Dov'è Dio

e dov'è l'uomo

Enzo Bianchi

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Il giorno dei funerali delle vittime del terremoto è il momento in cui il dolore dei singoli assume una dimensione e una visibilità comunitaria, sociale. Nelle bare, che sono sempre troppe, insopportabilmente troppe, sono rinchiuse le speranze di chi è rimasto sotto le macerie e di chi da quelle macerie è uscito distrutto nei suoi sentimenti più cari.
In modo misterioso, i veri celebranti del rito funebre sono proprio i morti: sono infatti le loro vite spezzate, la comunione che alimentavano attorno a sé, l’amore di cui si sono mostrati capaci ad aver convocato quanti li hanno amati e quanti hanno tragicamente scoperto la fragilità di ogni esistenza, la solidarietà nella comune debolezza umana. Non ci sono parole all’altezza di questi eventi: ciò che spetta a noi tutti è assumere, ciascuno con i propri limiti, la responsabilità di farsi prossimo con umiltà e nella compassione.
Da alcuni giorni non cessano di risuonare due domande che sono un unico grido di dolore: “Perché?” e “Dio, dove sei?”. Sono domande antiche come il mondo e brutalmente nuove di fronte a ogni catastrofe. Soprattutto sono domande che ciascuno sente sgorgare in sé all’improvviso, dopo che tante volte aveva potuto illudersi che riguardassero solo gli altri. Poi, più ancora che la forza delle immagini trasmesse dai media, basta l’evocazione di un luogo conosciuto, la somiglianza con un volto familiare, il ricordo di un’amicizia lontana per rendere la disgrazia vicina, nostra.
Il “perché?” riguarda le cause del terremoto, che non sono mai solo naturali, e che dovrebbero essere affrontate con lucidità e serietà nell’immediato ma ancor più nelle fasi successive, per dare non una risposta ma un fine a questo “perché” e renderlo un “affinché”, così che il “mai più!” non risuoni come generica promessa, reiterata in modo scandalosamente inutile a ogni sciagura.
“Dio, dove sei?” invece è l’interrogativo che scuote la nostra fede nel Dio narratoci da suo figlio Gesù: un Padre che non castiga né punisce, ma che perdona, resta misericordioso e invita tutti a non peccare più. È l’antica domanda rilanciata da Voltaire dopo il terremoto di Lisbona del 1755: “O Dio è onnipotente, e allora è cattivo, oppure Dio è impotente, e allora non è il Dio in cui gli uomini credono”. Eppure tutta la tradizione spirituale ebraica e cristiana, ci dice che Dio non è lontano, è con le vittime, accanto a loro, in qualche misura partecipa alle sofferenze umane e accompagna silenziosamente ciascuna di loro per abbracciarla al di là della morte e darle quella vita promessa che è stata contraddetta e negata nella storia. Dio è misericordioso, compassionevole, fedele nell’amore: egli ci accompagna senza mai abbandonarci, anche se il male, la sofferenza e la morte restano un enigma che solo a fatica, grazie alla fede e a Gesù Cristo, può diventare mistero di vita.
Ma chiediamoci anche: può Dio intervenire nel mondo con eventi di cui lui è protagonista senza l’azione degli uomini? Può intervenire castigando o compiendo materialmente il bene senza la cooperazione degli uomini? Oppure Dio interviene solo inviando il suo spirito nella mente e nel cuore delle persone che poi agiscono per il bene o per il male? Molti cristiani oggi sono persuasi che il mondo abbia una propria autonomia da Dio, che siamo veramente liberi e che Dio non può costringerci né con il castigo né con il premio terreno e che quindi la vera domanda da porsi è “Dov’è l’uomo?”. Già Rousseau rispondeva in questi termini all’interrogativo di Voltaire. Sì, dov’è l’uomo con le sue responsabilità concrete nella mancata prevenzione, nella cattiva gestione del territorio, nel prevalere dell’interesse personale su quello comune? Eppure questi tragici eventi ci rivelano un duplice volto dell’essere umano: quello assente, irresponsabile, cinico che purtroppo ben conosciamo. Ma anche quello radicalmente “umano”, quello della compassione, della dedizione spontanea, volontaria, del lanciarsi in soccorso di sconosciuti, dell’umanissimo piangere con gli altri, del ritrovare proprio scavando tra le macerie del dolore l’appartenenza all’unica famiglia umana che era andata smarrita. Ecco dov’è l’uomo, l’essere umano nella sua verità più profonda: lì, a mani nude e a cuore aperto, accanto al fratello, alla sorella nella disgrazia.
Anche oggi che siamo senza parole dobbiamo ripeterci gli uni altri che l’ultima parola non è e non sarà la morte ma la vita piena che Dio dona a tutti noi, suoi figli e figlie: l’ultima parola spetterà a Dio, nella Pasqua eterna, quando asciugherà le lacrime dai nostri occhi, distruggerà la morte e, perdonando il male da noi compiuto, trasfigurerà questa terra in terra nuova, dimora del suo Regno.

