Accoglienza

e rifiuto della luce

Domenica IV del tempo di Quaresima A

Domenica del cieco nato

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

cieconato

9,1-41 Aprirsi e chiudersi alla luce [1]

Verso la luce
Il Vangelo odierno ci presenta l’episodio dell’uomo cieco dalla nascita, al quale Gesù dona la vista. Il lungo racconto si apre con un cieco che comincia a vedere e si chiude – è curioso questo - con dei presunti vedenti che continuano a rimanere ciechi nell’anima. Il miracolo è narrato da Giovanni in appena due versetti, perché l’evangelista vuole attirare l’attenzione non sul miracolo in sé, ma su quello che succede dopo, sulle discussioni che suscita; anche sulle chiacchiere, tante volte un’opera buona, un’opera di carità suscita chiacchiere e discussioni, perché ci sono alcuni che non vogliono vedere la verità. L’evangelista Giovanni vuol attirare l’attenzione su questo che accade anche ai nostri giorni quando si fa un’opera buona. Il cieco guarito viene prima interrogato dalla folla stupita – hanno visto il miracolo e lo interrogano -, poi dai dottori della legge; e questi interrogano anche i suoi genitori. Alla fine il cieco guarito approda alla fede, e questa è la grazia più grande che gli viene fatta da Gesù: non solo di vedere, ma di conoscere lui, vedere lui come «la luce del mondo» (Gv 9,5).

La chiusura dei dottori
Mentre il cieco si avvicina gradualmente alla luce, i dottori della legge al contrario sprofondano sempre più nella loro cecità interiore. Chiusi nella loro presunzione, credono di avere già la luce; per questo non si aprono alla verità di Gesù. Essi fanno di tutto per negare l’evidenza. Mettono in dubbio l’identità dell’uomo guarito; poi negano l’azione di Dio nella guarigione, prendendo come scusa che Dio non agisce di sabato; giungono persino a dubitare che quell’uomo fosse nato cieco. La loro chiusura alla luce diventa aggressiva e sfocia nell’espulsione dal tempio dell’uomo guarito.

Il cammino del cieco
Il cammino del cieco invece è un percorso a tappe, che parte dalla conoscenza del nome di Gesù. Non conosce altro di lui; infatti dice: “L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi” (v. 11). A seguito delle incalzanti domande dei dottori della legge, lo considera dapprima un profeta (v. 17) e poi un uomo vicino a Dio (v. 31). Dopo che è stato allontanato dal tempio, escluso dalla società, Gesù lo trova di nuovo e gli “apre gli occhi” per la seconda volta, rivelandogli la propria identità: “Io sono il Messia”, così gli dice. A questo punto colui che era stato cieco esclama: “Credo, Signore!” (v. 38), e si prostra davanti a Gesù.

Il dramma della cecità interiore
Questo è un brano del Vangelo che fa vedere il dramma della cecità interiore di tanta gente, anche la nostra perché noi alcune volte abbiamo momenti di cecità interiore.
La nostra vita a volte è simile a quella del cieco che si è aperto alla luce, che si è aperto a Dio, che si è aperto alla sua grazia. A volte purtroppo è un po’ come quella dei dottori della legge: dall’alto del nostro orgoglio giudichiamo gli altri, e perfino il Signore! Oggi, siamo invitati ad aprirci alla luce di Cristo per portare frutto nella nostra vita, per eliminare i comportamenti che non sono cristiani; tutti noi siamo cristiani, ma tutti noi, tutti, alcune volte abbiamo comportamenti non cristiani, comportamenti che sono peccati. Dobbiamo pentirci di questo, eliminare questi comportamenti per camminare decisamente sulla via della santità. Essa ha la sua origine nel Battesimo. Anche noi infatti siamo stati “illuminati” da Cristo nel Battesimo, affinché, come ci ricorda san Paolo, possiamo comportarci come «figli della luce» (Ef 5,8), con umiltà, pazienza, misericordia. Questi dottori della legge non avevano né umiltà, né pazienza, né misericordia!

