Il seminatore

Fratel Nimal- Bose


18 giugno 2019

In quel tempo,4poiché una grande folla si radunava e accorreva a lui gente da ogni città, Gesù disse con una parabola: 5«Il seminatore uscì a seminare il suo seme. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada e fu calpestata, e gli uccelli del cielo la mangiarono. 6Un'altra parte cadde sulla pietra e, appena germogliata, seccò per mancanza di umidità. 7Un'altra parte cadde in mezzo ai rovi e i rovi, cresciuti insieme con essa, la soffocarono. 8Un'altra parte cadde sul terreno buono, germogliò e fruttò cento volte tanto». Detto questo, esclamò: «Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!».
9I suoi discepoli lo interrogavano sul significato della parabola. 10Ed egli disse: «A voi è dato conoscere i misteri del regno di Dio, ma agli altri solo con parabole, affinché
vedendo non vedano
e ascoltando non comprendano.
11Il significato della parabola è questo: il seme è la parola di Dio.12I semi caduti lungo la strada sono coloro che l'hanno ascoltata, ma poi viene il diavolo e porta via la Parola dal loro cuore, perché non avvenga che, credendo, siano salvati. 13Quelli sulla pietra sono coloro che, quando ascoltano, ricevono la Parola con gioia, ma non hanno radici; credono per un certo tempo, ma nel tempo della prova vengono meno. 14Quello caduto in mezzo ai rovi sono coloro che, dopo aver ascoltato, strada facendo si lasciano soffocare da preoccupazioni, ricchezze e piaceri della vita e non giungono a maturazione. 15Quello sul terreno buono sono coloro che, dopo aver ascoltato la Parola con cuore integro e buono, la custodiscono e producono frutto con perseveranza.
Lc 8,4-15

Di fronte a una grande folla, Gesù si rivolge a ciascuno dei presenti, richiamandoli alla responsabilità di un ascolto autentico: “Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!”.
Nella prima parte del testo egli ricorre a un’immagine del mondo agricolo, oggi inconsueta. Essa conserva tuttavia la sua forza; seminare è dare la vita, è un atto di speranza che testimonia una fiducia che accetta la sfida del tempo, dell’attesa che intercorre tra la semina e la raccolta. Sentiamo subito una ridondanza propria di Luca: “Uscì il seminatore a seminare il suo seme”. Il seme è la parola di Dio che ci viene donata con generosità come la pioggia e la neve che scendono dal cielo per donare il seme a chi semina e il pane a chi mangia (Is 55,10). Fermiamoci a riflettere sulla costanza e sulla determinazione con cui il Signore continuamente parla al nostro cuore. Pensiamo che l’ascolto della parola di Dio sia un atto della nostra volontà, in realtà è sempre atto della misericordia di Dio che continuamente ci interpella. Noi sovente siamo incapaci di quell’ascolto che sa cogliere i riflessi della sua parola in ogni istante, in ogni incontro delle nostre giornate.
Le modalità con cui il seme cade sul terreno descrivono diversi modi di accogliere la Parola; noi facciamo esperienza di queste modalità spesso senza rendercene conto. Il seme caduto a terra viene calpestato e portato via dal diavolo. Solo Luca, tra i sinottici, ci dice che il seme viene calpestato, come il sale che non ha più sapore (cf. Mt 5,13). È il nostro cuore indurito, a volte reso impermeabile dagli eventi della vita. Pensiamo di proteggerci dal dolore e dalla sofferenza, ma non ci rendiamo conto che stiamo impedendo alla vita stessa di trasformarci, di rendere fecondo il nostro cuore, fecondo di quell’amore di Dio che è stato riversato in noi senza misura dalla Spirito (cf. Rm 5,5) e che solo può curarci dalle ferite e dal dolore.
Luca esplicita l’azione del diavolo che porta via la Parola perché non avvenga che, credendo, siano salvati. Questo è un principio di morte che vuole separarci dall’amore di Dio, che ci isola nel nostro indurimento. Il Signore conosce tutto questo. La citazione di Is 6,9, che troviamo tra la parabola e la sua spiegazione sembra prevederlo, alludendo all’incapacità di accogliere la Parola, che si presenta a noi come mistero. Non possiamo comprendere tutto e subito, ma ci viene chiesto di accogliere il mistero come un seme che deve morire in noi e accettare di attraversare il lungo inverno prima di poter vedere crescere e maturare un frutto. “Se il chicco di grano caduto in terra non muore rimane solo, se invece muore produce molto frutto” (Gv 12,24). Accogliendo la parola di Dio viviamo ogni giorno il mistero della nostra salvezza, della passione, morte e resurrezione del Signore Gesù, ma riconosciamo anche che la nostra vita per gran parte è nascosta con Cristo in Dio (cf. Col 3,3), come il seme nella nuda terra.
Abbiamo bisogno di “un cuore capace di ascolto” (1Re 3,9), un cuore custodito, secondo la tradizione monastica, in cui abbiamo scavato e reso profondo (cf. Lc 7,48), perché non avvenga che al sorgere della prova venga meno la fede. L’attesa del tempo che passa mette alla prova la perseveranza, ma un cuore che accoglie e custodisce la Parola è da essa custodito.
Chi di noi può affermare di avere un cuore integro e buono? Dobbiamo riconoscere che questa bontà del cuore non viene da noi, ma è il sigillo della creazione di Dio (cf. Gen 1,31). Lasciare che la sua Parola ogni giorno ci raggiunga significa lasciarci ri-creare dal Padre ogni giorno, solo così potremo trarre cose buone dal buon tesoro del nostro cuore (cf. Lc 7,45), reso fecondo del frutto della perseveranza dalla sua Parola che non viene meno.
La parabola non ci parla di qualità innate che alcuni posseggono e altri no, non ci indica una via morale da perseguire, essa ci invita a interrogarci su come noi ascoltiamo (cf. Lc 8,18) e a dilatare questa modalità nel tempo, perché custodire significa sapere attendere con fiducia e speranza che il frutto giunga a suo tempo (cf. Lc 13,8).

