Un luogo, un discepolo

e un libro

Domenica II di Pasqua A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

risurrezione2 01

Il passo del Vangelo che abbiamo ascoltato (cfr Gv 20,19-31) ci parla di un luogo, di un discepolo e di un libro.

Un luogo…

dove il Risorto si rende presente con i suoi doni pasquali…
Il luogo è quello dove si trovavano i discepoli la sera di Pasqua: di esso si dice solo che le sue porte erano chiuse (cfr v. 19). Otto giorni dopo, i discepoli si trovavano ancora in quella casa, e le porte erano ancora chiuse (cfr v. 26). Gesù vi entra, si pone in mezzo e porta la sua pace, lo Spirito Santo e il perdono dei peccati: in una parola, la misericordia di Dio.

… invita ad uscire..
Dentro questo luogo chiuso risuona forte l’invito che Gesù rivolge ai suoi: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi” (v. 21).
Gesù manda. Lui desidera, fin dall’inizio, che la Chiesa sia in uscita, vada nel mondo. E vuole che lo faccia così come lui stesso ha fatto, come lui è stato mandato nel mondo dal Padre: non da potente, ma nella condizione di servo (cfr Fil 2,7), non “per farsi servire, ma per servire” (Mc 10,45) e per portare il lieto annuncio (cfr Lc 4,18); così anche i suoi sono inviati, in ogni tempo. Colpisce il contrasto: mentre i discepoli chiudevano le porte per timore, Gesù li invia in missione; vuole che aprano le porte ed escano a diffondere il perdono e la pace di Dio, con la forza dello Spirito Santo.

… un invito rivolto anche a noi
Questa chiamata è anche per noi. Come non sentirvi l’eco del grande invito di san Giovanni II: “Aprite le porte!”? Tuttavia, nella nostra vita di sacerdoti e consacrati può esserci spesso la tentazione di rimanere un po’ rinchiusi, per timore o per comodità, in noi stessi e nei nostri ambiti. La direzione che Gesù indica è però a senso unico: uscire da noi stessi. È un viaggio senza biglietto di ritorno. Si tratta di compiere un esodo dal nostro io, di perdere la vita per lui (cfr Mc 8,35), seguendo la via del dono di sé. D’altra parte, Gesù non ama le strade percorse a metà, le porte lasciate socchiuse, le vite a doppio binario. Chiede di mettersi in cammino leggeri, di uscire rinunciando alle proprie sicurezze, saldi solo in lui.

… per una vita fatta di amore, servizio e disponibilità, di porre il Signore in mezzo alla vita
In altre parole, la vita dei suoi discepoli più intimi, quali siamo chiamati ad essere, è fatta di amore concreto, cioè di servizio e disponibilità; è una vita dove non esistono spazi chiusi e proprietà private per i propri comodi – almeno non devono esistere. Chi ha scelto di conformare tutta l’esistenza a Gesù non sceglie più i propri luoghi, ma va là dove è mandato; pronto a rispondere a chi lo chiama, non sceglie più nemmeno i propri tempi. La casa dove abita non gli appartiene, perché la Chiesa e il mondo sono i luoghi aperti della sua missione. Il suo tesoro è porre il Signore in mezzo alla vita, senza ricercare altro per sé. Fugge così le situazioni appaganti che lo metterebbero al centro, non si erge sui traballanti piedistalli dei poteri del mondo e non si adagia nelle comodità che infiacchiscono l’evangelizzazione; non spreca tempo a progettare un futuro sicuro e ben retribuito, per non rischiare di diventare isolato e cupo, rinchiuso nelle pareti anguste di un egoismo senza speranza e senza gioia. Contento nel Signore, non si accontenta di una vita mediocre, ma brucia del desiderio di testimoniare e di raggiungere gli altri; ama rischiare ed esce, non costretto da percorsi già tracciati, ma aperto e fedele alle rotte indicate dallo Spirito: contrario al vivacchiare, si rallegra di evangelizzare.

Un discepolo

… che ci assomiglia
Nel Vangelo odierno, in secondo luogo, emerge la figura dell’unico discepolo nominato, Tommaso. Nel suo dubbio e nella sua ansia di voler capire, questo discepolo, anche piuttosto ostinato, un po’ ci assomiglia e ci risulta anche simpatico. Senza saperlo, egli ci fa un grande regalo: ci porta più vicino a Dio, perché Dio non si nasconde a chi lo cerca. Gesù gli mostra le sue piaghe gloriose, gli fa toccare con mano l’infinita tenerezza di Dio, i segni vivi di quanto ha patito per amore degli uomini.
Per noi discepoli, è tanto importante mettere la nostra umanità a contatto con la carne del Signore, cioè portare a Lui, con fiducia e con totale sincerità, fino in fondo, quello che siamo.

… ci assomiglia in tutto
Gesù, come disse a santa Faustina, è contento che gli parliamo di tutto, non si stanca delle nostre vite che già conosce, attende la nostra condivisione, persino il racconto delle nostre giornate (cfr Diario, 6 settembre 1937). Così si cerca Dio, in una preghiera che sia trasparente e non dimentichi di confidare e affidare le miserie, le fatiche e le resistenze. Il cuore di Gesù è conquistato dall’apertura sincera, da cuori che sanno riconoscere e piangere le proprie debolezze, fiduciosi che proprio lì agirà la divina misericordia. Che cosa ci chiede Gesù? Egli desidera cuori veramente consacrati, che vivono del perdono ricevuto da Lui, per riversarlo con compassione sui fratelli. Gesù cerca cuori aperti e teneri verso i deboli, mai duri; cuori docili e trasparenti, che non dissimulano di fronte a chi ha il compito nella Chiesa di orientare il cammino. Il discepolo non esita a porsi domande, ha il coraggio di abitare il dubbio e di portarlo al Signore, ai formatori e ai superiori, senza calcoli e reticenze. Il discepolo fedele attua un discernimento vigile e costante, sapendo che il cuore va educato ogni giorno, a partire dagli affetti, per fuggire ogni doppiezza negli atteggiamenti e nella vita.

…e trova in Gesù il tutto della vita
L’apostolo Tommaso, alla fine della sua appassionata ricerca, non è solo giunto a credere nella risurrezione, ma ha trovato in Gesù il tutto della vita, il suo Signore; gli ha detto: “Mio Signore, mio Dio” (v. 28). Ci farà bene, oggi e ogni giorno, pregare queste splendide parole, con cui dirgli: sei l’unico mio bene, la strada del mio cammino, il cuore della mia vita, il mio tutto.

Un libro

è il Vangelo, nel quale non sono stati scritti i molti altri segni compiuti da Gesù (v. 30). Dopo il grande segno della sua misericordia, potremmo intendere, non è stato più necessario aggiungere altro.

