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La categoria biblica del banchetto e il suo simbolismo

 

Per una rilettura nel contesto della pastorale giovanile

Giuseppe De Virgilio

(NPG 2003-05-44)



L’immagine di una riunione intorno ad un banchetto evoca una serie di simboli e di situazioni vitali che traducono esperienze e valori umani e religiosi. Ugualmente la categoria biblica del banchetto si distingue per la sua rilevanza tematica e le connessioni narrative a cui viene associata, tra le quali rileviamo l’amicizia, la famiglia, la solidarietà, la vita, la celebrazione liturgica, l’esperienza della consolazione e della memoria, l’ospitalità. Il tema appare variamente impiegato nella elaborazione pastorale mediante diverse relazioni, tra le quale ricordiamo: banchetto ed eucaristia (dimensione sacramentale), memoria del giorno del Signore (dimensione celebrativa), celebrazione di alleanza e di riconciliazione (dimensione teologica), simbolo sponsale del matrimonio e della famiglia (dimensione sponsale), momento qualificante e visibile della comunità radunata nella fede (dimensione ecclesiologica), espressione di solidarietà fraterna (dimensione missionaria), segno di unità e di pacificazione (dimensione ecumenica), atto di speranza nel futuro (dimensione escatologica).

Mediante la riproposizione della categoria biblica del banchetto intendiamo riformulare una sintesi del percorso religioso che culmina nell’evento cristiano della Pasqua, ripercorrendo le immagini bibliche più suggestive, che convergono nella centralità della “cena del Signore”, culmine e fonte dell’esistenza cristiana. Tenendo conto della fecondità del tema e della ricchezza delle sue connessioni, dopo una breve puntualizzazione terminologica, rileggeremo la categoria del banchetto alla luce del contesto della pastorale giovanile, secondo la triplice prospettiva teologale:
– banchetto: atto di fede;
– banchetto: atto di speranza;
– banchetto: atto di carità.
Lo sviluppo di queste tre dimensioni risulterà utile per la comprensione della dinamica collegata alla categoria del banchetto e per la sua tematizzazione nel contesto giovanile.

Etimologia, senso e relazioni

– Nel senso usuale con il termine banchetto (convito, cena) si fa riferimento al pasto principale della famiglia antica nell’ambiente biblico (‘okoel; deipnon), collegando al banchetto i verbi mangiare (‘kl; esthiô – trogô) e bere (sth; pinô). Nella letteratura veterotestamentaria il verbo mangiare (‘kl) in parallelo con bere (sth) assume in senso proprio, il significato di nutrire, consumare, godere, accogliere e in senso traslato quello di sfruttare, divorare, annientare (impiego di svariate metafore). Esso è in relazione con la gioia (festa) del pasto conviviale profano e di quello sacro-cultuale e con la stipulazione dell’alleanza (berit, elemento di rivelazione e di unità del popolo). Nella letteratura neotestamentaria i verbi mangiare (esthiô-trogô) e bere (pinô), oltre a designare il nutrimento umano e le gioie conviviali derivanti dal banchettare (godimento, abbondanza, amicizia), in senso proprio indicano: opera di beneficenza (dar da mangiare), prescrizione cultuale e ascetica (così anche il contrario: digiunare) e condivisione della speranza escatologica come segno del compimento finale.

– La peculiarità del senso cultuale del banchetto presentato nel NT, che rappresenta la novità rispetto al pasto cultuale israelitico, è determinata dall’evento pasquale di Gesù Cristo. Il banchetto, nel senso paolino di “pasto dedicato al Signore”, “cena del Signore” (1Cor 11,20: kyriakon deipnon) fonda e costituisce l’essenza del comunità riunita nel nome del Signore. Essa trae la sua origine da Gesù stesso, nella memoria dell’ultima cena (Lc 22,20: meta to deipnçsai), rinnovandosi nella prassi eucaristica della prima comunità cristiana, con la designazione “frazione del pane” (At 2,42: tç klasei tou artou) che indica la celebrazione eucaristica. A partire dalla cena pasquale, dono di Gesù agli apostoli e alla chiesa, si comprendono in una chiave teologica e spirituale più profonda le relazioni del banchetto cultuale nei racconti dell’AT, la ricchezza simbolica e la straordinaria valenza delle metafore collegate a questa categoria biblica. “Sedersi insieme a tavola è un momento di amicizia e di intesa. La cordialità dell’incontro conviviale è espressione comune dell’armonia delle cose e degli uomini, quale era nel progetto di Dio creatore. Nulla meglio del convito eucaristico – mensa della Parola e del Pane di vita – può rivelarci questo amore condiscendente del nostro Dio che fa di noi i suoi figli in Gesù, e ci chiama tutti a vivere da fratelli, a immagine e preludio del regno dei cieli” (CEI, Catechismo degli adulti, 237).