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La "pastorale generativa"

Christoph Theobald *

In memoria fraterna di Philippe Bacq sj (1938-2016)

In questo volume (Urgenze pastorali. Per una pedagogia della riforma) non si è trattato in maniera esplicita di ciò che si è convenuto di chiamare «pastorale generativa», ma le intuizioni fondamentali del nostro percorso si iscrivono chiaramente in questa direzione. Oggi si può dire che essa ha incontrato un certo successo, perché ha invitato coloro che vi si ispirano a prendere le distanze sia rispetto a contrapposizioni e risentimenti del passato sia rispetto a dibattiti istituzionali che, senza vie d'uscita, hanno scoraggiato molti attori pastorali; nella nostra situazione di «crisi», li ha piuttosto aiutati a mantenere una rotta spirituale. Ma riconosciamo altresì che il vocabolario della «generazione» ha favorito banalizzazioni, a volte un approccio euforico, caricature (da parte di alcuni detrattori) e persino incomprensioni.
Un dato storico permetterà forse di far comprendere la sfida che questa espressione contiene. Nel 1989, il padre gesuita Édouard Pousset (docente al Centre Sèvres) la utilizzò per la prima volta in occasione di un bilancio pastorale al Villard, un centro animato dalla Mission de France, situato sull'altopiano di Millevaches (Creuse). Non è questa la sede per analizzare l'insieme del suo testo (la cui nuova redazione, più sviluppata è stata da noi pubblicata in Aujourd'hui l'Église, n. 1, Association Roche-Colombe, maggio 1991). Basta citare la diagnosi che apre questo bilancio e ricordare le conseguenze che ne derivano:

Questi giovani, battezzati o no (del MRJC),[1] non sono cristiani. 40 o 50 anni fa, noi lo eravamo. Non perché portavamo in noi i segni di una migliore autenticità evangelica, ma perché vivevamo un'adesione più reale, più efficace all'istituzione cristiana della Chiesa. Il battesimo ci istituiva discepoli di Cristo e lo eravamo, in qualche modo, attraverso una presenza reale della Chiesa nelle nostre coscienze e in tutto il campo sociale. Questa presenza ci impregnava e aveva formato in noi dei riferimenti cristiani significativi già prima di aver iniziato la nostra istruzione religiosa e umana più approfondita.

