Il mestiere dell'adulto:

ponte, allenatore, poeta

Armando Matteo

 

Occorre tornare a riflettere sul mestiere dell'adulto, perorandone con ogni forza la causa, proprio per il bene della crescita dei figli. L'umano, infatti, non vive né può vivere di sola giovinezza.

Essere ponte

I tratti essenziali del peso educativo, morale e generazionale dell'essere adulto, che ne sostanziano il difficile ma quanto mai oggi irrinunciabile mestiere, sono quelli inscritti nel suo essere responsabile del mondo nei confronti dei figli e dei figli nei confronti del mondo; nel suo essere fedele alla priorità ontologica del volere il bene dei figli sul volere bene ai figli; nella sua importantissima opera di attivazione delle antenne del desiderio nella generazione che viene. Per declinare queste tre funzioni, ci si avvarrà di tre metafore: quella del ponte, quella dell'allenatore e, infine, quella del poeta.
Essere adulto implica essere come un «ponte» tra i figli e il mondo. Si portano i figli al mondo, innanzitutto, secondo il gesto elementare della generazione biologica, ma è altrettanto necessario portare il mondo ai figli, secondo quella che potremmo definire la generazione culturale, ovvero il processo dell'educazione. Più precisamente questa azione di «pontefice», come già anticipato, comporta che l'adulto sia responsabile del mondo nei confronti dei figli e dei figli nei confronti del mondo. L'adulto deve cioè essere in grado di dare risposte: sapere innanzitutto rispondere del mondo ai figli. Tutto ciò però sottende l'accettazione, da parte dell'adulto, della condizione umana per quella che è, senza risentimenti né rivolte. Egli deve accogliere la verità per la quale la piena umanità di ognuno nasce nel momento in cui ci alleiamo con le leggi elementari della vita e smettiamo di collocarci giovanilisticamente contro di esse.
Il mondo non è mai la meta ideale delle nostre vacanze; cattolicamente, questo mondo non è il paradiso. Questo mondo ha leggi e limiti e così pure la presenza dell'uomo in esso. La vita non procede come la descrivono certe pubblicità. A volte è più bella, normalmente di meno. È dunque decisiva la capacità dell'adulto, scrive acutamente Francesco Stoppa, di «amare la vita per quello che è e non come location ideale dei propri sogni o bisogni; la vita nel suo connotato più reale, nella sua irriducibilità a qualsivoglia aspettativa narcisistica».
L'adulto è perciò uno che sa la limitatezza, la debolezza, la vecchiaia, la malattia, la morte, che toccano in dote ad ogni essere umano: sa tutto ciò, non lo maledice né scioccamente lo rifiuta. Riconosce e accetta che la legge della crescita è la capacità della rinuncia e, nello stesso tempo, la capacità di uno sguardo accogliente sulla vita in tutte le sue manifestazioni. Solo da una tale generosa ospitalità nei confronti del mondo e delle leggi che ne regolano il funzionamento prende forma il suo mestiere, la sua effettiva responsabilità verso le nuove generazioni.
Questo è l'unico mondo che abbiamo: fare da ponte tra esso e i figli significa ogni volta trasmettere la fondamentale certezza che quella umana è una vita vivibile e amabile non a dispetto del fatto che abbia leggi e fondamenta, ma proprio perché ha leggi e fondamenta, alleandosi con le quali ciascuno può diventare autore e attore della propria esistenza.
Consideriamo ora l'altro verso della responsabilità: quella verso i figli nei confronti del mondo, quella che in verità permette l'esecuzione completa della genitorialità, perché alla fine si tratta sempre di donare al mondo dei figli autonomi. Che cosa significa ora rispondere dei figli rispetto al mondo? Significa per l'adulto assumere la piena consapevolezza del fatto che il futuro - che i figli fisicamente e simbolicamente rappresentano - è il tempo della sua scomparsa. Certo, oggi e per fortuna, una tale scomparsa è divenuta meno immediata che nel passato anche recente, grazie all'allungamento della speranza di vita media, ma qui in gioco vi è soprattutto la questione simbolica del passaggio. Si mettono al mondo dei figli, infatti, perché si è consapevoli del proprio destino mortale ed esattamente per questo essi non sono per chi li genera. Sono per il mondo, come ricorda Massimo Recalcati: «Saper perdere i propri figli è il dono più grande dei genitori». Si mettono, dunque, al mondo dei figli essenzialmente per perderli, avendo consapevolezza che il mondo non appartiene a nessuna generazione, neppure a quella più longeva sinora apparsa. Solo così, del resto, questo mondo può diventare il mondo dei figli, solo così i figli possono a loro volta diventare adulti e padri e madri. Detto più direttamente: i figli non sono i giocattoli di ultima generazione dei loro genitori! Il vero grande «gioco» dell'adulto è esattamente questo: passare la vita, accendere la vita. Essere ponte. Questo vale già solo sul piano puramente biologico dell'esistenza umana, come ricorda correttamente Gilbert Meilaender: «Dopo aver prodotto la generazione successiva, o aver superato l'età in cui avremmo potuto farlo, la natura non sembra impegnarsi più di tanto per tenerci in vita».
Suonano perciò davvero belle e pertinenti le parole di quel capolavoro musicale, superbamente interpretato per primo da Louis Armstrong, che è What a Wonderful World: «I hear babies cry. I watch them grow. They'll learn much more than ever know. And I think to myself: what a wonderful world». Questo è il mistero dell'essere adulto: godere del fatto che altri possano andare oltre lui, possano vedere e conoscere più di lui. Essere più di lui. È stato Luigi Zoja a ricordare che la piena paternità di Ettore si realizza quando egli, come racconta l'Iliade, si toglie l'elmo, si china per prendere il figlio tra le braccia e, infine, sollevandolo al cielo prega gli dei perché Astianatte, suo figlio appunto, sia più forte di lui.
Perché - e questo ci viene dal poeta Gibran - «i vostri figli non sono figli vostri».