Il banchetto: atto di fede

Il banchetto implica in se stesso un atto di fede nella vita e nelle sue potenzialità. Il cibo preso e la festa diventano una celebrazione della vita e segno della sua accoglienza. Per partecipare ad un banchetto occorre stare bene, essere presenti a se stessi, accogliere l’invito e farlo proprio. In colui che riceve l’invito si impone una partecipazione attiva, da protagonista, tutt’altro che da spettatore nel convito. Convenire insieme attorno alla mensa e condividere il pasto impongono una presenza, un esserci. Credere in questa presenza spinge ciascuno a prendere posto (metafora del posto e del vestito) nel convito, a farne motivo di riflessione e di fede, ad escludere ogni possibile inimicizia e discordia. L’assenza di un invitato, il rifiuto della partecipazione provoca preoccupazione, domanda spiegazione e dà a pensare. Che si tratti di un pasto familiare o di un banchetto ufficiale, che si mangi il pane della penuria o si consumi l’orgia dei buontemponi, condividere la mensa indica una comunanza di esistenza; il banchetto è atto di vita (nutrimento per la vita) e riconoscimento del proprio essere e del proprio posto: nella famiglia, nel lavoro, nel gruppo in festa, nella comunità ecclesiale. Mancare al banchetto è venir meno ad un segno di unità e di solidarietà.
Inoltre il banchetto è comunicazione di vita. Durante il pasto si pone mente al passato e si prospetta il futuro. Si ricorda e si progetta, silenzio e parola, segno e domanda. I convitati si osservano, si augurano salute e felicità, rivivono la storia della propria esistenza, condividendo il medesimo atto memoriale. Essi pongono fede alla propria vicenda e la verificano, giudicando fatti e progetti, scambiandosi fiducia e promettendosi aiuto. L’esperienza biblica del banchetto rivive le medesime attese di fede nei protagonisti principali della storia salvifica. “È su questo sfondo umano-religioso che possiamo comprendere come la Bibbia vede i rapporti fra Dio e il suo popolo. Quando parliamo del banchetto nella Bibbia, è necessario vedere che il banchetto non esiste, per così dire in se stesso, ma è un elemento essenziale nei rapporti speciali fra gli uomini e fra Dio e il suo popolo” (K. Rahner).
Fin dall’inizio il cibo è ritenuto un dono di Dio e il banchetto un mezzo privilegiato per entrare in contatto con la divinità e luogo di rivelazione. Il pasto rappresenta la verifica della fede e dell’obbedienza al creatore: si ricordi la vicenda primordiale della caduta (Gn 3), la condanna di distruzione per il re Baldassàr (Dn 5,1-20), il castigo inflitto ad Oloferne (Gdt 12,10-13,10), il tragico epilogo di Giuda traditore (Gv 13,18.26s), le divisioni della comunità corinzia durante la cena (1Cor 11,17-22); non meno significative sono le immagini, le metafore e le parabole indicanti il banchetto in connessione con l’ingiustizia e l’infedeltà: l’amico che è solo compagno a tavola (Sir 6,10; 40,29), che tradisce la fiducia (Sal 41,10), l’arroganza di quanti pretendono di occupare i primi posti (Lc 14,7-11) e l’indigenza del povero Lazzaro (Lc 16,21), la fede della cananea (Mc 7,26-29) e la punizione per il rifiuto degli invitati al banchetto del re (Mt 22,7), la critica dei “giusti” intorno ai banchetti di Gesù con i pubblicani (Mt 9,10; Lc 19, 2-10) e la stoltezza delle vergini che restano escluse dall’invito al banchetto nuziale (Mt 25,1-12).
La fede è accoglienza del mistero ineffabile, risposta positiva alla Parola di Dio e ai suoi servitori: così il re di Salem, Melchisedek offrì pane e vino per celebrare Dio con l’arrivo di Abram (Gn 14,17-20) ed Abramo dopo aver concesso ospitalità e cibo ai tre uomini, ebbe fede nella rivelazione di Jahwe (Gn 18,1-15). Nel segno dell’alleanza Isacco ed Abimelec consumano un banchetto (Gn 26,26-31), e Giacobbe e Labano giurarono fedeltà e posterità (Gn 31,43-54). La pedagogia di Dio che mette alla prova il suo popolo nel deserto è bene espressa in Dt 8,3: “Il Signore tuo Dio ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che neppure i tuoi padri avevano mai conosciuto, per farti capire che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che l’uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore”.
Nella dinamica della fede del popolo ebreo, l’evento dell’esodo dall’Egitto è legato strettamente alla cena pasquale, celebrazione di liberazione e di fede in Jahwe (Es 12,1-28.43-51) e conseguentemente il cammino del popolo nel deserto è costellato di altri segni conviviali, prefigurativi della rivelazione neotestamentaria: la manna (Es 16,4-5), la carne (Es 16,13; Nm 11,18-23), l’acqua dalla roccia (Es 17,5-7). Tuttavia il banchetto diventa anche luogo di prova di fedeltà a Dio. Il popolo vivrà spesso la tentazione di entrare in contatto con altri dei, partecipando a forme conviviali idolatriche: al Sinai (Es 32,6), a Moab (Nm 25,2), a Canaan (Ez 18,6.11.15; 22,9). Nell’ambito del banchetto si possono leggere le vicende di Tobia e Sara (Tb 7,10-14), di Ester (l’intero libro ruota intorno al contesto conviviale: Est 1,3; 2,18; 3,15; 5,4-5.12; 6,14; 7,1.7-8; 9,17-19), di Giuditta, di Rut (Rut 2,14-16; 3,7), del profeta Elia (la fede della vedova: 1Re 17,9-16; la fede del profeta: 19,5-8), di Eliseo (2Re 4,38-44).
Il banchetto rappresenta un motivo di fede e di giudizio anche nella vita di Davide: l’alleanza con Abner (2Sam 3,20-21), la festa per l’ingresso dell’Arca in Gerusalemme (2Sam 6,18-19), la parabola di Natan e il peccato rivelato (2Sam 12,4-6). Motivo di fede in Jahwe, la figura del banchetto è adottata dai profeti soprattutto per annunciare la nuova alleanza (Ger 31,31-34; 34,18). Il banchetto in quanto rappresenta un atto sacro, cultuale e religioso è un atto di fede, sia a livello personale che comunitario. Per questa ragione l’evento dell’alleanza è celebrato nel banchetto, alla presenza di Dio, nel contesto del sacrificio. Alleanza, sacrificio e banchetto costituiscono una triade che postula e domanda la fede. Tale significato assume l’ultima cena di Gesù con i suoi apostoli (Mc 14,17-25; Mt 26,26-29; Lc 22,14-23). Essa è l’ultima e definitiva domanda di fede che Gesù pone ai suoi intimi (si noti l’atteggiamento degli apostoli dopo la cena: tradimento di Giuda, rinnegamento di Pietro, debolezza e stanchezza nell’orto, dispersione e fuga di fronte al pericolo). Simbolicamente il banchetto si collega al silenzio e alla solitudine della croce, dove si consuma il sacrificio vicario del Figlio-sposo dell’umanità (cf il rapporto tra Gv 2,1-11 e 19,25-30). Nondimeno, dopo la risurrezione di Cristo l’immagine del convito è una riconferma di fede nel risorto: il pasto sulle rive del lago (Gv 21,4,12), la cena di Emmaus (Lc 24,13-35), l’apparizione a mensa (Mc 16,14).

