UN’ECONOMIA

PER IL 99%

È giunto il momento di costruire
un’economia umana a vantaggio di tutti,
non solo di pochi privilegiati

oxfam

Da nuove stime risulta che otto persone possiedono da sole la stessa ricchezza della metà più povera dell’umanità. La crescita va a vantaggio dei più ricchi mentre il resto della società soffre, in particolare i poveri. Sono la natura stessa delle nostre economie e i principi alla base dei nostri sistemi economici ad averci portato a questa situazione estrema, insostenibile e ingiusta. La nostra economia deve smettere di remunerare eccessivamente i più ricchi e iniziare ad operare a vantaggio di tutti. Governi responsabili e lungimiranti, imprese che agiscono nell’interesse dei lavoratori e dei produttori, valorizzazione dell’ambiente, diritti delle donne e un solido sistema di equa imposizione fiscale sono elementi fondanti di quest’economia più umana.

Qui il rapporto OXFAM

 

 

Convertitevi!

III domenica del tempo ordinario A

Enzo Bianchi

CONVERTITEVI
In quel tempo quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia:
Terra di Zàbulon e terra di Nèftali,
sulla via del mare, oltre il Giordano,
Galilea delle genti!
Il popolo che abitava nelle tenebre
vide una grande luce,
per quelli che abitavano in regione e ombra di morte
una luce è sorta.
Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedeo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono.
Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.
Mt 4,12-23