Ho un cuore aperto o un cuore chiuso?
Io vi suggerisco, oggi, quando tornate a casa, prendete il Vangelo di Giovanni e leggete questo brano del capitolo 9. Vi farà bene, perché così vedrete questa strada dalla cecità alla luce e l’altra strada cattiva verso una più profonda cecità. Domandiamoci come è il nostro cuore? Ho un cuore aperto o un cuore chiuso? Aperto o chiuso verso Dio? Aperto o chiuso verso il prossimo? Sempre abbiamo in noi qualche chiusura nata dal peccato, dagli sbagli, dagli errori. Non dobbiamo avere paura! Apriamoci alla luce del Signore, lui ci aspetta sempre per farci vedere meglio, per darci più luce, per perdonarci. Non dimentichiamo questo! Alla Vergine Maria affidiamo il cammino quaresimale, perché anche noi, come il cieco guarito, con la grazia di Cristo possiamo “venire alla luce”, andare più avanti verso la luce e rinascere a una vita nuova.

9,1-41 Dalla fede alla testimonianza [2]

Quell’uomo era cieco dalla nascita ed era emarginato in nome di una falsa concezione che lo riteneva colpito da una punizione divina. Gesù rifiuta radicalmente questo modo di pensare – che è un modo veramente blasfemo! - e compie per il cieco “l’opera di Dio”, dandogli la vista. Ma la cosa notevole è che quest’uomo, a partire da ciò che gli è accaduto, diventa testimone di Gesù e della sua opera, che è l’opera di Dio, della vita, dell’amore, della misericordia. Mentre i capi dei farisei, dall’alto della loro sicurezza, giudicano sia lui che Gesù come “peccatori”, il cieco guarito, con semplicità disarmante, difende Gesù e alla fine professa la fede in lui, e condivide anche la sua sorte: Gesù viene escluso, e anche lui viene escluso. Ma in realtà, quell’uomo è entrato a far parte della nuova comunità, basata sulla fede in Gesù e sull’amore fraterno.

9,1-41 Il dialogo tra il cieco e Gesù: un dialogo leale [3]

C’è un terzo gruppo di dialoghi di Gesù, che potremmo chiamare dialoghi leali. Avvengono con coloro che si avvicinano senza doppiezza, integri, col cuore aperto alla manifestazione di Dio. Tutto è messo sul tavolo. Quando qualcuno si avvicina così, il cuore di Cristo si riempie di gioia (Lc 10,21). Meditiamo il dialogo del cieco nato col Signore (Gv 9,1-41).
La vera gioia si forgia nel lavoro, nella croce. La gioia che non è stata “provata” non smette di essere un semplice entusiasmo, molte volte senza discernimento, che non può sperare in una fecondità. Gesù ci prepara per questa prova, e ci avverte perché siamo pronti a resistere: “anche voi, ora, siete nella tristezza; ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia” (Gv 16,22-23).

9,39 La tragedia dell’indurimento del cuore [4]

Quando l’evidenza (come nel caso di Lazzaro) si fa indiscutibile, allora (i giudei) cercano di uccidere sia Gesù che Lazzaro (cfr Gv 12,10), perché molte persone lo seguono a causa del miracolo.
Riguardo a Gesù questo non è accaduto soltanto a quei tempi: siamo noi a farlo accadere ogni volta ogni volta che affermiamo di vedere mentre siamo ciechi. Il segno è il medesimo. Se qualcuno, un fratello, un profeta, richiama la nostra attenzione sulla nostra idolatria, il cuore s’inasprisce di più, e ciò basta a mantenerci radicati nei nostri atteggiamenti.
“Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo e non sapete riconoscere Dio?” (cfr Lc 12,56; Mt16,4). Così li definisce Gesù. E quelli si arrabbiano ancora di più. Qui sta la tragedia delle parabole di Gesù: che costoro, pur sentendo, non capiscono e non si salvano. “È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi” (Gv 9,39).
La verità di Dio, il messaggio di Dio, dev’essere accolto da un cuore docile. Quando manca la docilità, allora comincia il rifiuto. Gesù parla per parabole. I discepoli non le capiscono e chiedono spiegazioni. Pur ricevendole, non comprendono del tutto. I farisei, che hanno il cuore indurito dal peccato, non vogliono comprendere e nemmeno chiedono spiegazioni; si chiudono ancora di più, non vogliono vedere la verità, si difendono, scansano la questione, cercano di farla finita con lui; e si blandiscono il cuore pensando di adempiere alla Legge. E ringraziano Dio “perché non sono come gli altri” (Lc 18,11). Questa è la tragedia dell’indurimento del cuore umano, intimamente legato alla tragedia della Parola di verità non accettata. La verità viene detta con parabole, rispettando la libertà del cuore. Davanti alla parabola, o il cuore si apre (è il caso di Nicodemo) oppure si chiude ancora di più, s’inasprisce come quello dei farisei. Eccoci nel regno del peccato.

