La sofferenza

del Natale

Gianfranco Ravasi

05-Nascita di Gesu
La nostra particolare lettura dei vangeli dal punto di vista della sofferenza non può non iniziare che dai cosiddetti "racconti dell'infanzia" di Gesù, da noi solitamente collegati al Natale.
«Triste, malinconico, amaro Natale, anche quest'anno sei giunto a noi... »: questo verso iniziale di una lirica di un poeta francese sembra essere a prima vista solo provocatorio. Il Natale è, infatti, la festa per eccellenza della gioia. Si accendono le luci nelle nostre città; le notti sono squarciate dai festoni delle stelle luminose e dalle più volgari insegne al neon; le vie sono percorse dal filo musicale delle zampogne e dei dischi natalizi; si pensa ai regali e a cene sontuose; la civiltà dei consumi ci bombarda con mille segnali pubblicitari. Il Natale è come una tregua annuale in cui trionfano i buoni sentimenti, gli auguri di felicità prevalgono sulle imprecazioni e si moltiplicano tenerezze per i bambini.
In realtà, se dovessimo più attentamente leggere le pagine natalizie dei vangeli, raccolte nei capitoli d'apertura di Matteo e di Luca, scopriremmo che la luce, la pace e la gioia della nascita di Cristo sono striate da tanti segni oscuri di dolore, di amarezza e di paura. D'altra parte è noto che nei cosiddetti "vangeli dell'infanzia", attraverso una fitta serie di allusioni, si vuole far balenare nel ritratto del bambino Gesù già il volto del Cristo crocifisso e risorto. È curioso notare che nelle icone dedicate al Natale la scuola pittorica russa di Novgorod (XV secolo) sempre raffigurato Gesù bambino in una culla che aveva la forma di un sepolcro di marmo. Sul Natale si proietta già l'ombra della croce.
Sfogliamo, allora, le pagine del vangelo e andiamo alla ricerca di questo "Natale del dolore", dei suoi protagonisti, delle sue lacrime e persino del suo sangue. Nonostante la retorica sopra evocata, il Natale, infatti, è stato ed è ancor oggi un giorno di sofferenza. Dai quarantotto versetti di Matteo e dai centoventisette di Luca riservati alla nascita e alla prima infanzia del Cristo possiamo ritagliare alcune scene intense di sofferenza che ruotano proprio attorno al piccolo Gesù. Cominciamo da quella centrale del parto di Maria che avviene in una stalla.
Anche se per noi il presepio è diventato ormai un segno di poesia e di tenerezza, in realtà le parole di Luca sono ben più severe: «Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia perché non c'era posto per loro nell'albergo» (Lc 2,7). Per tutta la sua vita Cristo resterà senza una casa propria; come egli dirà, non avrà neppure una pietra come guanciale per la notte. Subito aleggia la figura mostruosa di Erode, implacabile tiranno che, insospettito dai Magi, vuole spazzar via ogni minimo ostacolo al suo potere assoluto. Nella strage degli innocenti non è evocato solo il sangue versato da quella probabile decina di bambini di Betlemme. In un certo senso ha ragione la liturgia bizantina a farli diventare quattordicimila e il calendario siriaco a renderli sessantaquattromila o certe antiche tradizioni che li portano ai centoquarantaquattromila dell'Apocalisse: in queste vittime innocenti sono rappresentati infatti tutti gli innocenti sterminati, i cui nomi non sono registrati negli archivi delle polizie segrete e neppure in quelli di Amnesty International ma solo nel "libro della vita" di Dio.
Parallela a questa è la scena della fuga in Egitto. Gesù bambino con i suoi genitori è simile a uno dei molti profughi e rifugiati politici di tante regioni della terra e di tante epoche della storia. Il pittore Renato Guttuso nella Cappella della Fuga in Egitto del Sacro Monte di Varese ha voluto raffigurare Maria, Giuseppe e il piccolo Gesù come una famiglia di profughi palestinesi, spauriti, costretti ad abbandonare la loro casa, errando nel deserto. Cristo condivide fin dalla nascita la sorte degli esuli, destinati ai campi-profughi. E anche quando Erode muore, lo spettro della paura non scompare: ritornando dall'Egitto, Giuseppe «seppe che re della Giudea era Archelao, figlio di Erode, ed ebbe paura di andarvi; si ritirò allora in Galilea», scrive Matteo (2,22).
Le ultime scene sono ambientate nel tempio di Gerusalemme e riguardano i primi giorni della vita di Gesù. Secondo le prescrizioni bibliche Maria, a quaranta giorni dal parto, deve essere purificata ritualmente attraverso il sacrificio di un agnello e di una colomba. Ai poveri, però, si concedeva uno sconto: bastavano solo due colombe. Ancora una volta, anche in questa occasione, la famiglia di Gesù entra nella categoria dei poveri e degli ultimi. Nessun sacerdote li accoglie con rispetto come avveniva per il rito di purificazione delle donne aristocratiche di Gerusalemme. In verità in quel giorno, all'interno del tempio, c'è una figura i cui occhi si illuminano davanti a quella modesta famiglia di provinciali che si aggirano nei cortili sacri. È Simeone, un anziano «giusto e timorato di Dio», un altro «povero del Signore».
Egli, però, pronunzia un doppio oracolo profetico sul destino del bambino e della madre, un destino di sangue e di sofferenza: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima» 2,34-35). Attorno al Cristo si scatenerà l'assalto del male e Maria stessa resterà coinvolta in questo duello tra bene e male. Alcuni scrittori cristiani antichi vedevano in quella spada l'annuncio della morte per martirio di Maria, la tradizione popolare vi ha creato l'immagine della Vergine Addolorata col cuore trapassato da una spada. Certo è che attorno ai protagonisti del Natale si addensano il dolore, il sangue, il rifiuto, la solitudine e la povertà.
Uno scritto cristiano apocrifo del III secolo, proveniente dall'Egitto e già da noi citato, mette in bocca a Gesù queste parole: «Io divenni molto piccolo e povero perché, attraverso la mia piccolezza, potessi portarvi in alto donde siete caduti. Io vi porterò sulle mie spalle». I dolori del Natale ci invitano a vivere i giorni natalizi uscendo un po' dal caldo delle nostre case in festa per cercare i veri protagonisti del Natale cristiano dispersi nel freddo delle strade, abbandonati nella solitudine della vecchiaia, umiliati dalla povertà e dall'odio, rinchiusi nei campi-profughi e schiacciati dalla violenza o dalla malattia. È in questi "piccoli" che si nasconde il vero volto del "piccolo" Gesù ed è attraverso loro che noi, forse soddisfatti e sazi, possiamo essere «portati in alto», accanto al "piccolo" di Betlemme.

