“Fate attenzione

e guardatevi

da ogni cupidigia!”

XVIII domenica tempo Ordinario anno C

Enzo Bianchi

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In quel tempo uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di' a mio fratello che divida con me l'eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?». E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell'abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: «Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così - disse -: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!». Ma Dio gli disse: «Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?». Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».
Lc 12,13-21

Gesù era considerato dalla gente un rabbi, un maestro autorevole nell’interpretare le sante Scritture, tra le quali la Torah, la Legge. Molte volte venne dunque interrogato da vari ascoltatori riguardo a temi in discussione nel giudaismo del tempo, ma anche su questioni quotidiane.
Il vangelo secondo Luca testimonia che durante il suo viaggio verso Gerusalemme gli venne posta, tra le altre, una domanda molto concreta riguardo alla spartizione dell’eredità, affinché egli dirimesse la contesa tra due fratelli. La Legge stabiliva che alla morte di un soggetto proprietario di beni immobili, cioè terra e casa, l’eredità spettava al figlio maschio primogenito, così che il patrimonio non fosse diviso, spezzettato (cf. Dt 21,17). Tuttavia agli altri figli era riservata una parte dei beni mobili. Nel nostro caso, per l’appunto, sembrerebbe che sia il figlio minore a chiedere a Gesù di intervenire perché sia onorato il suo diritto, probabilmente non riconosciuto dal fratello maggiore. Era sempre possibile, anzi era la norma ideale che i fratelli condividessero l’eredità, mostrando in tal modo di riconoscere la fraternità come un bene (cf. Sal 133,1); ma non sempre ciò avveniva…
Di fronte a questa richiesta, formulata più come un comando che come una domanda, Gesù non solo si rifiuta di esaudirla, ma in tono spazientito ribatte: “O uomo (ánthrope), chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”. Parole che possono anche sorprenderci e sono di non facile interpretazione. Perché Gesù risponde in questo modo? Per dire con chiarezza che a lui non interessano questioni economiche? Per manifestare che la sua missione è spirituale? Per lasciare ai due fratelli la responsabilità di decidere e risolvere il conflitto? Io credo che Gesù risponda in modo spazientito perché ha letto in quella pretesa non una sete di giustizia ma una brama di possesso. Lui che aveva detto di dare anche la tunica a chi ci toglie il mantello (cf. Lc 6,29), che raccomanderà di condividere i beni con i poveri (cf. Lc 12,33; 18,22), come potrebbe essere uno che regola questioni di eredità?
La brama, la cupidigia, quando sono presenti nel cuore umano, finiscono per alimentare i conflitti, per accecare gli occhi, che non riescono più a vedere né i fratelli né il prossimo. Ecco perché Gesù prosegue con un’ammonizione: “Fate attenzione (horâte) e guardatevi (phylássesthe) da ogni cupidigia (pleonexía) perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede”. È un avvertimento alla vigilanza continuamente rinnovata affinché la seduzione del possesso e dei beni, veri idoli, non impedisca al credente non solo il vero e autentico riconoscimento di Dio, ma anche una vita pienamente umana, che resta per ciascuno sempre un compito. Noi umani siamo preda di una facile illusione: credere che la pienezza della vita ci venga da ciò che possediamo, dal denaro, dalla proprietà, e non da ciò che siamo. Come scriveva quarant’anni fa Erich Fromm, con parole tuttora attualissime: “Si direbbe che l’essenza vera dell’essere sia l’avere; che, se uno non ha nulla, non è nulla”.