NOTE

1 Angelus, 30 marzo 2014.
2 Discorso agli aderenti al Movimento Apostolico Ciechi (MAC) e alla Piccola Missione per i Sordomuti, 29 marzo 2014
3 J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Milano 2014.
4 Veracità e conversione, in J. M. BERGOGLIO - FRANCESCO, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI 2014, 51-56.

 

Siamo ciechi anche noi? 

Quarta domenica di Quaresima A

Riflessioni pluri-tematiche

a cura di Franco Galeone
(Gruppo Biblico ebraico-cristiano)

ilcieconato
L’uomo: un gigante ma cieco!

1. Come l’acqua, anche la luce è uno dei simboli fondamentali della vita e della religione. Già nel racconto della Genesi, Dio, creando la luce e separandola dalle tenebre, mette ordine e distinzione nel caos primordiale, che diventa così un cosmos abitabile. Una delle immagini più comuni per descrivere la condizione umana è quella della cecità. La Bibbia descrive l’uomo come seduto nelle tenebre e nell’ombra della morte. Qualcuno ha obiettato che si tratta di immagini riferite al tempo antico. Può darsi! A noi pare che la cecità faccia parte della condizione umana. A forme antiche di mali succedono oggi moduli nuovi di sofferenze: queste si rinnovano come le foglie di una pianta, ma il tronco resta. I supremi perché dell’esistenza esistono e resistono, come angosciose interpellanze conficcate nella carne dell’umanità: perché vivo? da dove vengo? dove vado? cosa mi aspetto? cosa mi aspetta? In una parola: chi è l’uomo?

2. Oggi è davanti a noi un fenomeno contraddittorio: mentre diventano più luminosi gli occhi della scienza, diventano invece più opachi gli occhi dell’uomo: La terra, interamente illuminata dalla ragione, brilla all’insegna di trionfale sciagura (Scuola di Francoforte). Sempre più evidenti i nostri obiettivi scientifici, economici, politici … sempre più confusi i valori dell’uomo, diventato un mistero a se stesso: L’uomo, uno zingaro sperduto in un universo gelido, che gli è totalmente indifferente (J. Monod). La luce di Cristo può illuminare queste nostre tenebre. Prepararsi a fare Pasqua significa lasciarsi invadere da questa luce santa!

3. Nel Vangelo di oggi, il cammino della fede è ben espresso dalle seguenti tappe: Non credo … E’ un profeta … E’ da Dio … Credo! Nelle catacombe romane, questo segno è dipinto sette volte, e sempre in riferimento al battesimo ed è tra i più drammatici del quarto Vangelo, per il violento contrasto tra verità-menzogna, tra luce-tenebre. Il dramma consiste nella progressiva illuminazione di chi è cieco, e nel progressivo accecamento di chi si crede nella luce. Il peccato dei farisei consiste nel considerarsi vedenti e invece sono ciechi e guide di ciechi; il cieco rappresenta l’uomo comune, il semplice cristiano, che giudica le cose con il buon senso, senza i sofismi dei rabbini.