Essere allenatore

La seconda metafora per fissare meglio il ruolo dell'adulto è quella dell'allenatore. Un mestiere, del resto, quanto mai difficile, come ci insegna per esempio la cronaca calcistica. Ebbene, questo mestiere ci può introdurre a quella che è la verità dell'amore: amore non è (solo) preoccuparsi, amore non è (solo) procurare cose, amore non è (solo) risparmiare fatica, amore non è (solo) volere bene. Amare è volere il bene. Amare è volere il bene di chi ci è affidato come figlio o come atleta.
Consapevole di ciò, l'allenatore non può perciò tenere in grande conto la permalosità di tutti i suoi giocatori, non può sottostare a tutti i loro capricci, anche quando si tratta di giocatori famosi e ricchi. Li deve spronare a lavorare sodo, a prepararsi alla sfida, alla gara. Tiene così un occhio aperto sulle dinamiche di ogni singolo sportivo e un altro aperto sulla squadra e il torneo cui essa partecipa.
Per questo non indulge troppo nei complimenti, ma ricorda la necessità di crescere, di migliorarsi, di cadere e di rialzarsi, di farsi anche male se necessario e di imparare dalle esperienze vissute, di non attendersi troppo dagli altri ma di imparare a trovare in se stessi la forza per andare avanti, per credere in sé e, più in generale, nella vita. Si scende sempre in campo.
L'allenatore è uno che sa tenere salda la differenza tra volere bene e volere il bene, ed è su questa base che egli sa reggere al e il conflitto possibile con i suoi atleti.
Abbiamo invece già anticipato quanto la mancata fedeltà a questa decisiva distinzione stia creando quella discrepanza tra il troppo hot familiare e il troppo cold sociale. È perciò semplicemente allucinatorio l'investimento affettivo da parte dei genitori nell'ambito di ciò che è la relazione primaria: il figlio è al centro della famiglia ed è sempre più difeso rispetto all'esterno, rispetto al mondo, alla società che è diventata appunto sempre più «fredda», dato il grande individualismo imperante, derivante dal giovanilismo diffuso. La conseguenza è lo spegnimento dell'azione educativa, che implica in ogni caso la messa in moto dell'ingresso del figlio nel più ampio ambito della convivenza umana, oltre i recinti presidiati dall'amore familiare. L'adulto di oggi non pare quasi per nulla occupato ad aiutare i figli a entrare nel mondo, nel contesto delle relazioni secondarie.
Viene meno cioè, da parte dei genitori, quella responsabilità educativa nei confronti dei piccoli, i quali, in un modo o nell'altro, prima o dopo, debbono pure venire in contatto con quegli altri che non appartengono al gruppo di coloro i quali sono in permanente atteggiamento di adorazione nei loro confronti. La preparazione del figlio al confronto con l'esterno, con l'altro, con il diverso, che sicuramente ha un effetto perturbante rispetto alla propria posizione di immaginario «re dell'universo», è cosa alla quale l'adulto d'oggi non dedica più energia né tempo.
Anche nelle relazioni con gli altri ci sono, però, leggi da assimilare e da accogliere con benevolenza e che tocca proprio all'adulto mediare. La prima di esse è che non si può avere tutto, non si può volere tutto, non si può essere tutto. Non siamo Dio! E nemmeno il re dell'universo.
Tutto ciò contrasta con l'attuale tendenza delle famiglie che passano il loro tempo a risparmiare al figlio ogni trauma (primo fra tutti quello di venire a sapere di essere l'ultimo arrivato - e quindi il meno preparato - in un mondo che c'era prima di lui e che continuerà dopo di lui), nel non porre alcun limite o legge interna, nel non lasciare in esistenza zone segrete del mondo adulto, nel mantenere tutte le stanze aperte, nel controllare e monitorare e spesso decidere ogni attività del figlio, nel legarlo a doppio filo al proprio amore, ricattandolo a restituire amore verso un genitore a sua disposizione h24. Ecco la perversione educativa più pericolosa che la longevità diffusa provoca: la pretesa da parte dei genitori di essere amati dai loro figli. L'antica sapienza biblica chiede ai figli di onorare i propri genitori, non di amarli.
In verità non c'è nulla di più traumatico, per chi cresce, di non aver mai avuto dei traumi, nulla di più castrante che l'anomia posta a sistema, nulla di più faticoso che non avere segreti su cui fantasticare o stanze chiuse da provare a forzare, nulla di più pesante di un legame con un genitore che non si lascia «odiare» o più semplicemente «dimenticare».
Fa parte, invece, del mestiere dell'adulto la consapevolezza che amare qualcuno significa volere il suo bene, volere che l'altro possa essere in quanto altro; significa attendere, dare tempo e oggi la longevità ci offre di più questa possibilità; significa fidarsi e dare fiducia mentre il figlio faticosamente impara cosa suppone e implica poter «dire io».

Essere poeta

Poter «dire io» è ciò che ci fa veramente «umani». Nessuno può dire «io» come lo dico appunto io. Nessuno lo può ora, lo ha potuto ieri, lo potrà domani. In questo non c'è nessuno che possa fare le mie veci. Ciascuno è una prospettiva indiscernibile sul mondo; resta un mistero raccolto in se stesso, senza causa e senza possibilità di replica; siamo uno spettacolo unico.
Ciò che definisce tutto questo è la chimica del desiderio, il fatto che percepiamo sempre uno scarto, una differenza, uno iato dentro di noi. Anche quando abbiamo tanto da mangiare, anche quando abbiamo una persona che ci ama e che amiamo, anche quando abbiamo risolto le nostre preoccupazioni, resta uno spazio insaturo dentro di noi.
Questa è la vita umana: siamo segnati da mancanza, da altro. Non ci siamo dati la vita, la lingua, la cultura, il nome, la famiglia, il corpo, il carattere, il tono di voce, che pure ci contraddistinguono in maniera infallibile. Viviamo perciò sempre in un permanente dialogo con l'altro da noi che è, tuttavia, in noi ed è proprio questo dialogo che alimenta la nostra vita. Noi umani non siamo un «tutto pieno». Una larga porosità ci costituisce e ci mantiene in essere. Una profonda mancanza ci segna dall'inizio e sino alla fine. Tutto ciò che abbiamo, lo abbiamo in prestito: dovremo riconsegnarlo ad altri dopo di noi. Perfino il nostro corpo ritornerà alla terra, ad altro da noi. Eppure possiamo anche incidere su tutto questo che abbiamo ricevuto in prestito, possiamo dare un segno e un senso specifico a tutto ciò che ci rende appunto umani. L'essenziale dimensione e dinamica del desiderio umano trovano qui la loro ragione d'essere. Nella cifra di questa malleabile mancanza, che ci marca.
Ebbene, in un tempo in cui la grande macchina del mercato vuole persone che credono solo in ciò che si vede e, ultimamente, si vende, l'adulto poeta è colui che sa attivare nel bambino, nel ragazzo, nel giovane la capacità di vedere ciò che non si vede e di «apprezzare» (letteralmente: dare un prezzo, un valore a) ciò che non si vende; è colui che sa attivare in lui le antenne del desiderio.
Per questo egli si preoccuperà che ogni nuovo cucciolo d'uomo possa entrare in una relazione feconda con la dinamica autentica del desiderio umano: in quanto umani, siamo impastati con la mancanza, con la finitezza, con la trascendenza. Siamo sempre «oltre», c'è sempre uno spazio insaturo dentro di noi, che va conosciuto, amato e coltivato. È lo spazio del nostro «io», del nostro uscire fuori di noi e guardare le stelle e a partire dalle stelle. Così possiamo vedere cose non viste, sentire cose non udite, immaginare cose non ancora immaginate e dare loro vita nel mondo degli umani.
Guai a tradire tutto ciò nella direzione dei bisogni e della logica mortifera del godimento compulsivo!
Con l'aiuto dell'adulto poeta, si possono pertanto aprire, per i ragazzi e per i giovani, le porte all'esperienza dell'arte, della religione, del volontariato, del dono, della gratuità e della grazia. L'umana incompletezza strutturale è premessa e promessa di novità, di bellezza, di altruismo, di invenzione, di trasfigurazione.
Come è commovente quella pagina del Vangelo, in cui Gesù, incontrando colui che la tradizione da sempre indica come il giovane ricco, dopo avergli ricordato i precetti del decalogo e averlo fissato con uno sguardo di dilezione, gli comunica l'ultimo necessario passaggio per poter giungere a una vita eterna. Gli raccomanda di vendere le sue ricchezze e poi di mettersi alla sua sequela. Gli chiede di fare spazio vuoto nella sua vita e nella sua anima. Gli ricorda la mancanza. Al giovane ricco, infatti, manca la mancanza. L'avere troppi beni costituisce un ostacolo. Siamo posti quasi davanti a un paradosso: per Gesù è necessario possedere la mancanza, mentre possedere beni risulta una situazione di privazione, in cui si è incapaci, cioè, di indirizzare una vita umana alla piena destinazione di sé.
Proprio la conclusione del brano evangelico, segnato da un sostanziale fallimento dell'adulto Gesù - il giovane ricco se ne va triste, perché aveva tanti beni - ricorda che l'assunzione del compito genitoriale di mediatore del desiderio dei figli non è impresa facile: da parte dell'adulto ci vorrà capacità di resistenza, di sopportazione dell'incomprensione, di solitudine e di silenzio, capacità di reggere al possibile «odio» dei figli per il dono di e per il costante rinvio a una vita che è pure fatica, lotta, scoperta, ricerca, cammino, inveramento. Non a caso il grande poeta Goethe poteva affermare che, per diventare a propria volta adulti, è necessario ai figli «perdonare i propri genitori»: perdonarli perché il dono della vita è anche un grande impegno. È un grande desiderio da desiderare in prima persona. Fa parte dunque del nobile mestiere dell'adulto imparare pure a lasciarsi odiare e, infine, perdonare.
Cosa significa dunque educare? Parafrasando Plutarco, si può dire che educare non significa riempire, come un sacco, i figli con idee, norme comportamentali, prescrizioni morali, cibo, giocattoli e denaro. Educare è accendere delle torce: è far esplodere il fuoco della vita, quel fuoco che illumina, purifica e, soprattutto, riscalda. Di questo fuoco vi è oggi tanto bisogno.
La società che stiamo diventando è sempre più fredda, sempre più amaramente segnata da singolarità assolute che danno vita a una sorta di folla di solitudini. Perdiamo il calore del tratto comunitario della vita sociale: accanto all'imperante individualismo, generato dall'umano longevo, non vanno sottovalutate poi, come forze disgregatrici della tenuta comunitaria della società, né la potenza asfaltatrice della macchina burocratica, né le aspirazioni per nulla alte del mercato, a tutto interessati tranne che a salvaguardare il tratto umano della convivenza sociale.
Per questo ci servono adulti ponte, allenatori e poeti: solo loro possono invertire e risanare, da una parte, le attuali dinamiche familiari soggette alla legge dell'identità quasi incestuosa e, dall'altra, gli inceppamenti di una società, sfilacciata dalla pressione di alterità assolute; solo loro possono finalmente dar vita a una qualche mediazione tra le attuali bollenti famiglie e i brividi paralizzanti del corpo sociale; solo loro possono sul serio far valere le giuste prerogative dei giovani e accendere quel fuoco che ci manca.
Ma perché sorga un senso compiuto dell'adultità non è possibile altra strada che quella di riaprire il discorso del senso della vecchiaia, che senz'altro è pure preludio all'evento della morte. Senza uno spazio possibile per immaginare il proprio invecchiamento con un minimo di serenità, non è proprio possibile dare vita a qualcosa che sia un esercizio veramente fecondo del gesto adulto dell'educare. Del resto, se gli adulti si pensano destinati a esserci sempre, come possono effettivamente lavorare per una piena autonomia e responsabilità dei loro figli? Giocoforza questi adulti avranno costantemente attiva la riserva mentale per cui potranno sempre entrare in scena e in azione, di fronte a eventuali errori o passi sbagliati dei loro giovani.
Un altro discorso o meglio un discorso altro sulla vecchiaia e sull'invecchiamento, rispetto a quello sinora impostosi a causa dell'allungamento della vita, appare perciò più che necessario.