… un libro aperto, dalla pagine ancora bianche, da scrivere
C’è però ancora una sfida, c’è spazio per i segni compiuti da noi, che abbiamo ricevuto lo Spirito dell’amore e siamo chiamati a diffondere la misericordia. Si potrebbe dire che il Vangelo, libro vivente della misericordia di Dio, che va letto e riletto continuamente, ha ancora delle pagine bianche in fondo: rimane un libro aperto, che siamo chiamati a scrivere con lo stesso stile, compiendo cioè opere di misericordia. Vi domando, cari fratelli e sorelle: le pagine del libro di ciascuno di voi, come sono? Sono scritte ogni giorno? Sono scritte un po’ sì e un po’ no? Sono in bianco? Ci aiuti in questo la Madre di Dio: ella, che ha pienamente accolto la Parola di Dio nella vita (cfr Lc 8,20-21), ci dia la grazia di essere scrittori viventi del Vangelo; la nostra Madre di misericordia ci insegni a prenderci cura concretamente delle piaghe di Gesù nei nostri fratelli e sorelle che sono nel bisogno, dei vicini come dei lontani, dell’ammalato come del migrante, perché servendo chi soffre si onora la carne di Cristo.

… con l’aiuto di Maria
La Vergine Maria ci aiuti a spenderci fino in fondo per il bene dei fedeli a noi affidati e a farci carico gli uni degli altri, come veri fratelli e sorelle nella comunione della Chiesa, nostra santa Madre.
Cari fratelli e sorelle, ciascuno di noi custodisce nel cuore una pagina personalissima del libro della misericordia di Dio: è la storia della nostra chiamata, la voce dell’amore che ha attirato e trasformato la nostra vita, portandoci a lasciare tutto sulla Parola e a seguirlo (cfr Lc 5,11). Ravviviamo oggi, con gratitudine, la memoria della sua chiamata, più forte di ogni resistenza e fatica. Continuando la Celebrazione eucaristica, centro della nostra vita, ringraziamo il Signore, perché è entrato nelle nostre porte chiuse con la sua misericordia; perché, come Tommaso, ci ha chiamato per nome; perché ci dà la grazia di continuare a scrivere il suo Vangelo di amore.

(Fonte: Omelia, Santa Messa con i sacerdoti, religiose, religiosi, consacrati e seminaristi polacchi, Cracovia 30 luglio 2016).

 

Fede è fidarsi

di una persona

Riflessioni pluri-tematiche

II domenica di Pasqua - A

a cura di Franco Galeone *

tommaso
Il periodo pasquale si distende per l’arco di sette settimane; in queste sette domeniche pasquali è descritta la Chiesa con le sue gioie e i suoi dubbi. In questa presentazione della Chiesa in espansione, rivestono grande importanza gli Atti degli apostoli, scritti da Luca, autore di questo quinto Vangelo dello Spirito e della Chiesa. Luca descrive la Chiesa primitiva che si costruisce su quattro pilastri: l’insegnamento degli apostoli, la frazione del pane, la preghiera, l’unione fraterna. Oggi viene sottolineata la unione fraterna (koinonia): a fare comunità cristiana, non basta che si raduni un certo numero di cristiani per celebrare un rito liturgico; occorre l’unione fraterna, e questa non solo festivi ma anche feriali. Cristiani a 360 gradi!

Non essere più incredulo!
L’episodio è stato scelto dall’evangelista Giovanni con l’evidente intento di ammaestrare i credenti: imparare a vedere Cristo solo con gli occhi della fede. Il brano evangelico di oggi è dedicato a Tommaso, che rappresenta tutti noi che facciamo fatica a credere. Cristo è paziente con noi; non dobbiamo scoraggiarci dei nostri dubbi, dobbiamo sempre rifiutare ogni teologia e pedagogia della violenza: Ogni forma di violenza usata nel campo della religione e dell’educazione è illegale e immorale, anche a fin di bene (A. Rosmini).

Ci troviamo davanti a una scena tra le più efficaci del Vangelo: notare la pervicacia arrogante dei tre Se non … cui corrispondono con affettuosa ironia i tre imperativi di Cristo: Metti … guarda … tocca… Quindi, ansie, dubbi, problemi … non devono scoraggiare; gli stessi problemi possono diventare una risorsa e una energia; il filosofo del dubbio Cartesio andò a Loreto in pellegrinaggio a ringraziare la Vergine per avergli ispirato il metodo del dubbio. Anche Giovanni della Croce, nella sua Notte oscura, scrive che una certa disperazione avvicina alla perfezione; lo stesso Gesù raggiunse il massimo della gloria dopo avere vissuto l’esperienza del processo e della morte; quel suo umanissimo grido Perché mi hai abbandonato? esprime da un lato lo smarrimento di ogni certezza, dall’altro l’abbandono filiale all’Onnipotenza del Padre: Nelle tue mani consegno il mio spirito.

Tommaso: il primo protestante e il positivista irriducibile!
Oggi la Chiesa ci offre un’altra occasione per convertirci alla gioia della risurrezione; per questo ha scelto il diffidente, l’irriducibile, l’incredulo Tommaso. Tommaso è un vero uomo moderno, un neopositivista, che crede solo a ciò che tocca; il suo metodo è la verificabilità; per lui è il peggio è sempre la cosa più certa. Tommaso è il primo dei protestanti; diventando un protestante si è preparato ad essere un buon cattolico; fosse stato un conformista, sarebbe diventato un mediocre cattolico, mai avrebbe potuto dire: Mio Signore e mio Dio! Gli apostoli erano irritati per la sua testardaggine che volentieri lo avrebbero malmenato per costringerlo a credere (il metodo della violenza, che nei secoli avrà sempre tanti seguaci!). Ma Cristo amava Tommaso, lo ha difeso, lo ha chiamato vicino a sé: Tommaso, fa’ quello che vuoi. E Tommaso è caduto in ginocchio: Mio Signore e mio Dio! Un vero grido di amore; nessun altro apostolo aveva mai chiamato Gesù Mio Dio. Proprio da questo Tommaso, dubitante e violento, Cristo ha ricevuto un grande atto di fede e di amore. Questo fa il Signore: trasforma le nostre colpe, i nostri dubbi, le nostre disperazioni … in felici ricordi, in gridi di amore.

Fede adulta è tollerare le oscurità
Avere fede è convivere con le oscurità. Il bambino vede tutto bianco o tutto nero. Ma la realtà non è mai così. La fede è sempre una mescolanza di luce e di oscurità. Ci sono delle ragioni serie per credere, ma ci sono anche ragioni serie per dubitare. L’uomo ha tante perfezioni per mostrare che è l’immagine di Dio, e tanti difetti per mostrare che ne é soltanto l'immagine. Perciò, è giusto, è utile per noi che Dio sia in parte nascosto (velato) e in parte manifesto (rivelato), poiché per l'uomo è ugualmente pericoloso conoscere Dio senza conoscere la sua miseria, e conoscere la sua miseria senza conoscere Dio. Se non hai mai avuto dubbi di fede, è perché non hai mai riflettuto! Il momento in cui credi di perdere la fede, ecco il momento in cui cominci ad averla veramente, ecco il momento in cui smetti di credere in te e cominci a dare fiducia ad un Altro. La fede non è un elenco di verità, ma una Persona cui affidarsi. Fede è dire Amèn! La fede non è un patrimonio ereditato, un tranquillante prodotto, un pacifico possesso ma un faticoso processo verso la Verità.