Per una rilettura nel contesto della pastorale giovanile

Dal percorso proposto emerge la connessione tra la categoria del banchetto e l’atto di fede. L’invito alla condivisione, la scelta di partecipare al convito, la memoria della propria esistenza, la conferma dell’alleanza mediante il pasto comune, sono costanti narrative che esprimono la logica della fede ed insieme implicano un cammino di unità e di fiducia. Come nella tradizione antica, la categoria del banchetto oggi si conferma in tutta la sua eloquente comunicativa per il contesto giovanile. Il convenire per condividere, il bisogno di riconoscersi come gruppo e di visibilizzare l’esperienza giovanile attraverso vecchie e nuove forme di appartenenza e di comunicazione interpersonale, costituiscono un comune denominatore per significare la rete di relazioni create dal mondo giovanile.
La lettura del percorso biblico ci permette di sottolineare sinteticamente alcune traiettorie che la categoria del banchetto suggerisce in rapporto all’esperienza della fede:
o il banchetto è espressione di vita, scommessa nella vita. Il singolo nel partecipare al banchetto è invitato a compiere un atto di fede nella propria vita, dono di Dio e nei segni che in esso si pongono (accoglienza, consumazione del pasto, dialogo fraterno, condivisione dell’esperienza, festa, ecc.);
o il banchetto è evento di alleanza. In ogni forma conviviale si esprime la dimensione amicale, ma soprattutto nell’esperienza eucaristica, ciascuno è chiamato a conformare la propria storia esistenziale sul modello dell’unione con Dio e con la Chiesa. Mangiare lo stesso pane, bere allo stesso calice significa unificare la propria esistenza a quella di Cristo. L’evento del banchetto diventa un incontro trasformante di tutta la vita, che inizia dalla conferma dell’amicizia e dal riconoscimento del proprio posto e del proprio compito;
o il banchetto è insieme prova e riconoscimento della fede. Potremmo affermare che si “arriva” al banchetto, dopo un lungo cammino di riflessione e di presa di coscienza e si “riparte” dal banchetto per annunciare e testimoniare la propria fede;
o il banchetto è atto di gratuità e di libertà. In diversi racconti biblici il banchetto ha costituito un momento di giudizio e di discernimento. Il messaggio che si ricava è proprio quello di impegnarsi a superare i limiti contestuali, i pregiudizi e le divisioni, le ideologie e i particolarismi, per contribuire ad instaurare un clima di autentica fraternità e di sincera condivisione.