Matteo è l’evangelista “scriba”, che costantemente mette in risalto il compimento delle Scritture dell’Antico Testamento nella vita di Gesù. Ciò che avviene nella vicenda di Gesù è compimento della parola di Dio contenuta nelle Legge, nei Profeti e nei Salmi (cf. Lc 24,44). Anche l’inizio del ministero pubblico di Gesù deve essere letto in questa prospettiva, perché non il caso, né il destino, la necessità, determinano gli eventi, ma la libera volontà di Gesù, che desidera essere obbediente al Padre in conformità alle sante Scritture.
Quando Gesù ebbe notizia che Giovanni il Battista, il maestro che egli seguiva come un discepolo (opíso mou: Mt 3,11), era stato arrestato e imprigionato da Erode, allora “si ritirò (verbo anachoréo) in Galilea”, lasciando la Giudea e soprattutto la regione tra Giordano e mar Morto dove Giovanni aveva predicato e battezzato. Questo ritirarsi, che è un allontanarsi, si ripeterà altre volte nella vita di Gesù (cf. Mt 9,24; 12,15; 14,13; 15,21), come già era avvenuto quando Giuseppe, suo padre secondo la Legge, si era ritirato in Galilea per fuggire da Archelao (cf. Mt 2,22-23). In questo caso non è però Nazaret, la borgata in cui Gesù era cresciuto, il luogo del suo ritirarsi, bensì Cafarnao, città sul lago di Tiberiade, città di frontiera, luogo di transito e tappa importante sulla via del mare che metteva in comunicazione Damasco e Cesarea, il porto sul Mediterraneo. Qui a Cafarnao Gesù sceglie una casa come dimora sua e del gruppo che lo seguirà nella sua avventura profetica.
Matteo non dimentica la promessa del profeta Isaia su questa terra periferica che era stata la prima regione umiliata e oppressa dall’invasore assiro nell’VIII secolo a.C., quando le tribù di Zabulon e di Neftali qui residenti furono vinte, deportate ed esiliate. Il profeta aveva osato guardare al futuro lontano, quando Dio avrebbe dato inizio alla redenzione e al raduno del suo popolo, a partire da questa regione diventata terra impura popolata di pagani, crocicchio delle genti. Ecco dove viene ad abitare Gesù, ecco la compagnia che sceglie, questa frontiera disprezzata dai giudei: proprio da qui Gesù inizia la sua predicazione. Questa regione vede dunque “sorgere” una grande luce, la luce di Cristo e del suo Vangelo.
Da quel momento Gesù inizia a predicare, in piena continuità con la predicazione del Battista: “Convertitevi (metanoeîte), perché il regno dei cieli si è avvicinato” (= Mt 3,2). La chiamata è alla conversione, al cambiamento di mentalità, di atteggiamento e di stile nel vivere quotidiano: non un gesto isolato, estemporaneo, ma l’assunzione di un “altro” modo di vivere, segno concreto del “ritorno” a Dio. Da un lato la conversione richiede un lasciare e un assumere, è dunque un’ora che scandisce un prima e un dopo. D’altro lato, essa diventa un’istanza continua, una dinamica da imprimere nella propria vita giorno dopo giorno, perché non si è mai convertiti una volta per sempre. Questa conversione ha un solo scopo: permettere che Dio regni, che sia l’unico Signore nella vita del credente. “Convertitevi!” è stata una parola di Giovanni, di Gesù, di Pietro (cf. At 2,38), ed è la prima parola che la chiesa deve rivolgere a quanti incontra. Il Regno avviene là dove uomini e donne permettono a Dio di regnare in loro attraverso la conversione. Per costoro il regno dei cieli (o regno di Dio, secondo Marco e Luca) si è avvicinato, può essere realtà già qui sulla terra, dove Dio regna.
Così viene sintetizzata da Matteo l’attività di Gesù in Galilea, un’attività profetica sulla scia di quella del Battista, un’attività che chiama, attira discepoli capaci di conversione. Per questo segue il racconto di due chiamate, quelle dei primi quattro discepoli. Il racconto è semplice, sobrio, non indugia su particolari e soprattutto non presta attenzione ai processi psicologici che pure devono essere stati vissuti in questo evento. Anche in questo caso il racconto è plasmato sul modello della chiamata profetica (cf. 1Re 19,19-21) e vuole essere una testimonianza esemplare per ogni lettore del vangelo. Gesù passa lungo il mare di Galilea, cioè il lago di Gennesaret, dove si trovano pescatori e barche. Gesù innanzitutto “vede”, con il suo sguardo penetrante e capace di discernimento, “due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettano le reti in mare”. Mentre sono intenti al loro lavoro e fanno il loro mestiere, sono raggiunti dalla parola di Gesù che è parola efficace, già in questo racconto è parola del Kýrios, del Signore: “Venite dietro a me (opíso mou), vi farò pescatori di uomini”.
Vi è qui indubbiamente una lettura dossologica della vocazione, un racconto che non può dimenticare il ruolo futuro di Simon Pietro: ecco perché la parola di Gesù come una promessa cambia il lavoro di Pietro, pescare pesci, in quello che sarà il suo ministero, pescare uomini, cioè radunare i destinatari del Vangelo nella rete della chiesa. A questa parola i due fratelli rispondono senza dilazione, prontamente, abbandonando la loro professione (le reti) per seguire Gesù. Certo, Luca colloca in un altro contesto la vocazione di Pietro, dopo una pesca miracolosa (cf. Lc 5,4-11) e il quarto vangelo fornisce un resoconto diverso del primo incontro tra Pietro e Gesù (cf. Gv 1,40-42); ma ciò che è essenziale in questi diversi racconti è la scelta libera, sovrana di Gesù, che chiama, e la pronta obbedienza alla sua parola da parte dei futuri discepoli. E così segue il racconto della vocazione dell’altra coppia di fratelli, Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo. Stessa dinamica, con l’aggiunta della precisazione che i due fratelli non lasciano solo la barca, ma anche il padre; c’è dunque una rinuncia alla professione e alla famiglia, c’è una reale rottura tra ciò che si era e ciò che si diventa alla sequela di Gesù. La risposta del chiamato (nessuna auto-candidatura al discepolato!) è incondizionata e senza dilazioni, ieri come oggi.
Ma in questi racconti dobbiamo anche percepire il “non detto” riguardo a questa sequela che è diversa dal rapporto maestro (rabbino)-discepolo ai tempi di Gesù. Normalmente era il discepolo che sceglieva il maestro, che si faceva servo del rabbino o lo retribuiva per l’insegnamento ricevuto. Gesù invece precede sempre il discepolo, eleggendolo, chiamandolo, poi si mette al suo servizio, fino a lavargli i piedi (cf. Mt 13,1-15). Gesù è davvero un rabbi paradossale!
Il nostro brano è concluso da un “sommario” che riassume tutta l’attività di Gesù:
percorreva la Galilea, in una predicazione itinerante,
insegnava nelle sinagoghe dove si radunavano i credenti di Israele,
proclamava a tutti la buona notizia del regno di Dio ormai avvicinatosi
e curava ogni sorta di malattie e di infermità in quelli che incontrava.
Subito il potere di Gesù si manifesta con la sua forza di attrazione: molti vanno da lui, peccatori sui quali regna il demonio e malati di varie infermità, mentre le folle cominciano ad ascoltarlo e a seguirlo (cf. Mt 4,24-25). Così il Regno è annunciato, anzi offerto da Gesù come una realtà che il credente può accogliere: basta che lasci regnare Dio su di sé, ed ecco che il regno di Dio è inaugurato.