Tale presenza reale della Chiesa non esiste più per questi giovani. Non vivono più in questa atmosfera che avrebbe formato in loro riferimenti e segni, e che avrebbe fatto penetrare in loro un po' dell'essere cristiano nel quale il battesimo ha continuato a costituire la maggior parte di loro. Con loro non si tratta subito di un'educazione della coscienza cristiana ma della genesi, della generazione di tale coscienza.

SEGNALAZIONE

I giovani di Benedetto

 

Elledici 2019 - pp. 87 - € 6,90

«Pensando al pontificato di Benedetto XVI il suo rapporto con i giovani non è il primo aspetto a cui si pensa spontaneamente. Ma se si guarda nel dettaglio non è difficile riconoscere che anch’egli vi ha dedicato molta attenzione e molto cuore. Benedetto, verso la fine del suo pontificato, nel grande discorso di fine anno del 2011 alla Curia romana, definì le GMG “una medicina contro la stanchezza del credere”, “una nuova evangelizzazione vissuta”, in cui si delinea “un modo nuovo, ringiovanito, dell’essere cristiani”. Con questo testo si mette in rilievo che lo spazio avuto dai giovani nel pontificato di Benedetto XVI è stato molto ampio, e proprio in esso sono da riconoscere diversi fra i momenti più belli e felici di un ministero papale in cui non sono mancate le difficoltà. Ora, nella Chiesa in uscita di Francesco, i giovani sono lanciati con forza verso un rinnovato entusiasmo d’impegno e di servizio, di solidarietà con i poveri e di cura della casa comune».
(dalla Prefazione di P. Federico Lombardi)

Una notizia che

ci rallegra e onora

Nomina di Consultori della
Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi

sala

Il 24 maggio scorso, festa di Maria Ausiliatrice, Papa Francesco ha dato un nuovo segnale della considerazione che nutre verso la Famiglia Salesiana nominando tra i Consultori della Segreteria Generale del Sinodo dei Vescovi don Rossano Sala, SDB, docente di Pastorale Giovanile presso l’Università Pontificia Salesiana e direttore della rivista "Note di pastorale giovanile", e che ha svolto l’incarico di Segretario Speciale al Sinodo dei Vescovi sui Giovani; e suor Alessandra Smerilli, delle Figlie di Maria Ausiliatrice, docente di Economia presso la Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium”, di recente nominata anche Consigliere dello Stato della Città del Vaticano.
Per don Sala – nominato Consultore insieme con l’altro Segretario Speciale al Sinodo sui Giovani, il gesuita padre Giacomo Costa – la nomina rappresenta un’indicazione del fatto che il Santo Padre Francesco e la Segreteria Generale del Sinodo hanno ritenuto l’ultimo sinodo un’esperienza utile per il futuro cammino della Chiesa, che ha espresso approcci e modalità da mantenere e da far maturare anche nei Sinodi dei Vescovi che verranno.
In tal senso va riletta anche la nomina, per la prima volta, di quattro donne tra i Consultori della Segreteria Generale del Sinodo – tre suore e una laica. “La maggiore presenza di donne negli organismi permanenti del Sinodo dei Vescovi è anch’essa legata all’esperienza del Sinodo sui Giovani, che sia nel suoi lavori, sia nel Documento finale, ha richiesto una valorizzazione del ruolo femminile all’interno della Chiesa” riporta il salesiano. Tale scelta, perciò, “è un segno della volontà del Santo Padre di avvalersi del genio femminile non solo nella fase attuativa o celebrativa di un sinodo, ma già nel cammino di preparazione, per poter compiere un discernimento più ricco e più ampio”.
A livello operativo, don Sala ha chiarito che la nomina significa “essere a disposizione della Segreteria del Sinodo” per offrire il proprio contributo di consulenza. Un contributo che nella sua specifica realtà di salesiano e di esperto di Pastorale Giovanile significherà in primo luogo “aiutare a far entrare i dinamismi giovanili nei cammini ordinari della Chiesa, perché, come Papa Francesco ha detto più volte nell’esortazione apostolica post-sinodale Christus vivit, la presenza dei giovani può davvero ringiovanire il volto della Chiesa”.