Indice

Sulla soglia
Premessa

1. Le nuove età della vita
Trent'anni in più
Generazione Viagra
L'ultimo tabù
Il dramma della giovinezza
La perdita dei bambini

2. Monsignore, ma non troppo presto
La carica degli adultissimi
Il rebus della cresima
C'era una volta la risurrezione
Che peccato per il peccato!
La nuova questione sociale

3. Il mestiere dell'adulto
Famiglie troppo calde, società troppo fredda
Educazione, voce del verbo controllare
Essere ponte
Essere allenatore
Essere poeta

4. Troppo giovani per essere vecchi
70 anni e non sentirli davvero
L'età della mitezza
Mito della giovinezza versus religione
Parlare di pecore agli eschimesi
Divieni x

Epilogo
Nota bibliografica 

(Armando Matteo, Tutti muoiono troppo giovanile. Come la longevità sta cambiando la nostra vita e la nostra fede, Rubbettino 2016, pp. 54-62)

 

Il tempo delle

religiosità instabili

Davvero una generazione senza Dio?

Franco Garelli

giovani scuola tn

Incredulità diffusa, plausibilità del credere, confini porosi, secolarizzazione dolce, ostilità e pretese verso la chiesa, socializzazione religiosa interrotta... sono alcuni dei termini più ricorrenti in questo studio sui giovani che ben rendono ragione del cambio di paesaggio religioso che si sta delineando nel nostro paese.

1. Il trend di maggior rilievo è il forte aumento dei «non credenti» nel mondo giovanile, un fenomeno che si manifesta in forme diverse, componendosi di atei convinti, di indifferenti alla fede religiosa, ma anche di giovani che pur mantenendo un qualche legame con il cattolicesimo di fatto non credono in una realtà trascendente. La maggior parte di essi non ha ereditato l'ateismo o l'indifferenza religiosa dal proprio nucleo familiare, essendo perlopiù figli di genitori di cultura cattolica e avendo alle spalle periodi più o meno intensi di presenza negli ambienti ecclesiali (per il catechismo, per attività formative, per motivi dí socialità). Prevale dunque una negazione di Dio dovuta più alla rottura di una tradizione che a «ragioni di nascita», più all'uscita da un iter di formazione religiosa che alla sua assenza. Si tratta di soggetti che non hanno alcuna remora oggi a definirsi «senza Dio» e «senza religione», a rendere pubblico questo loro orientamento sia nelle cerchie amicali sia nelle famiglie di origine, distaccandosi dunque da un sentire religioso ancora diffuso nell'insieme della popolazione. Proprio la loro tranquilla e crescente presenza nel panorama nazionale sembra dirci che l'identità religiosa (e cattolica) non è più un tratto che accomuna le nuove generazioni, in una società che si considera ormai culturalmente plurale, non solo perché abitata dalla varietà delle fedi religiose, ma anche per la compresenza di «credenti» e di «non credenti» che in modi diversi cercano risposte ai problemi fondamentali della vita.

