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    13. Evangelizzare comunicando a tutto campo


    Giovanni Fedrigotti, NUOVA EVANGELIZZAZIONE CON LO STILE DI DON BOSCO, Inedito 1999

     

    "Vi prego e vi scongiuro di non trascurare questa parte importantissima della nostra missione" (Don Bosco).


    Comunicare nella terra della incomunicabilità: Gesù e la Samaritana (Gv 4, 4-44)

    Vorrei rileggere lo splendido brano della samaritana sotto il profilo della comunicazione.
    Non può sfuggire il significato teologico di questa chiave di lettura. Cristo infatti prende l'iniziativa a nome di Dio e viene a ricostruire la comunicazione distrutta dal peccato dell'uomo. Comunicazione che è grazia, spirito, acqua viva, fede.
    A monte stanno le immagini dell'Antico Testamento, specialmente di Osea, profeta di Samaria, che era allora regno d'Israele in opposizione al Regno di Giuda.
    È il Messia che incontra Samaria, la prostituta, che genera figli illegittimi (cf Osea 1,2).
    È il Messia-Sposo che va a cercare la sposa, perduta dietro amori infedeli (cf Osea 2, 15-16: “la sedurrò portandomela nel deserto e parlando al suo cuore”).
    È lo stile caratteristico di Giovanni, che sceglie con cura i fatti da narrare, in base alla loro capacità di veicolare i contenuti teologici, che gli stanno a cuore. Occorre dunque tenere presenti tre strati di lettura: quello storico, quello biblico (Antico Testamento), quello teologico.
    * Gesù "doveva passare per la Samaria” (v.4,4).
    Samaria era considerata eterodossa, razza di sangue misto e di mista religione. Gente da cui era meglio stare alla larga e non comunicare affatto. Correva proprio cattivo sangue fra Giudei e Samaritani. Il guasto grosso lo avevano fatto gli Assiri, deportando il meglio della popolazione e sostituendovi dei coloni assiri (2 Re 17), che si fusero poco a poco con gli Ebrei superstiti, creando quello che venne ritenuto un sangue bastardo.
    Nel 128 a.C. i Giudei avevano distrutto il tempio samaritano sul mone Garizim. E in seguito alcuni samaritani avevano profanato il Tempio di Gerusalemme, spargendovi ossa umane.
    Ai tempi di Gesù l'ostilità era ancora vivissima, se ancora nel 52 d.C. i Samaritani fecero strage di un gruppo di Giudei, che attraversavano il loro paese.
    Da qui si comprende perché dire "Samaritano" era pronunciare una gravissima offesa (cf Gv 8,48).
    Uno dei dialoghi più belli del Vangelo avviene, dunque, sullo sfondo di una storia drammatica, che dice: "Proibito dialogare".
    * “Gesù, affaticato com'era, si fermò a sedere sopra il pozzo. Era l'ora sesta" (v. 4,6).
    Viene in mente lo splendido versetto del Dies irae; "Ti sei seduto, stanco per il lungo ricercare”. Gesù è stanco, la Samaritana è fuori orario (al pozzo si andava mattina e sera...) e, dunque, di fretta. Mancano tutti i requisiti per una buona comunicazione. Eppure… Per Gesù, è sempre tempo di comunicare.
    * "Dammi da bere" (v. 4,7).
    È un bisogno elementare, a quell'ora. L'acqua, rara e preziosa, è un segno di accoglienza e di ospitalità. È come se Gesù dicesse: “Fammi posto nel tuo cuore". La donna capisce. Gesù, che viene ad aiutare e a salvare, apre il dialogo, chiedendo aiuto. Egli non ha il "complesso di superiorità" proprio dei Giudei, ma, caso mai, si veste con un "complesso di inferiorità". Si mette accanto alla donna su un piano di uguale dignità, anzi, in qualche modo, si mette al di sotto di lei, come il mendicante che stende la mano.
    Comunicare significa riconoscere la dignità dell'altro, renderlo cosciente dei doni che può offrire, mettendo a nudo - senza vergognarcene - la nostra povertà e vulnerabilità.
    * "Come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?" (I Giudei, infatti, non usano nulla in comune con i samaritani) (v.4,9).
    Nella opinione comune i samaritani erano sempre ritualmente impuri. E le donne, peggio.
    Un terzo ostacolo, dunque, insormontabile per una buona comunicazione.
    * "Se tu conoscessi il dono di Dio" (v. 4,10).
    È un altro dei ritornelli di Osea, quello della conoscenza di Dio (cf 4,1 4,6 6,8 8,2). La Samaritana è donna, tuttavia, e Gesù stimola la sua curiosità.
    * "L'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua zampillante per la vita eterna" (v.4,14).
    Il vocabolo usato dice il saltellare dell'essere vivente. Lo usano i LXX, quando parlano dello Spirito che "salta addosso" a Sansone, Saul e Davide. Il termine rafforza l'identificazione fra l'acqua giovannea e lo Spirito Santo. Di questo portano l'eco S.Ignazio (“un'acqua viva che parla in me e mi dice dal di dentro: Vieni al Padre”) e S.Giustino (“come una fontana d'acqua viva, scaturita da Dio, ha fatto scaturire questo nostro Cristo”).
    Comunicare a livello profondo significa donare Spirito e aprire nel cuore del partner la sorgente dell'uomo nuovo. Lo Spirito è comunicazione, come dimostra, in modo straordinariamente vivo, il miracolo delle lingue il giorno di Pentecoste.
    * "La donna lasciò la sua anfora, andò in paese e disse alla gente: Venite a vedere un uomo, che mi ha detto tutto ciò che ho fatto: che sia forse il messia?" (v. 4,28-29).
    La Samaritana sprigiona felicità. È la gioia di un incontro riuscito. Di una umanità ritrovata (“venite a vedere un uomo”). C'è pentimento, apertura a Dio, voglia di innestare una nuova catena di comunicazione. Sull'orlo del pozzo - segno della vita vecchia e degli antichi pregiudizi, e di un bisogno ormai saturato - resta l'anfora, da cui si è liberata come da una palla al piede. Non ne sente più bisogno, perché il vino nuovo dello scoperto Messia l’ha oramai inebriata.
    Gesù ha "bucato" il video, la comunicazione è riuscita, un cuore nuovo esprime la freschezza di una gioia ritrovata .