4. Questo racconto, lungo e minuzioso nei dettagli, è pensato e redatto per sfociare nell’atto di fede finale, che non è fede in Dio o nel Figlio di Dio, ma fede nel Figlio dell’Uomo (Gv 9,35). L’espressione Figlio dell’Uomo nei vangeli è usata solo da Gesù, da nessuno più. È stata una novità introdotta da Gesù. Si tratta di un’espressione semitica, bar adam, figlio di Adamo. Adamo è lo stesso che uomo (Gen 4,25), il collettivo umano (Ez 2,1). Dire, quindi, figlio di Adamo è lo stesso che dire uomo, essere umano (Sal 90,3). Quindi il vangelo di Giovanni racconta un percorso molto difficile, che ha come epilogo finale e conclusione la fede nell’uomo.

5. L’iniziativa è di Gesù, poiché non si fa neanche cenno al fatto che il cieco possa essere curato (Gv 9,6). E, non appena incomincia a vedere, incominciano anche le difficoltà: i vicini dubitano (Gv 9, 8), i suoi genitori lo abbandonano e non prendono le sue parti (Gv 9,20), i capi religiosi lo insultano (Gv 9,28) ed alla fine lo scomunicano come uno nato tutto tra i peccati (Gv 9,34). Si tratta, quindi, di un percorso di crescente solitudine: lo abbandona la società, lo lascia solo la famiglia, lo scomunica la religione. Bisogna passare per tutto questo per credere veramente. Ma credere in cosa? In chi? In Dio? Nel Figlio di Dio? No. Si tratta di credere nel figlio dell’uomo, nell’uomo. Questa è la cosa più difficile. Noi uomini siamo disposti a credere nel potere, nell’onore, nel denaro, nella scienza, nell’esoterico ... Crediamo nelle divinità, nei miracoli, nei riti, nei santi e nei guaritori. Il vero problema è che non crediamo nell’uomo, nell’essere umano. Siamo ciechi e i fanatici della religione sono i più duri nemici dell’umanizzazione dell’essere umano. Eppure nell’essere umano si è incarnato Dio (Gv 1,14) e nell’uomo incontriamo Dio (Mt 25,40). Secondo il Vangelo, non possiamo rivolgere la nostra attenzione a Dio se non rivolgiamo la nostra attenzione all’essere umano.

6. Il cieco guarito: il santo patrono di tutti noi
Quando Shakespeare, Molière, Pirandello, leggevano questo episodio del cieco nato, certamente erano presi di ammirazione. Ci troviamo difatti davanti a una commedia piccola ma perfetta: un atto unico ma immortale, giocato ora sul dialogo a due, ora sulla sceneggiata corale, con episodi farseschi e improvvise aperture metafisiche. Gesù è il motore che mette e mantiene tutto in movimento. Ma anche il cieco guarito è un personaggio a tutto tondo; sembra essere uscito dalla penna non di un povero evangelista ma da quella di Dante o di Tolstoj. E che dialettica dimostra! E’ coraggioso, perché difende Gesù di fronte ai suoi nemici; è dialettico, perché riesce a sbeffeggiare quei faziosi che escludono a priori il miracolo. Infine, di fronte a Gesù ritrovato, si apre tutto alla luce della fede. Dobbiamo pregarlo questo credente della prima generazione; potrebbe essere il santo patrono di tutti noi. Non siamo tutti, chi più e chi meno, ciechi? La nostra anima con quante diottrie ci vede? E se qualcuno contraddice la nostra fede, la sappiamo difendere con la convinzione e l’eleganza di questo povero giudeo?
BUONA VITA!