(Fonte: Fino a quando, Signore? Un itinerario nel mistero della sofferenza e del male, San Paolo 2002, pp. 217-220)

 

Il più grande

fra i nati da donna

III domenica di Avvento A

Enzo Bianchi

 San-Giovanni-Battista

In quei giorni Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.».
Mt 11,2-11

In questi tempo dell’attesa del Veniente le tentazioni sono molte: perché continuiamo ad attendere, mentre passano i millenni? Chi è il Veniente che sarà manifestato da Dio? In questa attesa non ci sbagliamo? Anche chi ha una fede salda può conoscere queste tentazioni e non è esentato dall’attraversare ore di desolazione e di oscurità, chiedendosi se non si è sbagliato, se non ha frainteso la promessa del Signore. Perché anche una vita che vuole essere convinta risposta a una chiamata di Dio, anche una vita impegnata nella sequela di Gesù, può giungere a chiedersi se tutta l’avventura non sia stata un’illusione… Soprattutto quando si cerca di valutare i frutti della fatica fatta e l’esito del cammino percorso, tutto può apparire deludente, non all’altezza di ciò che si era sperato e perseguito.
Nel vangelo secondo Matteo questa prova viene vissuta anche da Giovanni il Battista. Si era sentito chiamato da Dio al deserto, aveva radunato una piccola comunità di discepoli in attesa del Messia e per rivelazione di Dio aveva visto in un proprio discepolo, Gesù, il Veniente al quale egli doveva preparare la strada. Fedele alla parola di Dio contenuta nella profezia e da lui meditata e assimilata, nell’annunciare quella venuta e quella presenza Giovanni si era servito delle immagini tradizionali: sarà un uomo forte, ripieno della forza dello Spirito santo, sarà il Salvatore e il Giudice con la scure in mano per tagliare gli alberi infruttuosi e con il ventilabro per separare la pula, degna del fuoco, dal buon grano. Aveva predicato l’urgenza della conversione, del ritorno al Signore, per sfuggire dalla collera, passione di giustizia di Dio che viene a visitare il suo popolo (cf. Mt 3,1-12). Dopo aver anche immerso Gesù nel Giordano e averlo indicato a Israele (cf. Mt 3,13-17), Giovanni era stato arrestato da Erode (cf. Mt 4,12): allora Gesù aveva abbandonato il deserto della Giudea per dare inizio al suo ministero di predicazione del Regno in Galilea (cf. Mt 4,17).
Proprio mentre è in prigione nella fortezza di Macheronte, presso il mar Morto, Giovanni riceve notizia dell’attività e dello stile di Gesù: è l’ora della prova. In carcere, abbandonato da tutti, prigioniero tra quattro mura, in attesa della propria condanna da parte di Erode, consapevole che la sua fine non può essere diversa da quella dei profeti, Giovanni si interroga sconcertato e forse anche confuso: chi aveva annunciato? Il Messia? Ma il Messia libera i prigionieri, mentre lui marcisce in carcere, in catene. Aveva annunciato l’Inviato di Dio? Ma Gesù non sembra compiere il giudizio dei malvagi e dei giusti. Non succede nulla di ciò che era stato previsto dai profeti per il giorno del Signore. Giovanni aveva forse compreso male la parola del Signore che gli era stata indirizzata, oppure si era illuso di sentirla nel proprio cuore? C’è un evidente contrasto tra ciò che aveva annunciato e ciò che si sta realizzando attraverso Gesù! E poi alcuni tra i discepoli di Giovanni sono anche scandalizzati dal comportamento di Gesù, che non digiuna più, come essi fanno (cf. Mt 9,14-17), che non disdegna di mescolarsi ai peccatori (cf. Mt 9,9-13). Separazione dai peccatori e vita ascetica nel deserto non sembrano essere tratti distintivi di Gesù.
Per queste ragioni Giovanni dal carcere manda alcuni suoi discepoli a interrogare Gesù stesso: “Sei tu colui che deve venire (ho erchómenos) o dobbiamo aspettare un altro?”. Ecco la grandezza di Giovanni: nel buio della prova non decide da sé, non si dà una risposta, ma lascia che sia Gesù a dargliela. Anche se non riesce a vedere una corrispondenza tra la propria visione del Veniente e la sua realizzazione pratica da parte di Gesù, in mezzo ai propri dubbi lascia che sia Gesù stesso a spiegarsi e a decidere. E Gesù non risponde direttamente: “Sono io”, ma replica con la testimonianza del suo operare, in conformità alla missione del profeta anonimo annunciato da Isaia (cf. Is 61,1-3). Scegliendo alcuni testi profetici a preferenza di altri (cf. Is 25,19; 29,18-19; 35,5-6), indica quale tipo di Messia veniente egli sia, non un giustiziere, non un potente trionfante, ma uno che guarisce, fa il bene, consola e soprattutto si rivolge ai poveri: “Andate e annunciate (apanghéilate) a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo, la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”.
Gesù può solo dire a Giovanni che le sue opere sono realizzazione delle promesse di Dio, ma pur vedendo queste opere è possibile restare delusi da chi le compie: per questo è beato chi riesce ad aver fede nella sua umile, mite, povera persona. Ma se il profeta Giona era stato deluso da Dio, Giovanni non lo è dalle parole di Gesù e aderisce a esse, riconoscendo a lui l’ultima e decisiva autorità. Gesù a questo punto sente il dovere di dire alla folla una parola su Giovanni. Chi era veramente costui? Un uomo saldo e convinto, che non tremava davanti ai poteri di questo mondo (cf. Ger 1,17-19): il contrario di una canna sbattuta a ogni soffio di vento. Un uomo roccioso, con una postura diritta, che non si piegava davanti a nessuno se non al Signore. Un uomo rimasto sempre lontano dai palazzi dei re e dei sacerdoti. Un uomo che non conosceva le vesti sfolgoranti, preziose o morbide: non frequentava salotti e sapeva tenersi lontano da quelli che usano il loro potere per contaminare e rendere schiavi gli altri. Giovanni era un profeta, un portavoce di Dio, il messaggero e precursore del Signore. Davvero – come testimonia Gesù – “fra i nati da donna non è sorto nessuno più grande di lui”, per i suoi doni e la sua qualità umana ed etica. Tuttavia “il più piccolo”, cioè Gesù stesso, abbassatosi fino all’ultimo posto, rifiutato fino alla condanna della croce, giudicato non martire ma scomunicato, “nel regno dei cieli è più grande di lui”. E se Giovanni non trova in Gesù motivo di inciampo, di ostacolo, allora è beato!
Per questo – come Gesù conclude con una parola dai tratti anche misteriosi – “dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12). È la pacifica violenza di Giovanni, è il suo sofferto ma saldo discernimento la chiave per accedere al Regno e per accogliere colui che è il Regno fatto persona: Gesù, il Veniente, la cui buona notizia è così lontana dai nostri schemi religiosi!