Il banchetto: atto di speranza

Dopo aver considerato la dimensione della fede, nella categoria del banchetto si può intravedere il dinamismo dello speranza, secondo le espressioni conviviali prefigurate nella storia biblica, le quali hanno insieme valenza per il presente e per il futuro. I banchetti nell’esperienza religiosa ebraica riuniscono commensali, solitamente famiglie, che vivono la stessa fede ed attendono il medesimo destino finale. La speranza, che dice attesa di un compimento già annunciato, viene spesso raffigurata con l’idea di una banchetto escatologico, a cui prendono posto tutti gli uomini. L’immagine del “banchetto escatologico” evoca in sé la ricchezza e la forza di questo messaggio di speranza. Attraverso l’oracolo isaiano del banchetto escatologico (Is 25,6-12) viene elaborata l’importante immagine del convito finale a cui saranno chiamati tutti i credenti, per formare l’assemblea escatologica che unificherà tutte le generazioni intorno alla stessa mensa.
La tematica del banchetto escatologico prende le mosse dall’AT, dal modello escatologico del giudaismo che soleva affermare la comunione con Dio e la salvezza finale del popolo di Israele. Nel libro apocrifo di Henoch 62,14 si legge: “Il Signore degli Spiriti abiterà sopra di essi e mangeranno con il Figlio dell’uomo e con lui si coricheranno ed alzeranno per tutta l’eternità”. Tale immagine è presente specie nel libro del profeta Isaia, con la ripetizione e l’ampliamento delle concezione universalistiche applicate a Israele, alla fine dei tempi: tutti i popoli affluiranno al monte di Sion (Is 2,2-3; Mic 4,1-3); in Sion il Signore preparerà un lauto banchetto (Is 25,6-7); tutti i popoli potranno attingere ai beni del Signore gratuitamente (Is 55,1-3); coloro che rimarranno nella fedeltà dell’alleanza saranno colmati di gioia (Is 56, 6-7) e di gloria (Is 60,11-14) mentre resteranno esclusi dal banchetto i nemici del Signore (Is 65,13). Così il convito degli ultimi tempi è presentato nei libri sapienziali attraverso la personificazione della Sapienza che invita a mangiare e a bere nella sua ricca casa (casa dalle sette colonne: Pr 9,1-6) e a dilettarsi del suo nutrimento (Sir 24,19-21). Le prospettive della salvezza messianica sono raffigurate dalla soddisfazione e dalla gioia conviviale, non più dal digiuno penitenziale (Zac 8,19-23).
Aspetto ricorrente del banchetto escatologico è la gioia messianica. Infatti la consumazione del pasto sacro da parte di Israele avviene attraverso la celebrazione della festa in gioia ed esultanza (Sof 3,14-17). Durante il banchetto celebrato in nome di Dio, il popolo commemora le gesta di Jahwe e la sua alleanza, compie celebrazioni di ringraziamento e benedizioni, lodando Dio con i suoi stessi doni. La gioia si esprime nel mangiare le primizie della creazione di Dio e fare festa per le sue opere (Dt 26,1-11), in occasione dell’edificazione delle mura di Gerusalemme (Ne 12,43), nel contesto delle celebrazioni rituali (Dt 12,4-7), del pagamento della decima (Dt 14,23), dei primogeniti (Dt 15,19-23), nella festa delle settimane (Dt 16,9-17). Il banchetto diventa espressione corale di gioia e di festa, alla quale partecipa l’intera comunità mediante il canto e la danza.
La partecipazione al banchetto diventa atto di speranza nei riguardi del Signore, specie all’indomani della catastrofe nazionale, quando Israele sarà ridotto ad un piccolo resto e si accentuerà l’attesa profetica di un nuovo messianismo, di una nuova alleanza, ultima e definitiva, di cui è possibile ravvisare i segni prefigurativi nella stessa simbologia conviviale. Si insinua nella predicazione di alcuni profeti la tematica della riconciliazione (il ritornare a Dio, shub), di cui il banchetto è simbolo. Desiderare di partecipare al banchetto messianico corrisponde ad una precisa volontà del popolo: ritornare a Jahwe con la speranza di ricominciare una nuova vita, di ristabilire le sorti del regno di Israele con a capo un nuovo Davide (nell’immagine del banchetto si intersecano ulteriori temi biblici quali la memoria della terra, il rimpianto per il tempio, il desiderio del regno, l’elezione del nuovo popolo).