 

 

Mario Pollo

SETTE RIFLESSIONI

SULLA RELIGIONE

Fuorilinea 2017 - pp. 200 - € 13,00

pollo

Questo libro può essere considerato una riflessione autunnale sulla religione, essendo compiuta da una persona che ha alle spalle la parte maggiore della sua vita e guarda, quindi, con timore, tremore ma anche speranza verso l’inevitabile evento della morte. Riflessione che tocca sette aspetti della religione che si snodano in un percorso che parte da quella relativa alla difficoltà dell’uomo contemporaneo, a causa della desacralizzazione del cielo, di immaginare il luogo dove dimora di Dio per giungere nella tappa finale a quella che affronta l’interrogativo, angosciante, se dopo la morte vi sia la nullificazione dell’identità individuale oppure la sua sopravvivenza. Il numero sette dato a questa riflessione è una reminiscenza bergmaniana.
Le riflessioni intermedie di questo percorso affrontano l’impossibilità da parte dell’uomo di farsi un’immagine di Dio, il mistero del male, la secolarizzazione del sacro e l’affermarsi di un cristianesimo che rischia di far coincidere il religioso con il sociale, la rottura consumata nel quarto secolo tra cristianesimo e ebraismo, l’interrogativo se Dio si è rivelato in una o in più e diverse religioni, la burocratizzazione dell’esperienza religiosa, il confine poroso tra il considerare la terra come un sistema vivente e la rinascita, sotto le vesti dell’ecologia profonda, del panteismo e, infine, come ulteriore segno della rimozione del sacro, l’ostilità di parte della gerarchia ecclesiastica nei confronti di alcune apparizioni mariane.
(dalla IV di copertina)

Il lbro è ordinabile o direttamente dall'editore chiamando il numero +39 3286898127 o scrivendo a: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. .
È anche acquistabile nelle librerie online: DEA store; IBS; Unilibro.

 

Franco Garelli

EDUCAZIONE

Il Mulino 2017 - pp. 157 € 12,00

garelli

 

Fanalino di coda
Circola un curioso aneddoto sull’inizio del pontificato di Karol Wojtyla. Un giorno il Papa ha chiesto a un cardinale cui aveva dato udienza di accompagnarlo per un momento di relax nei giardini vaticani. E di fronte al confratello che magnificava quell’oasi di pace, quei prati e quelle siepi ben pettinate, si dice che abbia reagito con queste parole: «Sì, qui è tutto bello; ma io sono un uomo di boschi, non di giardini. Il bosco costringe alla forza, a stare con se stessi, a non essere leziosi, a corazzarsi verso le difficoltà». Amo pensare che questo episodio sveli nel profondo la personalità d’un pontefice recente che ha avuto un ruolo rilevante nella chiesa cattolica e nel mondo. Il suo vigore era espressione di una particolare formazione, degli stimoli «educativi» ricevuti dall’ambiente in cui è nato e cresciuto; tratti questi riconoscibili da quanti – pur di orientamenti diversi – hanno maturato l’idea nell’incontrarlo di essere di fronte ad una figura con un suo preciso spessore umano e spirituale.
Ovviamente la compiutezza educativa non è soltanto una prerogativa delle grandi personalità.
Tutti noi abbiamo conosciuto nel corso degli anni delle persone che pur conducendo una vita ordinaria ci hanno colpito per una loro armonia interna, per una «grazia» personale, per qualche tratto umano distintivo. Tutti aspetti perlopiù disgiunti dal livello di istruzione, dalla classe sociale di appartenenza, dall’ambiente più o meno vivace in cui erano chiamati a vivere. Magari si tratta di contadini che non hanno studiato, o di figure figlie di una cultura popolare o tradizionale, o anche di giovani dagli esiti scolastici incerti; che tuttavia manifestano una forza interiore, una consistenza d’animo non comune, un tipo di linguaggio e una visione della realtà ricchi di significato. Ecco la naturalezza e la forza dell’educazione.
In parallelo, tutti quanti abbiamo in memoria qualche adulto che ha lasciato una traccia nei nostri anni verdi, a fianco di molti altri finiti dietro le quinte della nostra esistenza. Un insegnante, un istruttore, magari un collega di lavoro: il cui sguardo, parola o esempio ci hanno aperto nuovi orizzonti, trasmesso fiducia, richiamato a grandi mete. E ciò al di là dell’aver fatto tesoro della loro presenza, per la difficoltà di recepire dei messaggi impegnativi.
Si tratta di persone perlopiù scomparse dal nostro orizzonte, perse nei molti incroci dell’esistenza. In tutti i casi essi rappresentano la nostra comunità «virtuale» di riferimento, le figure che ci accompagnano nella vita anche se sono ormai distanti, a cui va il nostro pensiero in alcuni momenti decisivi, con un misto di riconoscenza per ciò che ci hanno offerto in chiave educativa e fors’anche di rimpianto per un dover essere intravisto e non sufficientemente onorato. Anche a questo livello emerge la fecondità di una «buona» educazione.
Chiudo questa riflessione richiamando due immagini dell’educazione che circolano nella nostra cultura (e su internet): una che evoca il senso del bello, la finezza estetica; l’altra che celebra il valore dell’impegno formativo nonostante sia arduo scorgerne l’esito. Il primo motto così recita: «L’educazione è come l’eleganza. Se non ce l’hai non puoi fingere di averla»; mentre il secondo ci ricorda che «Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto».

