Agenda ONU 2030

 

agenda30

 

 

Trasformare il nostro mondo

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile

Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale il 25 settembre 2015

 


Verso l’Agenda 2030

Considerazioni di Qian Tang su SDG 4

«Istruzione di qualità»


Una risposta salesiana all’Agenda 2030

 

 

 

 

 

Il ricco

e il povero Lazzaro 

XXVI domenica del tempo Ordinario anno C

Enzo Bianchi

26c
In quel tempo Gesù diceva ai discepoli: «C'era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Ma Abramo rispose: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi». E quello replicò: «Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch'essi in questo luogo di tormento». Ma Abramo rispose: «Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro». E lui replicò: «No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno». Abramo rispose: «Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti»».
Lc 16,19-31

Dopo la parabola dell’economo ingiusto ascoltata domenica scorsa (cf. Lc 16,1-8), oggi ci viene proposta una seconda parabola di Gesù sull’uso della ricchezza, contenuta sempre nel capitolo 16 del vangelo secondo Luca: la parabola del ricco e del povero Lazzaro.
“C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e bisso, banchettando splendidamente ogni giorno”. Di costui non si dice il nome, ma viene definito dal suo lusso e dal suo comportamento. I ricchi devono farsi vedere, devono imporsi e ostentare: da allora fino a oggi non è cambiato nulla, e chi pensa di essere potente e ricco, anche nella chiesa, vuole esibire i segni del potere e osa addirittura affermare che la porpora è indossata per dare gloria a Dio…
L’altra dimensione con cui i ricchi nell’antichità si facevano vedere era il loro banchettare con ostentazione. Per gli altri uomini la festa è un’occasione rara, per i poveri è impossibile, mentre per i ricchi ogni giorno è possibile festeggiare. Ma festeggiare cosa? Se stessi e la loro situazione privilegiata, senza mai pensare alla condivisione. Questo ricco, in particolare, mai aveva invitato i poveri, mai si era accorto del povero presente davanti alla sua porta, e dunque mai aveva praticato quella carità che la Torah stessa esigeva. Ma qual è la malattia più profonda di quest’uomo? Quella che papa Francesco, in una sua omelia mattutina, ha definito mondanità: l’atteggiamento di chi “è solo con il proprio egoismo, dunque è incapace di vedere la realtà”.
Accanto al ricco mondano, alla sua porta, sta un altro uomo, “gettato” là come una cosa, coperto di piaghe. Non è neanche un mendicante che chiede cibo, ma è abbandonato davanti alla porta della casa del ricco. Nessuno lo guarda né si accorge di lui, ma solo dei cani randagi, più umani degli esseri umani, passandogli accanto gli leccano le ferite. Questo povero ha fame e desidererebbe almeno ciò che i commensali lasciano cadere dalla tavola o buttano sul pavimento ai cani (cf. Mc 7,28; Mt 15,27). La sua condizione è tra le più disperate che possano capitare a quanti sono nella sofferenza. Eppure Gesù dice che costui, a differenza del ricco, ha un nome: ‘El‘azar, Lazzaro, cioè “Dio viene in aiuto”, nome che esprime veramente chi è questo povero, un uomo sul quale riposa la promessa di liberazione da parte di Dio.
In ogni caso, sia il ricco sia il povero condividono la condizione umana, per cui per entrambi giunge l’ora della morte, che tutti accomuna. Un salmo sapienziale, già citato altre volte, presenta un significativo ritornello: “L’uomo nel benessere non comprende, è come gli animali che, ignari, vanno verso il mattatoio” (cf. Sal 48,13.21). Il ricco della parabola non ricordava questo salmo per trarne lezione e neppure ricordava le esigenze di giustizia contenute nella Torah (cf. Es 23,11; Lv 19,10.15.18, ecc.) né i severi ammonimenti dei profeti (cf. Is 58,7; Ger 22,16, ecc.). Di conseguenza, era incapace di responsabilità verso l’altro, di condivisione. Il vero nome della povertà è condivisione, al punto che Gesù si è spinto fino ad affermare: “Fatevi degli amici con il denaro ingiusto, perché, quando questo verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9). Ma questo ricco non l’ha capito…
Quando muore Lazzaro, il suo nome mostra tutta la sua verità, perché il funerale del povero (che forse non c’è stato materialmente, perché l’avranno gettato in una fossa comune!) è officiato dagli angeli, che vengono a prenderlo per condurlo nel seno di Abramo. La vita di Lazzaro non si è dissolta nel nulla, ma egli è portato nel regno di Dio, dove si trova il padre dei credenti, di cui egli è figlio: colui che era “gettato” presso la porta del ricco, ora è innalzato e partecipa al banchetto di Abramo (cf. Mt 8,11; Lc 13,28). Il ricco invece ha una sepoltura come gli si conviene, ma il testo è laconico, non precisa nulla di un suo eventuale ingresso nel Regno.
Ecco infatti, puntualmente, una nuova situazione, in cui i destini dei due uomini sono ancora una volta divergenti, ma a parti invertite. Ciò che appariva sulla terra viene smentito, si mostra come realtà effimera, mentre ci sono realtà invisibili che sono eterne (cf. 2Cor 4,18) e che dopo la morte si impongono: il povero ora si trova nel seno di Abramo, dove stanno i giusti, il ricco negli inferi. Alla morte viene subito decisa la sorte eterna degli esseri umani, preannuncio del giudizio finale, e le due vie percorse durante la vita danno l’esito della beatitudine oppure quello della maledizione. A Lazzaro è donata la comunione con Dio insieme a tutti quelli che Dio giustifica, mentre al ricco spetta come dimora l’inferno, cioè l’esclusione dal rapporto con Dio: egli passa dall’avere troppo al non avere nulla.