Fede adulta è mancanza di prove
Come quando diciamo speranza, è implicito che ci manca la cosa sperata, così quando diciamo fede sottintendiamo la mancanza di prove. Per qualcuno, avere molte prove significa avere molta fede. È invece esattamente l'opposto: prove e fede sono inversamente proporzionali. La fede rassicurante ha bisogno di avere Dio dalla propria parte. La fede biblica si preoccupa di stare ogni giorno dalla parte di Dio: non Dio con noi (Got mit uns: lo credevano i nazisti!) ma noi con Dio.

Essere onesti, come Tommaso
Molti di noi non hanno mai litigato con Dio, non gli hanno mai detto: Mi hai deluso, o forse io ti ho deluso. Il mio cuore è pieno di dolore, e oggi non so più credere in te. Addormentati in cieco rifiuto o in una fedeltà insignificante, attraversiamo così come sonnambuli i giorni della nostra vita. Essere onesti con Dio vuol dire provare la gioia di sentire la fede crescere, o il dolore di vedere la fede diminuire come un fiume, che si ritira e lascia in secco la nostra anima. Essere onesti con Dio significa avere dubbi; la fede non è il tesoro che si sotterra perché non ci venga rubato, ma è il tesoro messo a rischio perché aumenti. Essere dalla parte di Tommaso significa soffrire della nostra incredulità, litigare con Dio, per poter un giorno anche noi esclamare Mio Signore e mio Dio! Da questo racconto risulta che Gesù comprende le nostre difficoltà a credere. E se le superiamo, egli ci elogia. Mi ha sempre suscitato una profonda impressione questa lettera di un ebreo morto nel ghetto di Varsavia, dandosi fuoco con la benzina nel 1943:

Qualche cosa di molto sorprendente accade oggi nel mondo: Dio non ascolta coloro che lo invocano! Stando così le cose, io naturalmente non aspetto un miracolo. Egli mi tratti pure con la stessa indifferenza che ha mostrato a milioni di altri ebrei come me; io non sono una eccezione alla regola, e non pretendo che Egli mi conceda un’attenzione particolare; io non cercherò di salvarmi, non tenterò di fuggire da qui. Preparerò il lavoro bagnando i miei abiti di benzina; le bottiglie di benzina mi sono care come il vino lo è a chi si ubriaca; appena avrò versato l’ultima bottiglia sui miei abiti, metterò questa mia lettera nella bottiglia vuota e la nasconderò fra le pietre. Se qualcuno più tardi la troverà, potrà forse capire i sentimenti di un ebreo, di uno di questi milioni di ebrei che sono morti: un ebreo abbandonato dal Dio a cui credeva tanto intensamente. Io credo al Dio di Israele, anche se egli ha fatto di tutto per spezzare la mia fede in Lui. Io mi piego davanti alla sua grandezza, ma non bacerò il bastone che mi infligge il castigo. Muoio sereno, ma non soddisfatto; da uomo abbattuto ma non disperato; credente ma non supplicante; amando Dio anche quando mi ha respinto. Io l’ho amato, lo amavo, lo amo ancora, anche se mi ha torturato fino alla morte, mi ha ridotto alla vergogna. Ti amerò sempre, anche se non vuoi. E queste sono le mie ultime parole, mio Dio di collera: Tu hai tentato di tutto per farmi cadere nel dubbio, ma tu non riuscirai a far sì che io ti rinneghi.
BUONA VITA!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano

 