SOMMARIO
Anteprima: «Perché difendiamo il nostro professore?»
I. Tweet (antichi e moderni) sull’educazione
II. L’oggi dell’educazione: crisi e luoghi comuni
III. I giovani: basta con gli stereotipi!
IV. Famiglie indaffarate: più cura che educazione
V. Scuola, la fiducia dimezzata
VI. Dilemmi educativi 111
VII. Condividere valori, suscitare libertà
Fanalino di coda

 

Giorgio Ronzoni (testo)
Luca Salvagno (illustrazioni)

IL DONO PERFETTO

Alla scoperta dei doni dello Spirito Santo

Messaggero 2017 - pp. 49 - € 4,50

ronzoni

Contenuto
Un libricino illustrato, pensato e scritto per ragazzi che si apprestano a ricevere la cresima. L’autore, sensibile e attento alle urgenze e trepidazioni dei ragazzi, si appresta a indicare loro un cammino di crescita nella fede. Come declinare oggi i sette doni dello Spirito Santo: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Conoscenza di Dio, Pietà, Timor di Dio.

Destinatari
Ragazzi che si apprestano a ricevere la cresima.

 

Il silenzio e la fede

Max Picard

 silenzio

I
Un intimo rapporto lega il silenzio e la fede. La sfera della fede e la sfera del silenzio s'implicano a vicenda. Il silenzio è la base naturale sulla quale si dispiega la dimensione sovrannaturale della fede.
Un Dío si è fatto uomo per amore dell'uomo: questo evento è talmente enorme e contrario ad ogni esperienza della ragione o ad ogni visione dell'occhio che l'uomo non riesce a rispondervi con la parola. Uno strato di silenzio sí posa quasi spontaneamente tra questo evento eccezionale e l'uomo e in questo silenzio l'uomo si avvicina a quell'altro silenzio che circonda Dio. È nel silenzio che in primo luogo s'incontrano l'uomo e il mistero, ma la parola che nasce da questo silenzio è originaria come la prima parola che non ha ancora mai detto alcunché; per questo è capace di parlare del mistero.
È segno dell'amore divino il fatto che il mistero si circondi sempre di uno strato di silenzio; l'uomo è così esortato a serbare presso di sé uno strato di silenzio per avvicinarsi al mistero. Oggi che nell'uomo e intorno all'uomo non vi è che rumore, l'accesso al mistero risulta difficile. Se manca lo strato di silenzio, la dimensione straordinaria si mescola facilmente con quella ordinaria, con il normale andamento delle cose, e l'uomo riduce allora lo straordinario a semplice parte dell'ordinario, dell'affarìo abituale.
La parola di molti predicatori sul mistero manca spesso di vitalità e risulta inefficace: deriva semplicemente dalla parola già mescolata con migliaia di altre parole, non dal silenzio; eppure nel silenzio avviene non soltanto il primo incontro tra l'uomo e il mistero, ma dal silenzio la parola attinge anche la forza di divenire straordinaria come la straordinarietà del mistero, elevandosi sopra l'ordine delle parole normali come il mistero si eleva sul normale andamento delle cose, e sembra anzi che la parola non sia stata creata per nient'altro che per rappresentare lo straordinario. In tal modo s'identifica con lo straordinario, col mistero, ed è potente come il mistero.
Certo, grazie allo spirito l'uomo è capace di rendere originale e potente la parola, ma la parola che deriva dal silenzio è già naturalmente originale e non c'è bisogno che lo spirito impieghi molta della sua forza per restituire originalità alla parola, giacché il silenzio gliel'ha già conferita; in tal senso il silenzio aiuta lo spirito.
L'uomo riuscirebbe anche soltanto con lo spirito a mantenersi permanentemente nella fede, ma allora lo spirito dovrebbe sempre essere desto, vigilare sempre su se stesso e la fede cesserebbe di essere qualcosa di spontaneo, che esiste senza sforzo. In tal caso l'importante parrebbe lo sforzo di restare nella fede e non la fede stessa; l'uomo che crede in tale tensione potrebbe allora ritenere di essere investito della fede direttamente da Dio medesimo, come qualcuno a cui Dio abbia donato la fede direttamente, quasi fosse un eletto, un profeta. La fede è certo lo straordinario, ma non il contesto esteriore della fede, non lo sforzo per reggerla. Quando manca la base naturale del silenzio, il contesto esteriore diviene lo straordinario.