Brevi note sulle altre letture bibliche

Isaia 35,1-6.8.10

Occorre rallegrarsi, cantare perché si avvera la promessa che il deserto, terra desolata, diventa una terra feconda e rigogliosa. È una gioia cosmica, che coinvolge non solo gli esseri umani, ma anche il deserto e la steppa. Il deserto non solo non avanza ma, grazie alla manifestazione della gloria del Dio vivente, si trasforma in un bosco come quelli del Libano, in una prateria fiorita come i monti del Carmelo e del Saron. Il grido che risuona è dunque un invito al coraggio per chi ha le mani fiacche, le ginocchia vacillanti, il cuore spezzato… Dio viene a salvare il suo popolo, ed ecco la fine delle sofferenze e il dono della pienezza, dell’integrità, della salute e della pace: il pellegrinaggio verso Gerusalemme può quindi avvenire su una strada sicura e senza ostacoli.

Lettera di Giacomo 5,7-10

L’apostolo chiede alla comunità cristiana di non stancarsi nell’attesa della venuta gloriosa del Signore. Per tre volte risuona il verbo makrothyméo, che indica l’essere pazienti, ma soprattutto il sentire in grande. È un atteggiamento decisivo per poter discernere la parousía, la venuta del Signore, e non fermarsi invece alla cronaca mondana: questa venuta, infatti, si è avvicinata, accelera, incalza. E cosa richiede questa attesa del Giudice? Che i cristiani non si giudichino l’un l’altro, ma nella carità reciproca confidino nella misericordia del Signore. L’esempio viene dai profeti, i portavoce di Dio, che hanno mostrato sottomissione (kakopathía) e pazienza (makrothymía), perseverando fino alla fine, fino all’incontro con il Veniente. 

Il più grande fra i nati da donna 
III domenica di Avvento A 
Enzo Bianchi 
 
 
 
In quei giorni Giovanni, che era in carcere, avendo sentito parlare delle opere del Cristo, per mezzo dei suoi discepoli mandò a dirgli: «Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?». Gesù rispose loro: «Andate e riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Mentre quelli se ne andavano, Gesù si mise a parlare di Giovanni alle folle: «Che cosa siete andati a vedere nel deserto? Una canna sbattuta dal vento? Allora, che cosa siete andati a vedere? Un uomo vestito con abiti di lusso? Ecco, quelli che vestono abiti di lusso stanno nei palazzi dei re! Ebbene, che cosa siete andati a vedere? Un profeta? Sì, io vi dico, anzi, più che un profeta. Egli è colui del quale sta scritto:
Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero,
davanti a te egli preparerà la tua via.
In verità io vi dico: fra i nati da donna non è sorto alcuno più grande di Giovanni il Battista; ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui.».
Mt 11,2-11
 