    Don Bosco comunicatore: un messaggio per la chiesa d’oggi

    Un conoscitore non superficiale del Santo evidenziava la "fresca e vigorosa modernità" di don Bosco", e confessava il suo stupore per "l'inesauribile capacità inventiva e l'originale risposta agli eventi", e per il suo sforzo di collocarsi fra la gente.
    Appartiene ad un tale profilo, la speciale, istintiva sensibilità di don Bosco per il "fenomeno comunicazione".
    È un aspetto costitutivo della sua "supervocazione" educativa, poiché radice del rapporto educativo è la capacità di raggiungere il cuore dell'altro e di comunicare veramente con lui. È questa la sorgente originaria, che fa di quella "comunicativa" una dimensione pervasiva dello spirito salesiano. Parli o scriva libri, faccia catechesi o predichi in chiesa, sia che dialoghi "a tu per tu" o cerchi di raggiungere una massa, nel suggerire atteggiamenti pedagogici o accorgimenti didattici, sempre don Bosco sembra viaggiare sui due binari - pedagogici e spirituali, ad un tempo - di una "logica della comunicazione" strettamente congiunta ad una "logica della relazione".
    L'intera vita dell'Oratorio di don Bosco - con le chiese e i cortili, le feste e le tradizioni, le attività varie e gli impegni severi - potrebbe essere riletta come un efficace "sistema di comunicazione", come notò Umberto Eco.