Nelle sofferenze dell’inferno, il ricco alza i suoi occhi e “da lontano” vede Abramo e Lazzaro nel suo grembo, come un figlio amato. Egli ora vive la stessa condizione sperimentata in vita dal povero, ed è anche nella stessa posizione: guarda dal basso verso l’alto, in attesa… Non ha potuto portare nulla con sé, i suoi privilegi sono finiti: lui che non ascoltava la supplica del povero, ora deve supplicare; si fa mendicante gridando verso Abramo, rinnovando per tre volte la sua richiesta di aiuto. Comincia con l’esclamare: “Padre Abramo, abbi pietà di me”, grido che durante la vita non aveva mai innalzato a Dio, “e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché sono torturato in questa fiamma”. Chiede insomma che Lazzaro compia un gesto di amore, che lui mai aveva fatto verso un bisognoso.
Ma Abramo gli risponde: “Figlio, durante la tua vita hai ricevuto i tuoi beni, mentre Lazzaro i suoi mali; ora egli qui è consolato, tu invece sei torturato”. Un modo schematico ma efficace per esprimere come il comportamento vissuto sulla terra abbia precise conseguenze nella vita oltre la morte: il comportamento terreno è già il giudizio, da esso dipendono la salvezza o la perdizione eterne (cf. Mt 25,31-46). Così la beatitudine rivolta da Gesù ai poveri e il “guai” indirizzato ai ricchi (cf. Lc 6,20-26) si realizzano pienamente. Poi Abramo continua servendosi dell’immagine dell’“abisso grande”, invalicabile, che separa le due situazioni e non permette spostamenti dall’uno all’altro “luogo”: la decisione è eterna e nessuno può sperare di cambiarla, ma si gioca nell’oggi…
Qui il racconto potrebbe finire, e invece il testo cambia tono. Udita la prima risposta di Abramo, il ricco riprende la sua invocazione. Non potendo fare nulla per sé, pensa ai suoi famigliari che sono ancora sulla terra. Lazzaro potrà almeno andare ad avvertire i suoi cinque fratelli, ad ammonirli prospettando loro la minaccia di quel luogo di tormento, se vivranno come l’uomo ricco. Ma ancora una volta “il padre nella fede” (cf. Rm 4,16-18) risponde negativamente, ricordandogli che Lazzaro non potrebbe annunciare nulla di nuovo, perché già Mosè e i Profeti, cioè le sante Scritture, indicano bene la via della salvezza. Le Scritture contenenti la parola di Dio dicono con chiarezza come gli uomini devono comportarsi nella vita, sono sufficienti per la salvezza. Occorre però ascoltarle, cioè fare loro obbedienza, realizzando concretamente quello che Dio vuole!
Ma il ricco non desiste e per la terza volta si rivolge ad Abramo: “Padre Abramo, se qualcuno dai morti andrà dai miei fratelli, saranno mossi a conversione”. Abramo allora con autorità chiude una volta per tutte la discussione: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neppure se qualcuno risorge dai morti saranno persuasi”. Parole definitive, eppure ancora oggi molti cristiani faticano ad accoglierle, perché sono convinti che le Scritture non siano sufficienti, che occorrano miracoli straordinari per condurre alla fede…
No, i cristiani devono ascoltare le Scritture per credere, anche per credere alla resurrezione di Gesù, come il Risorto ricorderà agli Undici: “Bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (Lc 24,44). Egli stesso, del resto, poco prima aveva detto ai due discepoli in cammino verso Emmaus: “‘Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i Profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?’. E, cominciando da Mosè e da tutti i Profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” (Lc 24,25-27). Non a caso anche nella professione di fede il cristiano confessa che “Cristo morì secondo le Scritture, fu sepolto ed è risorto il terzo giorno secondo le Scritture” (1Cor 15,3-4). Le Scritture testimoniano ciò che si è compiuto nella vita e nella morte di Gesù Cristo, testimoniano la sua resurrezione. Se il cristiano prende consapevolezza delle parole di Gesù (cf. Lc 24,6-7) e ascolta le Scritture dell’Antico Testamento, giunge alla fede nella sua resurrezione.
Questa parabola ci scuote, scuote soprattutto noi che viviamo nell’abbondanza di una società opulenta, che sa nascondere così bene i poveri al punto di non accorgersi più della loro presenza. Ci sono ancora mendicanti sulle strade, ma noi diffidiamo delle loro reale miseria; ci sono stranieri emarginati e disprezzati, ma noi ci sentiamo autorizzati a non condividere con loro i nostri beni. Dobbiamo confessarlo: i poveri ci sono di imbarazzo perché sono “il sacramento del peccato del mondo” (Giovanni Moioli), sono il segno della nostra ingiustizia. E quando li pensiamo come segno-sacramento di Cristo, sovente finiamo per dare loro le briciole, o anche qualche aiuto, ma tenendoli distanti da noi. Eppure nel giorno del giudizio scopriremo che Dio sta dalla parte dei poveri, scopriremo che a loro era indirizzata la beatitudine di Gesù, che ripetiamo magari ritenendola rivolta a noi. Siamo infine ammoniti a praticare l’ascolto del fratello nel bisogno che è di fronte a noi e l’ascolto delle Scritture, non l’uno senza l’altro: è sul mettere in pratica qui e ora queste due realtà strettamente collegate tra loro che si gioca già oggi il nostro giudizio finale.