2. Il confronto tra la sensibilità di quanti sono aperti a una prospettiva di fede e di quanti la negano è uno dei punti più interessanti di questo lavoro. Le divergenze al riguardo sono molte, com'è logico attendersi tra gruppi di giovani che la pensano diversamente sulla presenza di Dio nel mondo, sul ruolo della religione nella società e sul valore da attribuire alla ricerca spirituale nel proprio orizzonte di senso. Tuttavia non mancano tra i giovani «credenti» e «non credenti» delle singolari e inattese convergenze.
Una di queste riguarda l'accettazione di scelte diverse e anche opposte in campo religioso. Pur ben convinti di non avere un cielo sopra di sé, molti giovani «non credenti» ammettono che sia legittimo e sensato credere in Dio anche nella società contemporanea, negando quindi l'assunto che la modernità avanzata sía la tomba della religione e in ciò riconoscendo la validità per altri di una scelta di fede che ad essi appare insignificante. In parallelo, molti credenti – anche assai convinti e impegnati – sono consapevoli di quanto sia difficile professare una fede religiosa nelle attuali condizioni di vita, dando atto in tal modo delle difficoltà del credere nella società liquida. Insomma, gli steccati tra il credere e il non credere sembrano incrinarsi in una generazione abituata a soppesare i pro e i contro di ogni opzione e a ritenere legittime le scelte che ogni individuo compie in modo consapevole, anche se diverse dalle proprie.
Un'altra convergenza sí ritrova nella critica diffusa dei modelli religiosi prevalenti nella nostra società, e in particolare nei confronti di una chiesa cattolica ritenuta perlopiù antiquata in campo etico, chiusa nelle sue certezze dottrinali, poco in sintonia col messaggio che proclama. Tuttavia, il giudizio non è univoco, e molti giovani (credenti e non) riconoscono che in questa realtà composita non tutto è da buttare. L'apprezzamento maggiore tocca ai preti di strada, a quelli anticamorra, alle figure non conformiste; ma anche a quella chiesa locale che si spende per i giovani, tiene aperti gli oratori, è prossima alle vicende degli ultimi, agisce neiluoghi di frontiera, nei quartieri degradati o dormitorio. Ecco la chiesa che molti giovani intendono «salvare», in forte contrasto con quella ufficiale o centrale, che sentono distante dalla gente comune e altrimenti affaccendata. Oggi, nell'epoca delle molteplici appartenenze, non è raro vedere dei «senza religione» a fianco di un capo scout, di un volontario della Caritas, di un quadro di una ONG cattolica; che cercano quindi in questo «mondo» di rendersi utili per una causa umana che non riescono a vivere altrove. Tra le figure da salvare vi è certamente papa Francesco, che stupisce soprattutto per quella sua vena «antipolitica» (e antistituzionale) che sembra applicarsi anzitutto alla barca di Pietro.

3. Guardando ancora al rapporto dei giovani con la chiesa cattolica emerge un fatto curioso. Nella maggior parte dei casi gli under 30 italiani hanno di questa istituzione un'immagine negativa di cui non sembra esservi particolare riscontro nel loro vissuto, non giustificabile sulla base delle esperienze da essi effettuate negli ambienti ecclesiali. In altri termini: da un lato lanciano molti strali nei confronti della chiesa e della religione cattolica; dall'altro hanno in memoria un ricordo positivo o comunque non problematico del periodo più o meno lungo trascorso nelle realtà cattoliche di base. Insomma, non c'è quasi traccia di una socializzazione cattolica repressiva, d'una religione punitiva e colpevolizzante, di preti e suore da evitare, di una morale che mortifica il corpo e la natura umana; cioè di quella mala educación religiosa che – nell'immaginario collettivo – ha fortemente condizionato le generazioni del passato, ma che non sembra più aver coinvolto i giovani che hanno incrociato gli ambienti ecclesiali dieci-quindici anni or sono, perlopiù negli anni della loro seconda infanzia e dell'adolescenza. Tuttavia, l'aver vissuto delle esperienze «normali» o positive nelle parrocchie e negli oratori di cui è disseminata la penisola non impedisce a molti giovani di maturare un'immagine assai negativa della chiesa cattolica nel suo complesso, per come essa è perlopiù percepita e rappresentata nella sfera pubblica. Non sempre il vissuto ci offre una chiave di lettura della realtà, in una società globale che amplifica e condiziona la nostra visione del mondo.

4. C'è un grande movimento nel rapporto tra i giovani e la religione nel nostro paese, che si manifesta – come s'è visto – in una forte crescita (rispetto al recente passato) di quanti si ritengono ormai «senza Dio» e «senza religione», nell'assottigliarsi del gruppo dei credenti convinti e impegnati, a fronte di una larga quota di soggetti che mantengono un legame esile con la religione della tradizione, più per motivi culturali che spirituali. Si tratta di cambiamenti rilevanti rispetto al recente passato, che comunque non delineano ancora l'uscita della maggioranza dei giovani dalla sfera religiosa, quanto la continuazione dí quella «secolarizzazione dolce» che da tempo sta interessando la società italiana. Questa immagine rende ragione del sentire di molti giovani, che ammettono di credere di meno rispetto alle generazioni precedenti, ma nello stesso tempo dichiarano di essere alla ricerca di una fede religiosa o di forme di spiritualità (e più in generale di percorsi di senso) più in sintonia con la coscienza moderna; o che contrastano l'idea diffusa di essere la prima generazione incredula, in quanto ritengono che l'incredulità abbia radici lontane, individuabili in genitori solo formalmente credenti e cattolici e in nonni la cui religiosità rifletteva più un mondo di destino che di scelte. Si tratta di immagini che sembrano applicare alle dinamiche religiose l'antico detto «natura non facit saltus». Ogni cosa avviene per gradi, anche nel processo di secolarizzazione della società.

5. Quanto gli under 30 italiani sono interessati ai valori dello spirito? E a quelle forme di spiritualità alternativa di cui si fa un gran parlare nella modernità avanzata? Ecco altri punti qualificanti della nostra ricerca, tesa ad offrire un apporto conoscitivo su aspetti molto chiacchierati e poco studiati.
Una larga quota dí giovani ha un'idea assai nebulosa della spiritualità, come di una dimensione difficile da decifrare o che non produce in essi una particolare risonanza emotiva. Altri invece sembrano coinvolti in una tensione spirituale di impronta profana, che si manifesta in forme diverse, che vanno dalla ricerca del sé autentico che è dentro ciascuno di noi allo sviluppo delle proprie qualità umane, dalle pratiche salutistíche al perseguimento del benessere e dell'armonia sia personale, sia nel rapporto con glialtri e con la natura. La maggior parte dei giovani tuttavia tende a vivere i valori dello spirito all'interno della religione in cui più si riconosce (nel cattolicesimo), pur ritenendo che la ricerca spirituale è senza confini e ha nel singolo soggetto il suo protagonista. In sintesi, la nozione di spiritualità divide l'insieme dei giovani. Una parte sembra del tutto priva di antenne per questa dimensione dell'esistenza, non ne coglie il senso, preferendo concentrarsi sulla concretezza della vita; altri la valorizzano per migliorare se stessi dal punto di vista umano e interiore; altri ancora la interpretano come una via soggettiva e più autentica per credere in Dio ed esprimere la propria fede religiosa, pur risultando aperti ad altri percorsi di senso.
In questo quadro si osserva che la domanda di spiritualità alternativa (che si nutre dell'offerta dei nuovi movimenti religiosi, di pratiche meditative di cultura orientale, di culti di matrice diversa) è in rapida diffusione nel mondo giovanile, pur trattandosi di un fenomeno ancora esile, che sconfessa l'idea d'un paese ormai segnato da un profondo cambiamento dello scenario spirituale e religioso. Del resto, non pochi giovani fruitori di queste pratiche meditative evitano di attribuire ad esse un significato religioso, mentre altri attingono non soltanto a queste nuove fonti di senso ma anche a quelle più collaudate loro offerte dalla religione della tradizione.
Sullo sfondo di queste dinamiche si fa strada un'interessante intuizione. La spiritualità sembra essere una sorta di «zona intermedia» tra i non credenti e i credenti, tra quanti negano Dio o sono indifferenti alla religione e quanti invece si riconoscono in una realtà trascendente. Una «terra di mezzo» a cui guardano entrambi i gruppi e che in qualche modo li collega. Per gli uni la spiritualità può essere il luogo in cui si cerca il senso immanente di una vita che riconosce la presenza del mistero umano; per gli altri può essere l'invito a vivere una fede religiosa umanamente feconda, la cui armonia terrena sia un segno della ricchezza di una prospettiva trascendente.