Per imprimere meglio la sua ammonizione nel cuore e nella mente di chi lo sta ascoltando, Gesù racconta una parabola. C’è un grande proprietario terriero la cui campagna prospera in modo straordinario. Il frutto è abbondantissimo, tanto che egli si trova impreparato: dove ammassare tutto il raccolto? Comincia allora a pensare a come poter sfruttare quell’abbondanza e decide di demolire i vecchi magazzini, troppo piccoli, e di costruirne altri più grandi, per conservare in essi il grano e gli altri beni. Ma a quel punto si considera anche soddisfatto, autosufficiente, sicuro di sé, fino a poter dire a se stesso: “Ora che disponi di molti beni, per molti anni, riposati, mangia, bevi e divertiti!”. È un programma di vita nel quale il suo io diventa l’unico soggetto: “Io farò, io demolirò, io costruirò, io raccoglierò, io dirò a me stesso!”. E tutto il resto – raccolti, magazzini, e beni – sono accompagnati dall’aggettivo possessivo “miei”.
Questo, in verità, è un programma che non ci è estraneo, ma che forse è sopito nel profondo del nostro cuore, pronto a diventare desiderio e progetto non appena sembra che i nostri beni aumentino e possano darci sicurezza. In questa situazione non si riesce nemmeno a intravedere la possibilità della condivisione, a leggere che l’abbondanza dei raccolti, o delle ricchezze da noi accumulate, è un’occasione per distribuire quei beni inattesi ai poveri e a chi non ha questa fortuna. Quest’uomo, presente anche in noi, sa vedere solo i propri beni, in una solitudine della quale non è consapevole, accecato dalle proprie ricchezze, inebetito…
Ma ecco arrivare per lui una sorpresa, che fa apparire l’intero suo programma come grande stoltezza e stupidità: giunge improvvisa la fine della sua vita, ed egli non potrà portare con sé nulla di ciò che ha accumulato! Solo allora, troppo tardi, questo ricco si accorge che la ricchezza non dà la felicità, non assicura la vita autentica, ma solo addormenta, acceca, impedisce di vedere la realtà umana. Qui occorre ricordare la lezione del salmo 48, con il suo tagliente ma realissimo ritornello: “L’uomo nel benessere non capisce e non dura, ma è come gli animali avviati verso il mattatoio!” (cf. Sal 49,13.21). Lo stesso salmo afferma che anche se l’uomo si arricchisce e accresce il lusso della sua casa, quando muore non porta nulla con sé (cf. Sal 49,17-18): il suo unico pastore e padrone è la morte (cf. Sal 49,15)… Sì, ragionare e comportarsi in questo modo si dimostra folle, insensato, perché manifesta un’illusione mortifera: quella che la ricchezza e la proprietà di molti beni salvino, diano senso e significato alla vita. Spesso non lo ammettiamo, ma in realtà lo pensiamo, e facciamo di questo criterio l’ispirazione di molte nostre scelte…
L’ora della morte sarà anche quella dell’incontro con il giudice, Dio, il quale renderà manifesto ciò che ciascuno di noi ha pensato, detto e fatto nei giorni della sua vita terrena. Allora sarà evidente la verità di ciò che si è vissuto qui e ora: ovvero, dell’aver tenuto conto o meno della volontà di Dio che tutti gli esseri umani siano fratelli e sorelle e partecipino con giustizia alla tavola dei beni della terra, in quella condivisione capace di combattere la povertà. Ma chi ha accumulato per sé con un folle egoismo, chi non si è “arricchito presso Dio”, cioè condividendo i suoi beni, sarà nella solitudine eterna. La vita umana non finisce qui, anche se spesso lo dimentichiamo…

