Incanto e disincanto

Proposte di giustizia e di amore
per un mondo disincantato [1]

Domenica III di Pasqua A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

emmausIIIpasqua

Quale dialogo tra Cristo risorto e il modo di oggi?
Le letture che la Chiesa ci propone in questa domenica, marcatamente pasquali (At 2,14.22-33; 1Pt 1,17-21; Lc 24,13-35), proclamano la realtà decisiva della nostra fede: Cristo è vivo; si è fatto uomo, ha dato la vita per la nostra salvezza, nelle sue piaghe siamo stati guariti, è morto, è stato sepolto e il terzo giorno è risuscitato. In questo clima pasquale […] guardiamo il Signore nel Vangelo e ci domandiamo: che cosa si aspettava Gesù da farsi tutto da lui e di esprimersi in gesti di carità?
E se guardiamo al nostro mondo attuale e ci domandiamo: “In quale atteggiamento spirituale è andata a sfociare questa civiltà?”. La parola che si ascolta, che risuona dietro ogni altra, forse non è “disincanto”?

I sintomi del disincanto
Sono svariati, ma forse il più palese è quello degli “incanti su misura”: l’incanto della tecnica che promette sempre cose migliori, l’incanto di un’economia che offre possibilità quasi illimitate in tutti gli aspetti della vita a quanti riescono a essere inclusi nel sistema, l’incanto delle proposte religiose minori, a misura di ogni necessità. Il disincanto ha una dimensione escatologica. Attacca indirettamente, mettendo tra parentesi ogni atteggiamento definitivo e, al suo posto, propone quei piccoli incanti che fanno da “isole” o da “tregua” nei confronti della mancanza di speranza verso l’andamento generale del mondo. Sicché l’unico atteggiamento umano per spezzare gli incanti e i disincanti è metterci davanti alle cose ultime e domandarci: quanto alla speranza, andiamo di bene in meglio salendo o di male in peggio scendendo? E allora sorge il dubbio. Possiamo rispondere? Abbiamo, come cristiani, le parole e i gesti per scandire il ritmo della speranza nei confronti del nostro mondo? Oppure, come i discepoli di Emmaus e quelli che rimasero nel cenacolo, siamo i primi ad avere bisogno di aiuto?

Tornare al vangelo con la sete di un otre nuovo
Per rispondere a questi quesiti ci serve una buona dose di umiltà. E, con quest’umiltà, tornare al Vangelo con la sete di un otre nuovo. Il disincanto del mondo moderno - che in quel terzo di umanità che vive e muore nella miseria più spaventosa non è soltanto disincanto, ma disperazione, rabbiosa in alcuni e rassegnata in altri — ci ricorda quei due passi del Vangelo che parlano della direzione verso cui si orienta la vita: quello dei discepoli clic si allontanavano (scendevano) da Gerusalemme verso Emmaus, e quello dell’uomo aggredito dai briganti che scendeva da Gerusalemme a Gerico (cfr Lc 24,13-35 e Lc 10,29-37).

Il disincanto dell’uomo ferito e dei discepoli di Emmaus
Le due situazioni sono simili. Sia nel dolore dell’uomo ferito che giace semisvenuto senza possibilità di salvezza, dando l’impressione che per lui non ci sia effettivamente niente da fare, sia nel disincanto autoconsapevole e pieno di ragioni di Cleopa, batte la stessa mancanza di speranza. Ed è proprio questo a commuovere il cuore misericordioso di Gesù, che si mette sulla via discendente che loro hanno imboccato e si abbassa, si fa compagno e si nasconde pieno di tenerezza in quei piccoli gesti, gesti di prossimità, in cui ogni parola è incarnata: carne che si avvicina e abbraccia, mani che toccano e bendano, che ungono con l’olio e disinfettano le ferite con il vino... carne che si avvicina e accompagna, che ascolta... mani che spezzano il pane.
La vicinanza del Signore risorto che cammina - sconosciuto - con i piccoli del popolo, che suscita in tanti cuori la compassione del Buon samaritano, è l’unica cosa che può riuscire ad accendere in molti cuori il fuoco della prima carità, per tornare alla società con l’entusiasmo conclusivo dei discepoli di Emmaus e per uscire a proclamare la gioia del Vangelo. Si tratta dell’incontro con Gesù Cristo vivo; ma dobbiamo riscoprire il suo modo di avvicinarsi al ferito per curarlo, per spazzare via i disincanti, per offrire la gioia della dignità umana salvata. Là troveremo risposta alla domanda che insistentemente ci facciamo: come possiamo favorire la manifestazione e la protezione, sempre maggiori, di quella dignità umana tante volte calpestata, sfruttata, sottratta, schiavizzata?

La categoria chiave: quella della prossimità
E la prossimità ha un’andata e un ritorno. Il Signore che ci si approssima quando stiamo male e si fa carico di noi fino alla locanda è lo stesso che, più tardi a Emmaus, fa mostra di tirare dritto. Ci ha soccorsi tante volte e i nostri occhi non lo hanno riconosciuto, perché non abbiamo avuto tempo di invitarlo a restare con noi, a condividere il pane. E la promessa di tornare a pagarci “ciò che spenderai in più” (ivi, 35) vale soltanto per coloro che hanno accolto e curato i loro feriti. Agli altri dirà “non so di dove siete” e quel temibile “allontanatevi da me” (Lc 13,37) che è la cristallizzazione definitiva dell’anti-prossimità.
La prossimità è l’ambito necessario perché sia possibile annunciare la Parola, la giustizia, l’amore, in modo che trovino una risposta di fede. Incontro, conversione, comunione e solidarietà sono categorie che esplicitano la prossimità come criterio evangelico concreto che si oppone ai dettami di un’etica astratta o meramente spirituale. Tra il Padre e il Figlio la prossimità è così perfetta che da essa procede lo Spirito.
È allo Spirito che chiediamo di risvegliare in noi quella particolare sensibilità che ci fa scoprire Gesù nella carne dei nostri fratelli più poveri, più bisognosi, più ingiustamente trattati: infatti quando ci avviciniamo alla carne sofferente di Cristo, quando ce ne facciamo carico, proprio allora nei nostri cuori può brillare la speranza, quella speranza che il nostro mondo disincantato chiede ai cristiani.