 

Fatti per la bellezza

Davide Rondoni

botticelli venere bellezza

L’uomo è fatto per la bellezza, gli uomini le donne, i giovani, tutti. Siamo fatti per cercare la bellezza, ne inseguiamo le tracce, anche sfuggenti, che appaiono e scompaiono, in un colore del cielo, in un battere di occhi, in un voltarsi di un viso. Cerchiamo la bellezza.

Perché siamo fatti per la bellezza? Di cosa ci parla?

La bellezza è come una grande freccia, come una grande indicazione.

C’è qualcosa che ci aspetta, o che il cuore cerca per essere compiuto, di cui la bellezza è il primo segno. Non è un caso – credo - che si dica “sei bella da morire”, o “sei bello da morire”, quando si riferisce a una persona che colma tanto il nostro desiderio di bellezza. “Sei bella da morire”, perché ci sentiamo come troppo piccoli per contenere la cosa che ci sta arrivando. Lo diceva anche Michelangelo: “Qualcosa mi prende che è più me di me, che quasi mi spacca”. È così dicono anche i ragazzi, oggi, “sei bello che spacca”, “sei bella che spacca”.

Perché l’uomo è fatto per rompere la propria misura, per abbracciare qualcosa di più grande, e la bellezza ne è il segno, inequivocabile, che parla tutte le lingue del mondo.

(Il pensiero del giorno, Radio Rai 1, 21 gennaio 2016)

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COMUNICATO STAMPA

Gestire i migranti

Formazione di Management Pastorale 
e gestione del fenomeno migratorio

pul

La Pontificia Università Lateranense, in collaborazione con la Villanova University di Philadelphia, prosegue nel percorso di approfondimento dei temi che rappresentano le priorità di una Chiesa moderna e impegnata nelle opere di bene.
Papa Francesco ha ricordato che «come l’amministratore fedele e prudente ha il compito di curare attentamente quanto gli è stato affidato, così la Chiesa è consapevole della responsabilità di tutelare e gestire con attenzione i propri beni, alla luce della sua missione di evangelizzazione e con particolare premura verso i bisognosi».
In particolare, il focus di quest’anno della Scuola Internazionale di Management Pastorale sarà indirizzato alla gestione del flusso migratorio, anche a seguito dell’intesa fra la PUL e il Ministero dell’Interno che permetterà di accogliere nei corsi universitari 20 ragazzi rifugiati provenienti da Iraq, Eritrea e Siria.