Nella vita di Gesù e nella predicazione del suo messaggio si coglie uno stretto nesso tra banchetto e annuncio di speranza. Gesù è solito prendere parte ai banchetti durante i quali si compie l’incontro con personaggi che vengono guariti, perdonati, trasformati dalla presenza del Signore e chiamati a vivere una nuova speranza. Circa l’uso di banchettare con i pubblicani, è Gesù stesso a richiamare polemicamente il giudizio espresso dai suoi avversari: “È venuto Giovanni che non mangia e non beve e hanno detto: ha un demonio. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: ecco un mangione e un beone” (Mt 11,18-19). Frequentemente la partecipazione di Gesù ad un banchetto si trasforma in un atto di speranza a cui segue il gesto della liberazione: l’amicizia con la famiglia di Lazzaro (Lc 10,38-42) porterà alla liberazione dalla morte (Gv 11,1-44); il banchetto nuziale a Cana rivelerà la sua missione salvifica (Gv 2,1-11); la donna peccatrice riacquista la speranza e il perdono mentre Gesù è a mensa da Simone il fariseo (Lc 7,36-50), la cena a casa di Matteo-Levi (Mt 9,10) rammenta la profezia isaiana pronunciata nel discorso di Nazareth (Lc 4,16-21), nel mezzo di un altro banchetto la salvezza entra nella vita di Zaccheo, come una speranza riacquistata (Lc 19,1-10), a Betania, con l’unzione viene prefigurata la nuova Pasqua (Gv 12,1-8). “Se Gesù si comporta in questo modo, è per indicare con atti concreti la riconciliazione che aveva annunciato dando inizio al suo ministero: ‘Il regno dei cieli è vicino’. Dio non fa distinzione di persona; se ha una preferenza è per i poveri e per i malati che hanno bisogno del medico perché tutti sono figli di Abramo” (A. Feuillet).
Con la sua presenza il Signore qualifica il significato del pasto, dandone pieno valore. Il banchetto è una delle figure che accompagna l’annuncio del regno dei cieli e la speranza escatologica: la moltiplicazione dei pani (Mc 6,30-44p), il discorso sul digiuno (Lc 5,33-39p), le spighe strappate (Mt 12,1-8p), la promessa dell’acqua viva (Gv 4,1-38; 7,37-39), le istruzioni sull’ultimo posto al banchetto (Lc 14,7-11), la scelta degli invitati (Lc 14,12-14) e soprattutto le parabole della speranza salvifica e del perdono: la gioia conviviale per la presenza dello sposo (Mt 9,15p), la grande cena del regno di Dio (Lc 14,15-24), la festa conviviale per il figlio ritrovato (Lc 15,11-32), la rivelazione “eucaristica” che segue la narrazione della moltiplicazione dei pani nel quarto vangelo (cf Gv 6). Al posto della manna, il Signore inaugura una nuova alleanza nel suo corpo e nel suo sangue, in attesa della sua apparizione definitiva. Si tratta di un pasto che prelude alla speranza escatologica e che fa memoria del sacrificio cruento di Cristo. La speranza del Regno richiede l’umiltà e la disponibilità: Gesù stesso lava i piedi ai suoi apostoli prima dell’ultima cena (Gv 13,2-20) ed annuncia che berrà il vino nuovo del Regno del Padre (Mt 26,29) dove tutti sperano di condividere la mensa con Abramo, Isacco e Giacobbe (Mt 8,11-12), finché egli venga (1Cor 11,26).
Il banchetto come atto di speranza viene fedelmente continuato dalla prima chiesa, nell’attesa del battesimo dello Spirito (At 1,4), nella frazione del pane e nella preghiera (At 2,42-48), nell’esercizio dell’ospitalità (Rom 12,13; 15,24; 16,6.7.10.19) e della solidarietà ecclesiale (1Cor 10,17). In tale contesto si innesta un ultimo aspetto della speranza: la vigilanza. L’invito alla cena richiede la vigilanza fino alla fine: essere pronti ad aprire la porta al Cristo itinerante (Ap 3,20) per celebrare le nozze dell’agnello (Ap 5,12-14; 7,16-17), l’invito a “vegliare il padrone imminente” (Lc 12,35), con la veste nuziale (Mt 22,11-14), perché possa compiacersi dei suoi amici fedeli e servirli a mensa (Lc 12,37), chiamandoli “beati” nella festa del Regno (Lc 12,38). Si comprende quanto stretta sia la connessione tra banchetto e speranza nella celebrazione eucaristica. Nel Catechismo degli adulti si afferma a proposito: “La celebrazione eucaristica è dunque un’attesa che si tramuta in veglia. Dove la commemorazione del passato e la gioia della presenza attuale sono illuminate dalla speranza nel definitivo banchetto del Regno, ora appena pregustato. Per questo nel momento della celebrazione eucaristica la Chiesa accoglie e fa propria la speranza di tutti gli uomini, perché nel ritorno di Cristo si attui pienamente la salvezza” (CEI, Catechismo degli adulti, 240).