Indice
Introduzione

I. Ateismo in crescita e secolarizzazione dolce 
1. Una generazione incredula?
2. Lo zoccolo duro della non credenza
3. La varietà della credenza e della non credenza. Confini porosi
4. I diversi tipi religiosi in Italia e forme di ateismo pratico 
5. Credenti e non credenti a confronto. Idee e pratiche religiose 
6. Quel che resta di una socializzazione religiosa diffusa
7. Famiglie religiosamente labili
8. Differenze di genere e territoriali

II. È plausibile per i giovani d'oggi credere in Dio?
1. Perché è possibile oggi credere in Dio
2. Le sorti della fede nella modernità avanzata
3. Ostacoli per il credere oggi
4. Occorre un outing della fede?
5. Plausibilità della fede, ma... a precise condizioni
6. Una credenza passe-partout?
7. Quelli per cui la fede è un vuoto a perdere

III. La fede religiosa al vaglio delle generazioni
1. Uno stile di generazione?
2. Il gap generazionale
3. Riserve sulla fede del passato
4. Tra genitori e nonni

IV. Lost in transition? Percorsi di socializzazione religiosa 
1. Modelli di socializzazione religiosa
2. L'alieno
3. Il secolarizzato
4. Il naufrago
5. L'intermittente
6. Il convinto
7. Famiglia, ma non troppo

V. Io ballo da sola. Lontani dalla chiesa, non da Francesco
1. Andare in chiesa è da «sfigati»? 
2. «Neanche un prete per chiacchierar»
3. L'ambivalente percezione della chiesa cattolica
4. Papa Francesco: molte luci e qualche dubbio
5. Fede senza chiesa?

VI. Una generazione «senza Dio»?
1. Il fenomeno dei giovani «senza Dio»
2. I profili della non credenza
3. Il panorama dell'indifferenza religiosa
4. La prima generazione incredula?
5. L'indifferenza religiosa, una moda culturale?

VII. La spiritualità del dio personale
1. Sulle tracce della spiritualità in Italia
2. Il milieu olistico dei giovani italiani
3. Il rompicapo del genere
4. Le ricerche spirituali non sono tutte uguali
5. Spiritualità, religione e ateismo. Così lontani, così vicini

Conclusioni. Il tempo delle religiosità instabili
Nota metodologica
Riferimenti bibliografici

(Franco Garelli, Piccoli atei crescono. Davvero una generazione senza Dio?, il Mulino 2016, pp. 213-217)

 

“Lascia che i morti

seppelliscano i loro morti”

XIII domenica del tempo Ordinario anno C

Enzo Bianchi

13c
Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l'ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?». Si voltò e li rimproverò. E si misero in cammino verso un altro villaggio.
Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: «Ti seguirò dovunque tu vada». E Gesù gli rispose: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo». A un altro disse: «Seguimi». E costui rispose: «Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre». Gli replicò: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va' e annuncia il regno di Dio». Un altro disse: «Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia». Ma Gesù gli rispose: «Nessuno che mette mano all'aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio».
Lc 9,51-62