Il significato della

risurrezione di Gesù

Rinaldo Fabris

risurrezione
Attraverso l'esperienza dei discepoli, testimoniata negli scritti delle origini cristiane, la risurrezione di Gesù entra nella storia. Per esprimere e comunicare il significato di questa esperienza, i discepoli di Gesù fanno ricorso al linguaggio della tradizione biblica e dell'ambiente giudaico. Nelle prime testimonianze degli scritti cristiani si afferma che Gesù "è vivo", "è apparso" (a qualcuno), "è stato innalzato" (alla destra di Dio), "è asceso" (al cielo), "è entrato nella gloria" (di Dio). L'esperienza d'incontro dei discepoli con Gesù, dopo e oltre la sua morte, sta alla base della loro speranza nella risurrezione dai morti. La fede in Gesù risorto s'innesta sulla fede nel Dio vivente, che libera il suo popolo dall'Egitto e lo salva. Di fronte all'esperienza del male e della morte il credente della Bibbia fa appello alla giustizia e alla fedeltà di Dio. Nella relazione di alleanza il Signore promette ai fedeli e ai giusti una vita lunga e felice sulla terra (cf. Dt 5,11; 30,15-20).
La fede nel Dio dell'esodo e dell'alleanza entra in crisi quando si fa l'esperienza della morte prematura e della sventura che si abbatte inesorabile sul giusto. Malattia, persecuzione e morte sembrano spezzare o rendere inefficace la relazione vitale con Dio. In alcuni Salmi risuona il grido del giusto che si appella alla fedeltà di Dio: «Non abbandonerai la mia vita negli inferi, né lascerai che il tuo fedele veda la corruzione. Mi indicherai il sentiero della vita, gioia piena alla tua presenza, gioia senza fine alla tua destra» (Sal 16,10; cf. 49,16; 73,23-24). Nella tradizione biblica si conserva la memoria di alcuni giusti, che Dio non abbandona nella morte, ma prende con sé: il patriarca della generazione prima del diluvio – Enoch (Gen 5,21-24) – e il profeta Elia, che lotta per la fedeltà a Dio, unico Signore, rapito in cielo davanti al suo discepolo Eliseo (2Re 2,1-13). Mosè, del quale nessuno conosce la tomba, è il protagonista dei racconti di assunzione.
Nella tradizione biblica con il lessico e le immagini della "risurrezione" si esprime la fede in Dio, che può cambiare la condizione del suo popolo, oppresso dai nemici e disperso nell'esilio (Os 6,1-3; Ez 37,1-14; Is 26,19). Nel secondo secolo a.C., si dà voce alla speranza dei giusti e dei martiri, caduti per la Legge, con la categoria della "risurrezione" (Dan 12,2-3; 2Mac 7,9.23). I farisei assumono e diffondono la fede nella risurrezione dei morti a livello popolare. Negli ambienti apocalittici del primo secolo d.C. si coltiva la speranza di risurrezione, connessa con gli eventi degli ultimi tempi. La risurrezione dei morti precede il giudizio ultimo di condanna o di salvezza19.
In questo clima matura la fede dei discepoli in Gesù risorto, connessa con la sua attività taumaturgica. Di fronte alla morte prematura e violenta di Giovanni il Battista, si parla della sua risurrezione dai morti, ponendola in rapporto con la figura e l'attività di Gesù: «Giovanni Battista è risorto dai morti e per questo (Gesù) ha il potere di fare prodigi» (Mc 6,14; 6,16; cf. Mt 14,2; Lc 9,7). A livello popolare Gesù è identificato con Elia, Geremia o uno dei profeti del passato che è risorto (Mc 6,15; 8,28; Lc 9,8.19; Mt 16,14). Nel giudaismo del primo secolo dell'era volgare si attende la venuta di una figura profetica, identificata con Mosè o Elia. L'immagine del profeta perseguitato e ucciso, legittimato da Dio con la risurrezione prima del tempo finale, è presente nella tradizione biblica e giudaica. I discepoli di Gesù avrebbero interpretato la sua morte sul modello di Giovanni Battista, il profeta martire risuscitato da Dio.
Ma l'esperienza della risurrezione di Gesù esorbita dal modello del profeta-martire risuscitato da Dio. I discepoli che incontrano Gesù risorto non dicono che egli è il profeta degli ultimi tempi, ma lo riconoscono come il Cristo, il Figlio di Dio e il Signore. Sotto questo profilo l'esperienza dei discepoli di Gesù non ha corrispondenti nella vicenda di Giovanni Battista, né in quella di nessun altro profeta-martire della tradizione giudaica. La figura e l'attività di Gesù, che proclama e inaugura il regno di Dio, non si lasciano rinchiudere dentro il modello del "profeta" del tempo finale. Anche il lessico e le immagini della tradizione apocalittica, riferite all'esperienza della risurrezione di Gesù, sono riduttivi. Nelle prime testimonianze della risurrezione di Gesù ricorrono i verbi "apparire", "rivelarsi", "manifestarsi", che rimandano all'ambiente apocalittico. Nel racconto della visita alla tomba compare la figura dell'angelo interprete (Mc-Mt). Nella tradizione lucana due angeli rivelano il significato della tomba di Gesù e interpretano la sua ascensione al cielo. Questi modelli espressivi di carattere apocalittico non esauriscono il significato della risurrezione di Gesù. Essa s'innesta nella dinamica del regno di Dio, che egli ha proclamato e reso presente con la sua attività prima della morte. L'annuncio del regno di Dio, fatto da Gesù in Galilea, si compie nella fedeltà e solidarietà della sua morte a Gerusalemme.
Il regno di Dio, che si sovrappone al destino del Figlio dell'uomo, solidale con i peccatori nella forma estrema della morte, si rivela in Gesù risorto. Egli inaugura la definitiva signoria di Dio nel mondo e nella storia. Con la risurrezione di Gesù il suo annuncio del regno di Dio riceve la conferma definitiva. I poveri, i peccatori, i malati e gli esclusi, ai quali ha egli ha promesso la liberazione, il perdono e la vita, possono contare sull'azione potente di Dio che lo ha strappato dalla morte, fonte e radice di ogni schiavitù. In Gesù risorto, liberato dalla morte, Dio si fa vicino a ogni essere umano. Nel Messia crocifisso e risuscitato, Dio manifesta il suo volto di Padre e nello stesso tempo svela la nuova identità dell'uomo. Gesù risorto, presentandosi ai discepoli, li chiama "miei fratelli", e annuncia loro la piena comunione con il Padre. Il significato della risurrezione di Gesù è connesso con la rivelazione del nuovo volto di Dio e dell'essere umano.
Nell'incontro con i discepoli, Gesù risorto ristabilisce, a un livello nuovo e diverso, la relazione vitale del tempo che precede la sua morte. L'iniziativa parte da Gesù, che si fa "vedere", si "manifesta", "viene", si "avvicina", "sta in mezzo" ai discepoli. La convivialità attesta che Gesù è vivo, ma nello stesso tempo rimanda al suo ultimo pasto con i discepoli, quando, con il gesto del pane spezzato e del calice condiviso, egli interpreta e anticipa il dono della sua vita per attuare la speranza della piena e definitiva comunione nel regno di Dio. La parola di Gesù, che interpreta i suoi gesti, conduce i discepoli a riconoscere la sua identità. I discepoli si rendono conto che il Signore risorto è lo stesso Gesù che ha annunciato il regno di Dio ed è morto in croce. L'incontro con Gesù, riconosciuto come il "Signore", getta nuova luce sulla sua missione terrena e sulla sua morte. La risurrezione di Gesù è la chiave ermeneutica per interpretare le Scritture. La fiducia dei "giusti" perseguitati e la speranza dei martiri, che hanno affrontato la morte contando sulla fedeltà di Dio, trovano conferma definitiva nella risurrezione di Gesù. In questo senso la morte e risurrezione di Gesù fanno parte del disegno di Dio. La risurrezione di Gesù come vittoria sul male e sulla morte dà il significato pieno e ultimo alle promesse di Dio, che accompagnano la storia di Israele, da Mosè ai profeti.
La comunione ristabilita tra Gesù risorto e i suoi discepoli li apre alla missione universale nel suo nome. Anche se i racconti di apparizione di Gesù risorto non derivano dall'esigenza di legittimare la missione cristiana, si deve riconoscere che l'incontro con Gesù risorto sfocia nell'incarico di missione per i discepoli. Gesù risorto fa ripartire la missione che egli ha inaugurato con l'annuncio del regno di Dio. La missione dei discepoli non è più circoscritta alla "casa di Israele", ma si rivolge a tutti i popoli, perché Gesù risorto è costituito nel ruolo di Signore universale. Tracciando il programma della missione dei discepoli, Gesù sottolinea la continuità tra la sua opera e quella dei suoi inviati e testimoni. Grazie a questa continuità, egli parla ai discepoli e ai destinatari del Vangelo con il linguaggio della comunità credente. La sua presenza e il dono dello Spirito santo garantiscono la fedeltà dei discepoli, che parlano nel suo nome.
Questo è il "segno" permanente della risurrezione di Gesù. Il sepolcro aperto e vuoto è un segno ambivalente, che ha bisogno dell'annuncio: «Gesù è risorto, non è qui» (Mc 16,6). Le apparizioni di Gesù risorto sono circoscritte al gruppo dei discepoli e al tempo di fondazione dell'esperienza cristiana. Per dare autorevolezza al loro annuncio i Dodici e Paolo non possono dire a quelli che li ascoltano: "Ecco, il Signore vi appare, come a noi!". Quanti accolgono l'annuncio che Gesù è il Signore non lo incontrano se non nella testimonianza e nella parola dei suoi inviati. D'ora in poi, il segno della risurrezione di Gesù è la comunità dei credenti in Gesù Cristo, il crocifisso, che Dio ha risuscitato dai morti.
Quelli che accolgono la parola di Gesù fanno esperienza del perdono di Dio, come riconciliazione e superamento delle divisioni e degli egoismi che conducono alla morte. Nella comunità dei credenti in Gesù, si può incontrare il Signore e stabilire con lui la comunione vitale che perdura oltre la morte. I credenti nella risurrezione di Gesù riconoscono che egli è vivo, presente e operante nella storia umana oltre la sua morte. Essi proclamano che Gesù è il Signore glorioso che rende presente e attiva la signoria di Dio nel mondo. Questa fede implica un nuovo stile di vita nei rapporti reciproci e di fronte al mondo. Quanti credono in Gesù risorto dai morti, vivono in attesa del compimento del disegno di Dio sulla storia umana. Essi operano non per un mondo condannato alla necessità e fatalità della morte, ma per la nuova creazione, dove ha stabile dimora la vita, dono di Dio creatore.