Brevi note sulle altre letture bibliche

Isaia 49,3.5-6
“Convertitevi!” è stata una parola di Giovanni il Battista, di Gesù, di Pietro, ed è la prima parola che la chiesa deve rivolgere a quanti incontra. Il Regno avviene là dove uomini e donne permettono a Dio di regnare in loro attraverso la conversione. Per costoro il regno di Dio si è avvicinato, può essere realtà già qui sulla terra, dove Dio regna. Il Regno è annunciato, anzi offerto da Gesù come una realtà che il credente può accogliere: basta che lasci regnare Dio su di sé, ed ecco che il regno di Dio è inaugurato.

 

Roberto Carelli

ALFABETO FAMILIARE

Costruire legami solidi in una società liquida

Elledici 2017 - pp. 148 - € 14,90

 carelli

Il volume, che si offre come sussidio per la formazione degli operatori nel campo della pastorale familiare, raccoglie 27 voci, da Amore a Zapping, che da una parte richiamano le verità di sempre sull'amore, dall'altra puntano l'attenzione sulle problematiche emergenti nel nostro tempo. L'obiettivo è quello di ritrovare la grammatica dei sessi, rimettere in moto la sintassi degli affetti, riarticolare il discorso dell'amore in vista della sua felice riuscita. L'autore ha sapientemente coniugato agilità espositiva e precisione nei contenuti. La lucidità dell'analisi si accompagna a una visione profondamente ottimista, permeata e sostenuta dalla fede.

 

 

Lettera del Papa

ai giovani

in occasione della presentazione
del Documento Preparatorio
della XV Assemblea Generale Ordinaria
del Sinodo dei Vescovi