    Comunicazione globale ed educativa
    Don Bosco ha chiara coscienza della dimensione "comunicativa" della sua missione di educatore-evangelizzatore e ne tira tutte le conseguenze.
    La sua gran voglia di comunicare si trasforma, quasi, in una ossessione linguistica. La lingua, deve essere accessibile e popolare, ma non sciatta. Dalla lingua “alta” dell’eloquenza ufficiale, don Bosco - velocemente ammaestrato dall’esperienza - passa ben presto alla lingua “bassa”, vicina al popolo. Usa il dialetto in modo pittoresco ed efficace, per farsi capire dai suoi ragazzi, caricandolo di "dialoghi" e di colore locale.
    Tiene sotto controllo il prezzo dei suoi libri, per agevolare una larga diffusione, e si preoccupa delle modalità di distribuzione e di vendita.
    Usa una articolata pluralità di "mezzi": slogans e scritte murali, libri e messaggi personalizzati, musica e teatro. La parola viva della "Buona Notte" - in cui è spesso inserita la fascinosa narrazione dei suoi "sogni" - si sposa con la letterina personale e la "parolina all'orecchio".
    Ha inventato le compagnie (associazioni educative), perché il messaggio corresse su "linee orizzontali" e fosse più facilmente accolto. Per lo stesso motivo ha rimarcato con forza il significato educativo del "cortile", ove la comunicazione avviene in clima di "compagnia", piuttosto che "ex cathedra". E si traduce più volentieri in una "parola all'orecchio", in un colloquio porta a porta piuttosto che in una proclamazione dogmatica, magari accompagnata da minaccia di fulmini e saette.
    Meriterebbero un discorso a parte le sue passeggiate, banco di prova per le capacità comunicative dei suoi ragazzi, ed efficace strumento di diffusione "capillare" della sua proposta oratoriana. Quelle "autunnali", che ebbero luogo dal 1847 al 1864, erano "grandissime e fragorosissime, accompagnate da tramestio di organizzazione, banda, teatri, funzioni religiose, canti..." (P. Braido). Una specie di miscuglio di marcia-festival happening!
    Moltiplica i comunicatori, dando vita ad un autentico movimento di comunicazione diffusa. Si estende dentro e fuori dell'Oratorio. Si mobilita per feste e accademie, lotterie e raccolte missionarie. Percorre i canali collaudati della "pubblicità" e quelli - più umili, ma non meno efficaci - del dialogo e del contatto personale.
    A Valdocco, ogni cosa sembra orchestrata per costruire un ambiente comunicativo: capace di una comunicazione globale e multisensoriale, "intermittente" nelle modalità concrete, ma "continua" per la logica che la comanda.
    Il suo sogno è di raggiungere "tutto l'uomo", coinvolgendo sensi capacità e interessi, catturando l'intelligenza, ma approdando al cuore, donde si dipana - più stabilmente - il bandolo della vita.
    Ma vorrebbe pure essere accanto ai giovani, in "tutti gli ambienti". In una circolare del 1885, egli spiega che il suo "Progetto editoriale" intendeva "entrar nelle case", "condurli in chiesa", raggiungere i giovani nella scuola, accompagnarli "nelle ore della ricreazione", fino a trasformare tutti in comunicatori di salvezza.
    Un’"ottica comunicativa", a tutti i livelli, capace di "aggiornare" le intuizioni di don Bosco adattandole al nostro tempo, fa parte dei lineamenti essenziali di una persona, di un'opera, di una iniziativa che voglia dirsi davvero educativa ed evangelizzatrice.
    In effetti don Bosco tende ad inquadrare i molteplici aspetti del reale in un'ottica educativa. Di tutte le forme di comunicazione la più importante - egli direbbe - è quella che ha un maggior influsso educativo. E l'influsso educativo è in relazione col "bersaglio" che don Bosco vuol colpire: il centro dell'uomo, il suo cuore.