In questi tempo dell’attesa del Veniente le tentazioni sono molte: perché continuiamo ad attendere, mentre passano i millenni? Chi è il Veniente che sarà manifestato da Dio? In questa attesa non ci sbagliamo? Anche chi ha una fede salda può conoscere queste tentazioni e non è esentato dall’attraversare ore di desolazione e di oscurità, chiedendosi se non si è sbagliato, se non ha frainteso la promessa del Signore. Perché anche una vita che vuole essere convinta risposta a una chiamata di Dio, anche una vita impegnata nella sequela di Gesù, può giungere a chiedersi se tutta l’avventura non sia stata un’illusione… Soprattutto quando si cerca di valutare i frutti della fatica fatta e l’esito del cammino percorso, tutto può apparire deludente, non all’altezza di ciò che si era sperato e perseguito.
Nel vangelo secondo Matteo questa prova viene vissuta anche da Giovanni il Battista. Si era sentito chiamato da Dio al deserto, aveva radunato una piccola comunità di discepoli in attesa del Messia e per rivelazione di Dio aveva visto in un proprio discepolo, Gesù, il Veniente al quale egli doveva preparare la strada. Fedele alla parola di Dio contenuta nella profezia e da lui meditata e assimilata, nell’annunciare quella venuta e quella presenza Giovanni si era servito delle immagini tradizionali: sarà un uomo forte, ripieno della forza dello Spirito santo, sarà il Salvatore e il Giudice con la scure in mano per tagliare gli alberi infruttuosi e con il ventilabro per separare la pula, degna del fuoco, dal buon grano. Aveva predicato l’urgenza della conversione, del ritorno al Signore, per sfuggire dalla collera, passione di giustizia di Dio che viene a visitare il suo popolo (cf. Mt 3,1-12). Dopo aver anche immerso Gesù nel Giordano e averlo indicato a Israele (cf. Mt 3,13-17), Giovanni era stato arrestato da Erode (cf. Mt 4,12): allora Gesù aveva abbandonato il deserto della Giudea per dare inizio al suo ministero di predicazione del Regno in Galilea (cf. Mt 4,17).
Proprio mentre è in prigione nella fortezza di Macheronte, presso il mar Morto, Giovanni riceve notizia dell’attività e dello stile di Gesù: è l’ora della prova. In carcere, abbandonato da tutti, prigioniero tra quattro mura, in attesa della propria condanna da parte di Erode, consapevole che la sua fine non può essere diversa da quella dei profeti, Giovanni si interroga sconcertato e forse anche confuso: chi aveva annunciato? Il Messia? Ma il Messia libera i prigionieri, mentre lui marcisce in carcere, in catene. Aveva annunciato l’Inviato di Dio? Ma Gesù non sembra compiere il giudizio dei malvagi e dei giusti. Non succede nulla di ciò che era stato previsto dai profeti per il giorno del Signore. Giovanni aveva forse compreso male la parola del Signore che gli era stata indirizzata, oppure si era illuso di sentirla nel proprio cuore? C’è un evidente contrasto tra ciò che aveva annunciato e ciò che si sta realizzando attraverso Gesù! E poi alcuni tra i discepoli di Giovanni sono anche scandalizzati dal comportamento di Gesù, che non digiuna più, come essi fanno (cf. Mt 9,14-17), che non disdegna di mescolarsi ai peccatori (cf. Mt 9,9-13). Separazione dai peccatori e vita ascetica nel deserto non sembrano essere tratti distintivi di Gesù.
Per queste ragioni Giovanni dal carcere manda alcuni suoi discepoli a interrogare Gesù stesso: “Sei tu colui che deve venire (ho erchómenos) o dobbiamo aspettare un altro?”. Ecco la grandezza di Giovanni: nel buio della prova non decide da sé, non si dà una risposta, ma lascia che sia Gesù a dargliela. Anche se non riesce a vedere una corrispondenza tra la propria visione del Veniente e la sua realizzazione pratica da parte di Gesù, in mezzo ai propri dubbi lascia che sia Gesù stesso a spiegarsi e a decidere. E Gesù non risponde direttamente: “Sono io”, ma replica con la testimonianza del suo operare, in conformità alla missione del profeta anonimo annunciato da Isaia (cf. Is 61,1-3). Scegliendo alcuni testi profetici a preferenza di altri (cf. Is 25,19; 29,18-19; 35,5-6), indica quale tipo di Messia veniente egli sia, non un giustiziere, non un potente trionfante, ma uno che guarisce, fa il bene, consola e soprattutto si rivolge ai poveri: “Andate e annunciate (apanghéilate) a Giovanni ciò che udite e vedete: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo, la buona notizia. E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo”.
Gesù può solo dire a Giovanni che le sue opere sono realizzazione delle promesse di Dio, ma pur vedendo queste opere è possibile restare delusi da chi le compie: per questo è beato chi riesce ad aver fede nella sua umile, mite, povera persona. Ma se il profeta Giona era stato deluso da Dio, Giovanni non lo è dalle parole di Gesù e aderisce a esse, riconoscendo a lui l’ultima e decisiva autorità. Gesù a questo punto sente il dovere di dire alla folla una parola su Giovanni. Chi era veramente costui? Un uomo saldo e convinto, che non tremava davanti ai poteri di questo mondo (cf. Ger 1,17-19): il contrario di una canna sbattuta a ogni soffio di vento. Un uomo roccioso, con una postura diritta, che non si piegava davanti a nessuno se non al Signore. Un uomo rimasto sempre lontano dai palazzi dei re e dei sacerdoti. Un uomo che non conosceva le vesti sfolgoranti, preziose o morbide: non frequentava salotti e sapeva tenersi lontano da quelli che usano il loro potere per contaminare e rendere schiavi gli altri. Giovanni era un profeta, un portavoce di Dio, il messaggero e precursore del Signore. Davvero – come testimonia Gesù – “fra i nati da donna non è sorto nessuno più grande di lui”, per i suoi doni e la sua qualità umana ed etica. Tuttavia “il più piccolo”, cioè Gesù stesso, abbassatosi fino all’ultimo posto, rifiutato fino alla condanna della croce, giudicato non martire ma scomunicato, “nel regno dei cieli è più grande di lui”. E se Giovanni non trova in Gesù motivo di inciampo, di ostacolo, allora è beato!
Per questo – come Gesù conclude con una parola dai tratti anche misteriosi – “dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12). È la pacifica violenza di Giovanni, è il suo sofferto ma saldo discernimento la chiave per accedere al Regno e per accogliere colui che è il Regno fatto persona: Gesù, il Veniente, la cui buona notizia è così lontana dai nostri schemi religiosi!
 