Chiesa convertita che riconosce Gesù come compagno di strada di ciascuno
Non vogliamo essere quella Chiesa timorosa che se ne sta rinchiusa nel cenacolo: vogliamo essere la Chiesa solidale che ha il coraggio di scendere per la strada che va da Gerusalemme a Gerico, senza aggirarla; la Chiesa che ha il coraggio di avvicinarsi ai più poveri, di curarli e accoglierli. Non vogliamo essere quella Chiesa delusa che abbandona l’unità degli apostoli e se ne torna nella sua Emmaus: vogliamo essere la Chiesa convertita che, dopo avere accolto e riconosciuto Gesù come compagno di strada di ciascuno, intraprende il ritorno al cenacolo, torna piena di gioia alla vicinanza con Pietro, accetta di mettere insieme con gli altri la propria esperienza di prossimità e persevera nella comunione.

Il terreno è preparato per far crescere la prossimità
Possiamo dire che la misura della speranza è proporzionale al grado di prossimità che si dà tra di noi. Dove convivono meglio che altrove uomini di tante razze e di tanti credo, il terreno è ben preparato a far crescere quella prossimità in tutto il suo splendore e in tutta la sua qualità.

NOTE

1 Proposte di giustizia e di amore per un mondo disincantato, Omelia, per la messa di chiusura del Congresso nazionale di dottrina sociale della Chiesa, Rosario, 8 maggio 2011, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 851-.855.

 

Resta con noi, Signore!

Si fa sera (Lc 24,13)

Terza domenica di Pasqua A

Franco Galeone *

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Si tratta di una pagina famosa, grazie anche alla musica: penso alle tante versioni del canto Resta con noi, Signore; penso anche alle tante pagine di letteratura scritte da F. Mauriac e da Th. Eliot. Ci troviamo come davanti ad uno spartito in 5 atti: a) nella prima scena, due discepoli sono in cammino verso Emmaus, un paese a circa 12 km da Gerusalemme: sono il ritratto della loro crisi religiosa: Noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele; b) cammin facendo, come da sempre capita durante il viaggio, i due discutono sui fatti del giorno: di Gesù di Nazaret; ad un certo punto i due si accorgono di essere in tre; chi è il terzo viandante che ignora tutto quanto è accaduto a Gerusalemme? Chi è il terzo che sempre ti cammina accanto? si chiedeva Th. Eliot; c) questo terzo uomo lentamente si guadagna la fiducia dei due, che ascoltano la spiegazione delle Scritture: Rimani con noi! Vogliono ascoltarlo ancora; e poi, viene la notte, meglio essere in tre che in due; d) comprendono tutto quando, fermatisi per ristorarsi, vedono Lui benedire il pane, spezzarlo e distribuirlo loro: gli occhi si aprono; e) il quinto ed ultimo atto descrive il ritorno veloce a Gerusalemme, altri 12 km, per annunciare agli apostoli la bella notizia, il Vangelo: Davvero il Signore è risorto! Luca vuole insegnarci che l’incontro con Gesù non avviene più nelle sublimi teofanie, che servirebbero solo ad appagare il nostro desiderio di curiosità, ma nella parola che lo Sconosciuto rivolge ai discepoli.

Noi speravamo che fosse Lui …
Quante volte abbiamo provato questo conflitto tra illusioni e delusioni! Credere in Dio non significa avere la sua onnipotenza a nostra disposizione, ma responsabilizzarlo. Se Dio c’è, è responsabile! Dio ha risuscitato Gesù da morte perché non era possibile che lo tenesse in suo potere. La risurrezione di Gesù è per noi la manifestazione della responsabilità di Dio. Dio si fa responsabile, garante della storia dell’uomo. Una responsabilità che si proietta nel futuro, è vero, ma che si è già attuata come primizia in Gesù di Nazaret: il condannato viene assolto, la vittima diventa gloriosa, il morto riprende la vita! Questa verità noi non la postuliamo filosoficamente, ma la ricordiamo con fede. Dio ha preso su di sé la responsabilità della storia. Allora ci appare significativa la mestizia dei due discepoli che, una volta ucciso Gesù, tirano la conclusione: Noi speravamo! Come è doloroso quel verbo al passato! Anche a noi vengono in mente tante cose nelle quali abbiamo, e giustamente, sperato. Ma la storia si è fatta beffa di noi! Gli idealisti e gli spiritualisti non sono mai delusi, perché non si aspettano nulla di buono da questa vita e da questa terra. Ma chi spera è chiamato all’angoscia: chi spera conoscerà la contraddizione.

Lo riconobbero nello spezzare il pane
Noi, abbiamo qualche volta riconosciuto il Signore nello spezzare il pane? Si è mai convertito qualcuno assistendo alle nostre eucaristie? C’è qualcuno che, vedendo i cristiani entrare o uscire di Chiesa, abbia detto: Guarda come si amano! Come si sta bene qui! Vorrei anche io diventare come loro! Cosa ci convince di più: un miracolo o un’eucaristia? Una manifestazione di potenza o un segno di amore? Quando Dio ha voluto rivelarsi, ha scartato tutto ciò che poteva abbagliarci, come la ricchezza e la forza e si è manifestato invece come bambino, come crocifisso, come pezzo di pane, come colui che serve. È definitivamente infranto l’idolo mostruoso, il Leviatano terribile, il Moloch giustiziere. Dio mostra la sua onnipotenza non tanto creando ma perdonando. Non consideriamo più Dio come un poliziotto in agguato, come un occhio che ci spia dal triangolo! Cristo ci ha rivelato il Dio dell’avvenire, l’umanità di Dio, la sofferenza di Dio, e ha istituito una religione per adulti, per uomini liberi, in cui Dio si propone ma non si impone, in cui l’uomo dispone quello che Dio gli propone. Dio offre la salvezza, e soffre se l’uomo la rifiuta!

Il pane è ciò che ci mantiene in vita, e Cristo dà il suo pane come un padre o una madre. Da che cosa i figli conoscono i genitori? Dove impariamo a conoscerci? A tavola, attorno a un buon pranzo. Tutte le ore di lavoro del padre finiscono sulla tavola. E la mamma? Passa la sua giornata nel preparare il cibo: Cosa cucinerò?, umile domanda che vuol dire: Come mostrare anche oggi ai figli che io li amo? Anche la mamma fu una giovane brillante, piena di progetti … ora la sua vita trascorre nel preparare con amore il cibo. L’amore dei genitori si mangia a tavola, insieme; là avviene lo scambio dei progetti, delle confidenze, delle generazioni. Fu alla fine di un pranzo che Gesù disse: Adesso non vi chiamo più servi ma amici Ad ogni pasto noi mangiamo e beviamo l’amore dei genitori; noi abbiamo la statura dell’amore che ci ha nutriti: siamo cresciuti in proporzione dell’amore ricevuto, e cresceremo ancora perché i nostri genitori continueranno ad amarci. Molto cresciamo se molto siamo amati. Anche Gesù ci invita alla mensa: Prendete e mangiate. Ma quanti pasti consumati nella incoscienza, golosità, capricci, prima di aprirci alla gioia e alla gratitudine! Quante comunioni dovremo ancora ricevere, per capire come Dio tratta l’uomo e come l’uomo maltratta Dio!