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(ANS – Città del Vaticano)

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È plausibile

per i giovani d’oggi

credere in Dio?

Franco Garelli
*

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«Allora Gesù, alzati gli occhi,
vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo:

“Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?” […]
Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro:
“C’è qui un ragazzo che ha cinque pane d’orzo e due pesci;
ma che cos’è questo per tanta gente?”. Rispose Gesù: fateli sedere”».
(Giovanni 6,5-10)

C’è molto pessimismo, vi sono tanti profeti di sventura, sia nelle analisi della situazione religiosa italiana, sia nelle ‘letture’ dell’attuale condizione giovanile. Guardando all’insieme della società vari studiosi e osservatori ritengono che la nostra nazione si stia lentamente avvicinando allo scenario che da tempo caratterizza i paesi del Centro-Nord Europa, già investiti alcuni decenni or sono da un processo di secolarizzazione che ha spezzato gli antichi legami. Molti parlano di un cristianesimo che nel vecchio Continente ha ormai esaurito la sua traiettoria sociale, che non costituisce più la cultura comune, relegato ai margini della società e della storia. Ciò che un tempo è stata la culla della proposta cristiana oggi rischia – anche nella percezione di molti uomini del sacro – di trasformarsi nella sua tomba. Ampie quote di popolazione si starebbero spogliando poco a poco delle radici religiose, d’un legame di affinità durato per secoli, il cui segno più evidente viene individuato nella perdita della fede da parte delle nuove generazioni o nella loro indifferenza sulle questioni ultime o penultime dell’esistenza. E proprio i giovani sono al centro di numerose analisi che non si limitano a descriverli come soggetti ormai privi di antenne per Dio, insensibili ai grandi temi dell’esistenza, tutti tesi a cercare la felicità altrove dalla religione; ma che fanno risalire l’apatia religiosa all’affermarsi di una cultura individualistica e nichilista che riduce le prospettive e gli orizzonti, indebolisce le coscienze, le rende prive di valori e di riferimenti morali. Sotto accusa, dunque, c’è una società in cui tutto sta evaporando, dalla famiglia alla scuola alla chiesa.
Siamo davvero di fronte alla prima generazione incredula? A uno tzunami secolare che rende vano l’annuncio cristiano? Le chiese vuote o meno frequentate indicano che si sta riducendo la spazio non soltanto per i messaggi proposti dalle chiese e dalle religioni storiche, ma anche per la ricerca di senso e per il sentimento religioso tout court?
Le ultime indagini sulle nuove generazioni [1] segnalano certamente che lo scenario religioso è in profonda trasformazione rispetto al passato, caratterizzato da un misto di chiari e scuri che occorre saper decifrare per evitare indebite generalizzazioni.

Per una guida negli

Esercizi spirituali

La stadera

Stadera: bilancia. È quanto Ignazio chiede a chi dà gli Esercizi spirituali «stando nel mezzo» (15esima Annotazione) e a chi accompagna in un percorso ordinario. La guida sta in mezzo, tra la creatura e il Creatore. Il taglio proposto in questo testo è secondo la pedagogia e la spiritualità di Sant'Ignazio di Loyola che, a distanza di 500 anni, la Compagnia di Gesù cerca di incarnare e di declinare in diversi apostolati nel tempo attuale. Uno di essi ha la sua fonte nel libretto degli Esercizi spirituali. Questo libro è pensato come ponte tra il testo scritto da Ignazio, che ovviamente costituisce il punto di riferimento ultimo ed ineliminabile, e le condizioni e le questioni che oggi una guida deve considerare se è chiamata ad accompagnare un gruppo o un singolo.