Brevi note sulle altre letture bibliche
 
Occorre rallegrarsi, cantare perché si avvera la promessa che il deserto, terra desolata, diventa una terra feconda e rigogliosa. È una gioia cosmica, che coinvolge non solo gli esseri umani, ma anche il deserto e la steppa. Il deserto non solo non avanza ma, grazie alla manifestazione della gloria del Dio vivente, si trasforma in un bosco come quelli del Libano, in una prateria fiorita come i monti del Carmelo e del Saron. Il grido che risuona è dunque un invito al coraggio per chi ha le mani fiacche, le ginocchia vacillanti, il cuore spezzato… Dio viene a salvare il suo popolo, ed ecco la fine delle sofferenze e il dono della pienezza, dell’integrità, della salute e della pace: il pellegrinaggio verso Gerusalemme può quindi avvenire su una strada sicura e senza ostacoli.
Isaia 35,1-6.8.10
 
L’apostolo chiede alla comunità cristiana di non stancarsi nell’attesa della venuta gloriosa del Signore. Per tre volte risuona il verbo makrothyméo, che indica l’essere pazienti, ma soprattutto il sentire in grande. È un atteggiamento decisivo per poter discernere la parousía, la venuta del Signore, e non fermarsi invece alla cronaca mondana: questa venuta, infatti, si è avvicinata, accelera, incalza. E cosa richiede questa attesa del Giudice? Che i cristiani non si giudichino l’un l’altro, ma nella carità reciproca confidino nella misericordia del Signore. L’esempio viene dai profeti, i portavoce di Dio, che hanno mostrato sottomissione (kakopathía) e pazienza (makrothymía), perseverando fino alla fine, fino all’incontro con il Veniente.
Lettera di Giacomo 5,7-10

 

 La scommessa sul domani

Tempo di Avvento, tempo di speranza

Maria Rattà

advent

«Chi vuole esser lieto, sia, / di doman non c’è certezza», recitano i versi della Canzona di Bacco, composta da Lorenzo de' Medici. Canto carnevalesco, per nulla spirituale; inno all'amore e al divertimento mondano.
Ma per quanto materiali e fatue, estrapolate (e non) dal loro contesto, queste parole intrappolano il senso della temporaneità delle cose, della loro transitorietà, e dell'imprevedibilità degli eventi. Con altro significato e ben diversa profondità, anche il Vangelo lancia un messaggio di questo genere, allorché Gesù rivolge il seguente invito: «Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34).
Cristo però capovolge il nocciolo dell'incertezza, il senso dell'impossibilità di fare previsioni sul nostro personale futuro. L'imprevedibilità del domani, per il cristiano, non è né motivo di eccesso sfrenato nel godimento, né di chiusura totale alla gioia (quasi in una sorta di ascetismo estremista). Nella parabola del ricco stolto (Lc 12, 13-21) Gesù codifica un messaggio preciso: è inutile (e dannoso) accumulare affannosamente nell'oggi sperando di godere solo nel domani, perché proprio domani stesso potrebbe esserci chiesto conto della nostra vita. Infatti, nelle pericopi successive (Lc 12, 22-32) Egli esorta a non preoccuparsi «per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete» (v. 22). Ma è importante sottolineare l'aggiunta che segue: «La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito» (v. 23). È un inno alla vita nel senso pieno del termine, in quello più nobile, più totale.
Gesù invita a vivere: non si vive se si è immersi in un'abbuffata di godimenti; non si vive se si è impegnati in una corsa all'accumulo. In un caso e nell'altro qualcosa viene perso per strada...

Felici qui e adesso, nella prospettiva del futuro

Cristo insegna a essere felici hic et nunc, qui e adesso, in vista di quel già e non ancora che ben sintetizza la teologia paolina.
Questo è il passaggio che manca nella poesia di Lorenzo de' Medici, che si ferma alla sola prospettiva terrena: la giovinezza passa, la vita finisce, godiamo finché siamo in tempo. Nella Canzona di Bacco non c'è futuro, non esiste prospettiva. Quando tutto passa tutto è terminato e non rimane nulla.
Gesù, al contrario, spinge l'uomo a guardare oltre, a vivere adesso - e intensamente - la propria vita, nella consapevolezza della preziosità e della ricchezza di ogni giorno, e nella prospettiva di un futuro escatologico che attende le anime. L'affanno (eccessivo=negativo) per le cose priverebbe l'uomo della gioia di essere e di esistere; ma anche la spoliazione di ogni bene sarebbe per l'essere umano una mortificazione inutile, non necessaria. Gesù stesso apprezza i sapori della buona tavola (partecipa al banchetto delle nozze di Cana, accetta l'invito di Matteo dopo la sua conversione e si autoinvita a casa di Zaccheo) e accoglie con riconoscenza il gesto d'affetto della peccatrice pentita che lava i suoi piedi con del prezioso profumo e li asciuga con i suoi capelli (Mt 26, 6-13). È lo stesso Cristo che digiuna per quaranta giorni nel deserto e che userà parole apparentemente dure con sua madre («Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» si legge in Mc 3,33) e con la Maddalena («Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre», riporta Gv 20,17). In Gesù c'è equilibrio nel rapporto con le cose belle della vita, tanto quando esse vanno assaporate quanto allorché occorre porvi un freno; in Gesù permane - al di sopra di tutto - la capacità di orientare ogni realtà creata a Dio, e dunque di vivere ogni relazione, ogni rapporto (umano o materiale) nel giusto modo.