Fecero ritorno …
Il viaggio dei due discepoli può essere anche il nostro. Anche noi, in viaggio, e non con una sicurezza spavalda ma immersi nel dubbio. La sicurezza della fede convive con l’angoscia. È la grande lezione di S. Kierkegaard. La nostra educazione ha fatto della fede una specie di prontuario presuntuoso, e perciò ci ha disabituati a vivere nell’angoscia serena, nell’oscurità luminosa! Noi camminiamo nel crepuscolo e nell’enigma. Quali sono i segni con cui possiamo testimoniare la speranza nonostante la disperazione? Il Vangelo di oggi ci offre due segni, entrambi collegati: la parola di Dio e la frazione del pane. Non cerchiamo miracoli, santuari famosi, Madonne che piangono … La nostra male-educazione religiosa ci può suggerire superstiziose certezze, ma il Signore ci rimprovera: Se vi dicono che Cristo è là, non ci andate! Non ci sono segni scientifici di Dio. Un segno povero ma efficace è la Parola di Dio. L’altro segno è quello della condivisione del pane. Quando noi condividiamo il pane, significa testimoniare una fraternità che modifica le strutture, aspirare a un mondo in cui la ricchezza non sia occasione di divisione ma di condivisione, collaborare con tutti gli uomini di buona volontà perché la creazione tutta riprenda la sua originaria bellezza. Ecco perché il passaggio alla politica è inevitabile. Lo hanno compreso gli stessi discepoli: Fecero ritorno di corsa a Gerusalemme (conversione), per dire agli altri apostoli che avevano incontrato il Signore (annuncio). BUONA VITA!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano

 