Nel link la presentazione e l'indice

CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA
Servizio Nazionale per la Pastorale Giovanile
DARE CASA AL FUTURO
Le parole coraggiose del Sinodo dei Giovani
XVI Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile


Le tre "A" della PG: ascolto,

annuncio, accompagnamento

Meditazione introduttiva di don Rossano Sala
Segretario Speciale del Sinodo

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Emmaus, molto più che un'immagine biblica

Il brano biblico che abbiamo ascoltato è stato scelto dai Padri sinodali per esprimere il cammino compiuto al Sinodo e il percorso che si attendono dalla Chiesa del Terzo millennio. Conviene risentire la loro parola per metterci in comunione con loro: «Abbiamo riconosciuto nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) un testo paradigmatico per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni. Questa pagina esprime bene ciò che abbiamo sperimentato al Sinodo e ciò che vorremmo che ogni nostra Chiesa particolare potesse vivere in rapporto ai giovani. Gesù cammina con i due discepoli che non hanno compreso il senso della sua vicenda e si stanno allontanando da Gerusalemme e dalla comunità. Per stare in loro compagnia, percorre la strada con loro. Li interroga e si mette in paziente ascolto della loro versione dei fatti per aiutarli a riconoscere quanto stanno vivendo. Poi, con affetto ed energia, annuncia loro la Parola, conducendoli a interpretare alla luce delle Scritture gli eventi che hanno vissuto. Accetta l’invito a fermarsi presso di loro al calar della sera: entra nella loro notte. Nell’ascolto il loro cuore si riscalda e la loro mente si illumina, nella frazione del pane i loro occhi si aprono. Sono loro stessi a scegliere di riprendere senza indugio il cammino in direzione opposta, per ritornare alla comunità, condividendo l’esperienza dell’incontro con il Risorto» (Documento Finale, n. 4).
Emmaus è la storia di due discepoli visitati dal Signore Gesù. Non solo: è anche la storia della Chiesa nel suo insieme; esprime poi ciò che ci viene richiesto oggi per camminare insieme con i giovani; è stata perfino l’esperienza spirituale fatta durante l’Assemblea sinodale. Penso che possa essere, a ragion veduta, il filo rosso di questi giorni.
Vorrei augurarvi proprio questo: che il Convegno che stiamo incominciando sia la riproposizione di una conversazione con Gesù capace di portarci alla conversione a Gesù: un momento di crescita integrale per ciascuno di noi; uno spazio aperto all’ascolto e all’attenzione autentici; un tempo di condivisione e di conversione radicale; un’esperienza in cui il nostro cuore possa ritrovare calore e ardore; un momento in cui prendere decisioni coraggiose per il bene della Chiesa e di tutti i giovani, nessuno escluso; un piccolo Sinodo che ci faccia vivere, lavorare e camminare insieme.