Chiamati a scommettere

L'Avvento ricorda al cristiano proprio questo: orientarsi a Dio è fondamentale per sconfiggere l'incertezza della vita e la sua limitata durata temporale, per essere salvati dal rischio di vivere... senza vivere realmente.
Se del domani in senso materiale non vi è certezza, del domani ultimo, della realtà escatologica, ultraterrena, abbiamo invece una prova incontrovertibile: Gesù è il Risorto, il Vivente, Colui che sempre viene nella nostra vita.
Può non essere una prova in senso strettamente scientifico, ma è una prova che richiama in causa la nostra capacità di credere e di essere credenti credibili e coerenti.
«Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!» scrive san Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi (1 Ts 5, 23-24).
Ecco che allora l'Avvento diventa - nel suo essere tempo d'attesa per eccellenza - il simbolo e il segno di una scommessa che il cristiano è chiamato a fare.
Scommettere sul domani, scommettere su Dio: scommettere che Egli esiste, che verrà - è già venuto realmente nella storia di tutti i tempi e nella mia personale - e che dunque riempie di senso la mia esistenza; sperare, dunque, come Abramo, contro ogni speranza (Rm 4,18); sperare nonostante l'apparente fugacità della vita e la mortalità delle realtà create, perché «non si può conoscere Gesù senza coinvolgersi con lui, senza scommettere la vita per lui [1]. Sperare è scommettere sulla misericordia di Dio che è Padre e perdona sempre e perdona tutto» [2].
Perché questo è l'Avvento: tempo di speranza, tempo di gioia. Tempo per fare memoria di un Padre che ha scommesso sull'uomo, affinché l'uomo scommettesse su di Lui.

NOTE

[1] Papa Francesco, Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 26 settembre 2013.
[2] Papa Francesco, Omelia, 21 marzo 2015. 

FONTE: www.chiamatiallasperanza.blogspot.it

 

 

Avvento 2016

“E IL VERBO SI FECE CARNE”

A cura delle Ispettorie Salesiane ILE-INE-ICP

Sussidio-di-avvento-2016
Tale lavoro di preparazione all'avvento, per animatori e docenti, è composto da:
- un sussidio cartaceo
- video col commento al Vangelo del giorno prodotti
- testi sui buongiorni ed eventuali ritiri
Esso viene offerto in un duplice formato: una parte cartacea, che permette ai giovani di soffermarsi con più tranquillità sulla Parola di Dio del giorno, sottolineare, scrivere, pregare; e una parte video che propone un breve e concreto commento alla Parola.

I CONTENUTI

- Video
https://drive.google.com/drive/folders/0B67Aia9dwH-JNF8wZkRnWVF6aWc
- Commenti al Vangelo
https://drive.google.com/drive/folders/0B67Aia9dwH-JcUlHNUYwcjhyQkE
- Buongiorni
https://drive.google.com/file/d/0B67Aia9dwH-JckRlYVlEdDdWZG8/view
- Celebrazione di inizio
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JdWszN2hKei1vdTA
- Celebrazione penitenziale
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JRERfN1VUMHNmOU0
- Celebrazioni di chiusura
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JX0Q2UUR2aXhOTEk
- Materiale fanciulli
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JTTN0STJRMEVfTVE
PRIMA SETTIMANA
(video-ppt)
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JT05CRmx1LUV2RjA
SECONDA SETTIMANA
(video-ppt)
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-Ja3M1YlpXZ3Y1LW8
TERZA SETTIMANA
(video-ppt)
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JQTZhOTlWX3kwVEk
QUARTA SETTIMANA
(video-ppt)
https://drive.google.com/drive/u/0/folders/0B67Aia9dwH-JRmJ2RFdtcUIzbUk

 

SEGNALAZIONE

 

ATLANTE

 

SUPEREROI

TESORI

SOGLIE

FAGLIE

BARRIERE

DIRITTI

SUPERPOTERI

 

 

SEGNALAZIONE

AUGELLI
Prefazione (Vanna Iori)