Il significato della

risurrezione di Gesù

Rinaldo Fabris

risurrezione
Attraverso l'esperienza dei discepoli, testimoniata negli scritti delle origini cristiane, la risurrezione di Gesù entra nella storia. Per esprimere e comunicare il significato di questa esperienza, i discepoli di Gesù fanno ricorso al linguaggio della tradizione biblica e dell'ambiente giudaico. Nelle prime testimonianze degli scritti cristiani si afferma che Gesù "è vivo", "è apparso" (a qualcuno), "è stato innalzato" (alla destra di Dio), "è asceso" (al cielo), "è entrato nella gloria" (di Dio). L'esperienza d'incontro dei discepoli con Gesù, dopo e oltre la sua morte, sta alla base della loro speranza nella risurrezione dai morti. La fede in Gesù risorto s'innesta sulla fede nel Dio vivente, che libera il suo popolo dall'Egitto e lo salva. Di fronte all'esperienza del male e della morte il credente della Bibbia fa appello alla giustizia e alla fedeltà di Dio. Nella relazione di alleanza il Signore promette ai fedeli e ai giusti una vita lunga e felice sulla terra (cf. Dt 5,11; 30,15-20).
La fede nel Dio dell'esodo e dell'alleanza entra in crisi quando si fa l'esperienza della morte prematura e della sventura che si abbatte inesorabile sul giusto. Malattia, persecuzione e morte sembrano spezzare o rendere inefficace la relazione vitale con Dio. In alcuni Salmi risuona il grido del giusto che si appella alla fedeltà di Dio: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, gioia senza fine alla tua destra» (Sal 16,10; cf. 49,16; 73,23-24). Nella tradizione biblica si conserva la memoria di alcuni giusti, che Dio non abbandona nella morte, ma prende con sé: il patriarca della generazione prima del diluvio – Enoch (Gen 5,21-24) – e il profeta Elia, che lotta per la fedeltà a Dio, unico Signore, rapito in cielo davanti al suo discepolo Eliseo (2Re 2,1-13). Mosè, del quale nessuno conosce la tomba, è il protagonista dei racconti di assunzione.
Nella tradizione biblica con il lessico e le immagini della "risurrezione" si esprime la fede in Dio, che può cambiare la condizione del suo popolo, oppresso dai nemici e disperso nell'esilio (Os 6,1-3; Ez 37,1-14; Is 26,19). Nel secondo secolo a.C., si dà voce alla speranza dei giusti e dei martiri, caduti per la Legge, con la categoria della "risurrezione" (Dan 12,2-3; 2Mac 7,9.23). I farisei assumono e diffondono la fede nella risurrezione dei morti a livello popolare. Negli ambienti apocalittici del primo secolo d.C. si coltiva la speranza di risurrezione, connessa con gli eventi degli ultimi tempi. La risurrezione dei morti precede il giudizio ultimo di condanna o di salvezza19.
In questo clima matura la fede dei discepoli in Gesù risorto, connessa con la sua attività taumaturgica. Di fronte alla morte prematura e violenta di Giovanni il Battista, si parla della sua risurrezione dai morti, ponendola in rapporto con la figura e l'attività di Gesù: «Giovanni Battista è risorto dai morti e per questo (Gesù) ha il potere di fare prodigi» (Mc 6,14; 6,16; cf. Mt 14,2; Lc 9,7). A livello popolare Gesù è identificato con Elia, Geremia o uno dei profeti del passato che è risorto (Mc 6,15; 8,28; Lc 9,8.19; Mt 16,14). Nel giudaismo del primo secolo dell'era volgare si attende la venuta di una figura profetica, identificata con Mosè o Elia. L'immagine del profeta perseguitato e ucciso, legittimato da Dio con la risurrezione prima del tempo finale, è presente nella tradizione biblica e giudaica. I discepoli di Gesù avrebbero interpretato la sua morte sul modello di Giovanni Battista, il profeta martire risuscitato da Dio.
Ma l'esperienza della risurrezione di Gesù esorbita dal modello del profeta-martire risuscitato da Dio. I discepoli che incontrano Gesù risorto non dicono che egli è il profeta degli ultimi tempi, ma lo riconoscono come il Cristo, il Figlio di Dio e il Signore. Sotto questo profilo l'esperienza dei discepoli di Gesù non ha corrispondenti nella vicenda di Giovanni Battista, né in quella di nessun altro profeta-martire della tradizione giudaica. La figura e l'attività di Gesù, che proclama e inaugura il regno di Dio, non si lasciano rinchiudere dentro il modello del "profeta" del tempo finale. Anche il lessico e le immagini della tradizione apocalittica, riferite all'esperienza della risurrezione di Gesù, sono riduttivi. Nelle prime testimonianze della risurrezione di Gesù ricorrono i verbi "apparire", "rivelarsi", "manifestarsi", che rimandano all'ambiente apocalittico. Nel racconto della visita alla tomba compare la figura dell'angelo interprete (Mc-Mt). Nella tradizione lucana due angeli rivelano il significato della tomba di Gesù e interpretano la sua ascensione al cielo. Questi modelli espressivi di carattere apocalittico non esauriscono il significato della risurrezione di Gesù. Essa s'innesta nella dinamica del regno di Dio, che egli ha proclamato e reso presente con la sua attività prima della morte. L'annuncio del regno di Dio, fatto da Gesù in Galilea, si compie nella fedeltà e solidarietà della sua morte a Gerusalemme.
Il regno di Dio, che si sovrappone al destino del Figlio dell'uomo, solidale con i peccatori nella forma estrema della morte, si rivela in Gesù risorto. Egli inaugura la definitiva signoria di Dio nel mondo e nella storia. Con la risurrezione di Gesù il suo annuncio del regno di Dio riceve la conferma definitiva. I poveri, i peccatori, i malati e gli esclusi, ai quali ha egli ha promesso la liberazione, il perdono e la vita, possono contare sull'azione potente di Dio che lo ha strappato dalla morte, fonte e radice di ogni schiavitù. In Gesù risorto, liberato dalla morte, Dio si fa vicino a ogni essere umano. Nel Messia crocifisso e risuscitato, Dio manifesta il suo volto di Padre e nello stesso tempo svela la nuova identità dell'uomo. Gesù risorto, presentandosi ai discepoli, li chiama "miei fratelli", e annuncia loro la piena comunione con il Padre. Il significato della risurrezione di Gesù è connesso con la rivelazione del nuovo volto di Dio e dell'essere umano.
Nell'incontro con i discepoli, Gesù risorto ristabilisce, a un livello nuovo e diverso, la relazione vitale del tempo che precede la sua morte. L'iniziativa parte da Gesù, che si fa "vedere", si "manifesta", "viene", si "avvicina", "sta in mezzo" ai discepoli. La convivialità attesta che Gesù è vivo, ma nello stesso tempo rimanda al suo ultimo pasto con i discepoli, quando, con il gesto del pane spezzato e del calice condiviso, egli interpreta e anticipa il dono della sua vita per attuare la speranza della piena e definitiva comunione nel regno di Dio. La parola di Gesù, che interpreta i suoi gesti, conduce i discepoli a riconoscere la sua identità. I discepoli si rendono conto che il Signore risorto è lo stesso Gesù che ha annunciato il regno di Dio ed è morto in croce. L'incontro con Gesù, riconosciuto come il "Signore", getta nuova luce sulla sua missione terrena e sulla sua morte. La risurrezione di Gesù è la chiave ermeneutica per interpretare le Scritture. La fiducia dei "giusti" perseguitati e la speranza dei martiri, che hanno affrontato la morte contando sulla fedeltà di Dio, trovano conferma definitiva nella risurrezione di Gesù. In questo senso la morte e risurrezione di Gesù fanno parte del disegno di Dio. La risurrezione di Gesù come vittoria sul male e sulla morte dà il significato pieno e ultimo alle promesse di Dio, che accompagnano la storia di Israele, da Mosè ai profeti.
La comunione ristabilita tra Gesù risorto e i suoi discepoli li apre alla missione universale nel suo nome. Anche se i racconti di apparizione di Gesù risorto non derivano dall'esigenza di legittimare la missione cristiana, si deve riconoscere che l'incontro con Gesù risorto sfocia nell'incarico di missione per i discepoli. Gesù risorto fa ripartire la missione che egli ha inaugurato con l'annuncio del regno di Dio. La missione dei discepoli non è più circoscritta alla "casa di Israele", ma si rivolge a tutti i popoli, perché Gesù risorto è costituito nel ruolo di Signore universale. Tracciando il programma della missione dei discepoli, Gesù sottolinea la continuità tra la sua opera e quella dei suoi inviati e testimoni. Grazie a questa continuità, egli parla ai discepoli e ai destinatari del Vangelo con il linguaggio della comunità credente. La sua presenza e il dono dello Spirito santo garantiscono la fedeltà dei discepoli, che parlano nel suo nome.
Questo è il "segno" permanente della risurrezione di Gesù. Il sepolcro aperto e vuoto è un segno ambivalente, che ha bisogno dell'annuncio: «Gesù è risorto, non è qui» (Mc 16,6). Le apparizioni di Gesù risorto sono circoscritte al gruppo dei discepoli e al tempo di fondazione dell'esperienza cristiana. Per dare autorevolezza al loro annuncio i Dodici e Paolo non possono dire a quelli che li ascoltano: "Ecco, il Signore vi appare, come a noi!". Quanti accolgono l'annuncio che Gesù è il Signore non lo incontrano se non nella testimonianza e nella parola dei suoi inviati. D'ora in poi, il segno della risurrezione di Gesù è la comunità dei credenti in Gesù Cristo, il crocifisso, che Dio ha risuscitato dai morti.
Quelli che accolgono la parola di Gesù fanno esperienza del perdono di Dio, come riconciliazione e superamento delle divisioni e degli egoismi che conducono alla morte. Nella comunità dei credenti in Gesù, si può incontrare il Signore e stabilire con lui la comunione vitale che perdura oltre la morte. I credenti nella risurrezione di Gesù riconoscono che egli è vivo, presente e operante nella storia umana oltre la sua morte. Essi proclamano che Gesù è il Signore glorioso che rende presente e attiva la signoria di Dio nel mondo. Questa fede implica un nuovo stile di vita nei rapporti reciproci e di fronte al mondo. Quanti credono in Gesù risorto dai morti, vivono in attesa del compimento del disegno di Dio sulla storia umana. Essi operano non per un mondo condannato alla necessità e fatalità della morte, ma per la nuova creazione, dove ha stabile dimora la vita, dono di Dio creatore.

(Fonte: Gesù il "Nazareno". Indagine storica, Cittadella 2011, pp. 835-839)

 

Risuscitato da Dio

José Antonio Pagola


Dopo il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L'angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (Matteo 28,1-10).