Per una rilettura nel contesto della pastorale giovanile

Abbiamo potuto constatare come la categoria del banchetto rappresenti una proiezione verso il futuro e il suo compimento. Si tratta di un aspetto “sensibile” per la cultura giovanile odierna, che guarda con sospetto e preoccupazione al tempo che verrà. La dimensione conviviale porta in sé un innegabile bisogno di futuro, che deve essere rielaborato nella prospettiva pastorale, soprattutto in rapporto con il mondo giovanile e le sue attese. Indichiamo quattro traiettorie che emergono dalla relazione tra banchetto e speranza:
* il banchetto è segno di speranza perché nell’incontro con il mistero eucaristico ciascun credente mette in gioco il proprio futuro, la propria volontà in rapporto alla Parola annunciata e al progetto del Padre. Si evidenzia una connessione profonda tra categoria del banchetto e dimensione vocazionale dei credenti;
* il banchetto implica una atto di affidamento alla provvidenza e misericordia di Dio, nell’ottica del perdono e della riconciliazione. Celebrare la speranza implica un passaggio dalla situazione presente a quella futura. Nella riunione ciascun credente è chiamato a prendere coscienza del proprio peccato e ad incontrarsi con la misericordia di Dio. La categoria conviviale è insieme segno di accoglienza ed invito ad assumersi la responsabilità dell’itinerario di conversione a Dio e ai fratelli;
* il banchetto richiama l’impegno alla vigilanza e alla corresponsabilità nei riguardi della comunità. La comunità che si riunisce intorno alla mensa celebra la propria speranza mediante la preghiera e la condivisione, ed insieme attende nella perseveranza il compimento delle promesse di Dio;
* la categoria del banchetto esprime la dialettica rivelazione-nascondimento del mistero di Dio. Nel condividere la fraternità si avverte la presenza del Signore, ma la sua manifestazione piena e definitiva è riservata alla fine dei tempi. Mangiando nell’esperienza conviviale, ci si nutre per poter riprendere il cammino nel tempo del pellegrinaggio, in vista di entrare nella “terra promessa”.