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I CAMMINI

Una proposta-esperienza per giovani "in via"

Paolo Giulietti

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NELLA RIVISTA


 

1. Il pellegrinaggio e i giovani: sette ingredienti per cambiare
(articolo introduttivo)
Paolo Giulietti

2. Ai confini della terra per trovare se stessi
(Il Cammino di Santiago: dai Pirenei a Santiago de Compostella – Finisterrae)
Breve descrizione del percorso – don Paolo Asolan (docente teol. Past. Laterano)
Considerazioni pastorali – don Paolo Asolan (docente teol. Past. Laterano)
Testimonianza -

3. Riscoprire la fede della Chiesa nell’Italia dei santi
(La Via Francigena dalle Alpi a Roma)
Breve descrizione del percorso – Monica D’Atti
Considerazioni pastorali – Mons. Andrea Migliavacca (vescovo di San Miniato)
Testimonianza -

4. Sulle orme del Poverello in semplicità e armonia
(La Via di Francesco: da La Verna o Greccio ad Assisi)
Breve descrizione del percorso – Gianluigi Bettin (coautore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – Padre Mauro Gambetti (custode del Sacro Convento)
Testimonianza -

5. Alla “Casa del sì” per ascoltare la chiamata di Dio
(La Via Lauretana da Siena a Loreto)
Breve descrizione del percorso – Chiara Serenelli (coautrice guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – don Paolo Volpe (direttore Centro Giovanni Paolo II)
Testimonianza -

6. Quale gioia! Salire a Gerusalemme per scendere alle radici
(La Via di Acri da Akko a Gerusalemme)
Breve descrizione del percorso – Paolo Giulietti (autore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – Paolo Giulietti
Testimonianza -

7. Una scuola itinerante di vita cristiana
(Il Cammino di San Benedetto da Norcia a Montecassino)
Breve descrizione del percorso – Simone Frignani (autore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – don Donato Ogliari (abate di Montecassino)
Testimonianza -

8. Da “Messer lo Papa” per il cammino più antico
(La Via Amerina da Assisi a Roma)
Breve descrizione del percorso – Giancarlo Guerrini (autore guida in pubblicazione)
Considerazioni pastorali – don Simone Poletti (direttore ufficio PG Bergamo)
Testimonianza -

9. Scorgere la provvidenza tra le ferite della storia
(Il Cammino della misericordia da Cracovia a Czestochowa)
Breve descrizione del percorso – don Francesco Pierpaoli (autore guida in pubblicazione)
Considerazioni pastorali – don Francesco Pierpaoli
Testimonianza -


SUL SITO E NELLA NEWSLETTER

(a cura di Maria Rattà)


 

Ogni "cammino" sarà "illustrato" sul sito con indicazioni storico-culturali, turistiche e quant'altro.

 

La gioia e Dio

Eric-Emmanuel Schmitt

tamanrasset

Cercavo di abituarmi alla gioia.
Quella era infatti la conseguenza della mia notte mistica: la beatitudine.
Meditavo sugli anni che avevo dedicato alla filosofia. Influenzato da Heidegger avevo privilegiato l'angoscia, il vacillamento radicale, quello che secondo i pensatori moderni è l'essenza stessa della coscienza, la stessa angoscia che mi aveva pugnalato la prima sera nel deserto.
Pur tirandomi fuori dal mondo, l'angoscia non mi aveva messo di fronte a Dio. Al contrario, mi aveva condannato ancora di più alla solitudine e all'arroganza, mi aveva catapultato come unico essere pensante in mezzo a un universo che non pensava.
Diversamente dall'angoscia, la gioia mi aveva integrato nel mondo e messo di fronte a Dio. La gioia mi conduceva all'umiltà. Grazie a lei non mi sentivo più isolato ed estraneo, ma fecondato e unito. In me brulicava la forza che reggeva il Tutto, dí cui incarnavo uno degli anelli provvisori.
Mentre l'angoscia mi aveva ingigantito, la gioia mi aveva riportato alle giuste proporzioni: grande non per me stesso, ma per la grandezza che si era depositata in me. L'infinito costituiva lo sfondo della mia mente finita, come una ciotola che contenesse la mia anima.

(La notte di fuoco, Edizioni e/o 2016, pp. 175-6)

 

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oltre ad articoli "freschi" compaiono articoli "vecchiotti".

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Al momento sono articoli del 1980...