 papasinodo

Carissimi giovani,
sono lieto di annunciarvi che nell’ottobre 2018 si celebrerà il Sinodo dei Vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale». Ho voluto che foste voi al centro dell’attenzione perché vi porto nel cuore. Proprio oggi viene presentato il Documento Preparatorio, che affido anche a voi come “bussola” lungo questo cammino.
Mi vengono in mente le parole che Dio rivolse ad Abramo: «Vattene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò» (Gen 12,1). Queste parole sono oggi indirizzate anche a voi: sono parole di un Padre che vi invita a “uscire” per lanciarvi verso un futuro non conosciuto ma portatore di sicure realizzazioni, incontro al quale Egli stesso vi accompagna. Vi invito ad ascoltare la voce di Dio che risuona nei vostri cuori attraverso il soffio dello Spirito Santo.
Quando Dio disse ad Abramo «Vattene», che cosa voleva dirgli? Non certamente di fuggire dai suoi o dal mondo. Il suo fu un forte invito, una vocazione, affinché lasciasse tutto e andasse verso una terra nuova. Qual è per noi oggi questa terra nuova, se non una società più giusta e fraterna che voi desiderate profondamente e che volete costruire fino alle periferie del mondo?
Ma oggi, purtroppo, il «Vattene» assume anche un significato diverso. Quello della prevaricazione, dell’ingiustizia e della guerra. Molti giovani sono sottoposti al ricatto della violenza e costretti a fuggire dal loro paese natale. Il loro grido sale a Dio, come quello di Israele schiavo dell’oppressione del Faraone (cfr Es 2,23).
Desidero anche ricordarvi le parole che Gesù disse un giorno ai discepoli che gli chiedevano: «Rabbì […], dove dimori?». Egli rispose: «Venite e vedrete» (Gv 1,38-39). Anche a voi Gesù rivolge il suo sguardo e vi invita ad andare presso di lui. Carissimi giovani, avete incontrato questo sguardo? Avete udito questa voce? Avete sentito quest’impulso a mettervi in cammino? Sono sicuro che, sebbene il frastuono e lo stordimento sembrino regnare nel mondo, questa chiamata continua a risuonare nel vostro animo per aprirlo alla gioia piena. Ciò sarà possibile nella misura in cui, anche attraverso l’accompagnamento di guide esperte, saprete intraprendere un itinerario di discernimento per scoprire il progetto di Dio sulla vostra vita. Pure quando il vostro cammino è segnato dalla precarietà e dalla caduta, Dio ricco di misericordia tende la sua mano per rialzarvi.
A Cracovia, in apertura dell’ultima Giornata Mondiale della Gioventù, vi ho chiesto più volte: «Le cose si possono cambiare?». E voi avete gridato insieme un fragoroso «Sì». Quel grido nasce dal vostro cuore giovane che non sopporta l’ingiustizia e non può piegarsi alla cultura dello scarto, né cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. Ascoltate quel grido che sale dal vostro intimo! Anche quando avvertite, come il profeta Geremia, l’inesperienza della vostra giovane età, Dio vi incoraggia ad andare dove Egli vi invia: «Non aver paura […] perché io sono con te per proteggerti» (Ger 1,8).
Un mondo migliore si costruisce anche grazie a voi, alla vostra voglia di cambiamento e alla vostra generosità. Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di San Benedetto III, 3).
Così, anche attraverso il cammino di questo Sinodo, io e i miei fratelli Vescovi vogliamo diventare ancor più «collaboratori della vostra gioia» (2 Cor 1,24). Vi affido a Maria di Nazareth, una giovane come voi a cui Dio ha rivolto il Suo sguardo amorevole, perché vi prenda per mano e vi guidi alla gioia di un «Eccomi» pieno e generoso (cfr Lc 1,38).
Con paterno affetto,

FRANCESCO
Dal Vaticano, 13 gennaio 2017

 

SINODO DEI VESCOVI
XV ASSEMBLEA GENERALE ORDINARIA

I giovani, la fede

e il discernimento

vocazionale

Documento preparatorio
Città del Vaticano - 2017

foto sinodo

(qui il testo in pdf)

Introduzione
Sulle orme del discepolo amato

I – I GIOVANI NEL MONDO DI OGGI

1. Un mondo che cambia rapidamente
2. Le nuove generazioni
Appartenenza e partecipazione
Punti di riferimento personali e istituzionali
Verso una generazione (iper)connessa
3. I giovani e le scelte

II – FEDE, DISCERNIMENTO, VOCAZIONE

1. Fede e vocazione
2. Il dono del discernimento
Riconoscere
Interpretare
Scegliere
3. Percorsi di vocazione e missione
4. L’accompagnamento

III – L’AZIONE PASTORALE

1. Camminare con i giovani
Uscire
Vedere
Chiamare
2. Soggetti
Tutti i giovani, nessuno escluso
Una comunità responsabile
Le figure di riferimento
3. Luoghi
La vita quotidiana e l’impegno sociale
Gli ambiti specifici della pastorale
Il mondo digitale
4. Strumenti
I linguaggi della pastorale
La cura educativa e i percorsi di evangelizzazione
Silenzio, contemplazione, preghiera
5. Maria di Nazareth

QUESTIONARIO

1. Raccogliere i dati
2. Leggere la situazione
3. Condividere le pratiche

 