Tre bagni più che necessari

Guardando il programma di questi giorni viene naturale pensare alle tre tappe di Emmaus: riconoscere con realismo, interpretare con fede, scegliere con corag­gio. Come ha strutturato il Sinodo dall’interno, Emmaus configura anche questo Convegno nei suoi diversi momenti, che ci ripropongono un cammino similare.
Siamo sul mare, qui a Terrasini, in questa splendida isola che è la Sicilia. È il tempo dei primi bagni. Forse avremo occasione di farlo! Mi sembra che l’immagine del bagno – che dice immersione, contaminazione, purificazione, esperienza – possa aiutarci a incarnare ciò che vivremo insieme.
Ascolteremo il prof. Silvano Petrosino che ci farà fare il primo bagno: il bagno della realtà. È la parte dedicata all’ascolto empatico, in cui Gesù mette tutto se stesso in stato di “attenzione ospitale”: chiede ai due viandanti di esprimersi e lascia che l’angoscia e la delusione escano allo scoperto e le respira nella sua anima. È il momento del riconoscere, che ci chiede silenzio interiore e disponibilità a lasciarci toccare dalla realtà così com’è. Sine glossa, senza fronzoli: nella sua drammaticità e anche tragicità. E questo ascolto, quando è vero, genera turbamento del cuore e stravolgimento degli affetti. Papa Francesco in Christus vivit ci chiede di saperci commuovere, di saper piangere per e con i giovani di oggi (cfr. nn. 75-76).
Ascolteremo con grande interesse fr. Alois, priore di Taizé. È il secondo bagno: il bagno della spiritualità. Al Sinodo la sua presenza è stata molto qualificante. La sua presenza, ho detto: semplice e profonda, riconciliata e gioiosa, radicale e normale. Prima delle sue parole, che sono state altrettanto efficaci. Perché la spiritualità è prima di tutto questione di presenza prima che di parola, di bellezza prima che di riflessione, come avremo occasione di percepire visitando i tesori di Monreale. La verità cristiana, nella sua delicatezza potente e nella sua attrattività luminosa ci apre il campo per interpretare alla luce della grazia le sfide emerse dall’ascolto. Certo, perché non basta il contatto e il confronto con la realtà, è necessario ritrovare i criteri della fede per poterla prima illuminare, poi comprendere e infine trasformare.
Infine il terzo bagno: il bagno della decisione. Il dialogo e il confronto fra don Salvatore Currò e don Giuliano Zanchi, mediato da suor Alessandra Smerilli ci porterà ad entrare nella concretezza della nostra Chiesa italiana, che è chiamata a prendere posizione, a fare la sua parte, a mettersi in gioco con coraggio, a non restare con le mani in mano. Come ha fatto don Pino Puglisi, con cui avremo il dono di confrontarci. Il Papa ce lo aveva detto a Firenze il 10 novembre 2015: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Lo ha ripetuto in Christus vivit: «Esorto le comunità a realizzare con rispetto e serietà un esame della propria realtà giovanile più vicina, per poter discernere i percorsi pastorali più adeguati» (n. 103).
È importante questo passaggio: papa Francesco non vuole decidere per noi, allo stesso modo in cui Gesù non decide al posto dei due viandanti con cui cammina! Entrambi ci chiedono di attivarci attraverso un autentico discernimento che arriva a scegliere ciò che nel Signore riterremo più opportuno. Emmaus non si conclude con un invio esplicito da parte di Gesù, ma con la scelta da parte dei due di ritornare a Gerusalemme, nel cuore della comunità, per portare loro la gioia del Vangelo. Gesù li ha ascoltati con pazienza, gli ha aperto la mente con determinazione, li ha nutriti con cura, gli ha riscaldato il cuore con ardore. E poi li ha delicatamente abbandonati, è sparito dalla loro vista, nascondendosi in loro. Ora devono essere coerenti rispetto all’incontro avuto e prendere posizione. Sono chiamati ad uscire allo scoperto, a illuminare la notte!