 

 

Il mestiere dell'adulto:

ponte, allenatore, poeta

Armando Matteo 

Occorre tornare a riflettere sul mestiere dell'adulto, perorandone con ogni forza la causa, proprio per il bene della crescita dei figli. L'umano, infatti, non vive né può vivere di sola giovinezza.

Essere ponte

I tratti essenziali del peso educativo, morale e generazionale dell'essere adulto, che ne sostanziano il difficile ma quanto mai oggi irrinunciabile mestiere, sono quelli inscritti nel suo essere responsabile del mondo nei confronti dei figli e dei figli nei confronti del mondo; nel suo essere fedele alla priorità ontologica del volere il bene dei figli sul volere bene ai figli; nella sua importantissima opera di attivazione delle antenne del desiderio nella generazione che viene. Per declinare queste tre funzioni, ci si avvarrà di tre metafore: quella del ponte, quella dell'allenatore e, infine, quella del poeta.
Essere adulto implica essere come un «ponte» tra i figli e il mondo. Si portano i figli al mondo, innanzitutto, secondo il gesto elementare della generazione biologica, ma è altrettanto necessario portare il mondo ai figli, secondo quella che potremmo definire la generazione culturale, ovvero il processo dell'educazione. Più precisamente questa azione di «pontefice», come già anticipato, comporta che l'adulto sia responsabile del mondo nei confronti dei figli e dei figli nei confronti del mondo. L'adulto deve cioè essere in grado di dare risposte: sapere innanzitutto rispondere del mondo ai figli. Tutto ciò però sottende l'accettazione, da parte dell'adulto, della condizione umana per quella che è, senza risentimenti né rivolte. Egli deve accogliere la verità per la quale la piena umanità di ognuno nasce nel momento in cui ci alleiamo con le leggi elementari della vita e smettiamo di collocarci giovanilisticamente contro di esse.
Il mondo non è mai la meta ideale delle nostre vacanze; cattolicamente, questo mondo non è il paradiso. Questo mondo ha leggi e limiti e così pure la presenza dell'uomo in esso. La vita non procede come la descrivono certe pubblicità. A volte è più bella, normalmente di meno. È dunque decisiva la capacità dell'adulto, scrive acutamente Francesco Stoppa, di «amare la vita per quello che è e non come location ideale dei propri sogni o bisogni; la vita nel suo connotato più reale, nella sua irriducibilità a qualsivoglia aspettativa narcisistica».
L'adulto è perciò uno che sa la limitatezza, la debolezza, la vecchiaia, la malattia, la morte, che toccano in dote ad ogni essere umano: sa tutto ciò, non lo maledice né scioccamente lo rifiuta. Riconosce e accetta che la legge della crescita è la capacità della rinuncia e, nello stesso tempo, la capacità di uno sguardo accogliente sulla vita in tutte le sue manifestazioni. Solo da una tale generosa ospitalità nei confronti del mondo e delle leggi che ne regolano il funzionamento prende forma il suo mestiere, la sua effettiva responsabilità verso le nuove generazioni.