Cristo è vivo

La Pasqua non è la celebrazione di un avvenimento del passato che, anno dopo anno, si allontana sempre più da noi. Noi credenti celebriamo oggi il risorto che ora vive riempiendo di vita la storia degli uomini.
Credere nel Cristo risorto non significa solo credere in qualcosa accaduta al morto Gesù. È saper ascoltare oggi dal più profondo del nostro essere queste parole: «Non temere, io sono, il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre» (Apocalisse 1,17-18).
Cristo risorto vive ora infondendo in noi la sua energia vitale. In modo nascosto, ma reale, spinge le nostre vite alla pienezza finale. È lui «la legge segreta» che orienta il cammino di tutto verso la Vita. È lui «il cuore del mondo», secondo la bella espressione di Karl Rahner.
Per questo, celebrare la Pasqua significa comprendere la vita in modo diverso. Intuire con gioia che il Risorto è lì, in mezzo alle nostre povere cose, a sostenere per sempre tutto ciò che di buono, bello, puro fiorisce in noi come promessa di infinito, e che, tuttavia, si dissolve e muore senza essere arrivato a pienezza.
Lui si trova nelle nostre lacrime e pene come consolazione permanente e misteriosa. Lui si trova nei nostri fallimenti e nella nostra impotenza come forza sicura che ci difende. Lui si trova nelle nostre depressioni, ad accompagnare in silenzio la nostra solitudine e la nostra tristezza.
Lui si trova nei nostri peccati come misericordia che ci sopporta con pazienza infinita e ci comprende e accoglie fino in fondo. Si trova perfino nella nostra morte come vita che trionfa quando essa sembra spegnersi.
Nessun essere umano è solo. Nessuno vive dimenticato. Nessun lamento cade nel vuoto. Nessun grido resta senza ascolto. Il Risorto è con noi e in noi per sempre. Per questo, la Pasqua è la festa di quelli che si sentono soli e perduti. La festa di quelli che si vergognano della loro meschinità e del loro peccato. La festa di quelli che si sentono morti dentro. La festa di quelli che gemono oppressi dal peso della vita e dalla mediocrità del loro cuore. La festa di tutti noi che ci sappiamo mortali, ma che abbiamo scoperto in Cristo risorto la speranza di una vita eterna.
Felici quelli che lasciano penetrare nel proprio cuore la parola di Cristo: «Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo» (Giovanni 16,33).

Recuperare il Risorto

Per non pochi cristiani, la risurrezione di Gesù è solo un fatto del passato. Qualcosa che accadde al morto Gesù dopo essere stato giustiziato nei dintorni di Gerusalemme circa duemila anni fa. Un avvenimento, pertanto, che con il passare del tempo si allontana sempre più da noi, perdendo la forza di influenzare il presente.
Per altri, la risurrezione di Cristo è, anzitutto, un dogma che si deve credere e confessare. Una verità che, come altre verità di fede, si trova nel Credo, ma non si sa bene in cosa possa consistere la sua efficacia reale. Sono cristiani che hanno fede, ma che non conoscono «la forza della fede»; non sanno per esperienza ciò che significa vivere radicando la vita nel Risorto.
Le conseguenze possono essere gravi. Se perdono il contatto vivo con il Risorto, i cristiani rimangono senza quello che è il suo «Spirito che dà vita». La Chiesa può dunque entrare in un processo di invecchiamento, abitudine e decadenza. Può crescere sociologicamente, ma allo stesso tempo debilitarsi interiormente; il suo corpo può essere grande e potente, mentre piccola e debole è la sua forza di trasformazione.
Se non c'è contatto vitale con Cristo come con qualcuno che è vivo e dà vita, Gesù resta un personaggio del passato che si può ammirare, ma che non fa ardere i cuori; il suo vangelo si riduce a «lettera morta», risaputa e logora, che non fa più vivere. Allora il vuoto lasciato dal Cristo risorto comincia a essere riempito dalla dottrina, dalla teologia, dai riti o dall'attività pastorale. Ma nulla di ciò dà vita se alla sua radice manca il Risorto.
Poche cose possono indebolire l'essere e l'agire dei cristiani tanto quanto la pretesa di sostituire con l'istituzione, la teologia o l'organizzazione ciò che può nascere solo dalla forza vivificante del Risorto. Per questo è urgente il recupero dell'esperienza fondante vissuta agli inizi. I primi discepoli sperimentano la forza segreta della risurrezione di Cristo, vivono «qualcosa» che ne trasforma le vite. Come dice san Paolo, conoscono «la potenza della risurrezione» (Filippesi 3,10). L'esegeta svizzero R. Pesch afferma che la prima esperienza dei cristiani consistette nel fatto che «i discepoli si lasciarono afferrare, affascinare e trasformare dal Risorto».

Credere nel Risorto

Noi cristiani non dobbiamo dimenticare che la fede in Gesù Cristo risorto significa molto di più di un assenso a una formula del Credo. Molto più anche dell'affermazione di qualcosa di straordinario accaduta al morto Gesù circa duemila anni fa.
Credere nel Risorto significa credere che ora Cristo è vivo, pieno di forza e creatività, spinge la vita verso il suo destino ultimo e libera l'umanità dal cadere nella distruzione della morte.
Credere nel Risorto significa credere che Gesù si fa presente tra i credenti. Significa prendere parte attiva agli incontri e ai compiti della comunità cristiana, sapendo con gioia che, quando due o tre di noi sono riuniti nel suo nome, lui è là e sta mettendo speranza nelle nostre vite.
Credere nel Risorto significa scoprire che la nostra preghiera a Cristo non è un monologo vuoto, senza un interlocutore che ascolti la nostra invocazione, ma è dialogo con un vivente che ci sia vicino alla radice stessa della vita.
Credere nel Risorto significa lasciarci interpellare dalla sua parola viva raccolta nei vangeli, e scoprire praticamente che le sue parole sono «spirito e vita» per chi se ne sa nutrire.
Credere nel Risorto significa vivere l'esperienza personale che Gesù ha la forza di cambiare le nostre vite, risuscitare quanto di buono è in noi e liberarci da ciò che uccide la nostra libertà.
Credere nel Risorto significa saperlo scoprire vivo nell'ultimo e più piccolo dei fratelli, mentre ci chiama alla compassione e alla solidarietà.
Credere nel Risorto significa credere che è lui «il primogenito dei morti», in cui ha già avuto inizio la nostra risurrezione e in cui già ci è data la possibilità di vivere in eterno.
Credere nel Risorto significa credere che né la sofferenza né l'ingiustizia né il cancro né l'infarto né il mitra né il peccato né la morte hanno l'ultima parola. Solo il Risorto è il Signore della vita e della morte.