II
Il silenzio di Dio è diverso dal silenzio umano. Non si oppone alla parola: in Dio parola e silenzio sono uno. Proprio come la parola caratterizza l'essenza umana, così il silenzio è l'essenza di Dio, anche se in lui ogni cosa è chiara ed è nel contempo parola e silenzio.

La voce di Dio non è una voce qualsiasi della natura o l'insieme delle voci della natura, bensì la voce del silenzio. Se è vero che tutto il creato sarebbe muto se il Signore non avesse donato la voce e che quindi tutto ciò che ha fiato deve lodare il Signore, è altrettanto vero che soltanto chi percepisce la voce inaudibile può sentire la voce propria del Signore in tutte le voci (Wilhelm Vischer) [1].

Talvolta sembra che l'uomo e la natura parlino soltanto in quanto Dio ancora non parla e che l'uomo e la natura tacciano soltanto perché non odono ancora il silenzio di Dio.
Grazie all'amore il silenzio di Dio si trasforma in parola; la parola di Dio è silenzio che si dona, silenzio che si dona all'uomo.
Se qualcuno, come Paolo, «ha udito parole ineffabili che all'uomo non è dato pronunciare» [2], questa ineffabilità grava sul silenzio umano, lo rende più profondo e la parola che proviene da questa profondità abitata dall'ineffabile porta in sé una traccia dell'ineffabile divino.

Nel ciel che più della sua luce prende
fu' io, e vidi cose che ridire
né sa né può chi di là su discende,
perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si sprofonda tanto,
che dietro la memoria non può ire.
(Dante, Divina commedia, «Paradiso» I, 4-9) [3]

III
Nella preghiera la parola torna spontaneamente al silenzio, si pone anzi sin dall'inizio nella sfera del silenzio: è accolta da Dio, tolta all'uomo, e assorbita nel silenzio, ove svanisce. La preghiera può non aver fine: la parola della preghiera scompare sempre nel silenzio, poiché pregare è trasfondere la parola nel silenzio.
Nella preghiera la parola emerge dal silenzio come ogni vera parola, ma scaturisce dal silenzio soltanto per giungere fino a Dío, per giungere alla «voce di un sottile silenzio» [4].
Nella preghiera la regione del silenzio inferiore, del silenzio umano, entra in contatto con il silenzio superiore, quello divino e il silenzio inferiore trova riposo in quello superiore. Nella preghiera, la parola e quindi l'uomo stanno a metà strada tra due regioni del silenzio. Nella preghiera l'uomo è sospeso tra queste due regioni.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo raggiunge il proprio compimento e il suo senso attraverso la parola. Ma nella preghiera, raggiunge il proprio senso e la pienezza attraverso l'incontro con il silenzio divino.
Altrimenti, al di fuori della preghiera, il silenzio dell'uomo è a servizio della parola umana, ma adesso, nella preghiera, la parola della preghiera è a servizio del silenzio umano: qui la parola conduce il silenzio umano al silenzio divino.