Questo è l'unico mondo che abbiamo: fare da ponte tra esso e i figli significa ogni volta trasmettere la fondamentale certezza che quella umana è una vita vivibile e amabile non a dispetto del fatto che abbia leggi e fondamenta, ma proprio perché ha leggi e fondamenta, alleandosi con le quali ciascuno può diventare autore e attore della propria esistenza.
Consideriamo ora l'altro verso della responsabilità: quella verso i figli nei confronti del mondo, quella che in verità permette l'esecuzione completa della genitorialità, perché alla fine si tratta sempre di donare al mondo dei figli autonomi. Che cosa significa ora rispondere dei figli rispetto al mondo? Significa per l'adulto assumere la piena consapevolezza del fatto che il futuro - che i figli fisicamente e simbolicamente rappresentano - è il tempo della sua scomparsa. Certo, oggi e per fortuna, una tale scomparsa è divenuta meno immediata che nel passato anche recente, grazie all'allungamento della speranza di vita media, ma qui in gioco vi è soprattutto la questione simbolica del passaggio. Si mettono al mondo dei figli, infatti, perché si è consapevoli del proprio destino mortale ed esattamente per questo essi non sono per chi li genera. Sono per il mondo, come ricorda Massimo Recalcati: «Saper perdere i propri figli è il dono più grande dei genitori». Si mettono, dunque, al mondo dei figli essenzialmente per perderli, avendo consapevolezza che il mondo non appartiene a nessuna generazione, neppure a quella più longeva sinora apparsa. Solo così, del resto, questo mondo può diventare il mondo dei figli, solo così i figli possono a loro volta diventare adulti e padri e madri. Detto più direttamente: i figli non sono i giocattoli di ultima generazione dei loro genitori! Il vero grande «gioco» dell'adulto è esattamente questo: passare la vita, accendere la vita. Essere ponte. Questo vale già solo sul piano puramente biologico dell'esistenza umana, come ricorda correttamente Gilbert Meilaender: «Dopo aver prodotto la generazione successiva, o aver superato l'età in cui avremmo potuto farlo, la natura non sembra impegnarsi più di tanto per tenerci in vita».
Suonano perciò davvero belle e pertinenti le parole di quel capolavoro musicale, superbamente interpretato per primo da Louis Armstrong, che è What a Wonderful World: «I hear babies cry. I watch them grow. They'll learn much more than ever know. And I think to myself: what a wonderful world». Questo è il mistero dell'essere adulto: godere del fatto che altri possano andare oltre lui, possano vedere e conoscere più di lui. Essere più di lui. È stato Luigi Zoja a ricordare che la piena paternità di Ettore si realizza quando egli, come racconta l'Iliade, si toglie l'elmo, si china per prendere il figlio tra le braccia e, infine, sollevandolo al cielo prega gli dei perché Astianatte, suo figlio appunto, sia più forte di lui.
Perché - e questo ci viene dal poeta Gibran - «i vostri figli non sono figli vostri».