(Avvenire 27 agosto 2016)

 

La tavola,

luogo di finzione

o di comunione?

XXII domenica del tempo Ordinario anno C

Enzo Bianchi

gesuatavola
In quel tempo a casa di uno dei capi dei farisei Gesù diceva agli invitati una parabola, notando come sceglievano i primi posti: «Quando sei invitato a nozze da qualcuno, non metterti al primo posto, perché non ci sia un altro invitato più degno di te, e colui che ha invitato te e lui venga a dirti: «Cedigli il posto!». Allora dovrai con vergogna occupare l'ultimo posto. Invece, quando sei invitato, va' a metterti all'ultimo posto, perché quando viene colui che ti ha invitato ti dica: «Amico, vieni più avanti!». Allora ne avrai onore davanti a tutti i commensali. Perché chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato».
Disse poi a colui che l'aveva invitato: «Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch'essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti».
Lc 14,7-14

Sempre durante il viaggio verso Gerusalemme Gesù è avvertito che Erode vuole ucciderlo, quindi è invitato a fuggire. Ma egli non scappa, anzi manda a dirgli che ciò che deve fare lo fa con parrhesía, con franchezza, obbedendo alla volontà del Padre, fino a quando porterà a compimento la sua opera (cf. Lc 13,31-33). Per Gesù Erode è solo una “volpe”, un impuro che egli durante la passione non degnerà neppure di uno sguardo, rimanendo muto davanti a lui, senza rispondere alle sue domande (cf. Lc 23,8-9).
Gesù non fugge, ma compie il suo cammino incurante delle minacce di Erode, e in giorno di sabato, invitato a pranzo da uno dei capi dei farisei, accetta di entrare nella sua casa. Gesù era diventato un rabbi molto noto ed era dunque frequentemente invitato, spesso dopo la sua predicazione in sinagoga, alla tavola di qualche notabile (cf. Lc 7,36; 11,37). Questo capo della sinagoga e gli altri scribi e farisei che invitavano Gesù volevano forse onorarlo? Volevano discutere con lui a proposito dell’interpretazione della Legge? Volevano esaminarlo, metterlo alla prova (cf. Lc 10,25)? Luca annota che, nel caso presente, stavano a osservare il suo comportamento.
Ed ecco che davanti a Gesù c’è un uomo malato di idropisia (cf. Lc 14,2), dunque – secondo l’opinione religiosa del tempo – qualcuno colpito da Dio a causa di un grave peccato commesso, relativo alla sessualità. È sabato, il giorno del Signore, giorno della vita piena, del trionfo della vita sulla malattia e sulla morte: Gesù sente dunque in sé il bisogno di liberare quest’uomo da una malattia invalidante e infamante. Egli sa che sarà contestato, perché agli occhi dei dottori della Legge e dei farisei, quella da lui compiuta apparirà come un’operazione medica, vietata di sabato. Pone dunque una domanda ai suoi interlocutori, costringendoli a uscire allo scoperto: “È lecito o no curare di sabato?” (Lc 14,3). Ma costoro non rispondono, e allora Gesù prende per mano quel malato, lo guarisce e lo congeda (cf. Lc 14,4). Di fronte a questo gesto e alla successiva domanda, ecco calare ancora un silenzio imbarazzato (cf. Lc 14,5-6).
Solo Gesù, sempre attento e vigilante su ciò che gli accade intorno, prende di nuovo la parola. Vede che gli invitati a tavola cercano il primo posto, come sempre, il posto di chi viene onorato dal padrone, quello riservato a chi è ragguardevole, importante. Succede così ancora oggi, nei banchetti solenni: in attesa che il pasto abbia inizio, i presenti sbirciano dove sia il posto dell’invitante e con occhio vorace individuano la sedia più vicina a lui, lanciandosi su di essa come su di una preda. Per questo in certi pranzi o l’invitante indica i posti da prendere a tavola oppure essi sono segnalati da cartoncini posti accanto al piatto…
Vista questa situazione, Gesù dà un insegnamento attraverso una parabola, che leggiamo ancora una volta, parafrasandola. Quando tu, lettore del vangelo, sei invitato a un banchetto, a una festa, non puntare a occupare il primo posto, cioè non crederti un ospite importante e più degno di altri di stare accanto a chi ha convocato la festa, perché in tal caso rischi di essere chiamato a lasciare il posto a un altro invitato più degno di te. È questione di modestia, di non avere un super-io che ti acceca e ti fa credere di valere più di altri. Sarebbe vergognoso che tu fossi costretto a retrocedere davanti a tutti, facendo così emergere la tua indegnità, la tua pretesa importanza. Resta invece modesto, vicino agli ultimi posti, non sopravvalutarti, e allora forse accadrà che chi ti ha invitato venga a dirti: “Amico, vieni più avanti, più vicino a me!”. Così apparirà a tutti i commensali la tua reale importanza agli occhi del padrone di casa.