(Fonte: Gesù il "Nazareno". Indagine storica, Cittadella 2011, pp. 835-839)

 

Risuscitato da Dio

José Antonio Pagola


Dopo il sabato, all'alba del primo giorno della settimana, Maria di Màgdala e l'altra Maria andarono a visitare la tomba.
Ed ecco, vi fu un gran terremoto. Un angelo del Signore, infatti, sceso dal cielo, si avvicinò, rotolò la pietra e si pose a sedere su di essa. Il suo aspetto era come folgore e il suo vestito bianco come neve. Per lo spavento che ebbero di lui, le guardie furono scosse e rimasero come morte.
L'angelo disse alle donne: «Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto; venite, guardate il luogo dove era stato deposto. Presto, andate a dire ai suoi discepoli: "È risorto dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea; là lo vedrete". Ecco, io ve l'ho detto».
Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l'annuncio ai suoi discepoli. Ed ecco, Gesù venne loro incontro e disse: «Salute a voi!». Ed esse si avvicinarono, gli abbracciarono i piedi e lo adorarono. Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno» (Matteo 28,1-10).

Cristo è vivo

La Pasqua non è la celebrazione di un avvenimento del passato che, anno dopo anno, si allontana sempre più da noi. Noi credenti celebriamo oggi il risorto che ora vive riempiendo di vita la storia degli uomini.
Credere nel Cristo risorto non significa solo credere in qualcosa accaduta al morto Gesù. È saper ascoltare oggi dal più profondo del nostro essere queste parole: «Non temere, io sono, il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre» (Apocalisse 1,17-18).
Cristo risorto vive ora infondendo in noi la sua energia vitale. In modo nascosto, ma reale, spinge le nostre vite alla pienezza finale. È lui «la legge segreta» che orienta il cammino di tutto verso la Vita. È lui «il cuore del mondo», secondo la bella espressione di Karl Rahner.
Per questo, celebrare la Pasqua significa comprendere la vita in modo diverso. Intuire con gioia che il Risorto è lì, in mezzo alle nostre povere cose, a sostenere per sempre tutto ciò che di buono, bello, puro fiorisce in noi come promessa di infinito, e che, tuttavia, si dissolve e muore senza essere arrivato a pienezza.
Lui si trova nelle nostre lacrime e pene come consolazione permanente e misteriosa. Lui si trova nei nostri fallimenti e nella nostra impotenza come forza sicura che ci difende. Lui si trova nelle nostre depressioni, ad accompagnare in silenzio la nostra solitudine e la nostra tristezza.
Lui si trova nei nostri peccati come misericordia che ci sopporta con pazienza infinita e ci comprende e accoglie fino in fondo. Si trova perfino nella nostra morte come vita che trionfa quando essa sembra spegnersi.
Nessun essere umano è solo. Nessuno vive dimenticato. Nessun lamento cade nel vuoto. Nessun grido resta senza ascolto. Il Risorto è con noi e in noi per sempre. Per questo, la Pasqua è la festa di quelli che si sentono soli e perduti. La festa di quelli che si vergognano della loro meschinità e del loro peccato. La festa di quelli che si sentono morti dentro. La festa di quelli che gemono oppressi dal peso della vita e dalla mediocrità del loro cuore. La festa di tutti noi che ci sappiamo mortali, ma che abbiamo scoperto in Cristo risorto la speranza di una vita eterna.
Felici quelli che lasciano penetrare nel proprio cuore la parola di Cristo: «Abbiate pace in me. Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio, io ho vinto il mondo» (Giovanni 16,33).

Recuperare il Risorto

Per non pochi cristiani, la risurrezione di Gesù è solo un fatto del passato. Qualcosa che accadde al morto Gesù dopo essere stato giustiziato nei dintorni di Gerusalemme circa duemila anni fa. Un avvenimento, pertanto, che con il passare del tempo si allontana sempre più da noi, perdendo la forza di influenzare il presente.
Per altri, la risurrezione di Cristo è, anzitutto, un dogma che si deve credere e confessare. Una verità che, come altre verità di fede, si trova nel Credo, ma non si sa bene in cosa possa consistere la sua efficacia reale. Sono cristiani che hanno fede, ma che non conoscono «la forza della fede»; non sanno per esperienza ciò che significa vivere radicando la vita nel Risorto.
Le conseguenze possono essere gravi. Se perdono il contatto vivo con il Risorto, i cristiani rimangono senza quello che è il suo «Spirito che dà vita». La Chiesa può dunque entrare in un processo di invecchiamento, abitudine e decadenza. Può crescere sociologicamente, ma allo stesso tempo debilitarsi interiormente; il suo corpo può essere grande e potente, mentre piccola e debole è la sua forza di trasformazione.
Se non c'è contatto vitale con Cristo come con qualcuno che è vivo e dà vita, Gesù resta un personaggio del passato che si può ammirare, ma che non fa ardere i cuori; il suo vangelo si riduce a «lettera morta», risaputa e logora, che non fa più vivere. Allora il vuoto lasciato dal Cristo risorto comincia a essere riempito dalla dottrina, dalla teologia, dai riti o dall'attività pastorale. Ma nulla di ciò dà vita se alla sua radice manca il Risorto.
Poche cose possono indebolire l'essere e l'agire dei cristiani tanto quanto la pretesa di sostituire con l'istituzione, la teologia o l'organizzazione ciò che può nascere solo dalla forza vivificante del Risorto. Per questo è urgente il recupero dell'esperienza fondante vissuta agli inizi. I primi discepoli sperimentano la forza segreta della risurrezione di Cristo, vivono «qualcosa» che ne trasforma le vite. Come dice san Paolo, conoscono «la potenza della risurrezione» (Filippesi 3,10). L'esegeta svizzero R. Pesch afferma che la prima esperienza dei cristiani consistette nel fatto che «i discepoli si lasciarono afferrare, affascinare e trasformare dal Risorto».

Credere nel Risorto

Noi cristiani non dobbiamo dimenticare che la fede in Gesù Cristo risorto significa molto di più di un assenso a una formula del Credo. Molto più anche dell'affermazione di qualcosa di straordinario accaduta al morto Gesù circa duemila anni fa.
Credere nel Risorto significa credere che ora Cristo è vivo, pieno di forza e creatività, spinge la vita verso il suo destino ultimo e libera l'umanità dal cadere nella distruzione della morte.
Credere nel Risorto significa credere che Gesù si fa presente tra i credenti. Significa prendere parte attiva agli incontri e ai compiti della comunità cristiana, sapendo con gioia che, quando due o tre di noi sono riuniti nel suo nome, lui è là e sta mettendo speranza nelle nostre vite.
Credere nel Risorto significa scoprire che la nostra preghiera a Cristo non è un monologo vuoto, senza un interlocutore che ascolti la nostra invocazione, ma è dialogo con un vivente che ci sia vicino alla radice stessa della vita.
Credere nel Risorto significa lasciarci interpellare dalla sua parola viva raccolta nei vangeli, e scoprire praticamente che le sue parole sono «spirito e vita» per chi se ne sa nutrire.
Credere nel Risorto significa vivere l'esperienza personale che Gesù ha la forza di cambiare le nostre vite, risuscitare quanto di buono è in noi e liberarci da ciò che uccide la nostra libertà.
Credere nel Risorto significa saperlo scoprire vivo nell'ultimo e più piccolo dei fratelli, mentre ci chiama alla compassione e alla solidarietà.
Credere nel Risorto significa credere che è lui «il primogenito dei morti», in cui ha già avuto inizio la nostra risurrezione e in cui già ci è data la possibilità di vivere in eterno.
Credere nel Risorto significa credere che né la sofferenza né l'ingiustizia né il cancro né l'infarto né il mitra né il peccato né la morte hanno l'ultima parola. Solo il Risorto è il Signore della vita e della morte.