Con questo brano si apre la seconda parte del vangelo secondo Luca, quella che ci testimonia il viaggio di Gesù a Gerusalemme, dove egli sarà arrestato, condannato e crocifisso.
L’ouverture è solenne: “Ora, avvenne che, mentre stavano per compiersi i giorno della sua elevazione, egli indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme”. Stanno per compiersi dei giorni, sta per avvenire nella vita di Gesù l’evento della sua elevazione, ed egli lo sente dentro di sé come una necessitas innanzitutto umana (il profeta non può non essere perseguitato e ucciso proprio a Gerusalemme; cf. Lc 13,34-35), nella quale è inscritta la necessitas divina: se Gesù obbedisce alla vocazione e non si sottrae ai nemici, difendendosi o fuggendo, allora sarà tolto, elevato da questa terra verso il Regno, verso il Padre. Sarà l’ora del suo esodo (cf. Lc 9,31), e questa dipartita è chiamata da Luca – che si ispira al racconto della fine di Elia (cf. 2Re 2,8-11) – elevazione, ascensione, rapimento (análempsis). È significativo che Luca usi lo stesso termine (per l’esattezza il verbo analambáno) per parlare dell’ascensione di Gesù al cielo (cf. At 1,2.11.22).
Gesù allora “indurì il suo volto per camminare verso Gerusalemme”, cioè, diremmo noi, serrò i denti, assunse un volto severo e determinato perché, sapendo di andare incontro a una fine tragica, doveva anche lui sconfiggere la paura che lo assaliva. Gesù radunò tutte le sue forze, prese coraggio dal profondo del cuore e, leggendosi come il Servo sicuro che il Signore era con lui, “rese il suo volto duro come pietra, sapendo di non restare confuso” (cf. Is 50,7). L’esperienza dell’indurire il volto è tipica del profeta che a volte sperimenta che è il Signore a rendergli il volto duro, per aiutarlo contro i nemici, altre volte è lui stesso a dover indurire la faccia per poter accettare il destino di persecuzione. Profezia a caro prezzo, a costo di dover stringere i denti e predicare ciò che non si vorrebbe, operare come non si vorrebbe (cf. Ez 3,8-9). Spesso non pensiamo alla fatica, alla paura e all’angoscia vissute da Gesù, ma la sua condizione di piena umanità non lo ha preservato da questi sentimenti di fronte a ciò che si profilava davanti a sé: rigetto, condanna religiosa e politica, morte violenta. Umanamente Gesù ha provato lo sconforto di Elia davanti alla persecuzione di Gezabele (cf. 1Re 19,1-8), ha provato l’angoscia di Geremia quale agnello condotto al macello (cf. Ger 11,19), ha faticato come il Servo ad accettare di dare la sua vita per i peccatori (cf. Is 53,12).
In quella situazione di svolta, Gesù invia alcuni messaggeri davanti a sé, discepoli inviati a preparargli la strada come nuovi precursori, ma questi, entrati in un villaggio di samaritani, vengono respinti. È l’esperienza dell’opposizione a Gesù e al suo Vangelo da parte di quei samaritani che egli amava a tal punto da assumere alcuni di loro come esemplari, nella famosa parabola (cf. Lc 10,33-35) e nel leggere in un incontro personale il risultato delle sue azioni messianiche (cf. Lc 17,15-16). I samaritani, scismatici e ritenuti impuri dai giudei, disprezzati e considerati come feccia, dunque oppressi, non accolgono però il Vangelo e, diffidando di Gesù in quanto galileo diretto a Gerusalemme, lo rifiutano.
Luca registra allora la reazione dei due discepoli fratelli, Giacomo e Giovanni, “boanèrghes, cioè ‘figli del tuono’” (Mc 3,17), che appartenendo alla comunità di Gesù si sentono offesi e si rivolgono a Gesù stesso confidando nel potere che egli ha affidato loro: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. Ovvero, “vuoi che facciamo come Elia, il quale invocò il fuoco dal cielo che divorò i suoi nemici” (cf. 1Re 18,36-40)? Era un’azione compiuta da un profeta grande come Elia, dunque può essere ripetuta a causa della presenza di Gesù, profeta più grande di Elia. Giovanni e Giacomo non vanno condannati troppo facilmente: comprendere che la via di Gesù non è quella della condanna ma della misericordia, non era facile per loro, ebrei osservanti e zelanti! D’altronde, non erano i più vicini a Gesù, interpreti della sua volontà? Accettare la sua debolezza, la possibilità del fallimento della sua missione, accogliere il suo ministero non di condanna ma di salvezza del peccatore, non era facile…
Ma Gesù respinge questa sollecitazione o tentazione da parte dei due discepoli, si volta verso di loro che lo seguivano e li rimprovera, dicendo (secondo alcuni manoscritti): “Voi non sapete di che spirito siete! Poiché il Figlio dell’uomo non è venuto a perdere le vite degli uomini, ma a salvarle”. Gesù registra la loro ignoranza dei suoi sentimenti e dello stile della sua missione e denuncia che il loro cuore è abitato da uno spirito non conforme al suo. Nella storia purtroppo succederà spesso che i discepoli di Gesù, proprio credendo di eseguire la volontà e il desiderio del Signore, in realtà lo contraddiranno e gli daranno il volto di un giudice venuto per castigare e distruggere i malvagi…
Se vi sono quelli che rifiutano Gesù, ve ne sono però altri che lo vogliono seguire, diventando suoi discepoli. Luca testimonia anche questo correre dietro a Gesù e ci presenta tre fatti accaduti durante il suo cammino verso la città santa. Innanzitutto racconta di un tale che grida a Gesù: “Ti seguirò dovunque tu vada”. Parole molto generose, apparentemente convinte, che contengono una proposta senza condizioni. Gesù ascolta, discerne che in quella persona c’è entusiasmo, ma sa che questo non è sufficiente per durare nella vocazione. Colui che fa questa affermazione non chiama Gesù “Signore”, non ha fede in lui, ma è uno di quelli che vuole dare a se stesso una vocazione, non riceverla: è un autocandidato alla sequela, con un entusiasmo da militante. A differenza del comportamento della pastorale odierna, che definisce la vocazione “facile”, “senza rinunce”, “scelta di tutto”, Gesù proclama con chiarezza le difficoltà del cammino del discepolo, perché non vuole fare un “reclutamento”, un’“incetta” di discepoli. Diventare discepoli significa accettare la povertà, l’insicurezza, il fardello del fratello o della sorella da portare, la sottomissione reciproca, l’insicurezza e poi anche il fallimento, quella fine verso cui il Signore cammina con il volto indurito. Sì, peggio della sorte degli animali selvatici! E così quella auto-vocazione non ha neppure il tempo della prova…
Vi è un altro a cui Gesù dice: “Seguimi”, ma si sente rispondere: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Richiesta legittima, fondata sul comandamento che richiede di onorare il padre e la madre (cf. Es 20,12; Dt 5,16). Gesù però chiede che, seguendo lui, si interrompa il legame con l’ordine familiare e con la religione della legge, dei doveri: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Quando Gesù chiama, non si può preferire un comandamento, seppur santo, al suo amore: o si sceglie lui radicalmente o si continua a stare insieme ai morti! Di fronte a queste nette affermazioni di Gesù, come ci poniamo noi? Le assumiamo come una necessitas, oppure le leggiamo volentieri come iperboli massimaliste, oppure facciamo come la chiesa di oggi, che ha paura di chiedere la rottura con la famiglia a causa di Cristo e continua a beatificare la famiglia come se fosse la realtà ultima ed essenziale per la vita eterna?
Infine, un terzo si avvicina a Gesù e gli promette di seguirlo, chiedendogli solo una dilazione per dare addio alla famiglia, alla gente della sua casa, padre, madre, fratelli e sorelle. D’altronde Eliseo aveva fatto la stessa richiesta a Elia, dopo essere stato chiamato da lui (cf. 1Re 19,20), dunque tale esigenza pare legittima. Gesù però non afferma l’esemplarità di queste parole di Eliseo né il suo comportamento, ma anzi proclama con forza che se uno che ha in mano l’aratro guarda indietro, non solo scava male il solco, ma non sa concentrarsi sulla meta, mostrando così di non essere adatto per il regno di Dio.
Concludo questi cenni di commento con una certa tristezza. Innanzitutto perché non siamo noi stessi capaci di questa radicalità, perciò non dobbiamo giudicare gli altri. Ma tristezza anche perché ormai la voce della chiesa, sì la voce della chiesa, non sa più ripetere le parole del Vangelo con il prezzo che esse esigono. Nell’angoscia dovuta alla mancanza di vocazioni per le opere che essa decide, la chiesa abbellisce la chiamata, come chi fa pubblicità per un prodotto senza indicarne i costi: questa è mondanità, non radicalità evangelica!

 

Dignità nella parola

Pierangelo Sequeri

parola e spirito

Il problema odierno dello Spirito non è la ricchezza delle lingue, è proprio la miseria del linguaggio. Hai voglia a decifrare e a tradurre. Un grugnito è un grugnito. Quando il linguaggio raggiunge la soglia inferiore della civiltà della parola, la Santa Colomba non sa più dove posarsi, per ispirare parole decenti e intelligenti. Il degrado del linguaggio, mi pare, in questo momento è il punto più basso della nostra civiltà. Questo degrado è veicolo di epidemie: porta rozzezza, insensibilità, aggressività, presunzione, prepotenza, violenza. La cosiddetta sfera della comunicazione ne è intasata. Ma il livello dell’interazione sociale si va rapidamente omologando. La chiamano franchezza, ma è prepotenza: violazione dell’intimità (propria, ma anche altrui), esibizione dell’inguardabile (coi bambini che ci guardano).
Il coraggio di dire quello che si pensa sarebbe certamente una virtù: ma c’è modo di farlo, bisogna pur avere uno straccio di pensiero, per semplice che sia. (D’ora in avanti, rispettate i carrettieri: è l’epoca della maleducazione degli insospettabili, il momento della grevità dei colletti bianchi). Nella politica, poi (la democrazia, del resto, è partecipazione), dichiarazioni che vorrebbero essere solenni come giuramenti assomigliano sempre più alle grida che incitavano i gladiatori al tempo di san Paolo. E non ci soffermiamo sulla scuola, dove un manipolo di generosi e appassionati è circondato più del generale Custer. Nel libro biblico del Siracide, scritto originariamente in ebraico (e ben conosciuto dalla tradizione rabbinica, benché non accolto nel canone giudaico), si trova un passo straordinario: «Nel discorso del pio c’è sempre saggezza, lo stolto muta come la luna. Tra gli insensati bada al tempo, tra i saggi fermati a lungo. Il discorso degli stolti è un orrore, il loro riso fra i bagordi del peccato. Il linguaggio di chi giura spesso fa rizzare i capelli, e le loro questioni fan turare gli orecchi.
Uno spargimento di sangue è la rissa dei superbi, le loro invettive sono un ascolto penoso» (Siracide 27, 12-16). Ce n’è per tutti, come si vede. Persino nella Chiesa non mancano segni eccessivi di nervosismo, e serpeggiano le incontenibili pulsioni degli apocalittici e degli svagati. Certo, la Chiesa ha molti più anticorpi. I beni del pensiero, la qualità del discorso, la franchezza del Vangelo, la passione per la riflessività e la meditazione, hanno plasmato una grande tradizione, che merita riabilitazione. È il momento di ricordarsi della sua bellezza e di chiedere con passione i doni speciali dello Spirito che la rianima, anzitutto nella Chiesa. Non solo per sé, ma anche per farne circolare l’amabilità e la grazia nella sgangherata sintassi di questo nostro post-umanesimo mercantile. Lo Spirito di Dio non ha soltanto il dono delle lingue, per farsi intendere da tutti.
Ha il dono del linguaggio, per trasformare anche i gemiti della creatura oppressa, incerta sui suoi stessi desideri più profondi, in autentica poesia dell’invocazione di una speranza migliore. Lo Spirito, come dice san Paolo, «viene in aiuto della nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare » (Lettera ai Romani 8,26). I doni dello Spirito sono come una sinfonia di questo tratto di stile, che ricompone la lingua degli uomini e restituisce la convivenza alla sua bellezza: sapienza e intelligenza, consiglio e fortezza, conoscenza, pietà e timor di Dio (Isaia 11, 2). L’Inviato di Dio, che deve irradiare la forza di questo Spirito, «non giudica secondo le apparenze e non prende decisioni per sentito dire».
Giudica «con giustizia i miseri» e «prende decisioni eque per gli oppressi del paese» e porta la pace persino fra il lupo e l’agnello (cfr. Isaia 11, 3-9). La pietà e il timore di Dio non parlano di fremiti velleitari della compassione e di trucide intimidazioni del sacro: parlano di ritrovato rispetto per il Mistero della benedizione che ci tiene insieme. La Pentecoste dello Spirito, che parla tutte le lingue, in questo Giubileo della Misericordia, porta una parola necessaria per tutti. Le pulsioni che distruggono il linguaggio creano inimicizia e insensibilità. Ci distruggono. Lo Spirito lascia intatta la bella varietà delle lingue, ma ci restituisce alla dignità del linguaggio comune: nel quale ci parliamo, ci ascoltiamo, ci affezioniamo alla vita. Il più bello di tutti i nostri legami.