Nell'oratorio si dà vita a un'azione educativa del tutto particolare, una vera e propria arte.
Ma non un'arte naïf, perché presuppone preparazione, ricerca, sperimentazione, valutazioni attente, capacità di ascolto. Tutte competenze che non si improvvisano, ma che vanno apprese e affinate nel tempo. La conoscenza e l'uso di alcuni specifici strumenti di animazione educativa aiuta l'espressione di vissuti, idee, valori e a ravvivare le dinamiche relazionali.
La centralità che l'animazione riveste per bambini e ragazzi trova forme relazionali che offrono un prezioso contributo per stimolare la crescita della persona, nella pluralità delle sue dimensioni esistenziali.
Dare anima all'educazione è particolarmente urgente in un momento storico complesso e difficile come il nostro. La crisi generale che attraversa il nostro tempo può essere stimolo e sfida per un rinnovamento che tocca tutti i piani dell'esistenza. Nei momenti di difficoltà occorre avere il coraggio di investire sull'educare, perché è da lì che si ricomincia. Ed è necessaria una forte determinazione affinché la volontà di progettare il futuro, pur nell'incertezza, non si risolva in un'educazione incerta. L'educazione degli oratori ha dunque un grande valore perché si fonda su una tensione progettuale impregnata di senso che rende piena e bella la vita, vissuta con realismo, ma senza rassegnazione.
Gli educatori professionali in oratorio assumono in pieno questa sfida: non sono protetti dall'incertezza attuale che attraversa ogni ambito, ma la accolgono e la rielaborano cercando di farne una ricchezza.
L'incontro in oratorio può rinnovare l'entusiasmo e offrire stimoli da cui ripartire per inventare e sperimentare pratiche educative gratificanti ed efficaci. Dal gioco alla pittura, dalla scrittura al teatro, alla musica, all'arte, al cinema: i veicoli espressivi a cui può ricorrere l'educazione sono molteplici. L'educatore professionale sa muoversi tra essi, scegliendo il canale più opportuno e dotando ogni momento animativo di un serbatoio di senso a cui attingere, per sé e per gli altri.
L'oratorio oggi è cambiato, ma le opportunità che offre sono ancora tante e sempre più capillari, maggiormente orientate a cogliere i bisogni sottili e silenziosi di tanti ragazzi, giovani e famiglie.
Riscoprire oggi il significato dell'oratorio è importante perché in quello spazio è racchiuso il senso dell'azione educativa che sa animare, nel senso più pieno del termine: dare anima alle cose e alle persone, sottraendo la stessa azione al rischio di un impoverimento. Troppi ragazzi chiusi in casa, connessi in rete tramite relazioni virtuali, perdono la gioia di rincorrere un pallone, di rapportarsi agli altri. Cupi, annoiati, obesi. Soli. Prigionieri dell'indifferenza. Oppure scarrozzati da adulti tra la palestra, lo strumento musicale, la lingua straniera. Non sempre occasioni educativamente significative.
Gli oratori non sono scomparsi. Lo attestano i numeri. L'oratorio non è in crisi. È cambiata la platea dei fruitori, con un incremento significativo di stranieri e immigrati, ma le sue porte sono spalancate ancora oggi per tanti giovanissimi nel nostro Paese. L'educazione spirituale e religiosa è quella dei valori cristiani, ma non è chiuso all’accoglienza di ragazzi provenienti da altre religioni e da altre culture.
L'ultimo dato censito parla di circa 6.500 oratori in Italia. Luoghi dove vengono accolti circa un milione e mezzo di bambini e adolescenti. Una realtà educativa che, soprattutto negli anni della crisi, per molte famiglie è diventata anche un'opportunità dal punto di vista economico, poiché in fondo l'oratorio, a parte una quota d'iscrizione sostenibile, è di fatto gratuito, e offre una garanzia educativa collaudata ed affidabile.
Le domande nuove che la povertà minorile ci pone sono tante, a partire da: “Che cosa significa crescere nel tempo della crisi?” Una domanda che non ha riguardato la generazione dei giovani genitori che si trovano perciò in molti casi impreparati a vivere le relazioni educative genitoriali in situazioni di precarietà, disoccupazione e povertà. E che si chiedono quale sarà il mondo di domani che spetterà ai loro figli, in questi continui e rapidi cambiamenti. Verso quale futuro andranno?
Ma c’è un’altra domanda ugualmente inedita nella storia recente: “Cosa possono fare le politiche educative per continuare a coltivare la speranza? Concepire la speranza come un dovere non significa negare i problemi, ma cercare nuove prospettive per riaffrontarli e non perdere la fiducia, nonostante tutto.
Gli oratori sono ricchi di diverse figure educative laici e religiosi, sacerdoti, suore, papà e mamme, nonni e giovani che mettono il loro tempo e le loro risorse volontariamente a favore degli altri. Ma sempre più si caratterizzano per la presenza di educatori professionali: non è di certo solo un titolo a stabilire profondità e continuità ad un lavoro formativo ed animativo, ma certamente al crescere della complessità sociale che bussa alle porte degli oratori cresce anche la necessità di affinare la sapienza pedagogica degli educatori, a cui è affidato il compito specifico di prendersi cura degli altri e vivere la relazione educative unendo cuore, mani e testa.
L'improvvisazione deve, quindi, cedere il passo alla progettazione attenta e lungimirante, capace di accompagnare la ricerca delle nuove generazioni.
L’azione degli oratori svolge dunque un ruolo decisivo per il paese, per rilanciare le politiche per l'infanzia e l’adolescenza, perché investire sull'infanzia e l'adolescenza è sviluppo sociale ma anche progresso economico: una priorità che fa crescere le persone in umanità e valori, in un contesto di smarrimento e dispersione.
Potenziare gli investimenti sugli oratori, non solo da un punto di vista economico, ma attrezzandoli con risorse educative qualificate, come luoghi di consolidata esperienza educativa e ludica è un impegno che non riguarda quindi solo le istituzioni religiose ma tutte le realtà socio-educative impegnate negli interventi a contrasto della dispersione scolastica e al reclutamento della criminalità organizzata (soprattutto in alcune aree geografiche), a potenziare l'educativa di strada, a contrastare la microcriminalità, l'abbandono, l'abuso e lo sfruttamento, a promuovere la partecipazione e l'inclusione.
Tenere viva la riflessione sugli oratori e sulle figure educative che li abitano e creare spazi di confronto su questi temi è quanto mai necessario. Il lavoro formativo e di scrittura curato dal Progetto Oratori di Parma si pone come un significativo apripista: radicandosi nel terreno della tradizione, individua punti di riferimento importanti nei percorsi degli educatori professionali, tiene vivi interrogativi cruciali, aprendosi a prospettive inedite.

 

INDICE

Prefazione (V. Iori)
Introduzione (A. Augelli – A. Malandri)

Parte prima: questioni di fondo

1. Istantanee in movimento: lo spazio-oratorio tra tradizione e cambiamento (P. Triani)
1.1. Le coordinate di base
1.2. Temi cruciali per la vita attuale degli oratori
1.3. Rischi e possibili derive
1.4. Direzioni di senso

2. L'educatore di oratorio, espressione di una comunità (M. Falabretti)
2.1. Il senso dell’oratorio
2.2. Gli snodi pastorali della questione
2.3. L’ingaggio
2.4. Direttore dell’oratorio?