Tre doni che diventano compiti

Vorrei chiedere per voi e con voi tre grandi doni per questi giorni di crescita spirituale e di condivisione operativa. Essi diventano per noi compiti, perché ogni dono è sempre qualcosa che ci impegna per il suo sviluppo. I doni sono sempre talenti da investire e semi da far fruttificare, mai tesori da trattenere e nascondere.
Prima di tutto il dono/compito dell’ascolto. È il primo passo per entrare con verità nel ritmo del discernimento. Ascolto delle persone e ascolto dello Spirito che parla in loro e in noi. Ascolto empatico, capace di lasciarsi cambiare da ciò che ci tocca l’anima. La cartina al tornasole di un autentico ascolto è il mutamento del proprio punto di vista, una conversione del cuore. Un Padre sinodale – un delegato fraterno – nel suo intervento ci aveva augurato che l’ascolto dei giovani potesse provocare in noi ciò che la parola della donna di origine siro-fenicia aveva provocato in Gesù (cfr. Mc 7,24-30): un cambiamento di sguardo, una diversa posizione e una nuova decisione. È stato un bell’augurio, speriamo di farlo diventare nostro anche qui a Terrasini! D’altra parte – va detto – non è per niente facile entrare nel ritmo dell’ascolto, perché esso scardina alcune nostre sicurezze e convinzioni: è molto più facile restare al livello dell’udire (che rimane solo sul piano intellettuale) o del sentire (che ci tocca solo le emozioni), senza mai arrivare ad un autentico ascolto, che arriva ad una profondità esperienziale ed esistenziale integrali.
Il secondo è il dono/compito dell’annuncio. Il dono di accogliere la verità e il dono di dire la verità. I giovani vanno cercati nella loro sete di verità. Soprattutto oggi. Anche qui vi racconto un piccolo episodio sinodale. Un altro Padre sinodale, il superiore generale dei domenicani, padre Bruno Cadoré, un uomo di grande finezza intellettuale e spirituale, mi raccontava come tutti i giorni scendendo dalla Curia generalizia di santa Sabina sul colle Aventino per venire al Sinodo passava davanti alla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, dove si trova la famosa “bocca della verità”. E mi diceva che ogni mattina c’era sempre fila, e in fila molti erano giovani. “Hanno sete di verità”, mi diceva, “e noi siamo chiamati ad incontrarli esattamente lì, nel loro desiderio di verità”. E ad annunciare loro la verità che è il Vangelo. In un mondo gremito di fake news e dominato dalla post-truth siamo chiamati a farci portatori del “grande annuncio a tutti i giovani” (cfr. Christus vivit, nn. 111-133).
Il terzo è il dono/compito dell’accompagnamento. È l’acquisizione della signorilità e della discrezione di Gesù, che sa camminare con noi, aprirci la mente e scaldarci il cuore, e poi ci dice di diventare adulti, di prendere coraggiosamente in mano la nostra vita. Un Padre sinodale diceva che a Emmaus Gesù ha il coraggio di “sparire nella missione della Chiesa”, di nascondersi in noi e di lasciare alla nostra libertà lo spazio della decisione e dell’azione. Grande azzardo di Dio e immensa responsabilità per ciascuno di noi! Abbiamo parlato molto al Sinodo della presenza e dell’iniziativa dei giovani nella Chiesa e nel mondo. Abbiamo sentito Padri sinodali che hanno denunciato una pastorale che non lascia spazio ai giovani, che più accompagnarli li sostituisce, più che liberarli li incatena, più che attivarli li rende innocui, più che vivificarli li mortifica. Gesù invece rianima, riattiva, riabilita la libertà. In questo senso «Gesù esercita pienamente la sua autorità: non vuole altro che il crescere del giovane, senza alcuna possessività, manipolazione e seduzione» (Documento finale, n. 71). L’autorità non è un potere direttivo, ma una forza generativa: chiediamo dunque di diventare come Eli, che offre a Samuele la sua esperienza di vita e poi si fa da parte con prontezza ed eleganza; di imparare da Giovanni Battista, che sa indicare ai suoi discepoli l’agnello di Dio e chiede loro di seguirlo, facendo lui per primo quello che chiede loro di fare.
Soprattutto chiediamo di imitare Gesù, che non è venuto per derubarci della nostra esistenza, ma per chiederci di prenderla in mano con entusiasmo e metterla a servizio degli altri con generosità. Perché Egli desidera che noi tutti, insieme con tutti i giovani, abbiamo la vita l’abbiamo in abbondanza (cfr. Gv 10,10).
Penso, per concludere questo momento introduttivo, che la corretta e profetica integrazione di queste tre dinamiche decisive della nostra missione con e per i giovani – ascolto, annuncio e accompagnamento – possa essere il frutto maturo di questa breve, intensa e promettente esperienza spirituale che abbiamo appena incominciato. Buon Convegno a tutti!

 

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PPP e NPG

 

Una sorpresa e una grande emozione

Mentre festeggiamo la memoria del martirio di Padre Pino Puglisi, un amico ci manda questa foto.

Il Beato ha tra le mani una copia di NOTE DI PASTORALE GIOVANILE, e certo non per circostanza...
Siamo andati a verificare nelle annate passate quale fosse il numero della rivista, e abbiamo trovato (da immagine e colore) che era il n. 3 del 1982, con un dossier sull'educazione alla preghiera e - tra le rubriche - il racconto di una esperienza di lotta al disagio giovanile a Foggia.