L'ultima parola è di Dio

La risurrezione di Gesù non è solo una celebrazione liturgica. È innanzi tutto la manifestazione dell'amore potente di Dio, che ci salva dalla morte e dal peccato. È possibile sperimentare oggi la sua forza vivificante?
La prima cosa è prendere coscienza che la vita è abitata da un Mistero accogliente, che Gesù chiama «Padre». Nel mondo esiste un tale «eccesso» di sofferenza che la vita può sembrarci qualcosa di caotico e assurdo. Non è così. Anche se a volte non è facile sperimentarlo, la nostra esistenza è sostenuta e diretta da Dio verso una pienezza finale.
Questo dobbiamo cominciare a viverlo a partire dal nostro essere: io sono amato da Dio; mi attende una pienezza senza fine. Ci sono tante frustrazioni nella nostra vita, a volte ci amiamo tanto poco, ci disprezziamo tanto da soffocare in noi la gioia di vivere. Dio, che risuscita, può far rinascere la nostra fiducia e la nostra gioia.
L'ultima parola non è della morte, ma di Dio. C'è tanta morte ingiusta, tanta malattia dolorosa, tanta vita senza senso, che potremmo sprofondare nella disperazione. La risurrezione di Gesù ci ricorda che Dio esiste e salva. Lui ci farà conoscere quella vita piena che qui non abbiamo conosciuto.
Celebrare la risurrezione di Gesù significa aprirci all'energia vivificante di Dio. Il vero nemico della vita non è la sofferenza, ma la tristezza. Ci manca passione per la vita e compassione per chi soffre. Abbondiamo invece di apatia e edonismo a buon mercato, che ci fanno vivere senza gustare il meglio dell'esistenza: l'amore. La risurrezione può essere fonte e stimolo di vita nuova.

A che serve credere nel Risorto?

In una certa occasione, dopo una conferenza sulla risurrezione di Cristo, una persona chiese la parola per dirmi più o meno quanto segue: «Dopo la risurrezione di Cristo, la storia degli uomini è proseguita come sempre. Non è cambiato nulla. A che serve dunque credere che Cristo è risorto? Come può cambiare la mia vita di oggi?».
So che non è facile trasmettere a un altro la propria esperienza di fede. Come gli si può spiegare a parole la luce interiore, la speranza, la dinamica generata dal vivere appoggiandosi radicalmente su Cristo risorto? È bene però che noi credenti esponiamo in base a cosa viviamo la vita.
In primo luogo significa sperimentare una grande fiducia davanti all'esistenza. Non siamo soli. Non camminiamo smarriti e senza meta. Nonostante il nostro peccato e la nostra meschinità, noi uomini siamo accettati da Dio. Non mediteremo mai a sufficienza il saluto che Gesù risorto ripete spesso: «Pace a voi». Sebbene crocifisso dagli uomini, Dio continua a offrirci la sua amicizia.
Inoltre possiamo vivere in libertà senza lasciarci schiavizzare dal desiderio di possesso e di piacere. Non abbiamo bisogno di «divorare» il tempo, come se dopo non esistesse più nulla. Non c'è motivo di riuscire a ottenere tutto e vivere «spremendo» la vita prima che finisca. Si può vivere in modo più sensato. La Vita è molto più di questa vita. Non abbiamo fatto altro che «cominciare» a vivere. Possiamo inoltre vivere con generosità, impegnandoci a fondo in favore degli altri. Vivere amando con disinteresse non significa perdere la vita, ma guadagnarla per sempre. Dalla risurrezione di Cristo sappiamo che l'amore è più forte della morte. Vivere facendo il bene è la forma più sicura per addentrarci nel mistero dell'aldilà.
D'altra parte, godiamo tutto ciò che di bello e buono c'è nella vita, accogliendo con gioia le esperienze di pace, di comunione amorosa o di solidarietà. Anche se frammentarie, sono esperienze dove già ci si manifesta la salvezza di Dio.
Un giorno, tutto quello che qui non è potuto essere, quello che è rimasto a metà, quello che è stato rovinato dalla malattia, dal fallimento o dalla mancanza di amore, troverà in Dio la sua pienezza.
Sappiamo che un giorno arriverà per noi l'ora di morire. Ci sono molti modi per accostarci a questo avvenimento decisivo. Il credente non muore andando verso l'oscurità, il vuoto, il nulla. Con fede umile si consegna al mistero della morte, affidandosi all'amore insondabile di Dio.
«La fede nella risurrezione - ha scritto Manuel Fraijó - è una fede difficile da condividere. Non è invece difficile da ammirare. Rappresenta un nobile sforzo per continuare ad affermare la vita, persino laddove questa soccombe sconfitta dalla morte». t questa la fede che sostiene noi che seguiamo Gesù.

(La via aperta da Gesù 1. Matteo, Borla 2012, pp. 267-272)

 

Franco Garelli

EDUCAZIONE

Il Mulino 2017 - pp. 157 € 12,00

garelli

 

Fanalino di coda
Circola un curioso aneddoto sull’inizio del pontificato di Karol Wojtyla. Un giorno il Papa ha chiesto a un cardinale cui aveva dato udienza di accompagnarlo per un momento di relax nei giardini vaticani. E di fronte al confratello che magnificava quell’oasi di pace, quei prati e quelle siepi ben pettinate, si dice che abbia reagito con queste parole: «Sì, qui è tutto bello; ma io sono un uomo di boschi, non di giardini. Il bosco costringe alla forza, a stare con se stessi, a non essere leziosi, a corazzarsi verso le difficoltà». Amo pensare che questo episodio sveli nel profondo la personalità d’un pontefice recente che ha avuto un ruolo rilevante nella chiesa cattolica e nel mondo. Il suo vigore era espressione di una particolare formazione, degli stimoli «educativi» ricevuti dall’ambiente in cui è nato e cresciuto; tratti questi riconoscibili da quanti – pur di orientamenti diversi – hanno maturato l’idea nell’incontrarlo di essere di fronte ad una figura con un suo preciso spessore umano e spirituale.
Ovviamente la compiutezza educativa non è soltanto una prerogativa delle grandi personalità.
Tutti noi abbiamo conosciuto nel corso degli anni delle persone che pur conducendo una vita ordinaria ci hanno colpito per una loro armonia interna, per una «grazia» personale, per qualche tratto umano distintivo. Tutti aspetti perlopiù disgiunti dal livello di istruzione, dalla classe sociale di appartenenza, dall’ambiente più o meno vivace in cui erano chiamati a vivere. Magari si tratta di contadini che non hanno studiato, o di figure figlie di una cultura popolare o tradizionale, o anche di giovani dagli esiti scolastici incerti; che tuttavia manifestano una forza interiore, una consistenza d’animo non comune, un tipo di linguaggio e una visione della realtà ricchi di significato. Ecco la naturalezza e la forza dell’educazione.
In parallelo, tutti quanti abbiamo in memoria qualche adulto che ha lasciato una traccia nei nostri anni verdi, a fianco di molti altri finiti dietro le quinte della nostra esistenza. Un insegnante, un istruttore, magari un collega di lavoro: il cui sguardo, parola o esempio ci hanno aperto nuovi orizzonti, trasmesso fiducia, richiamato a grandi mete. E ciò al di là dell’aver fatto tesoro della loro presenza, per la difficoltà di recepire dei messaggi impegnativi.
Si tratta di persone perlopiù scomparse dal nostro orizzonte, perse nei molti incroci dell’esistenza. In tutti i casi essi rappresentano la nostra comunità «virtuale» di riferimento, le figure che ci accompagnano nella vita anche se sono ormai distanti, a cui va il nostro pensiero in alcuni momenti decisivi, con un misto di riconoscenza per ciò che ci hanno offerto in chiave educativa e fors’anche di rimpianto per un dover essere intravisto e non sufficientemente onorato. Anche a questo livello emerge la fecondità di una «buona» educazione.
Chiudo questa riflessione richiamando due immagini dell’educazione che circolano nella nostra cultura (e su internet): una che evoca il senso del bello, la finezza estetica; l’altra che celebra il valore dell’impegno formativo nonostante sia arduo scorgerne l’esito. Il primo motto così recita: «L’educazione è come l’eleganza. Se non ce l’hai non puoi fingere di averla»; mentre il secondo ci ricorda che «Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto».