L'ultima parola è di Dio

La risurrezione di Gesù non è solo una celebrazione liturgica. È innanzi tutto la manifestazione dell'amore potente di Dio, che ci salva dalla morte e dal peccato. È possibile sperimentare oggi la sua forza vivificante?
La prima cosa è prendere coscienza che la vita è abitata da un Mistero accogliente, che Gesù chiama «Padre». Nel mondo esiste un tale «eccesso» di sofferenza che la vita può sembrarci qualcosa di caotico e assurdo. Non è così. Anche se a volte non è facile sperimentarlo, la nostra esistenza è sostenuta e diretta da Dio verso una pienezza finale.
Questo dobbiamo cominciare a viverlo a partire dal nostro essere: io sono amato da Dio; mi attende una pienezza senza fine. Ci sono tante frustrazioni nella nostra vita, a volte ci amiamo tanto poco, ci disprezziamo tanto da soffocare in noi la gioia di vivere. Dio, che risuscita, può far rinascere la nostra fiducia e la nostra gioia.
L'ultima parola non è della morte, ma di Dio. C'è tanta morte ingiusta, tanta malattia dolorosa, tanta vita senza senso, che potremmo sprofondare nella disperazione. La risurrezione di Gesù ci ricorda che Dio esiste e salva. Lui ci farà conoscere quella vita piena che qui non abbiamo conosciuto.
Celebrare la risurrezione di Gesù significa aprirci all'energia vivificante di Dio. Il vero nemico della vita non è la sofferenza, ma la tristezza. Ci manca passione per la vita e compassione per chi soffre. Abbondiamo invece di apatia e edonismo a buon mercato, che ci fanno vivere senza gustare il meglio dell'esistenza: l'amore. La risurrezione può essere fonte e stimolo di vita nuova.

A che serve credere nel Risorto?

In una certa occasione, dopo una conferenza sulla risurrezione di Cristo, una persona chiese la parola per dirmi più o meno quanto segue: «Dopo la risurrezione di Cristo, la storia degli uomini è proseguita come sempre. Non è cambiato nulla. A che serve dunque credere che Cristo è risorto? Come può cambiare la mia vita di oggi?».
So che non è facile trasmettere a un altro la propria esperienza di fede. Come gli si può spiegare a parole la luce interiore, la speranza, la dinamica generata dal vivere appoggiandosi radicalmente su Cristo risorto? È bene però che noi credenti esponiamo in base a cosa viviamo la vita.
In primo luogo significa sperimentare una grande fiducia davanti all'esistenza. Non siamo soli. Non camminiamo smarriti e senza meta. Nonostante il nostro peccato e la nostra meschinità, noi uomini siamo accettati da Dio. Non mediteremo mai a sufficienza il saluto che Gesù risorto ripete spesso: «Pace a voi». Sebbene crocifisso dagli uomini, Dio continua a offrirci la sua amicizia.
Inoltre possiamo vivere in libertà senza lasciarci schiavizzare dal desiderio di possesso e di piacere. Non abbiamo bisogno di «divorare» il tempo, come se dopo non esistesse più nulla. Non c'è motivo di riuscire a ottenere tutto e vivere «spremendo» la vita prima che finisca. Si può vivere in modo più sensato. La Vita è molto più di questa vita. Non abbiamo fatto altro che «cominciare» a vivere. Possiamo inoltre vivere con generosità, impegnandoci a fondo in favore degli altri. Vivere amando con disinteresse non significa perdere la vita, ma guadagnarla per sempre. Dalla risurrezione di Cristo sappiamo che l'amore è più forte della morte. Vivere facendo il bene è la forma più sicura per addentrarci nel mistero dell'aldilà.
D'altra parte, godiamo tutto ciò che di bello e buono c'è nella vita, accogliendo con gioia le esperienze di pace, di comunione amorosa o di solidarietà. Anche se frammentarie, sono esperienze dove già ci si manifesta la salvezza di Dio.
Un giorno, tutto quello che qui non è potuto essere, quello che è rimasto a metà, quello che è stato rovinato dalla malattia, dal fallimento o dalla mancanza di amore, troverà in Dio la sua pienezza.
Sappiamo che un giorno arriverà per noi l'ora di morire. Ci sono molti modi per accostarci a questo avvenimento decisivo. Il credente non muore andando verso l'oscurità, il vuoto, il nulla. Con fede umile si consegna al mistero della morte, affidandosi all'amore insondabile di Dio.
«La fede nella risurrezione - ha scritto Manuel Fraijó - è una fede difficile da condividere. Non è invece difficile da ammirare. Rappresenta un nobile sforzo per continuare ad affermare la vita, persino laddove questa soccombe sconfitta dalla morte». t questa la fede che sostiene noi che seguiamo Gesù.

(La via aperta da Gesù 1. Matteo, Borla 2012, pp. 267-272)

 

Franco Garelli

EDUCAZIONE

Il Mulino 2017 - pp. 157 € 12,00

garelli

 

Fanalino di coda
Circola un curioso aneddoto sull’inizio del pontificato di Karol Wojtyla. Un giorno il Papa ha chiesto a un cardinale cui aveva dato udienza di accompagnarlo per un momento di relax nei giardini vaticani. E di fronte al confratello che magnificava quell’oasi di pace, quei prati e quelle siepi ben pettinate, si dice che abbia reagito con queste parole: «Sì, qui è tutto bello; ma io sono un uomo di boschi, non di giardini. Il bosco costringe alla forza, a stare con se stessi, a non essere leziosi, a corazzarsi verso le difficoltà». Amo pensare che questo episodio sveli nel profondo la personalità d’un pontefice recente che ha avuto un ruolo rilevante nella chiesa cattolica e nel mondo. Il suo vigore era espressione di una particolare formazione, degli stimoli «educativi» ricevuti dall’ambiente in cui è nato e cresciuto; tratti questi riconoscibili da quanti – pur di orientamenti diversi – hanno maturato l’idea nell’incontrarlo di essere di fronte ad una figura con un suo preciso spessore umano e spirituale.
Ovviamente la compiutezza educativa non è soltanto una prerogativa delle grandi personalità.
Tutti noi abbiamo conosciuto nel corso degli anni delle persone che pur conducendo una vita ordinaria ci hanno colpito per una loro armonia interna, per una «grazia» personale, per qualche tratto umano distintivo. Tutti aspetti perlopiù disgiunti dal livello di istruzione, dalla classe sociale di appartenenza, dall’ambiente più o meno vivace in cui erano chiamati a vivere. Magari si tratta di contadini che non hanno studiato, o di figure figlie di una cultura popolare o tradizionale, o anche di giovani dagli esiti scolastici incerti; che tuttavia manifestano una forza interiore, una consistenza d’animo non comune, un tipo di linguaggio e una visione della realtà ricchi di significato. Ecco la naturalezza e la forza dell’educazione.
In parallelo, tutti quanti abbiamo in memoria qualche adulto che ha lasciato una traccia nei nostri anni verdi, a fianco di molti altri finiti dietro le quinte della nostra esistenza. Un insegnante, un istruttore, magari un collega di lavoro: il cui sguardo, parola o esempio ci hanno aperto nuovi orizzonti, trasmesso fiducia, richiamato a grandi mete. E ciò al di là dell’aver fatto tesoro della loro presenza, per la difficoltà di recepire dei messaggi impegnativi.
Si tratta di persone perlopiù scomparse dal nostro orizzonte, perse nei molti incroci dell’esistenza. In tutti i casi essi rappresentano la nostra comunità «virtuale» di riferimento, le figure che ci accompagnano nella vita anche se sono ormai distanti, a cui va il nostro pensiero in alcuni momenti decisivi, con un misto di riconoscenza per ciò che ci hanno offerto in chiave educativa e fors’anche di rimpianto per un dover essere intravisto e non sufficientemente onorato. Anche a questo livello emerge la fecondità di una «buona» educazione.
Chiudo questa riflessione richiamando due immagini dell’educazione che circolano nella nostra cultura (e su internet): una che evoca il senso del bello, la finezza estetica; l’altra che celebra il valore dell’impegno formativo nonostante sia arduo scorgerne l’esito. Il primo motto così recita: «L’educazione è come l’eleganza. Se non ce l’hai non puoi fingere di averla»; mentre il secondo ci ricorda che «Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto».