Essere allenatore

La seconda metafora per fissare meglio il ruolo dell'adulto è quella dell'allenatore. Un mestiere, del resto, quanto mai difficile, come ci insegna per esempio la cronaca calcistica. Ebbene, questo mestiere ci può introdurre a quella che è la verità dell'amore: amore non è (solo) preoccuparsi, amore non è (solo) procurare cose, amore non è (solo) risparmiare fatica, amore non è (solo) volere bene. Amare è volere il bene. Amare è volere il bene di chi ci è affidato come figlio o come atleta.
Consapevole di ciò, l'allenatore non può perciò tenere in grande conto la permalosità di tutti i suoi giocatori, non può sottostare a tutti i loro capricci, anche quando si tratta di giocatori famosi e ricchi. Li deve spronare a lavorare sodo, a prepararsi alla sfida, alla gara. Tiene così un occhio aperto sulle dinamiche di ogni singolo sportivo e un altro aperto sulla squadra e il torneo cui essa partecipa.
Per questo non indulge troppo nei complimenti, ma ricorda la necessità di crescere, di migliorarsi, di cadere e di rialzarsi, di farsi anche male se necessario e di imparare dalle esperienze vissute, di non attendersi troppo dagli altri ma di imparare a trovare in se stessi la forza per andare avanti, per credere in sé e, più in generale, nella vita. Si scende sempre in campo.
L'allenatore è uno che sa tenere salda la differenza tra volere bene e volere il bene, ed è su questa base che egli sa reggere al e il conflitto possibile con i suoi atleti.
Abbiamo invece già anticipato quanto la mancata fedeltà a questa decisiva distinzione stia creando quella discrepanza tra il troppo hot familiare e il troppo cold sociale. È perciò semplicemente allucinatorio l'investimento affettivo da parte dei genitori nell'ambito di ciò che è la relazione primaria: il figlio è al centro della famiglia ed è sempre più difeso rispetto all'esterno, rispetto al mondo, alla società che è diventata appunto sempre più «fredda», dato il grande individualismo imperante, derivante dal giovanilismo diffuso. La conseguenza è lo spegnimento dell'azione educativa, che implica in ogni caso la messa in moto dell'ingresso del figlio nel più ampio ambito della convivenza umana, oltre i recinti presidiati dall'amore familiare. L'adulto di oggi non pare quasi per nulla occupato ad aiutare i figli a entrare nel mondo, nel contesto delle relazioni secondarie.
Viene meno cioè, da parte dei genitori, quella responsabilità educativa nei confronti dei piccoli, i quali, in un modo o nell'altro, prima o dopo, debbono pure venire in contatto con quegli altri che non appartengono al gruppo di coloro i quali sono in permanente atteggiamento di adorazione nei loro confronti. La preparazione del figlio al confronto con l'esterno, con l'altro, con il diverso, che sicuramente ha un effetto perturbante rispetto alla propria posizione di immaginario «re dell'universo», è cosa alla quale l'adulto d'oggi non dedica più energia né tempo.
Anche nelle relazioni con gli altri ci sono, però, leggi da assimilare e da accogliere con benevolenza e che tocca proprio all'adulto mediare. La prima di esse è che non si può avere tutto, non si può volere tutto, non si può essere tutto. Non siamo Dio! E nemmeno il re dell'universo.
Tutto ciò contrasta con l'attuale tendenza delle famiglie che passano il loro tempo a risparmiare al figlio ogni trauma (primo fra tutti quello di venire a sapere di essere l'ultimo arrivato - e quindi il meno preparato - in un mondo che c'era prima di lui e che continuerà dopo di lui), nel non porre alcun limite o legge interna, nel non lasciare in esistenza zone segrete del mondo adulto, nel mantenere tutte le stanze aperte, nel controllare e monitorare e spesso decidere ogni attività del figlio, nel legarlo a doppio filo al proprio amore, ricattandolo a restituire amore verso un genitore a sua disposizione h24. Ecco la perversione educativa più pericolosa che la longevità diffusa provoca: la pretesa da parte dei genitori di essere amati dai loro figli. L'antica sapienza biblica chiede ai figli di onorare i propri genitori, non di amarli.
In verità non c'è nulla di più traumatico, per chi cresce, di non aver mai avuto dei traumi, nulla di più castrante che l'anomia posta a sistema, nulla di più faticoso che non avere segreti su cui fantasticare o stanze chiuse da provare a forzare, nulla di più pesante di un legame con un genitore che non si lascia «odiare» o più semplicemente «dimenticare».
Fa parte, invece, del mestiere dell'adulto la consapevolezza che amare qualcuno significa volere il suo bene, volere che l'altro possa essere in quanto altro; significa attendere, dare tempo e oggi la longevità ci offre di più questa possibilità; significa fidarsi e dare fiducia mentre il figlio faticosamente impara cosa suppone e implica poter «dire io».

