Il senso del

volontariato cristiano

e della gratuità

 

Carlo Molari

 

Partiamo da un’osservazione di Benedetto XVI nell’enciclica che il Papa ha fatto nell’enciclica del 2005 Deus caritas est, per avere un punto di riferimento. Troviamo scritto al n. 30: “Sono cresciute tra istanze statali ed ecclesiali numerose forme di collaborazione che si sono rivelate fruttuose” dopo dice: “un fenomeno importante è il sorgere e il diffondersi di diverse forme di volontariato che si fanno carico di una molteplicità di servizi. Vorrei quindi indirizzare una particolare parola di apprezzamento e di ringraziamento a tutti coloro che partecipano in vario modo a queste attività. Tale impegno diffuso costituisce per i giovani una scuola di vita che educa alla solidarietà e alla disponibilità, a dare non soltanto qualcosa, ma se stessi. All’anticultura della morte, che si esprime per esempio nella droga, si contrappone l’amore che non cerca se stesso, ma che proprio nella disponibilità a perdere se tesso per l’altro si rivela come cultura della vita”.                   

Credo che qui ci sia proprio l’indicazione dell’atteggiamento espresso con il termine gratuità. Rileggiamo l’ultima frase: All’anticultura della morte, che si esprime per esempio nella droga, si contrappone l’amore che non cerca se stesso ma che, proprio nella disponibilità a perdere se stesso per l’altro, si rivela come cultura della vita.  Va chiarito il senso di questa affermazione dal punto di vista antropologico. Si tratta di un aspetto generale al quale il Papa stesso accenna, in questo n. 30, quando, richiamandosi alla Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II, dice: “Queste organizzazioni sono mosse dalla medesima motivazione fondamentale e abbiamo davanti agli occhi un medesimo scopo”.

Qual è questa finalità? Un umanesimo  che riconosce nell’uomo l’immagine di Dio riguarda l’aspetto religioso, ma un vero umanesimo è la finalità di tutte le organizzazioni, anche quelle non religiose. E vuole aiutare l’uomo a realizzare una vita conforme a questa dignità. Ecco, per illustrare questo fine delle organizzazioni e l’atteggiamento corrispondente della gratuità o dell’offrire se stesso, del “perdere se stesso” (questo è il termine usato nel Vangelo che pur spiegheremo), dell’offrire se stessi perché la vita proceda, la vita fluisca… Per chiarire tutto questo, faccio due premesse di tipo antropologico, relativo alla nostra condizione di creature: è l’aspetto fondamentale per capire bene il discorso della gratuità. Altrimenti si potrebbe intendere semplicemente un atteggiamento morale (ho un dovere e quindi lo faccio), cioè un impegno che uno assume ad essere gratuito, cioè a mettersi dal punto di vista altrui, donare vita, perdendosi, offrendosi, donandosi. Questo modo di impostare il problema oggi appare errato, ma era l’impostazione dei secoli scorsi. Era una interpretazione esclusivamente morale, che diventava moralistica: devo farlo per dovere...

Ma è proprio una esigenza della vita: per crescere e diventare noi stessi come persone dobbiamo sviluppare un atteggiamento di questo tipo. Si tratta di una finalità che è insieme personale e sociale, una ordinata all’altra, perché la persona diventa se stessa donandosi, donando vita: ciò che si offre, ciò che si dona diventa nostro! I processi della vita hanno questa legge fondamentale di gratuità, che Gesù aveva intuito vivendo, attraverso la propria esperienza, anche se non l’aveva fondata antropologicamente perché non aveva gli strumenti culturali per farlo, per cui diceva: chi vuole conservare la vita per sé la perde, e chi la offre la ritrova; potremmo dire che chi offre la vita, la interiorizza, la fa propria. Questo è un principio fondamentale che oggi le scienze umane e la filosofia hanno riscoperto, nelle loro riflessioni, nelle loro analisi e nelle ricerche: la vita la si possiede quando la si offre. 