Certo, queste parole di Gesù rischiano di essere intese come un invito a una falsa umiltà, quella di chi si serve anche della scelta dell’ultimo posto a tavola per essere esaltato davanti a tutti. Ma l’intenzione di Gesù, attraverso questa parabola, è quella espressa nel suo detto conclusivo: “Chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato”. Sì, solo chi è umiliato è realmente umile: guai invece a fingere umiltà in vista dell’esaltazione! Qui più che mai si tratta di impedire a noi stessi di adottare strategie o tattiche. È come se Gesù dicesse a ciascuno di noi: “Sta’ in fondo con modestia, senza atteggiamenti di piccolezza forzata, e soprattutto non desiderare ciò che non dipende da te”.
Semplicità, discrezione, disinteresse devono far parte dello stile di un uomo, di un cristiano, e solo così la festa potrà essere vissuta in modo autentico e non come una scena, un’occasione di apparire. Ciò che uno “è”, è la realtà; ciò che non è e accade, è solo scena. Solo chi si umilia sarà esaltato, chi invece cerca di essere umile e appare tale senza essere umiliato, è semplicemente perverso, creatore di una scena che passa (cf. 1Cor 7,31). La festa si può vivere solo restando al proprio posto e non cercando di rubarlo agli altri. E ciò vale in qualsiasi comunità: stare al proprio posto senza ambire a posti più alti, senza cercare posti tenuti dagli altri, è difficile ma è secondo il pensiero di Gesù, è evangelico e contribuisce alla vera costruzione della comunità. Ognuno dunque stia al proprio posto, secondo la grazia e i doni ricevuti dal Signore (cf. Rm 12,3-6a), perché chi si sopravvaluta cadrà da più in alto, in modo disastroso per sé e per gli altri.
Poi Luca aggiunge un’altra esortazione di Gesù, non più sugli invitati, ma su chi invita a un pasto, a un banchetto: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché non si sentano costretti a ricambiare l’invito”. Triste constatazione questa di Gesù, capace di far emergere il ragionamento di molti che, senza consapevolezza, dicono: “Siccome ci hanno invitati da loro, adesso tocca a noi”, secondo una logica dello scambio utilitaristico che nega ogni gratuità. Diciamo la verità: anche oggi, anzi oggi più che in passato, avviene proprio così, e non siamo più capaci di invitare gli altri a casa nostra, perché l’idolo dell’interesse ci domina. Invitiamo qualcuno a cena, e possibilmente non in casa, ma al ristorante, per ragioni di lavoro (i pasti di lavoro…), calcolando quante volte siamo stati a nostra volta invitati da lui.
Gesù invece ci avverte: il pranzo o la cena di festa sono tali solo quando sono offerti gratuitamente, senza attendersi un contraccambio. Per questo, soprattutto nella comunità cristiana, occorre organizzare feste alle quali siano invitati gli “scartati” della società, quelli che nessuno invita perché non possono ricambiare, perché invitarli non procura onore o decoro. Poveri, storpi, zoppi, ciechi, stranieri, bisognosi devono essere presenti alla nostra tavola; se non ci sono, la nostra non è una tavola secondo il Vangelo, che chiede la condivisione del cibo, l’accoglienza di chi è povero e ultimo. Un pasto gioioso, una vera festa è quella a cui partecipano quelli che non amiamo perché non li conosciamo: invitarli a tavola significa che prima li amiamo, poi li conosciamo, non viceversa, come fanno le persone mondane.
E non si dimentichi che i pranzi aperti ai poveri, ai mendicanti d’amore, ai peccatori, sono quelli a cui partecipava Gesù e che egli ha imbandito nella sua vita. Anche l’eucaristia che celebriamo, se è aperta solo a quelli che si sentono degni e giusti, mentre esclude i poveri e i peccatori perdonati, non è l’eucaristia di Cristo, ma una “nostra” eucaristia: un banchetto religioso ma mondano, non secondo la logica del Vangelo!

