Conseguenze della tristezza

    Abbiamo già accennato alcune conseguenze precedentemente, ma nell’Introduzione alla vita devota Francesco descrive altre conseguenze della tristezza e la malinconia. La crisi della tristezza può avere più conseguenze negative che buone, le conseguenze negative sono la paura, l’indolenza, la gelosia, l’invidia e l’impazienza. Quindi la tristezza rende la persona irrequieta, confusa, sconvolta, indecisa, toglie coraggio e forza “come un inverno rigido che distrugge ogni bellezza sulla terra, che rende rigidi tutti gli esseri viventi”.[13] Fa in modo non si vede più la bellezza e l’uomo diventa paralizzato nelle sue azioni. “La tristezza toglie ogni bellezza all’anima, la rende quasi paralizzata e impotente in tutte le sue facoltà”.[14] Però ci sono anche conseguenze positive causate dalla tristezza: compassione con se stesso, accettazione di sé e la volontà di fare meglio in futuro.[15]

    Rimedi per la tristezza e la malinconia

    Cosa si deve fare allora per combattere quella tristezza e quella malinconia? San Francesco di Sales stesso ha superato tante piccole e grandi crisi nella propria vita e dalla sua esperienza egli dà alcune semplici raccomandazioni.
    Nelle opere scritte di Francesco di Sales troviamo due raccomandazioni che sono forse le più importanti. La prima regola d’oro è: riconosci che sei triste, ammetti da te stesso che non va tutto bene. Questo è fondamentale! Ammettere a te stesso che sei triste, malinconico, un po’ depresso. Riconoscere che le cose non vanno bene, è il primo passo, tanti corrispondenti delle lettere a Francesco lo fanno.[16]
    La seconda regola che possiamo trarre dagli scritti di Francesco è che la persona che è triste o in una crisi di malinconia non può chiudersi in se stesso ma deve aprirsi e parlare. Lo notiamo nelle innumerevoli lettere che Francesco ha scritto. Sembra che ogni volta che qualcuno parla di dolore o crisi, Francesco risponda ad esso. Questo “aprirsi e parlare”, lo suggerisce molto esplicitamente nell’Introduzione alla vita devota: Parlane con qualcuno, il tuo direttore spirituale, la tua guida, un amico.[17] Altre volte dice persino che se vedi che qualcuno non sta andando bene e sospetti che non voglia condividerlo, conviene prendere l’iniziativa e andare a parlare con la persona.[18] Parlare non è solo per condividere la sofferenza con gli altri, ma perché le persone hanno bisogno del sostegno reciproco. La gioia e la tristezza fanno parte della vita, e cosi, riferendosi a san Gregorio, dice che dobbiamo comportarci come chi cammina sul ghiaccio, per restare in piedi, saldi e stabili nell’impresa: “si devono prendere per mano o sottobraccio, affinché se uno di loro scivola, venga trattenuto dall’altro e che egli a sua volta sia sorretto se dovesse correre il rischio di cadere”.[19]
    È importante dare tempo a tutto questo processo; così scrive a una suora: “a poco a poco spezzerai il sentiero verso ogni amarezza e malinconia spirituale”[20]. Proprio come la tristezza di solito si accumula lentamente in una persona in un sentimento di disagio, così uno deve restaurare poco a poco la felicità. È praticamente impossibile che questo disagio scompaia da un momento all’altro, per guarire dalla crisi si deve prendere il tempo necessario.