Il Corso di Alta Formazione Universitaria in Management Pastorale é rivolto alle figure chiave del mondo missionario-ecclesiastico: parrocchie, diocesi, enti e congregazioni religiose, organizzazioni profit e no profit, liberi professionisti e dirigenti.
Sono cinque le aree di studio principali: progettazione dei bisogni della comunità, gestione delle risorse economiche, creazione e management del no-profit dell’impresa sociale, innovazione nella gestione delle risorse umane e nei processi organizzativi, comunicazione strategica.
La sesta è il focus speciale dedicato ai migranti: dalla gestione dei flussi fino alla comunicazione che vada oltre la conoscenza e la sensibilizzazione.

“Tutto ciò che la Chiesa è, ha e fa ha di mira esclusivamente la felicità degli infelici. Metteremo buone idee al servizio delle buone opera” dichiara mons. Enrico dal Covolo, Rettore della Pontificia Università Lateranense e continua: “la Chiesa di oggi e di domani é chiamata a fare ancora di piú la sua parte al servizio del “Bene fatto bene” come ogni giorno ci ricorda la Fede in cui crediamo”.
Il Management Pastorale rappresenta un sistema di pensiero pratico che integra elementi di imprenditorialità, allo scopo di rivolgersi al bene comune e alla missionarietà all’interno non di una logica di profitto ma di dono.
In autunno partiranno sia l’edizione romana alla Lateranense che quella del Nord Italia – Francia e Svizzera in collaborazione con le diocesi di Torino e Novara.


Scuola Internazionale di Management Pastorale
Pontificia Università Lateranense
Ufficio Stampa

v. di San Giovanni in Laterano, 4
00184 Roma (RM)
cell. 393 9659758
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Programmazione 2017

I CAMMINI

Una proposta-esperienza per giovani "in via"

Paolo Giulietti

via-francigena
NELLA RIVISTA


 

1. Il pellegrinaggio e i giovani: sette ingredienti per cambiare
(articolo introduttivo)
Paolo Giulietti

2. Ai confini della terra per trovare se stessi
(Il Cammino di Santiago: dai Pirenei a Santiago de Compostella – Finisterrae)
Breve descrizione del percorso – don Paolo Asolan (docente teol. Past. Laterano)
Considerazioni pastorali – don Paolo Asolan (docente teol. Past. Laterano)
Testimonianza -

3. Riscoprire la fede della Chiesa nell’Italia dei santi
(La Via Francigena dalle Alpi a Roma)
Breve descrizione del percorso – Monica D’Atti
Considerazioni pastorali – Mons. Andrea Migliavacca (vescovo di San Miniato)
Testimonianza -

4. Sulle orme del Poverello in semplicità e armonia
(La Via di Francesco: da La Verna o Greccio ad Assisi)
Breve descrizione del percorso – Gianluigi Bettin (coautore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – Padre Mauro Gambetti (custode del Sacro Convento)
Testimonianza -

5. Alla “Casa del sì” per ascoltare la chiamata di Dio
(La Via Lauretana da Siena a Loreto)
Breve descrizione del percorso – Chiara Serenelli (coautrice guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – don Paolo Volpe (direttore Centro Giovanni Paolo II)
Testimonianza -

6. Quale gioia! Salire a Gerusalemme per scendere alle radici
(La Via di Acri da Akko a Gerusalemme)
Breve descrizione del percorso – Paolo Giulietti (autore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – Paolo Giulietti
Testimonianza -

7. Una scuola itinerante di vita cristiana
(Il Cammino di San Benedetto da Norcia a Montecassino)
Breve descrizione del percorso – Simone Frignani (autore guida Ed. Terre di Mezzo)
Considerazioni pastorali – don Donato Ogliari (abate di Montecassino)
Testimonianza -

8. Da “Messer lo Papa” per il cammino più antico
(La Via Amerina da Assisi a Roma)
Breve descrizione del percorso – Giancarlo Guerrini (autore guida in pubblicazione)
Considerazioni pastorali – don Simone Poletti (direttore ufficio PG Bergamo)
Testimonianza -

9. Scorgere la provvidenza tra le ferite della storia
(Il Cammino della misericordia da Cracovia a Czestochowa)
Breve descrizione del percorso – don Francesco Pierpaoli (autore guida in pubblicazione)
Considerazioni pastorali – don Francesco Pierpaoli
Testimonianza -


SUL SITO E NELLA NEWSLETTER

(a cura di Maria Rattà)


 

Ogni "cammino" sarà "illustrato" sul sito con indicazioni storico-culturali, turistiche e quant'altro.

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Con o senza Te
#nonèlastessacosa
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e ragazzi
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Le 10 Parole 
(Ravasi, RadioRai,
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