SOMMARIO
Anteprima: «Perché difendiamo il nostro professore?»
I. Tweet (antichi e moderni) sull’educazione
II. L’oggi dell’educazione: crisi e luoghi comuni
III. I giovani: basta con gli stereotipi!
IV. Famiglie indaffarate: più cura che educazione
V. Scuola, la fiducia dimezzata
VI. Dilemmi educativi 111
VII. Condividere valori, suscitare libertà
Fanalino di coda

 

Il silenzio e la fede

Max Picard

 silenzio

I
Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.
Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.
È segno dell'amore divino il fatto che il mistero si circondi sempre di uno strato di silenzio; l'uomo è così esortato a serbare presso di sé uno strato di silenzio per avvicinarsi al mistero. Oggi che nell'uomo e intorno all'uomo non vi è che rumore, l'accesso al mistero risulta difficile. Se manca lo strato di silenzio, la dimensione straordinaria si mescola facilmente con quella ordinaria, con il normale andamento delle cose, e l'uomo riduce allora lo straordinario a semplice parte dell'ordinario, dell'affarìo abituale.
La parola di molti predicatori sul mistero manca spesso di vitalità e risulta inefficace: deriva semplicemente dalla parola già mescolata con migliaia di altre parole, non dal silenzio; eppure nel silenzio avviene non soltanto il primo incontro tra l'uomo e il mistero, ma dal silenzio la parola attinge anche la forza di divenire straordinaria come la straordinarietà del mistero, elevandosi sopra l'ordine delle parole normali come il mistero si eleva sul normale andamento delle cose, e sembra anzi che la parola non sia stata creata per nient'altro che per rappresentare lo straordinario. In tal modo s'identifica con lo straordinario, col mistero, ed è potente come il mistero.
Certo, grazie allo spirito l'uomo è capace di rendere originale e potente la parola, ma la parola che deriva dal silenzio è già naturalmente originale e non c'è bisogno che lo spirito impieghi molta della sua forza per restituire originalità alla parola, giacché il silenzio gliel'ha già conferita; in tal senso il silenzio aiuta lo spirito.
L'uomo riuscirebbe anche soltanto con lo spirito a mantenersi permanentemente nella fede, ma allora lo spirito dovrebbe sempre essere desto, vigilare sempre su se stesso e la fede cesserebbe di essere qualcosa di spontaneo, che esiste senza sforzo. In tal caso l'importante parrebbe lo sforzo di restare nella fede e non la fede stessa; l'uomo che crede in tale tensione potrebbe allora ritenere di essere investito della fede direttamente da Dio medesimo, come qualcuno a cui Dio abbia donato la fede direttamente, quasi fosse un eletto, un profeta. La fede è certo lo straordinario, ma non il contesto esteriore della fede, non lo sforzo per reggerla. Quando manca la base naturale del silenzio, il contesto esteriore diviene lo straordinario.

II
Il silenzio di Dio è diverso dal silenzio umano. Non si oppone alla parola: in Dio parola e silenzio sono uno. Proprio come la parola caratterizza l'essenza umana, così il silenzio è l'essenza di Dio, anche se in lui ogni cosa è chiara ed è nel contempo parola e silenzio.

La voce di Dio non è una voce qualsiasi della natura o l'insieme delle voci della natura, bensì la voce del silenzio. Se è vero che tutto il creato sarebbe muto se il Signore non avesse donato la voce e che quindi tutto ciò che ha fiato deve lodare il Signore, è altrettanto vero che soltanto chi percepisce la voce inaudibile può sentire la voce propria del Signore in tutte le voci (Wilhelm Vischer) [1].

Talvolta sembra che l'uomo e la natura parlino soltanto in quanto Dio ancora non parla e che l'uomo e la natura tacciano soltanto perché non odono ancora il silenzio di Dio.
Grazie all'amore il silenzio di Dio si trasforma in parola; la parola di Dio è silenzio che si dona, silenzio che si dona all'uomo.
Se qualcuno, come Paolo, «ha udito parole ineffabili che all'uomo non è dato pronunciare» [2], questa ineffabilità grava sul silenzio umano, lo rende più profondo e la parola che proviene da questa profondità abitata dall'ineffabile porta in sé una traccia dell'ineffabile divino.

Nel ciel che più della sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là su discende,
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si sprofonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
(Dante, Divina commedia, «Paradiso» I, 4-9) [3]

III
Nella preghiera la parola torna spontaneamente al silenzio, si pone anzi sin dall'inizio nella sfera del silenzio: è accolta da Dio, tolta all'uomo, e assorbita nel silenzio, ove svanisce. La preghiera può non aver fine: la parola della preghiera scompare sempre nel silenzio, poiché pregare è trasfondere la parola nel silenzio.
Nella preghiera la parola emerge dal silenzio come ogni vera parola, ma scaturisce dal silenzio soltanto per giungere fino a Dío, per giungere alla «voce di un sottile silenzio» [4].
Nella preghiera la regione del silenzio inferiore, del silenzio umano, entra in contatto con il silenzio superiore, quello divino e il silenzio inferiore trova riposo in quello superiore. Nella preghiera, la parola e quindi l'uomo stanno a metà strada tra due regioni del silenzio. Nella preghiera l'uomo è sospeso tra queste due regioni.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo raggiunge il proprio compimento e il suo senso attraverso la parola. Ma nella preghiera, raggiunge il proprio senso e la pienezza attraverso l'incontro con il silenzio divino.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo è a servizio della parola umana, ma adesso, nella preghiera, la parola della preghiera è a servizio del silenzio umano: qui la parola conduce il silenzio umano al silenzio divino.