Essere poeta

Poter «dire io» è ciò che ci fa veramente «umani». Nessuno può dire «io» come lo dico appunto io. Nessuno lo può ora, lo ha potuto ieri, lo potrà domani. In questo non c'è nessuno che possa fare le mie veci. Ciascuno è una prospettiva indiscernibile sul mondo; resta un mistero raccolto in se stesso, senza causa e senza possibilità di replica; siamo uno spettacolo unico.
Ciò che definisce tutto questo è la chimica del desiderio, il fatto che percepiamo sempre uno scarto, una differenza, uno iato dentro di noi. Anche quando abbiamo tanto da mangiare, anche quando abbiamo una persona che ci ama e che amiamo, anche quando abbiamo risolto le nostre preoccupazioni, resta uno spazio insaturo dentro di noi.
Questa è la vita umana: siamo segnati da mancanza, da altro. Non ci siamo dati la vita, la lingua, la cultura, il nome, la famiglia, il corpo, il carattere, il tono di voce, che pure ci contraddistinguono in maniera infallibile. Viviamo perciò sempre in un permanente dialogo con l'altro da noi che è, tuttavia, in noi ed è proprio questo dialogo che alimenta la nostra vita. Noi umani non siamo un «tutto pieno». Una larga porosità ci costituisce e ci mantiene in essere. Una profonda mancanza ci segna dall'inizio e sino alla fine. Tutto ciò che abbiamo, lo abbiamo in prestito: dovremo riconsegnarlo ad altri dopo di noi. Perfino il nostro corpo ritornerà alla terra, ad altro da noi. Eppure possiamo anche incidere su tutto questo che abbiamo ricevuto in prestito, possiamo dare un segno e un senso specifico a tutto ciò che ci rende appunto umani. L'essenziale dimensione e dinamica del desiderio umano trovano qui la loro ragione d'essere. Nella cifra di questa malleabile mancanza, che ci marca.
Ebbene, in un tempo in cui la grande macchina del mercato vuole persone che credono solo in ciò che si vede e, ultimamente, si vende, l'adulto poeta è colui che sa attivare nel bambino, nel ragazzo, nel giovane la capacità di vedere ciò che non si vede e di «apprezzare» (letteralmente: dare un prezzo, un valore a) ciò che non si vende; è colui che sa attivare in lui le antenne del desiderio.
Per questo egli si preoccuperà che ogni nuovo cucciolo d'uomo possa entrare in una relazione feconda con la dinamica autentica del desiderio umano: in quanto umani, siamo impastati con la mancanza, con la finitezza, con la trascendenza. Siamo sempre «oltre», c'è sempre uno spazio insaturo dentro di noi, che va conosciuto, amato e coltivato. È lo spazio del nostro «io», del nostro uscire fuori di noi e guardare le stelle e a partire dalle stelle. Così possiamo vedere cose non viste, sentire cose non udite, immaginare cose non ancora immaginate e dare loro vita nel mondo degli umani.
Guai a tradire tutto ciò nella direzione dei bisogni e della logica mortifera del godimento compulsivo!
Con l'aiuto dell'adulto poeta, si possono pertanto aprire, per i ragazzi e per i giovani, le porte all'esperienza dell'arte, della religione, del volontariato, del dono, della gratuità e della grazia. L'umana incompletezza strutturale è premessa e promessa di novità, di bellezza, di altruismo, di invenzione, di trasfigurazione.
Come è commovente quella pagina del Vangelo, in cui Gesù, incontrando colui che la tradizione da sempre indica come il giovane ricco, dopo avergli ricordato i precetti del decalogo e averlo fissato con uno sguardo di dilezione, gli comunica l'ultimo necessario passaggio per poter giungere a una vita eterna. Gli raccomanda di vendere le sue ricchezze e poi di mettersi alla sua sequela. Gli chiede di fare spazio vuoto nella sua vita e nella sua anima. Gli ricorda la mancanza. Al giovane ricco, infatti, manca la mancanza. L'avere troppi beni costituisce un ostacolo. Siamo posti quasi davanti a un paradosso: per Gesù è necessario possedere la mancanza, mentre possedere beni risulta una situazione di privazione, in cui si è incapaci, cioè, di indirizzare una vita umana alla piena destinazione di sé.