Il banchetto: atto di carità

L’esercizio della carità può considerarsi come il prolungamento simbolico-interpretativo dell’immagine biblica del banchetto, soprattutto inteso nella prospettiva eucaristico-sacramentale. Infatti l’Eucaristia realizza la pienezza della carità, unisce i partecipanti in un solo corpo e consente di raggiungere il più alto e profondo livello di comunione ecclesiale.
La struttura narrativa dei vangeli culmina nei racconti della passione, che ripropongono lo schema interpretativo dell’offerta di Gesù a partire dall’ultima cena fino al sacrificio cruento sulla croce. Si può affermare che l’eucaristia è posta teologicamente e narrativamente al culmine dei racconti evangelici e sintetizza l’opera della salvezza realizzata nel mistero pasquale di Gesù.
Se la vita e la predicazione di Gesù di Nazareth sono stati contrassegnati dal messaggio dell’amore di Dio e della sua signoria, il banchetto eucaristico, che rappresenta la consegna testimoniale di Gesù alla comunità degli apostoli, costituisce il vincolo più profondo dell’amore totale verso l’umanità. La categoria del banchetto va letta nella prospettiva della carità, dopo averla considerata in ordine alla fede e alla speranza. Sintetizzando i principali messaggi biblici collegati a questa relazione, vogliamo sottolineare tre aspetti della relazione tra banchetto e carità.
Il primo aspetto è l’amicizia e il dono della pace. La dimensione amicale del “mangiare comune” è fortemente accentuata nell’antica letteratura greca e nella sua nota prassi conviviale (il simposio). La categoria del banchetto esprime mediante le sue dinamiche interpretative, l’unità sul piano sociale, psicologico e spirituale che si realizza tra i convitati. Condividere il pasto diventa cammino di amicizia e un segno di riconoscimento fraterno. Numerosi sono gli esempi biblici in questo senso. Nell’AT il re di Babilonia concede l’ospitalità e il nutrimento al re Ioiachim, fuoriuscito dalla prigionia (2Re 25,27-30) e similmente nel NT il re Agrippa accoglie come amico Sila, che era caduto in disgrazia; il carceriere libera Paolo e Sila dal carcere invitandoli nella sua casa (At 16,34). Desta meraviglia e scandalo l’amicizia di Gesù con i pubblicani, come il pasto di Pietro preso insieme ai non-circoncisi (At 10,1-33; Gal 2,12). Il banchetto esprime l’amicizia umana, ma nella partecipazione all’azione sacramentale, la semplice amicizia umana si traduce in un atto comunionale che diventa vincolo di fede, speranza e carità.
Il secondo aspetto, tratto dal noto problema della “cena del Signore” in 1Cor 11,17-34, è la solidarietà ecclesiale che si traduce in termini di integrazione sacramentale, a partire dalla riflessione che Paolo sviluppa in 1Cor 10-12 sul tema eucaristico in rapporto al corpo ecclesiale (G. Theissen). Il contesto del rapporto tra eucaristia e comunione ecclesiale evidenzia una doppia problematica:
– il problema delle carni immolate agli idoli, da cui emerge l’incompatibilità del culto eucaristico con quello idolatrico dei pagani (1Cor 10,14-22);
– il problema delle divisioni e degli abusi che si verificavano in occasione della “cena del Signore”, che spinge l’Apostolo a proclamare la natura dell’eucaristia, il suo significato e la sua origine (1Cor 11,17-34). La discriminazione provocata dalla partecipazione dei credenti ai banchetti deve essere superata dalla logica dell’amore fraterno e della solidarietà. Paolo invita i cristiani “forti” a farsi carico dei più “deboli”, evitando di dare loro scandalo e invitando tutti ad uno stile di autentico amore e di sostegno reciproco.
In tale contesto di solidarietà, il banchetto deve diventare espressione e luogo della carità. Si possono sinteticamente riassumere i significati attribuiti al banchetto in questo contesto paolino:
– il banchetto deve essere segno del rispetto della coscienza dei “fratelli più deboli”, come esercizio della libertà nella carità, che porta a non mangiare le carni immolate ad idoli (fuggire l’idolatria);
– il banchetto deve costituire un segno di responsabilità nel costruire l’unità e la fraternità tra i credenti, nell’accogliere e integrare i bisognosi mediante la condivisione dello stesso corpo e sangue di Gesù;
– il banchetto diventa segno dell’edificazione della comunità ecclesiale secondo il principio cristologico dell’unità della Chiesa, nella molteplicità dei carismi;
– il banchetto esprime la centralità della relazione tra i credenti che esclude ogni possibile privatizzazione dell’eucaristia. L’esercizio della carità non si esaurisce in un percorso privato, bensì domanda il dinamismo proprio della comunione ecclesiale vissuta nell’atto eucaristico e nella sua dimensione cosmica.
Il terzo aspetto è la proclamazione dell’amore di Dio in Cristo che costituisce il fondamento cristiano del convito e il motivo dell’espressione solidale tra i credenti. In definitiva il banchetto è il più reale atto di proclamazione del mistero pasquale. Esso, nell’ordine della carità, mirabilmente rinnova nei commensali la vita attuale del Figlio risorto dalla morte, la salvezza come il frutto acquistato da Gesù per noi: “Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga” (1Cor 11,26). La riunione ecclesiale è un atto di proclamazione e di missione, di solidarietà fraterna e di festosa attesa nella speranza.