3. Nel tessuto del territorio: educatore di oratorio e reti sociali (M. Uriati)
3.1. Elogio degli elefanti: istituzioni a confronto
3.2. La musica dell’erba che cresce: la rete sociale come bene sociale
3.3. Triathlon: le competenze dell’educatore

4. A contatto con la vita: l'educatore che anima (A. Augelli)
4.1. Una complessità che stanca o rivitalizza
4.2. “Paura di cadere o voglia di volare”? L’impegno ad inventare/si
4.3. Oltre i prodotti i processi: la sfida di nutrire interesse
4.4. La bellezza ritrovata: ricongiungere ciò che è lontano
4.5. L’oratorio come rosa dei venti, ovvero concertare l’animazione

5. “Il don: riflessioni e provocazioni sul rapporto educatore-sacerdote in oratorio (G. Goccini)
5.1. Il prete d’oratorio (che non c’è più)
5.2. Oltre il calo numerico
5.3. L’evanescenza del carattere sacerdotale
5.4. Il tramonto della parrocchia “autarchica” e la sfida delle Unità pastorali
5.5. Verso un nuovo paradigma pastorale
5.6. Il prete e l’educatore in oratorio.
5.7. Un cammino comunitario

6. L’oratorio come esperienza spirituale (M. Uriati)
6.1. Legno di balsa: la preziosa fragilità dell’oratorio
6.2. Giù dal pero: una concreta occasione di conversione
6.3. Allargare i paletti della tenda

7. L’imprescindibile cura di sé: mantenersi in dialogo col bambino che siamo stati (E. Musi)
7.1. Interfacce dell’educare
7.2. Il bambino che è in noi
7.3. Un contesto educativo privilegiato, ma troppo spesso disattento
7.4. In supporto alla famiglia

8. La formazione/supervisione degli educatori (A. Malandri)
8.1. “La persona giusta al posto giusto” o forse no
8.2. Un investimento nel tempo di un’intera comunità
8.3. Progettare la formazione
8.4. La formazione come supporto all’azione progettuale

9. La differenza come sfida e possibilità: competenze interculturali in oratorio (M. Salsi)
9.1. Scenari multiculturali in Italia
9.2. Giovani e multiculturalità in oratorio: una fotografia sul presente
9.3. Oratorio e cittadinanza: questione di appartenenze
9.4. L’educatore sulla via interculturale

10. La sostenibilità e la complessità dell'organizzazione: diversi modelli a confronto (O. Pirovano)
10.1. La scelta cooperativa
10.2. L’educatore professionale: volano o deterrente per il volontariato
10.3. La sostenibilità economica
10.4. Alcune esperienze concrete di cooperative

Parte seconda: In ascolto delle biografie professionali

1 Una storia di cui “servirsi”: il metodo autobiografico nei percorsi formativi (A. Augelli)
1.1. Cambia lo sguardo, cambiano le cose
1.2. Elogio della distanza
1.3. La storia di cui hai bisogno

2. Relazioni appassionate (F. Gianotti)
2.1. Coinvolgimenti e distanze
2.2. La storia del mio cuore
2.3. Incontri: maestri, mentori, guru, ribelli e colleghi

3. Da dove vengo e dove vado: come tener viva la motivazione nel tempo (A. Arioli)
3.1. Da dove vengo? Le origini di una scelta
3.2. Che educatore sono?Il senso del proprio lavoro
3.3. Che educatore vorrei essere? Alimentare la motivazione

4. La possibilità delle sfumature: contraddizioni e ambivalenze dell’educatore di oratorio (A. Augelli)
4.1. Tra corazze vuote e gesti incoscienti: gli educatori e l’incertezza identitaria
4.2. A tu per tu con la parte più buia
4.3. Esplorando le ombre della professione educativa
4.4. Le ombre dipendono dalla luce: cambiare i punti focali

5. L'educatore “tra”: al crocevia di situazioni ed incontri (G. Bizzarri)
5.1. Tra la Chiesa e la strada
5.2. Tra le generazioni
5.3. Tra formale ed informale
5.4. Tra professione, vocazione e volontariato
5.5. Tra vita professionale e vita privata

Post-fazione
Intervista semi-seria a me stesso: essere educatore di oratorio e raccontarlo (C. F. Gigante)
Bibliografia

 

La luce

Jean D'Ormesson

luce

Né pittore né scultore, né d'altronde musicista, né matematico, né fisico, né astronomo, assai poco dotato sia per le arti che per le scienze, ho amato molto la luce. La luce del giorno, al mattino, mi ha sempre incantato. Mi svegliavo di buon umore perché, raggiante o coperta, c'era la luce. Su Positano, su Amalfi, su Ravello e i suoi giardini, sulla valle del Drago, su Dubrovnik, su Koréula o su Hvar, su Itaca o Kash, su Symi o Castellorizo, su Karnak o Udaipur, sulle piazze, le chiese, i palazzi, le scale di Gubbio, di Urbino, di Todi, di Spoleto, di Ascoli Piceno, e perfino di Pitigliano o di Borgo Pace, pur prive entrambe di strepitose bellezze, di Ostuni, di Martina Franca, delle piccole cittadine della Toscana, dell'Umbria, della Puglia, dell'Andalusia o del Tirolo, mi ha reso quasi pazzo di felicità. Più dei paesaggi, più della maggior parte delle persone, seppur così incantevoli e sottili, che ho avuto la fortuna di incontrare, più dell'acqua, quel miracolo, più della bellezza degli alberi, più degli asini e degli elefanti, forse più dei libri, forse perfino più dello sci in primavera, del mare nelle calette o delle donne che mi hanno dato tanta felicità al loro apparire, restare e a volte andarsene, ciò che più ho amato in questo mondo in cui ho già passato un bel po' di tempo è la luce.
Quasi quanto il tempo, meno crudele, più morbida, meno segreta e meno misteriosa, ma altrettanto diffusa in tutto l'universo, la luce mi è sempre sembrata mormorare in silenzio qualcosa di Dio.

(Il mio canto di speranza, Ed. Clichy 2015, pp. 109-110)

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