(Avvenire, 15 maggio 2016)

 

Educare il sentire:

al cuore della formazione

Vanna Iori - Daniele Bruzzone

Università Cattolica (sede di Piacenza)

JoanMiro

Riprendiamo una bella conferenza di due pedagogisti amici (e i cui libri ci sentiamo vivamente di suggerire ai nostri lettori) su un tema determinante per l'educazione e la pastorale giovanile: 
LA FORMAZIONE DEL CUORE È IL CUORE DELLA FORMAZIONE.

(file pdf)

 

Frequenza degli Italiani

ai riti religiosi

Indagine Istat

Franco Garelli

italianiinchiesa

Sarà anche vero che – come pensano non pochi ecclesiastici – che la Chiesa non intende subire le statistiche, ma opera per cambiarle. Non accetta cioè la “legge” della secolarizzazione, per cui fa di tutto per contrastare i trend negativi della religiosità, l’attenuarsi dello spirito religioso, la crisi delle evidenze etiche; non piegandosi, in altri termini, all’idea dell’insignificanza della fede cristiana nella modernità avanzata. Tuttavia, nonostante questa ferrea volontà, anche gli uomini del sacro devono prendere atto che la situazione religiosa del paese non è delle più rosee, visto che – col passare degli anni – sempre meno gente varca la soglia delle chiese ogni settimana nel giorno dedicato al Signore.
A certificarlo questa volta è l’Istat, un istituto autorevole che proprio in questi giorni ha reso pubblici i risultati della sua ultima indagine multiscopo (su un campione di popolazione assai ampio e rappresentativo), che fornisce anche il dato della frequenza settimanale ai riti religiosi su tutto il territorio nazionale per il 2015, con ampi confronti sugli anni precedenti.

La pratica religiosa in Italia

La pratica regolare nel Paese, per il 2015, ha coinvolto il 29% degli italiani. Fin qui nulla di strano, perché si tratta di un’indicazione in linea con il trend degli ultimi 5 anni, che segnala quindi una situazione di stabilità nel breve periodo. Che tuttavia occorre ben analizzare, per capirne il senso e la portata.
Ciò anzitutto perché il dato medio dell’Istat si ottiene guardando alla pratica religiosa dell’insieme degli italiani con più di 6 anni, per cui esso risulta un po’ drogato dalle ali estreme delle popolazione (i bambini da un lato e i soggetti con più di 75 anni dall’altro) che sono i gruppi che presentano la più alta partecipazione al culto domenicale. Ad esempio, ben il 52% dei bambini e dei ragazzi dai 6 ai 13 anni hanno frequentato nel 2015 i riti almeno una volta alla settimana.
Inoltre, guardando alle diverse classi di età, vi è la conferma del fatto che la pratica religiosa assidua è più un habitus della popolazione anziana (con più di 65 anni) che di quella adulta e soprattutto giovanile. Vanno in chiesa ogni domenica il 40% degli anziani, rispetto al 25% di quanti hanno un’età compresa tra i 45 e i 60 anni, rispetto ancora al 15% circa dei giovani tra i 18 e i 29 anni.
Ma i dati più interessanti emergono dall’andamento nel tempo della pratica religiosa che caratterizza le diverse classi di età.
Dal 2006 al 2015, quindi nell’arco dell’ultimo decennio, il gruppo che più si è assottigliato nella pratica religiosa regolare è quello dei giovani dai 18 ai 24 anni, che ha perso ben il 30% dei frequentanti. Lo stesso è avvenuto tra gli adulti dai 55 ai 59 anni. Mentre le flessioni sono più contenute per i 25-29 enni (- 20%), per gli italiani dai 40 ai 50 anni (- 10%), per gli anziani (-12%).
Insomma, il calo è generalizzato e interessa anche i bambini e gli adolescenti; ma coinvolge assai più i giovani (cosa nota) e gli over 50 (aspetto questo imprevisto).