 

Fatti per la bellezza

Davide Rondoni

botticelli venere bellezza

L’uomo è fatto per la bellezza, gli uomini le donne, i giovani, tutti. Siamo fatti per cercare la bellezza, ne inseguiamo le tracce, anche sfuggenti, che appaiono e scompaiono, in un colore del cielo, in un battere di occhi, in un voltarsi di un viso. Cerchiamo la bellezza.

Perché siamo fatti per la bellezza? Di cosa ci parla?

La bellezza è come una grande freccia, come una grande indicazione.

C’è qualcosa che ci aspetta, o che il cuore cerca per essere compiuto, di cui la bellezza è il primo segno. Non è un caso – credo - che si dica “sei bella da morire”, o “sei bello da morire”, quando si riferisce a una persona che colma tanto il nostro desiderio di bellezza. “Sei bella da morire”, perché ci sentiamo come troppo piccoli per contenere la cosa che ci sta arrivando. Lo diceva anche Michelangelo: “Qualcosa mi prende che è più me di me, che quasi mi spacca”. È così dicono anche i ragazzi, oggi, “sei bello che spacca”, “sei bella che spacca”.

Perché l’uomo è fatto per rompere la propria misura, per abbracciare qualcosa di più grande, e la bellezza ne è il segno, inequivocabile, che parla tutte le lingue del mondo.

(Il pensiero del giorno, Radio Rai 1, 21 gennaio 2016)

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Una proposta-esperienza per giovani "in via"

Paolo Giulietti

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NELLA RIVISTA


 

1. Il pellegrinaggio e i giovani: sette ingredienti per cambiare
(articolo introduttivo)
Paolo Giulietti

2. Ai confini della terra per trovare se stessi
(Il Cammino di Santiago: dai Pirenei a Santiago de Compostella – Finisterrae)
Breve descrizione del percorso – don Paolo Asolan (docente teol. Past. Laterano)
Considerazioni pastorali – don Paolo Asolan (docente teol. Past. Laterano)
Testimonianza -

3. Riscoprire la fede della Chiesa nell’Italia dei santi
(La Via Francigena dalle Alpi a Roma)
Breve descrizione del percorso – Monica D’Atti
Considerazioni pastorali – Mons. Andrea Migliavacca (vescovo di San Miniato)
Testimonianza -

4. Sulle orme del Poverello in semplicità e armonia
(La Via di Francesco: da La Verna o Greccio ad Assisi)
Breve descrizione del percorso – Gianluigi Bettin (coautore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – Padre Mauro Gambetti (custode del Sacro Convento)
Testimonianza -

5. Alla “Casa del sì” per ascoltare la chiamata di Dio
(La Via Lauretana da Siena a Loreto)
Breve descrizione del percorso – Chiara Serenelli (coautrice guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – don Paolo Volpe (direttore Centro Giovanni Paolo II)
Testimonianza -

6. Quale gioia! Salire a Gerusalemme per scendere alle radici
(La Via di Acri da Akko a Gerusalemme)
Breve descrizione del percorso – Paolo Giulietti (autore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – Paolo Giulietti
Testimonianza -

7. Una scuola itinerante di vita cristiana
(Il Cammino di San Benedetto da Norcia a Montecassino)
Breve descrizione del percorso – Simone Frignani (autore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – don Donato Ogliari (abate di Montecassino)
Testimonianza -

8. Da “Messer lo Papa” per il cammino più antico
(La Via Amerina da Assisi a Roma)
Breve descrizione del percorso – Giancarlo Guerrini (autore guida in pubblicazione)
Considerazioni pastorali – don Simone Poletti (direttore ufficio PG Bergamo)
Testimonianza -

9. Scorgere la provvidenza tra le ferite della storia
(Il Cammino della misericordia da Cracovia a Czestochowa)
Breve descrizione del percorso – don Francesco Pierpaoli (autore guida in pubblicazione)
Considerazioni pastorali – don Francesco Pierpaoli
Testimonianza -


SUL SITO E NELLA NEWSLETTER

(a cura di Maria Rattà)


 

Ogni "cammino" sarà "illustrato" sul sito con indicazioni storico-culturali, turistiche e quant'altro.

 

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Nella parte destra della homepage ULTIMI 30 ARTICOLI

oltre ad articoli "freschi" compaiono articoli "vecchiotti".

Il lettore non si meravigli:

si tratta del progressivo inserimento nel sito

di articoli di NPG delle annate passate,

per completare l'archivio e omogeneizzare l'impaginazione.

Al momento sono articoli del 1980...

 

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