Lo stato attuale del mondo, la vita intera è malata. Se fossi medico e mi si chiedesse un consiglio, risponderei: create silenzio! Fate tacere gli uomini! Altrimenti la parola di Dio non può essere sentita. E se si ricorre a mezzi altrettanto rumorosi per renderla percepibile anche nel baccano, allora non è più la parola di Dio. Create dunque silenzio! (Kierkegaard).


NOTE

1 Wilhelm Vischer (1895-1988), teologo svizzero noto soprattutto per la sua opera in due volumi: Das Christenszeugnis des Alten Testaments (1934).
2 2Corinzi 12, 4: «Quoniam raptus est in Paradisum: et audivit arcana verba, quae non licet homini loqui».
3 Nel testo l'autore cita la versione tedesca di Karl Vossler (1942).
4 1Re 19, 12: sul monte Oreb la presenza di Dio si manifesta ad Elia nel «mormorio di un vento leggero». Cf. anche nota 8, p. 30.

(FONTE: Max Picard, Il mondo del silenzio, Servitium 2014 II ed, pp. 199-202)

 

Carlo Russo

Racconti di viaggio

cd musicale

carlorusso


"Prete cantautore", si potrebbe dire con una vecchia dicitura di quando ancora faceva effetto.
Di d. Carlo si potrebbe invece meglio dire "Cantautore di Oratorio", dove la conoscenza e frequentazione dei ragazzi lo ha portato non solo ad avere gusti freschi e moderni, ritmi trascinanti, melodie orecchiabili ma anche ben costruite, ma soprattutto a cogliere le esperienze vissute e condivise che fanno narrare (o anche cantare, come in "Sotto il cielo di Etiopia"... e 100 milioni di spettatori... di stelle, con i ricordi delle canzoni della propria terra).
Ma c'è anche - da bravo Salesiano - la riflessone sulle esperienze giovanili e il filo di una proposta (l'amore alla vita, la condivisione della sofferenza, il senso della tragicità delle vicende umane e dei tempi della storia, la crescita di un figlio/fratello..., la forza del dono della fede, la scoperta di un amore, la riproposizione dell'esperienza del Santo dei giovani...).
Possiamo anche rintracciare alcuni elementi di "storia della salvezza", con accenti teologici racchiusi in "belle storie" e metafore (come, ci sembra, la storia del cavaliere e il castello, che sembra riecheggiare la vicenda umana di Gesù "Cavaliere errante" che obbedisce al suo Re fino alla fine).
Il tono globale è di ottimismo nella vita e di fiducia nei giovani che sanno "rimettere le ali" e tornare a sognare, giovani che rispecchiano i volti "oratoriani" che l'Autore ha conosciuto nelle sue "obbedienze" (Firenze, Roma...), alcuni dei quali "destinatari" di queste canzoni e citati nel libretto.
Agli ascoltatori del cd verranno in mente altri riferimenti musicali e "tematici" (Nada te turbe... Ad Auschwitz... Roxanne... La forza dell'amore...), che mostrano la ricchezza immaginifica e musicale dell'Autore.
NPG ha segnalato nel passato altri cd di questo bravo don. Lo facciamo con piacere anche oggi, consapevoli che anche questo è un modo di dire e fare PG, maggiormente nel solco dei linguaggi giovanili... sperando che non siano mai soppiantati dalla chiusura di social autoreferenziali e narcisistici.

1 Il cavaliere e il castello
2 Quando mio figlio
3 Sotto il cielo dell'Etiopia
4 Caro amico interista
5 Ad Auschwitz
6 Roxanne
7 Cosa sarà
8 Nada te turbe
9 II bambino che sorride
10 Le scarpe di un Santo
11 La forza dell'amore
12. Rimetterò le ali

RACCONTI DI VIAGGIO si trova sul canale youtube di don Carlo Russo, da dove si può scaricare gratuitamente.

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