    Evangelizzatore credibile
    Don Bosco si fa - per grazia e d’istinto - "modello del buon comunicatore". Ne ha la qualità fondamentale: la "credibilità".
    Essa consta di competenza educativa, capace di mettersi in ascolto dei giovani, commisurando la risposta ai loro bisogni e, comunicando, prima di tutto, quella certezza di "essere amati", che crea una immediata sintonia con l'educatore.
    È materiata di personale coerenza, per cui - anche senza volerlo - don Bosco assume la funzione di "modello", poiché, in lui, la parola segue sempre la vita, quasi a diffonderne l'eco e a farne l'esegesi.
    Si impone per l'empatia/amorevolezza, per cui don Bosco, frantumando le gabbie dei "ruoli", sa incontrare il giovane sul suo terreno, passando - come egli amava ripetere - interiormente, prima che esteriormente, dalla cattedra al cortile. Egli sa "vestire" il suo amore di segni leggibili, traducendolo in un "codice", che il ragazzo capisce al volo.
    Don Bosco è "credibile" perché tutto lascia intravvedere la sua intenzionalità non egocentrica. Il ragazzo capisce che don Bosco non sta trafficando per la propria bottega, non ingrassa a spese altrui, ma dà tutto, fino all'ultimo respiro, "perché egli sia felice", in terra e in cielo. La prima cosa ad essere comunicata è sempre la sua "amorevolezza".
    Radice ultima e complessiva della sua "credibilità" era la sua "santità", per la quale l'educatore torinese era divenuto davvero, agli occhi dei suoi ragazzi, "l'uomo nel quale Dio si racconta" (Evdokimov): di qui la sua formidabile efficacia nella "comunicazione" religiosa.

    Messaggio accessibile
    Il "buon comunicatore" si raccomanda anche per la qualità del suo "messaggio".
    Il messaggio di don Bosco è "semplice", non "cifrato": espresso con chiarezza, usando linguaggio e colorito popolare, inteso a comunicare l'essenziale. Non fa "voli pindarici", ma segue, passo passo, la capacità di comprensione dei suoi allievi. Si tiene ben legato alla vita e alla quotidianità della vita del giovane e della famiglia.
    Esso è "concreto", popolato di esempi, fatti, parabole, storie di vita, con riferimenti diretti all'ambiente in cui i giovani vivono, con attenzione a quello stile descrittivo, ricco di particolari, che sbalza la realtà come un altorilievo. Certe pagine delle "Memorie dell'Oratorio" lasciano intravvedere il "gusto" comunicativo e narrativo, che incatenava l'attenzione della gente e dei ragazzi.
    È "aperto", flessibile, pronto ad accogliere nuovi contributi: tipica di questo stile è la sua "buona notte", che, per definizione, deve accogliere e valorizzare in modo educativo i fatti del giorno.
    È "coerente", col suo "metamessaggio", cioè col suo contesto: lo stile di vita di don Bosco, il clima dell'Oratorio, lo spirito dei collaboratori fa sì che ogni "interferenza", fonte di confusione e di disturbo comunicativo, resti esclusa, o, almeno, ridotta.
    Non è "ansiogeno", perché accompagnato dal "sorriso di don Bosco, che è mezza la sua pedagogia" (Don Caviglia), per il gran clima di allegria che regna all'Oratorio, perché incoraggia, dà fiducia, e, in caso di fallimento, lascia sempre sperare il perdono.
    Non è "autoritario", per il "clima di famiglia" entro cui esso viene comunicato, e perché, dietro tutti i messaggi, si illumina, come in filigrana, la paternità di Dio, di cui don Bosco è annunciatore felice, che invita al dialogo e alla crescita continua.
    Lo sforzo di essere "comunicatori credibili", capaci di mandare messaggi "efficaci", diventa per l’educatore, che si ispira a don Bosco, uno "stile di vita". La coerenza fra "ciò che si è" e "ciò che si dice", fra ciò che si “sa” e ciò che si “fa”, fra la parola nostra e la Parola di Dio trasforma il "processo di comunicazione" educativa ed evangelizzatrice anche in un continuo "processo di costruzione" di quell’"uomo nuovo", che siamo chiamati a diventare.