Lo stato attuale del mondo, la vita intera è malata. Se fossi medico e mi si chiedesse un consiglio, risponderei: create silenzio! Fate tacere gli uomini! Altrimenti la parola di Dio non può essere sentita. E se si ricorre a mezzi altrettanto rumorosi per renderla percepibile anche nel baccano, allora non è più la parola di Dio. Create dunque silenzio! (Kierkegaard).


NOTE

1 Wilhelm Vischer (1895-1988), teologo svizzero noto soprattutto per la sua opera in due volumi: Das Christenszeugnis des Alten Testaments (1934).
2 2Corinzi 12, 4: «Quoniam raptus est in Paradisum: et audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».
3 Nel testo l'autore cita la versione tedesca di Karl Vossler (1942).
4 1Re 19, 12: sul monte Oreb la presenza di Dio si manifesta ad Elia nel «mormorio di un vento leggero». Cf. anche nota 8, p. 30.

(FONTE: Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 199-202)

 

Pastorale giovanile, luogo

delle alleanze educative

Intervista a d. Michele Falabretti

a cura di Daniele Rocchi

CONVEGNO
“La cura e l’attesa. Il buon educatore e la comunità cristiana”: è questo il tema del XV convegno nazionale di pastorale giovanile che si svolgerà a Bologna dal 20 al 23 febbraio. Obiettivo del convegno è “capire il ruolo centrale della figura dell’educatore che non è un solitario che va per la sua strada ma si costruisce attraverso un sistema educativo integrato a più voci: ha ricevuto un mandato educativo dalla comunità cristiana che, a sua volta, lo sostiene e lo forma; con la comunità, con il territorio, con gli altri educatori ha bisogno di intrecciare sogni e progetti. Si tratta di un percorso graduale che può prevedere il passaggio dal fare l’animatore all’essere educatore”. Il convegno arriva dopo la Gmg di Cracovia (luglio 2016) e si colloca nel cammino verso il Sinodo dei vescovi che nel 2018 affronterà il tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”. A don Michele Falabretti, responsabile del Servizio nazionale per la pastorale giovanile, promotore dell’evento, abbiamo rivolto alcune domande.

 

Questo convegno, in continuità con quelli di Genova (2014) e di Brindisi (2016), pone attenzione sugli educatori. La cura delle nuove generazioni chiede sempre più dei punti di riferimento che la contemporaneità riesce a dare con sempre più difficoltà…
Al convegno di Bologna partiamo con gli educatori, consapevoli che non è un punto di partenza assoluto: avremmo potuto partire dai giovani e dalle loro diverse età di vita. Ma partiamo da qui perché le due grandi esperienze del 2016 (il Giubileo dei ragazzi e la Gmg di Cracovia), ci hanno rivelato l’importanza di costruire percorsi di accompagnamento. C’è bisogno di persone disponibili e competenti che sappiano tessere relazioni educative buone. C’è bisogno di fare alleanza e di fare squadra: fra educatori di uno stesso contesto, fra educatori che appartengono allo stesso territorio ma anche a diverse agenzie educative; fra educatori, famiglie e comunità. Nessun educatore può pensare di potersi muovere da solo, l’azione educativa non può essere un monologo. La pluralità fa crescere.

La sfida educativa riguarda più gli adulti che sono andati in crisi che i giovani?
È andato in crisi anzitutto il cuore degli adulti. Non è la prima volta che attraversiamo tempi difficili; forse il dopoguerra è stato un tempo davvero di fame e di miseria, più difficile della crisi economica che stiamo affrontando. La vera differenza sono proprio gli adulti (nonni e genitori): allora formavano un popolo in missione che non aveva paura di dire ‘voglio lavorare perché i miei figli non passino ciò che abbiamo vissuto noi’. Ma oggi no: adulti e anziani non si sognano neanche lontanamente di rinunciare alla propria posizione. Il mito ‘dell’uomo che si è fatto da solo’ li sta costringendo a ripiegarsi solo sui propri diritti ormai conquistati, ma che non sappiamo fino a quando riusciremo a garantire. Non è difficile vedere una fragilità che, certamente, assume i tratti della precarietà, dell’incertezza lavorativa e sociale, e che si trasforma in vulnerabilità del vivere. Gli adolescenti avvertono questo clima: sentono i racconti delle fatiche e delle scelte di chi giovane, appena avanti a loro, cerca la strada. Oggi un adolescente e un giovane rischiano di guardare al proprio futuro come una minaccia che incombe.

Il problema giovanile dipende anche da adulti che non vogliono fare spazio. Come se ne esce?
“La comunità deve farsi carico dei giovani. La situazione è drammatica ma se ne viene fuori insieme. Di educatori che sanno suonare la chitarra e che sorridono ma non riescono a cogliere i problemi reali dei giovani non sappiamo che farcene. È urgente ridisegnare la figura dell’educatore. Educatori non si nasce, si diventa”.

Sì, ma come?
Attivando quelle alleanze di cui parlavo poco fa, fra educatori, famiglie e comunità. Queste alleanze sono sane, perché aiutano l’educatore a sentirsi costantemente a servizio della Chiesa e delle persone. Ma sono anche difficili, perché chiedono uno stile condiviso e interpellano gli adulti di ogni comunità. Le competenze vanno formate: questo richiede tempo e risorse, intelligenza, cuore, conoscenze. Parlando di educatori torna al centro dell’attenzione l’idea che la Chiesa genera alla fede ogni volta che celebra i sacramenti, che annuncia e tesse relazioni di carità. Ma questo non significa – ancora – generare a una “vita di fede”. Per la quale c’è bisogno di incrociare seriamente la libertà delle persone che non va immediatamente “guidata”, ma va anzitutto interpellata e provocata. Così si diventa educatori. Mi auguro che questo convegno riesca ad offrici non soluzioni immediate ma il gusto di scoprire quali cose vanno custodite nel cuore e fatte crescere. Solo così le nostre competenze educative diventeranno espressione del cuore del Pastore buono.

Il programma del convegno
I lavori saranno aperti dallo psichiatra Vittorino Andreoli con una relazione (20 febbraio) su “Quale adulto per una educazione possibile?”, cui seguiranno (21 febbraio) gli interventi di monsignor Erio Castellucci, vescovo di Modena, su “Generare la fede, generare una vita di fede”, e di Chiara Scardicchio, docente di pedagogia sperimentale, su “Educatore e educatori: ritratto di una figura sempre in ricerca”. Il 23 febbraio, Nando Pagnoncelli, presidente di Ipsos, presenterà la ricerca Ipsos sugli oratori italiani, cui seguirà una comunicazione sul Sinodo sui giovani. Il convegno, cui sono iscritti oltre 650 delegati da tutta Italia, prevede anche tavoli di lavoro, una visita a Ravenna, e si chiuderà con un pellegrinaggio alla Madonna di san Luca dove monsignor Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, celebrerà la messa finale.

(FONTE: Parola di vita. Settimanale d'informazione dell'Arcidiocesi di Cosenza-Bisignano (18/02/2017)



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