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    Credere dopo la crisi: aprirsi alla spiritualità del quotidiano


    Credere dopo la crisi:

    aprirsi alla spiritualità

    del quotidiano

    Francesco Cosentino



    Le Chiese si svuotano, l’analfabetismo religioso cresce e la domanda su Dio sembra appassionare sempre meno persone, almeno in Europa. Eppure, in qualche modo la pandemia ci ha fermati, ci ha costretti a restare soli con la nostra solitudine e, almeno fino a un certo punto, ha forse risvegliato un desiderio di interiorità e di spiritualità. Forse, questo tempo di pandemia ci chiede di interrogarci proprio su come alimentare e far rinascere la spiritualità cristiana.
    Ecco allora la terza cosa da fare per ritornare a credere dopo la crisi: percorrere vie nuove per vivere in modo nuovo la spiritualità cristiana, coniugando la proposta spirituale della fede cristiana con i sentieri, spesso interrotti e travagliati, della vita quotidiana. La pandemia, con lo strascico di paure, di angosce per il futuro, di una nuova percezione del tempo e delle situazioni-limite della nostra vita come la malattia, la sofferenza e la morte, invoca un cristianesimo incarnato nella vita reale, finalmente libero dal dominio del senso del dovere e del peccato (spesso dal senso di colpa), e capace di accompagnare, benedire e promuovere la vita, La pandemia ci lascerà un mondo ferito: abbiamo bisogno del forza consolante del Vangelo e non di una religiosità esteriore, rigida e spesso noiosa.
    Quali sono i tratti di una spiritualità del quotidiano. Volendone delineare in modo sintetico alcuni, potremmo dire:
    Una spiritualità che è accoglienza della vita: quando c’è un’apertura incondizionata e radicale della propria vita a Dio, allora si può essere “nella preghiera” anche se le giornate sono trafficate e le cose da fare sono tante. La preghiera ha sempre bisogno di spazi e tempi suoi, ma, tuttavia, la spiritualità di un laico che vive nel mondo di oggi, deve includere tutti gli aspetti della vita: può essere un’azione spirituale anche la capacità di vivere bene il proprio tempo, di abitare con qualità lo spazio della propria casa, di assaporare le piccole gioie della giornata, di fare spazio a un po’ di silenzio, di vivere relazioni sane e umane. C’è una ferialità dell’incontro con Dio, che avanza senza fare rumore, nelle occasioni silenziose e anonime del vivere di ogni giorni, in luoghi che non sono templi, in parole che non sono preghiere e in situazioni che non sono eventi religiosi. Dio si rivela e ci parla e noi possiamo incontrarlo non nei grandi ideali religiosi, ma nei frammenti delle nostre giornate e della nostra povera carne. Basta averne consapevolezza e non vivere in superficie;
    Una spiritualità domestica: Il drammatico tempo della pandemia ha anche creato a suo modo storie intessute di fede e di vita; proprio nel momento in cui non si è potuti “andare in Chiesa”, la Chiesa “è andata nelle case”. Si è vissuta una fede a dimensione domestica, spesso in famiglia e, da quell’esperienza, in alcuni casi si è iniziata a praticare la liturgia della Parola, la Liturgia delle Ore o una semplice lettura del Vangelo. Questa dimensione, se ben curata e alimentata anche dalle proposte pastorali della comunità parrocchiale, è capace di generare una nuova fame di Dio, il desiderio di una spiritualità vissuta in modo più personale, più familiare e incarnata, magari qualche nuova esperienza di incontro con Lui, in famiglia o tra persone del vicinato. Così, la fede ritorna essere professata e vissuta non solo nell’edificio ecclesiale, ma in quella chiesa che il luogo della vita quotidiana.
    Una spiritualità della strada: questo Vangelo che esce dal Tempio e percorre le strade della vita quotidiana, ci aiuta anche a vivere la fede che professiamo attraverso la testimonianza della carità. Oggi più che mai c’è bisogno di cristiani attenti, non indifferenti, che mettano al centro della loro esperienza spirituale l’amore di Cristo per ogni uomo e lo ripropongano nei loro gesti e nelle loro scelte. Ogni strada, ogni luogo della vita, ogni incontro diventa via attraverso cui Dio si affianca a noi, spesso spesso nelle vesti di ciò che appare forestiero e sconosciuto, nei volti di persone che hanno bisogno di sostegno, di ascolto, di cura, anche solo di un sorriso. Dio scrive la sua storia per noi nelle relazioni che viviamo e ci parla nei volti che incontriamo.
    Quando finisce la notte, potremmo forse respirare la bellezza e la libertà di una nuova ricerca di Dio e di una nuova spiritualità non più fissata sulle cose da fare e su discorsi “celesti, quanto piuttosto capace di benedire la vita di tutti i giorni, con le sue paure e le sue speranze.


    T e r z a
    p a g i n A


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