    Francesco scrive che per non abbandonarsi alla tristezza è importante non interrompere il ritmo della vita quotidiana. Quando si sente triste o depressa la gente tende a sprofondarsi sul divano, sdraiarsi sul letto, chiudersi in se stesso, ma non è questo – secondo il Vescovo - il modo di dare tempo alla guarigione. “Combatti con forza la tendenza alla tristezza; e anche se hai l’impressione che tutto quello stai facendo in quella triste condizione rimanga distante e freddo, non rinunciare a farlo”[21]. Quindi si tratta di non chinare la testa, ma cercare, nonostante tutto, di andare avanti e fare ciò che altrimenti si fa. Non ha senso sguazzare nei sentimenti neri, perché allora ti pentirai solo per te stesso.
    Si tratta di essere impegnati tutto il giorno e non lasciare spazio nel cervello per pensieri depressi o tristi. Essere occupati o tenersi occupati: “Fai una passeggiata, leggi qualche libro, uno di quelli che ami di più” [22]. Oppure, Francesco suggerisce anche, è di fare non uno, ma diversi, tipi di lavoro manuale.[23]
    Per cacciare la tristezza, consiglia a molti dei suoi amici di cantare. Quando hai paura, quando sei triste, quando sei depresso dovresti cantare o ascoltare musica. Il nemico della tristezza è, ovviamente, la felicità. Quando canti, con voce allegra, da una parte togli i veli del malessere e dall’altra pensi ad altro.[24]
    Ma la cosa più importante è mantenere una sorta di equilibrio nella propria vita. Un equilibrio, come lo chiama Francesco, tra “paura e speranza, dolore e gioia”. Questi sentimenti fanno parte della vita e per questo bisogna assicurarsi che siano più o meno in equilibrio tra di loro. Nessuno dovrebbe prevalere in misura estrema. “Oggi saremo eccessivamente felici, e subito dopo saremo estremamente tristi. In tempo di carnevale vedremo gioie e letizia che si manifestano attraverso azioni giocose e sciocche, e subito dopo di te vedrà dolori e affanni così estremi che è una cosa orribile e, sembra, irreparabile. Qualcuno [qualche volta] avrà troppa speranza a quest’ora e non potrà temere nulla, che poco dopo sarà preso da una paura che lo farà sprofondare nell’inferno”.[25] Questa presa di coscienza deve guidare la persona a una sorta di distinguere o valutare bene le cose. Per alcune cose vale la pena essere tristi, per altre molto meno.[26] Molte cose rendono tristi e in realtà non ne vale la pena. Si attribuisce troppo valore a certe cose e questo non è affatto necessario. Per esempio: l’attaccamento a ciò che pensano gli altri, il loro giudizio o la loro opinione, la dipendenza a certe abitudini o alla propria libertà. Quando hanno troppo importanza possono causare malessere e tristezza.[27] Francesco di Sales suggerisce di vivere con una sorta di “santa indifferenza”. Non dovrebbe importare se facciamo questo o quello. Oggi lo faccio perché devo farlo, domani lo faccio perché devo farlo, senza preoccuparmi del futuro. “Chi facesse così, non avrebbe mai rimpianti, o inquietudini, perché dove c’è la vera indifferenza, non ci può essere né dispiacere né tristezza”.[28]