SOMMARIO
Anteprima: «Perché difendiamo il nostro professore?»
I. Tweet (antichi e moderni) sull’educazione
II. L’oggi dell’educazione: crisi e luoghi comuni
III. I giovani: basta con gli stereotipi!
IV. Famiglie indaffarate: più cura che educazione
V. Scuola, la fiducia dimezzata
VI. Dilemmi educativi 111
VII. Condividere valori, suscitare libertà
Fanalino di coda

 

Il silenzio e la fede

Max Picard

 silenzio

I
Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.
Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.
È segno dell'amore divino il fatto che il mistero si circondi sempre di uno strato di silenzio; l'uomo è così esortato a serbare presso di sé uno strato di silenzio per avvicinarsi al mistero. Oggi che nell'uomo e intorno all'uomo non vi è che rumore, l'accesso al mistero risulta difficile. Se manca lo strato di silenzio, la dimensione straordinaria si mescola facilmente con quella ordinaria, con il normale andamento delle cose, e l'uomo riduce allora lo straordinario a semplice parte dell'ordinario, dell'affarìo abituale.
La parola di molti predicatori sul mistero manca spesso di vitalità e risulta inefficace: deriva semplicemente dalla parola già mescolata con migliaia di altre parole, non dal silenzio; eppure nel silenzio avviene non soltanto il primo incontro tra l'uomo e il mistero, ma dal silenzio la parola attinge anche la forza di divenire straordinaria come la straordinarietà del mistero, elevandosi sopra l'ordine delle parole normali come il mistero si eleva sul normale andamento delle cose, e sembra anzi che la parola non sia stata creata per nient'altro che per rappresentare lo straordinario. In tal modo s'identifica con lo straordinario, col mistero, ed è potente come il mistero.
Certo, grazie allo spirito l'uomo è capace di rendere originale e potente la parola, ma la parola che deriva dal silenzio è già naturalmente originale e non c'è bisogno che lo spirito impieghi molta della sua forza per restituire originalità alla parola, giacché il silenzio gliel'ha già conferita; in tal senso il silenzio aiuta lo spirito.
L'uomo riuscirebbe anche soltanto con lo spirito a mantenersi permanentemente nella fede, ma allora lo spirito dovrebbe sempre essere desto, vigilare sempre su se stesso e la fede cesserebbe di essere qualcosa di spontaneo, che esiste senza sforzo. In tal caso l'importante parrebbe lo sforzo di restare nella fede e non la fede stessa; l'uomo che crede in tale tensione potrebbe allora ritenere di essere investito della fede direttamente da Dio medesimo, come qualcuno a cui Dio abbia donato la fede direttamente, quasi fosse un eletto, un profeta. La fede è certo lo straordinario, ma non il contesto esteriore della fede, non lo sforzo per reggerla. Quando manca la base naturale del silenzio, il contesto esteriore diviene lo straordinario.

II
Il silenzio di Dio è diverso dal silenzio umano. Non si oppone alla parola: in Dio parola e silenzio sono uno. Proprio come la parola caratterizza l'essenza umana, così il silenzio è l'essenza di Dio, anche se in lui ogni cosa è chiara ed è nel contempo parola e silenzio.

La voce di Dio non è una voce qualsiasi della natura o l'insieme delle voci della natura, bensì la voce del silenzio. Se è vero che tutto il creato sarebbe muto se il Signore non avesse donato la voce e che quindi tutto ciò che ha fiato deve lodare il Signore, è altrettanto vero che soltanto chi percepisce la voce inaudibile può sentire la voce propria del Signore in tutte le voci (Wilhelm Vischer) [1].

Talvolta sembra che l'uomo e la natura parlino soltanto in quanto Dio ancora non parla e che l'uomo e la natura tacciano soltanto perché non odono ancora il silenzio di Dio.
Grazie all'amore il silenzio di Dio si trasforma in parola; la parola di Dio è silenzio che si dona, silenzio che si dona all'uomo.
Se qualcuno, come Paolo, «ha udito parole ineffabili che all'uomo non è dato pronunciare» [2], questa ineffabilità grava sul silenzio umano, lo rende più profondo e la parola che proviene da questa profondità abitata dall'ineffabile porta in sé una traccia dell'ineffabile divino.

Nel ciel che più della sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là su discende,
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si sprofonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
(Dante, Divina commedia, «Paradiso» I, 4-9) [3]

III
Nella preghiera la parola torna spontaneamente al silenzio, si pone anzi sin dall'inizio nella sfera del silenzio: è accolta da Dio, tolta all'uomo, e assorbita nel silenzio, ove svanisce. La preghiera può non aver fine: la parola della preghiera scompare sempre nel silenzio, poiché pregare è trasfondere la parola nel silenzio.
Nella preghiera la parola emerge dal silenzio come ogni vera parola, ma scaturisce dal silenzio soltanto per giungere fino a Dío, per giungere alla «voce di un sottile silenzio» [4].
Nella preghiera la regione del silenzio inferiore, del silenzio umano, entra in contatto con il silenzio superiore, quello divino e il silenzio inferiore trova riposo in quello superiore. Nella preghiera, la parola e quindi l'uomo stanno a metà strada tra due regioni del silenzio. Nella preghiera l'uomo è sospeso tra queste due regioni.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo raggiunge il proprio compimento e il suo senso attraverso la parola. Ma nella preghiera, raggiunge il proprio senso e la pienezza attraverso l'incontro con il silenzio divino.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo è a servizio della parola umana, ma adesso, nella preghiera, la parola della preghiera è a servizio del silenzio umano: qui la parola conduce il silenzio umano al silenzio divino.