Ciò che manca

José Tolentino Mendonça

attenzione

Dio si manifesta in Gesù che nasce. Ma la grande domanda è: come riconoscerlo? Come riconoscere il passaggio di Dio nella nostra storia? Come riconoscere la sua epifania quotidiana? Con quale grammatica, in quale modo o con quale guida possiamo riconoscere la fantastica presenza di Dio nella nostra vita? Perché Lui c'è. Si è fatto prossimo alla nostra carne. Il fatto è che ci difetta la capacità di riconoscerlo. Erode, per esempio, era in miglior posizione dei magi per sapere che era nato il re dei giudei. E invece non ne sapeva niente. Nel suo regno accadeva una cosa meravigliosa, che lui non era capace di scorgere. Aveva saggi alla sua corte, e la Scrittura che diceva: «Il Messia nascerà a Betlemme». Che cosa gli mancava, allora? Aveva tutti gli strumenti, tutta la sapienza, tutta la conoscenza, ma Gesù nacque e lui non lo seppe. La notizia gli fu portata da forestieri venuti da lontano. Cos'è che a Erode mancava, e che a noi manca? Domandiamocelo con franchezza. Ci manca l'attenzione. L'attenzione come primo dovere spirituale. L'attenzione come quel genere di povertà che hanno coloro che attendono, coloro che abitano l'immanenza, che intuiscono che ogni istante non è solo tempo che scorre, ma è la soglia di una rivelazione.
(Avvenire, 7 gennaio 2017)

 

Carla Acerbi - Marialisa Rizzo

Pedagogia dell'oratorio

Criticità e prospettive educative

FrancoAngeli 2016 - pp.196 - € 25,00

pedag-ora

L'oratorio si presenta tanto come luogo storico, quanto come contesto attuale; luogo confessionale, privato, eppure con valenza sociale e pubblica. In queste intersezioni esso gioca, ancora oggi, la sua presenza e il suo ruolo educativo, inserendosi nelle dimensioni non formali e informali dell'educazione. Riconosciuto come contesto con un'identità forte e radicata nel tempo, confessionale appunto e perlopiù volontaria, è però soggetto ai cambiamenti economici, politici, culturali della nostra epoca e, proprio per questo, necessita di sostegni e attenzioni per mostrarsi ai territori in mutamento (alle donne/uomini – più o meno giovani  che li vivono) come "ancora significativo".
Questo lavoro nasce dunque dal desiderio di parlare, in ambito laico, di oratorio, assumendo una prospettiva pedagogica, riconoscendone la valenza educativa, le potenzialità formative, le fatiche e criticità, come pure le possibilità trasformative e di interazione con la società e i territori attuali.
Si è provato a sottolineare la complessità della realtà oratoriana, privilegiando una prospettiva milanese, ma tentando di offrire uno sguardo allargato alla realtà italiana; realtà non monolitica, ma piuttosto contenente in sé una pluralità non facilmente descrivibile. La complessità e la frammentarietà dell'oratorio, costruitesi nel corso della sua secolare storia, sono infatti tratti ineliminabili, così come la varietà delle singole attuazioni/concretizzazioni oratoriane. Un'altra prospettiva che si è tentato di adottare è quella del genere, utile categoria d'analisi poiché costitutivo delle relazioni sociali, che inevitabilmente abitano anche l'oratorio, influenzato dal (e influenzante il) contesto sociale più ampio. Il genere crea significati e determina apprendimenti e differenze, è un concetto (inerente tanto le identità quanto le relazioni) che permette di "fare ponte" tra l'oratorio e la società, tra gli individui e gli ambienti socio-relazionali che questi abitano.

I CONTENUTI

Presentazione (Sergio Tramma)
Introduzione
1. L'oratorio, dalle origini ad oggi. Cenni storici
2. Oratorio, territorio, società
3. Oratorio, comunità educante?
4. Le alleanze educative
5. Lo stile dell'oratorio e i suoi tratti caratteristici/trasversali
6. Progettare in oratorio
7. La formazione specifica e aspecifica
Riferimenti bibliografici

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Un osservatorio
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Proposta pastorale MGS 2016-17 
 

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