    Preghiera per chi è triste

    Un ultimo aiuto per chi è triste è la preghiera. Nelle sue lettere Francesco fa spesso il paragone con la tristezza di Gesù in Croce.[29] Il Figlio di Dio è l’esempio di come affrontarla in modo dignitoso. E nel capitolo sulla tristezza nell’Introduzione alla vita devota, scrive molto esplicitamente: “Chi è triste deve pregare”, riferendosi alla lettera di James, “La preghiera è il rimedio più efficace perché innalza lo spirito a Dio, nostra unica gioia e consolazione”.[30] La preghiera della persona triste che chiede sollievo, perché alla fine, anche nei momenti di dolore, bisogna confidare in Dio.[31] Francesco di Sales scrisse la preghiera che segue a Jeanne de Chantal il 25 gennaio 1612.[32]
    O Signore Gesù, per la tua incomparabile tristezza, per la desolazione senza pari che occupava il tuo cuore divino sul Monte degli Ulivi e sulla croce, e per la desolazione della tua cara Madre, che ebbe mentre era privata della tua presenza, sii la gioia, o almeno la forza di me, quando la tua Croce e la tua Passione sono unite in modo molto unico con me. Amen.


    NOTE 

    [1] I. Exorde d’un sermon pour le Lundi de Pâques, Œuvres: Tome X, Sermons: Vol IV, 431-432.
    [2] Cfr. A. Ravier, Francesco di Sales. Un dotto e un santo, Milano, Jaca Book, 1987, 24-27.
    [3] Francesco di Sales, I trattenimenti. Colloqui con le sue Figlie, R. Balboni (a cura di), Roma, Città Nuova, 21993, 76.
    [4] Lettre LIII, Œuvres: Tome XI, Lettres: Vol I, 172.
    [5] Lettre CDLXVIII, Œuvres: Tome XIV, Lettres: Vol IV, 52.
    [6] Lettre DXXXI, Œuvres: Tome XIV, Lettres: Vol IV, 160.
    [7] Lettre MCCCXL, Œuvres: Tome XVIII, Lettres: Vol VIII, 417.
    [8] Lettre MCCCXL, Œuvres: Tome XVIII, Lettres: Vol VIII, 59.
    [9] Lettre CCLXXX, Œuvres: Tome XIII, Lettres: Vol III, 28.
    [10] Lettre CCLXXX, Œuvres: Tome XIII, Lettres: Vol III, 28.
    [11] Lettre CCLXXVII, Œuvres: Tome XIII, Lettres: Vol III, 19; Cfr. Lettre CCCXXXI, Œuvres: Tome XIII, Lettres: Vol III, 149 ; Lettre CDLV, Œuvres: Tome XIV, Lettres: Vol IV, 22.
    [12] TAD, 656.
    [13] IVD, 265-266.
    [14] IVD, 266.
    [15] X. Quelques avis pour combattre la tristesse, Œuvres: Tome XXVI, Opuscules: Vol V, 227-228.
    [16] [16] X. Quelques avis pour combattre la tristesse, Œuvres: Tome XXVI, Opuscules: Vol V, 230.
    [17] IVD, 267; Cfr. [17] X. Quelques avis pour combattre la tristesse, Œuvres: Tome XXVI, Opuscules: Vol V, 232.
    [18] Francesco di Sales, I trattenimenti. Colloqui con le sue Figlie, R. Balboni (a cura di), Roma, Città Nuova, 21993, 243.
    [19] Ibid, 76.
    [20] Lettre CCCXV, Œuvres: Tome XIII, Lettres: Vol III, 112.
    [21] IVD, 266 ; Cfr. Lettre DCLVI, Œuvres: Tome XV, Lettres: Vol V, 9-10.
    [22] Lettre CCCXV, Œuvres: Tome XIII, Lettres: Vol III, 112..
    [23] IVD, 266; Cfr. X. Quelques avis pour combattre la tristesse, Œuvres: Tome XXVI, Opuscules: Vol V, 231.
    [24] Lettre CCCXV, Œuvres: Tome XIII, Lettres: Vol III, 112.
    [25] L. Sermon de Profession pour la fête de saint Luc, Œuvres: Tome X, Sermons: Vol IV, 118.
    [26] Cfr. IVD, 294-295
    [27] Cfr. Lettre CCXXXIV, Œuvres: Tome XII, Lettres: Vol II, 263.
    [28] Francesco di Sales, I trattenimenti. Colloqui con le sue Figlie, R. Balboni (a cura di), Roma, Città Nuova, 21993, 138.
    [29] Cfr. XXIV. Sermon de Vêture pour le lundi de la dix-neuvième semaine après la Pentecôte, Œuvres: Tome IX, Sermons: Vol III, 210.
    [30] IVD, 266; [30] X. Quelques avis pour combattre la tristesse, Œuvres: Tome XXVI, Opuscules: Vol V, 231-232.
    [31] IVD, 267.
    [32] Cfr. Lettre DCCXLVIII, Œuvres: Tome XV, Lettres: Vol V, 161.


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