Lo stato attuale del mondo, la vita intera è malata. Se fossi medico e mi si chiedesse un consiglio, risponderei: create silenzio! Fate tacere gli uomini! Altrimenti la parola di Dio non può essere sentita. E se si ricorre a mezzi altrettanto rumorosi per renderla percepibile anche nel baccano, allora non è più la parola di Dio. Create dunque silenzio! (Kierkegaard).


NOTE

1 Wilhelm Vischer (1895-1988), teologo svizzero noto soprattutto per la sua opera in due volumi: Das Christenszeugnis des Alten Testaments (1934).
2 2Corinzi 12, 4: «Quoniam raptus est in Paradisum: et audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».
3 Nel testo l'autore cita la versione tedesca di Karl Vossler (1942).
4 1Re 19, 12: sul monte Oreb la presenza di Dio si manifesta ad Elia nel «mormorio di un vento leggero». Cf. anche nota 8, p. 30.

(FONTE: Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 199-202)

 

Pastorale giovanile, luogo

delle alleanze educative

Intervista a d. Michele Falabretti

a cura di Daniele Rocchi

CONVEGNO
“La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana”: è questo il tema del XV convegno nazionale di pastorale giovanile che si svolgerà a Bologna dal 20 al 23 febbraio. Obiettivo del convegno è “capire il ruolo centrale della figura dell’educatore che non è un solitario che va per la sua strada ma si costruisce attraverso un sistema educativo integrato a più voci: ha ricevuto un mandato educativo dalla comunità cristiana che, a sua volta, lo sostiene e lo forma; con la comunità, con il territorio, con gli altri educatori ha bisogno di intrecciare sogni e progetti. Si tratta di un percorso graduale che può prevedere il passaggio dal fare l’animatore all’essere educatore”. Il convegno arriva dopo la Gmg di Cracovia (luglio 2016) e si colloca nel cammino verso il Sinodo dei vescovi che nel 2018 affronterà il tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. A don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, promotore dell’evento, abbiamo rivolto alcune domande.

 

Questo convegno, in continuità con quelli di Genova (2014) e di Brindisi (2016), pone attenzione sugli educatori. La cura delle nuove generazioni chiede sempre più dei punti di riferimento che la contemporaneità riesce a dare con sempre più difficoltà…
Al convegno di Bologna partiamo con gli educatori, consapevoli che non è un punto di partenza assoluto: avremmo potuto partire dai giovani e dalle loro diverse età di vita. Ma partiamo da qui perché le due grandi esperienze del 2016 (il Giubileo dei ragazzi e la Gmg di Cracovia), ci hanno rivelato l’importanza di costruire percorsi di accompagnamento. C’è bisogno di persone disponibili e competenti che sappiano tessere relazioni educative buone. C’è bisogno di fare alleanza e di fare squadra: fra educatori di uno stesso contesto, fra educatori che appartengono allo stesso territorio ma anche a diverse agenzie educative; fra educatori, famiglie e comunità. Nessun educatore può pensare di potersi muovere da solo, l’azione educativa non può essere un monologo. La pluralità fa crescere.

La sfida educativa riguarda più gli adulti che sono andati in crisi che i giovani?
È andato in crisi anzitutto il cuore degli adulti. Non è la prima volta che attraversiamo tempi difficili; forse il dopoguerra è stato un tempo davvero di fame e di miseria, più difficile della crisi economica che stiamo affrontando. La vera differenza sono proprio gli adulti (nonni e genitori): allora formavano un popolo in missione che non aveva paura di dire ‘voglio lavorare perché i miei figli non passino ciò che abbiamo vissuto noi’. Ma oggi no: adulti e anziani non si sognano neanche lontanamente di rinunciare alla propria posizione. Il mito ‘dell’uomo che si è fatto da solo’ li sta costringendo a ripiegarsi solo sui propri diritti ormai conquistati, ma che non sappiamo fino a quando riusciremo a garantire. Non è difficile vedere una fragilità che, certamente, assume i tratti della precarietà, dell’incertezza lavorativa e sociale, e che si trasforma in vulnerabilità del vivere. Gli adolescenti avvertono questo clima: sentono i racconti delle fatiche e delle scelte di chi giovane, appena avanti a loro, cerca la strada. Oggi un adolescente e un giovane rischiano di guardare al proprio futuro come una minaccia che incombe.

Il problema giovanile dipende anche da adulti che non vogliono fare spazio. Come se ne esce?
“La comunità deve farsi carico dei giovani. La situazione è drammatica ma se ne viene fuori insieme. Di educatori che sanno suonare la chitarra e che sorridono ma non riescono a cogliere i problemi reali dei giovani non sappiamo che farcene. È urgente ridisegnare la figura dell’educatore. Educatori non si nasce, si diventa”.

Sì, ma come?
Attivando quelle alleanze di cui parlavo poco fa, fra educatori, famiglie e comunità. Queste alleanze sono sane, perché aiutano l’educatore a sentirsi costantemente a servizio della Chiesa e delle persone. Ma sono anche difficili, perché chiedono uno stile condiviso e interpellano gli adulti di ogni comunità. Le competenze vanno formate: questo richiede tempo e risorse, intelligenza, cuore, conoscenze. Parlando di educatori torna al centro dell’attenzione l’idea che la Chiesa genera alla fede ogni volta che celebra i sacramenti, che annuncia e tesse relazioni di carità. Ma questo non significa – ancora – generare a una “vita di fede”. Per la quale c’è bisogno di incrociare seriamente la libertà delle persone che non va immediatamente “guidata”, ma va anzitutto interpellata e provocata. Così si diventa educatori. Mi auguro che questo convegno riesca ad offrici non soluzioni immediate ma il gusto di scoprire quali cose vanno custodite nel cuore e fatte crescere. Solo così le nostre competenze educative diventeranno espressione del cuore del Pastore buono.

Il programma del convegno
I lavori saranno aperti dallo psichiatra Vittorino Andreoli con una relazione (20 febbraio) su “Quale adulto per una educazione possibile?”, cui seguiranno (21 febbraio) gli interventi di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena, su “Generare la fede, generare una vita di fede”, e di Chiara Scardicchio, docente di pedagogia sperimentale, su “Educatore e educatori: ritratto di una figura sempre in ricerca”. Il 23 febbraio, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, presenterà la ricerca Ipsos sugli oratori italiani, cui seguirà una comunicazione sul Sinodo sui giovani. Il convegno, cui sono iscritti oltre 650 delegati da tutta Italia, prevede anche tavoli di lavoro, una visita a Ravenna, e si chiuderà con un pellegrinaggio alla Madonna di san Luca dove monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, celebrerà la messa finale.

(FONTE: Parola di vita. Settimanale d'informazione dell'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano (18/02/2017)



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