Interpretazioni

Come spiegare queste punte alte di disaffezione? Quella giovanile – come si sa – è l’età più critica per la fede, quella in cui l’abbandono è più diffuso, quando si mettono maggiormente in discussione le scelte fatte da altri (i genitori) o quando si affievolisce il peso della formazione religiosa ricevuta, magari a fronte di compagnie di amici che la pensano diversamente. Sono gli anni in cui molti smettono di partecipare, o lo fanno in modo assai discontinuo e altalenante, a seconda degli stati d’animo del momento. Alcuni poi possono ritornare più avanti sui propri passi, affacciandosi all’età e ai ruoli adulti; magari dopo un periodo di stand by che si colora anche di ribellione per ciò che è stato sin qui imposto e non scelto personalmente.
La caduta di partecipazione degli over 50 è invece socialmente più nuova e curiosa. Essa può indicare che si è di fronte ad una particolare “faglia” della vita, a un momento della biografia personale denso di novità e di cambiamenti. In questa fascia di età varie persone stanno ridefinendo il proprio cammino, costruendosi un’altra vita, intrecciando nuove relazioni, affacciandosi ad esperienze diverse, quando la carriera è agli sgoccioli, i figli sono ormai adulti e sistemati, il rapporto con il partner di un tempo si è esaurito; e questo cambiamento di orizzonte non può non riversarsi anche sulla pratica religiosa, che viene così sospesa o pensata diversamente. Ma non mancano casi che giungono alle stesse conclusioni per effetto della crisi economica e sociale a cui possono essere esposti o a seguito di ferite che derivano dal proprio vissuto (perdita di amici cari, licenziamenti, pre-pensionamenti, rapporti difficili in famiglia). Per cui in un periodo di vita più segnato dalla precarietà, anche il rapporto con la fede religiosa tende a offuscarsi e a indebolirsi.
In sintesi: il processo di secolarizzazione che da tempo ha investito il paese continua il suo trend, anche se con toni non dirompenti, anche senza il tracollo che alcuni prefigurano. I luoghi di culto sono sempre più frequentati da persone con i capelli bianchi, e meno da giovani e da adulti alle prese con profondi rivolgimenti nella propria vita. Insomma: la fede accompagna il vissuto, segue gli alti e bassi delle varie esistenze. Non può essere diversamente, in una società in cui è venuta meno la pressione sociale ad andare in chiesa, e chi lo fa vuol vedere una qualche corrispondenza tra ciò che si vive nel proprio intimo e ciò che si manifesta anche pubblicamente.

(Fonte: “Settimana-News” - www.settimananews.it – del 28 febbraio 2016)

 

Felicità

Maria Bettetini

ESSERE-FELICI

Naturalmente non esiste una ricetta per la felicità. Per la felicità vera e piena, intendo. Infatti quando sembra di esserci quasi, se pur camminando "su filo di lama" come scrisse Montale, inevitabilmente qualcosa "sporca" quell'attimo. Qualche fastidio, o retropensiero, o evento inatteso e conturbante. Seguendo i ricordi, scorgiamo, sì attimi pieni di luce, ma sono o inconsapevoli oppure questo, attimi, bagliori che riempiono di luce l'istante. Le corse in spiaggia da bambini, la mamma che consola da una caduta, la lode della maestra, e quando abbiamo nuotato senza braccioli, tolto le rotelline alla bici. Oppure, con consapevolezza, da adulti, un incontro, un perdono, una promozione, una guarigione. Arrivati inattesi, perché la felicità è questo, sorprendersi. Non si può costruire né preparare, perché si è perso il ricettario. Si può però aguzzare la vista, risvegliare il cuore, e domandarsi con l'intelligenza dell'uomo ormai cresciuto dove si annidano le sorprese nella nostra vita. Un grande campo di ricerca, a contrario come direbbero i logici, è quello dell'" allegria degli scampati". Chi è rimasto in vita dopo una disgrazia, slavina incidente epidemia terremoto naufragio, di solito vede la vita con altri occhi, con nuova leggerezza. Si rende infatti conto della gratuità di ciò che vive, che avrebbe potuto non vivere più, invece è stato prescelto. Spesso lo scampato cambia vita, si decide a essere onesto, si sposa, fa la pace coi parenti. Ma non ci possiamo augurare disgrazie a cui scampare, è evidente. Anche se siamo tutti un po' scampati in verità, perché siamo arrivati fino qui e, se voi state leggendo un libro e io l'ho scritto, significa che siamo viventi, non deportati in un campo di prigionia nel deserto, né in stato di incoscienzain un ospedale, né in altre spiacevoli situazioni. È un po' poco per essere felici, anche perché pensando a queste situazioni, vero che vi si è stretto il cuore, quanta sofferenza c'è nel mondo? Lasciamo stare chi soffre. Riflettiamo allora sulle ragioni di quel "barlume che vacilla, teso ghiaccio che si incrina", per citare ancora Felicità raggiunta di Montale. A volte, per raggiungerla, si fanno grandi errori, come inseguire amori falsi, rifugiarsi in paradisi artificiali, in piccola o grande misura ne abbiamo tutti fatto esperienza. Amara esperienza, come amaro è il gusto della disillusione. Dunque dove è stata felicità, per ciascuno di noi? Non credo di sbagliare, indicando la calda sensazione dell'essere amati. Se abbiamo avuto questa fortuna, dai genitori nell'infanzia. Poi da qualcuno, che magari dopo si è allontanato dalla nostra vita, ma intanto ci ha regalato quella sicurezza di non esser soli. I figli? Può essere, ma anche no, possono non amare. E anche gli altri legami, se non è il disamore è la morte, che si preoccupa di renderli diversi, se non proprio interromperli. Io credo che non sí possa affidare il profondo della nostra anima ad amori caduchi. Sono belli, importanti, anche se spesso mettono ansia, sono faticosi. Allora proviamo a seguire un ulteriore ragionamento: è difficile che qualcuno, al giorno d'oggi, sia del tutto materialista, immanentista. Il Novecento è stato anche il secolo del crollo, con i muri, delle certezze: la scienza può sbagliare, l'uomo rimane piccolo e insicuro nonostante i successi della tecnologia, Marx sarà stato frainteso, ma non è stato proprio un lume di giustizia e felicità, "e anche io non mi sento troppo bene", chioserebbe Woody Allen. Sappiamo, con gradi di chiarezza diversi, che Qualcuno ha avuto a che fare con l'origine di questo mondo e con la nostra (sia partito dal fango o da un australopiteco). E non è costruita male, questa macchinetta dell'universo. Mi piace pensare che, nell'infinità in cui naufragare "è dolce", qualcuno abbia pensato a me. Mi abbia previsto, atteso. Segua con il fiato sospeso le mie vicende, che sono, lo so, di rilevanza quasi nulla nello scorrere millenario della storia, certo nulla nel computo dell'umana memoria: Alessandro Magno, Giulio Cesare, Napoleone, di loro c'è memoria, ma ce n'è uno ogni molti secoli, e per fortuna, perché non è per i benefici apportati all'umanità che vengono ricordati, questi generali guerrafondai. Il futuro non mi ricorderà, pazienza. Ma qualcuno che mi ha atteso, mi attenderà anche dopo il mio vicino o lontano ultimo respiro. Non è solo il cristianesimo a istillare questo credo, sono anche le letture di tanti sapienti ben poco o per nulla cristiani, è l'affiato di tante religioni. Al termine dell'Apologia, della difesa in tribunale, Socrate disse ai giudici iniqui: "Ora io vado a morire, voi a vivere. Ma chi di noi vada verso ciò che è meglio, è oscuro a tutti, tranne che al dio." Al dio scritto così, minuscolo, perché Socrate ha un'intuizione, un sentire, della vita dopo la morte, di un intervento divino. Noi potremmo dirne di più, forse, ma non è necessario, anche solo l'intuizione, il sospetto dell'ultraterreno ci portano a guardare con occhi diversi l'unico grande cruccio, il morire di persone care, di speranze e ideali, il morire che aggredisce il nostro corpo, ogni giorno un po'. Se c'è un approdo, non ci sono naufraghi. Siamo tutti "scampati", uno per uno. E allora che sarà mai una partita di calcio persa, un ascesso a un molare. Fanno male sì, ma qualcuno lo sa, e ci aspetta, e dopo riposeremo. E adesso mi metto un fiore tra i capelli e prendo il tram canticchiando, anche se questo marzo è bigio come un gennaio.

(La bellezza e il peccato. Piccola scuola di filosofia, Bompiani 2015, pp.12-14)

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