    Una chiesa che parla alla vita

    Cultura e comunicazione sociale sono indicate come la prima tra le "vie preferenziali" per la Nuova Evangelizzazione.
    "Comunicazione sociale" significa "cultura popolare" e possibilità di "inculturare" il Vangelo.
    Poiché "comunicare" è cuore del Progetto di Dio sull'uomo, anima della Buona Notizia evangelica, espressione genuina di carità pastorale, intimo movimento di vita della Trinità Santa, che ci coinvolge nel Suo Mistero di Amore.

    Una comunicazione vitale
    Quando parlate al popolo - suggeriva bonariamente il futuro Giovanni Paolo II ai preti - non state su alti, vicino alle canne dell’organo, ma scendete giù bassi, vicino al cuore della gente.
    Come fare, dunque? Ecco alcune indicazioni.
    - Leggere e capire la vita della gente pare il primo passo indispensabile. Ci sono problemi, sofferenze diffuse, difficoltà e gioie di famiglia... La gente si sente compresa quando l’interlocutore si rivolge ad essa, partendo di lì. Il pastore e l’evangelizzatore non può partire da “fuori”, ma solo da “dentro” il popolo di Dio. La “vita fra la gente”, l’ascolto reale delle famiglie e dei giovani, il sapore della vita vera è l’indispensabile piattaforma, da cui muove l’evangelizzatore.
    - Leggere e capire quanto la verità cristiana (Sacra Scrittura e...tutto il resto) sia stata elaborata a partire dalla vita: una vita reale, sofferta, a volte drammatica che la presenza dello Spirito ha trasformato in una vita “esemplare”, canonica, normativa...
    - Ritornare alla vita carichi del dono di illuminazione-consolazione-interpretazione, che l’incontro del “Veritatis Splendor” - biblico, dogmatico, etico, sociale - ci ha comunicato.
    - Parlare la lingua della gente: la parola, il fraseggio, la battuta idiomatica, la struttura del periodo, il “colorito locale” vanno curati in modo tale da risultare “familiari” all’orecchio della gente. Si crea così reale prossimità fra l’oratore e l’interlocutore, fra il messaggio e il suo destinatario, fra la verità che salva e il complesso mondo dell’uomo, che invoca salvezza.
    E si potrà sperare che lo sforzo di evangelizzazione nuova non fallisca il suo bersaglio, che è il cuore dell’uomo e della donna di oggi.
    Forse, l’omelia, la lezione di catechismo, l’introduzione alla riflessione di un gruppo, ecc. potrebbero guadagnarne sensibilmente, strutturandosi così...

    Preghiera

    Ti guardo, Signore, seduto
    sulla vera del pozzo,
    come si fa tra amici;
    e, nell’ombra notturna,
    odo il sussurro
    con Nicodemo.

    Ti vedo abbracciare bambini
    consolare donne piangenti
    accogliere i mille
    dolori dell’uomo.

    Ti ascolto, mentre paziente
    dialoghi coi tuoi discepoli
    o ti batti fieramente,
    in un sofferto corpo a corpo,
    contro le insidie ricorrenti
    dei farisei.

    Ti contemplo, attraverso la semplicità
    della pagina evangelica,
    per cogliere il Tuo segreto:
    quello per cui dicevi “Vieni”
    e l’invitato lasciava tutto
    e Ti seguiva.

    Comunicavi con autorità
    perché, prima,
    ti ponevi in ascolto
    del segreto di Dio,
    del dolore dell’uomo.
    Tu, che sei l’Ultimo
    Verbo su Dio,
    Tu che sei Tutto
    il Vero dell’uomo.

    Il tuo fare, il tuo vivere
    precedeva il parlare
    e ne diveniva
    coerente commento,
    perché Tu sei la via.

    Comunicavi amando,
    non da signore a servo
    ma da amico ad amico,
    da cuore a cuore
    da Padre a figlio.
    Perché Tu sei la Vita.

    E, dentro ogni tua parola,
    verità e carità
    vibravano insieme,
    in serena armonia,
    perché tu sei Uno
    col Padre e lo Spirito.
    Amen.

     


    T e r z a
    p a g i n A


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