Per una rilettura nel contesto della pastorale giovanile

La nostra categoria biblica connessa alla carità apre una serie di traiettorie di grande attualità per la riflessione pastorale nel contesto giovanile.
* Un primo aspetto è posto sul piano della comunicazione linguistica, che caratterizza la presentazione del mistero eucaristico, talvolta troppo legato a concezioni statiche e visioni sistematiche. La riscoperta della categoria del banchetto come atto di amore e dinamismo di comunione appare estremamente efficace per la riflessione nel mondo giovanile e ci aiuta a liberarci da schemi precostituiti e spesso poco comunicativi.
* Il banchetto eucaristico è segno di profonda ed eterna amicizia con Dio e con i fratelli. Nell’ambito del convito eucaristico accade il riconoscimento fraterno, l’invito al perdono, l’ascolto della parola, la preghiera comune, lo scambio della pace, la commensalità dell’unico cibo, il congedo fraterno. Questa serie di relazioni accomuna i commensali in un cammino di riscoperta dell’autentica amicizia che si fa dono reciproco. Emerge oggi con grande evidenza il bisogno della riscoperta di questa dimensione esistenziale, di cui il mondo giovanile ha urgente bisogno per incontrare Dio ed incontrarsi con se stesso e con gli altri.
* Affinché la sinassi eucaristica rappresentata dal banchetto non sia un’esperienza chiusa in se stessa, non sia vissuta come un circolo privato che si interpreta in modo autoreferenziale ed egoistico, una cortina di protezione degli interessi di pochi, il banchetto cristiano è costituito dall’apertura verso gli altri, dalla solidarietà con chi è debole, dall’impegno di comunione e di servizio nei riguardi degli uomini e delle donne del mondo intero. La celebrazione della cena del Signore diventa il vincolo della carità, il fondamento della missione, il “centro cosmico” dell’incontro con Dio e tra i credenti.
* Infine la relazione tra banchetto e amore apre una strada nella prospettiva della ricerca vocazionale. Il banchetto caratterizza l’intero cammino sacramentale del credente: il battesimo, la celebrazione eucaristica, la celebrazione sponsale, i grandi momenti della fede, fino a culminare nella celebrazione delle esequie. Tutta la vita, come una grande parabola esistenziale, è segnata dal contesto conviviale: in questo contesto il giovane è chiamato a porre la domanda di senso e a trovare nei credenti l’aiuto concreto per dare risposta al suo desiderio di felicità.

Conclusione

In definitiva la metafora del banchetto costituisce una categoria interpretativa delle relazioni interpersonali e della vita ecclesiale, in modo particolare nella sua associazione alla dimensione eucaristica. X. Léon-Dufour in una sua nota monografia sul banchetto eucaristico (Condividere il pane eucaristico secondo il Nuovo Testamento, Leumann 1983, 283-285) afferma che l’Eucaristia è per sua natura “contestatrice”, volendo sottolineare la portata trasformante che l’Eucaristia ha avuto per i primi cristiani e continua ad avere per noi oggi. La scelta di Cristo, che ci invita ad annunciare il vangelo della giustizia e della pace con la nostra vita, ci fa tornare all’Eucaristia e da essa ci fa ripartire con speranza. Ai giovani di questo tempo, che raggiungiamo con tante parole ma soprattutto con segni profondi e comunicativi, la preziosità del banchetto eucaristico sarà chiara quando scopriranno che il nostro riunirci in assemblea domenicale “non è un momento di evasione in un mondo di sogni, ma è un momento di corroborante serenità comunitaria per resistere alla prova, sotto qualunque forma si presenti: corruzione, tortura, violenza e miseria, così come le conosciamo nel nostro mondo” (X. Léon-Dufour, Condividere…, 284). Solo allora comprenderanno che l’Eucaristia è essenzialmente “contestatrice”.

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