Proprio la conclusione del brano evangelico, segnato da un sostanziale fallimento dell'adulto Gesù - il giovane ricco se ne va triste, perché aveva tanti beni - ricorda che l'assunzione del compito genitoriale di mediatore del desiderio dei figli non è impresa facile: da parte dell'adulto ci vorrà capacità di resistenza, di sopportazione dell'incomprensione, di solitudine e di silenzio, capacità di reggere al possibile «odio» dei figli per il dono di e per il costante rinvio a una vita che è pure fatica, lotta, scoperta, ricerca, cammino, inveramento. Non a caso il grande poeta Goethe poteva affermare che, per diventare a propria volta adulti, è necessario ai figli «perdonare i propri genitori»: perdonarli perché il dono della vita è anche un grande impegno. È un grande desiderio da desiderare in prima persona. Fa parte dunque del nobile mestiere dell'adulto imparare pure a lasciarsi odiare e, infine, perdonare.
Cosa significa dunque educare? Parafrasando Plutarco, si può dire che educare non significa riempire, come un sacco, i figli con idee, norme comportamentali, prescrizioni morali, cibo, giocattoli e denaro. Educare è accendere delle torce: è far esplodere il fuoco della vita, quel fuoco che illumina, purifica e, soprattutto, riscalda. Di questo fuoco vi è oggi tanto bisogno.
La società che stiamo diventando è sempre più fredda, sempre più amaramente segnata da singolarità assolute che danno vita a una sorta di folla di solitudini. Perdiamo il calore del tratto comunitario della vita sociale: accanto all'imperante individualismo, generato dall'umano longevo, non vanno sottovalutate poi, come forze disgregatrici della tenuta comunitaria della società, né la potenza asfaltatrice della macchina burocratica, né le aspirazioni per nulla alte del mercato, a tutto interessati tranne che a salvaguardare il tratto umano della convivenza sociale.
Per questo ci servono adulti ponte, allenatori e poeti: solo loro possono invertire e risanare, da una parte, le attuali dinamiche familiari soggette alla legge dell'identità quasi incestuosa e, dall'altra, gli inceppamenti di una società, sfilacciata dalla pressione di alterità assolute; solo loro possono finalmente dar vita a una qualche mediazione tra le attuali bollenti famiglie e i brividi paralizzanti del corpo sociale; solo loro possono sul serio far valere le giuste prerogative dei giovani e accendere quel fuoco che ci manca.
Ma perché sorga un senso compiuto dell'adultità non è possibile altra strada che quella di riaprire il discorso del senso della vecchiaia, che senz'altro è pure preludio all'evento della morte. Senza uno spazio possibile per immaginare il proprio invecchiamento con un minimo di serenità, non è proprio possibile dare vita a qualcosa che sia un esercizio veramente fecondo del gesto adulto dell'educare. Del resto, se gli adulti si pensano destinati a esserci sempre, come possono effettivamente lavorare per una piena autonomia e responsabilità dei loro figli? Giocoforza questi adulti avranno costantemente attiva la riserva mentale per cui potranno sempre entrare in scena e in azione, di fronte a eventuali errori o passi sbagliati dei loro giovani.
Un altro discorso o meglio un discorso altro sulla vecchiaia e sull'invecchiamento, rispetto a quello sinora impostosi a causa dell'allungamento della vita, appare perciò più che necessario.

Indice

Sulla soglia
Premessa

1. Le nuove età della vita
Trent'anni in più
Generazione Viagra
L'ultimo tabù
Il dramma della giovinezza
La perdita dei bambini

2. Monsignore, ma non troppo presto
La carica degli adultissimi
Il rebus della cresima
C'era una volta la risurrezione
Che peccato per il peccato!
La nuova questione sociale

3. Il mestiere dell'adulto
Famiglie troppo calde, società troppo fredda
Educazione, voce del verbo controllare
Essere ponte
Essere allenatore
Essere poeta

4. Troppo giovani per essere vecchi
70 anni e non sentirli davvero
L'età della mitezza
Mito della giovinezza versus religione
Parlare di pecore agli eschimesi
Divieni x

Epilogo
Nota bibliografica 

(Armando Matteo, Tutti muoiono troppo giovanile. Come la longevità sta cambiando la nostra vita e la nostra fede, Rubbettino 2016, pp. 54-62)

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