Qui di seguito il link di quel numero. Anche questo è un modo per un legame spirituale con questa luminosa figura di martire e testimone, di educatore e pastore.

http://www.notedipastoralegiovanile.it/index.php?option=com_content&view=article&id=2270:npg-marzo-1982&catid=327:npg-annata-1982&Itemid=207

 


Forza e debolezza

dei giovani

Etty Hillesum

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Siccome sono ancora tanto giovane, e ho la volontà indistruttibile di non lasciarmi metter sotto; e siccome ho la sensazione di poter contribuire anch'io a colmare le lacune recenti - e me ne sento la forza -, per tutti questi motivi io mi rendo appena conto di quanto poveri siamo diventati noi giovani, quanto siamo rimasti soli. O è ancora una forma di stordimento?
Il prof. Bonger è morto...
Lui è indimenticabile per me...
Mancavano poche ore alla capitolazione. Ed ecco la figura pesante, goffa, chiaramente riconoscibile di Bonger che se ne andava lungo l'IJsclub, occhiali azzurri su quella testa pesante e originale; guardava le nuvole che da lontano sovrastavano la città, provenienti dal porto delle petroliere dato alle fiamme. Non dimenticherò mai quella scena - quella figura goffa, con la testa di traverso, che guardava le nuvole di fumo in lontananza. In uno slancio spontaneo ero corsa fuori senza mantello, l'avevo raggiunto e gli avevo detto: buongiorno, professor Bonger, ho pensato molto a lei in questi ultimi giorni, l'accompagno un pezzetto.
E lui mi aveva guardata di traverso coi suoi occhiali azzurri e non aveva la minima idea di chi potessi essere, malgrado due esami e un anno di lezioni; ma in quei giorni c'era una familiarità così grande tra le persone, che avevo continuato a camminargli accanto. Non ricordo con precisione il nostro dialogo. Era il pomeriggio in cui tutti cercavano di fuggire in Inghilterra; gli avevo chiesto: crede che abbia senso fuggire? E lui: la gioventù deve rimanere qui. E io: crede che la democrazia finirà per vincere? E lui: vincerà di certo, ma alcune generazioni ne faranno le spese. E quel feroce Bonger era indifeso come un bambino, era quasi dolce; io avevo sentito il bisogno irresistibile di mettergli un braccio intorno alla vita e di guidarlo come un bambino - e così, col mio braccio intorno a lui, avevamo camminato lungo l'IJsclub. Sembrava affranto, era pieno di benevolenza. Tutta la sua passione e la sua virulenza si erano spente. Il cuore mi si gonfia quando penso a com'era quel giorno, il burbero delle nostre lezioni. E arrivati allo Jan Willem Brouwersplein lo avevo salutato, mi ero piantata davanti a lui e gli avevo preso una mano fra le mie, lui aveva chinato un po' il capo con tanta gentilezza, mi aveva guardata attraverso gli occhiali azzurri che gli nascondevano gli occhi e mi aveva detto, quasi con comica solennità: mi ha fatto piacere! E la prima cosa che avevo sentito la sera dopo, arrivando al corso di Becker, era stata: Bonger è morto! Io avevo replicato: non è possibile, gli ho parlato ieri sera alle sette. E Becker: allora lei è stata una delle ultime persone che gli hanno parlato. Alle otto si era sparato alla testa.
E dunque una delle sue ultime parole era stata per una studentessa sconosciuta, che lui aveva guardato con benevolenza attraverso un paio di occhiali azzurri: mi ha fatto piacere!
Bonger non è l'unico. È tutto un mondo che va in pezzi. Ma il mondo continuerà ad andare avanti e per ora andrò avanti anch'io. Restiamo senz'altro un po' impoveriti, ma io mi sento ancora così ricca, che questo vuoto non m'è entrato veramente dentro. Però dobbiamo tenerci in contatto col mondo attuale e dobbiamo trovarci un posto in questa realtà; non si può vivere solo con le verità eterne: così rischieremmo di fare la politica degli struzzi. Vivere pienamente, verso l'esterno come verso l'interno, non sacrificare nulla della realtà esterna a beneficio di quella interna, e viceversa: considera tutto ciò come un bel compito per te stessa. E ora leggo ancora qualcosa, e poi a dormire. Domani si lavora di nuovo, alla scienza, alla casa, e a me stessa; non si può trascurare nulla e non si può neppure prendersi troppo sul serio, buona notte.