  1. a)Adesso cerco di mostrare qual è la ragione di questo, con una metafora molto semplice, che serve bene per fissare questa osservazione: vedete queste lampade accese. Se la lampada dicesse: “adesso che sono luminosa trattengo per me questa corrente elettrica che mi perviene, così resterò sempre luminosa”. In realtà, se potesse realizzare questo suo desiderio, la lampada si spegnerebbe. Infatti la condizione per restare accesa è molto semplice: è che la corrente arrivi,  passi e vada oltre. È solo questo fluire che rende luminosa la lampada. Questa metafora indica con chiarezza la nostra condizione di viventi: noi siamo continuamente costituiti viventi, siamo donati come viventi; siamo costituiti viventi da un flusso di vita, cioè da una energia che ci avvolge e che ci attraversa, ma che diventa efficace quando viene consegnata, quando va oltre, quando viene donata. Questo è il principio della gratuità: se qualcuno vuole conservare per sé la vita che ha, in quell’istante la vita la si perde; cioè quel flusso si perde, non resta più, diventiamo vuoti per quell’Ci sono diversi aspetti che poi vengono consegnati, che vengono offerti anche automaticamente: il semplice fatto di vivere dei rapporti consente alla vita di poter fluire; il fatto stesso di essere presenti ad altri, di vederci (e sono modi ancora molto superficiali), il fatto di essere a contatto ci consente di accogliere vita, come un bambino che nel suo solo contatto con la madre chiede, dona e riceve vita con la madre. Sono forme ancora molto elementari, più il bambino crescerà e più avrà bisogno di scambi di amore, cioè di offerte vitali. Perché più la persona cresce e più ha bisogno di amore. Quando si diventa adulti si è in grado di andare a cercare gli ambiti di offerte e quando non si è soddisfatti, quando non si trova corrispondenza, si va altrove, perché questa è un’esigenza fondamentale: noi cresciamo perché la vita ci viene offerta, continuamente.

 

  1. b)Questa è la condizione di creature. Esaminiamo questo aspetto con maggiore precisione, perché questa legge fondamentale del flusso vitale del dono necessario, questa legge della gratuità, dipende dalla nostra condizione di creature. Essere creatura significa non avere in noi la ragione di quello che siamo, ma riceverla continuamente, essere creature significa dover necessariamente, in ogni istante, accogliere il flusso vitale. Siamo ancora in un ambito molto generico, e parliamo in una prospettiva solo antropologica, (poi c’è la possibilità anche di allargare l’orizzonte e di capire il senso dell’esperienza religiosa e quindi anche del riferimento a Dio). Fermiamoci ancora a questo primo aspetto: come creature viventi noi non abbiamo in noi stessi il principio, la fonte della vita, noi non siamo la ragione della nostra vita. 

Questo è un aspetto che ha riflessi drammatici nella nostra esistenza, perché noi cominciamo la nostra vita nella illusione di essere noi la fonte di noi stessi, di essere noi il principio, di essere noi la ragione dei nostri pensieri, la ragione dei nostri desideri, la ragione delle nostre scelte, ci sentiamo soggetti. È la prima fase della nostra esistenza, caratterizzata da questa percezione, è una forma di narcisismo, per cui consideriamo gli altri e le cose in funzione nostra, come strumenti della nostra realtà. Tutti abbiamo vissuto una fase di questo tipo, una fase narcisistica, nella quale ci siamo sentiti al centro del mondo, al centro dell’universo: tutto è per noi: i giocattoli, le persone, le cose. Ma dopo non molto tempo questa appare come un’illusione.

Un’altra osservazione: tutto ciò che noi sperimentiamo nella nostra vita diventa struttura cerebrale, si fissa cioè nelle connessioni dei diversi neuroni, e tutte queste  esperienze diventano la nostra realtà e restano lì, alla base, da cui ogni tanto riemergono. All’inizio di ogni fase della nostra esistenza, infatti, riappaiono tensioni interiori e atteggiamenti, e dobbiamo attenderci che ogni tanto riaffiori il narcisismo, la volontà di  strumentalizzare gli altri, l’opposto della gratuità, perché ce lo portiamo sempre dentro, ben fisso, ma poi uno diventa grande, diventa maturo, e scopre che quella impostazione era insufficiente, era inadeguata, era illusoria e comincia a cambiare, fino a cambiare completamente. Scopre l’illusione di quell’atteggiamento, ma non annulla quella struttura che si è fissata in quella fase, attraverso quella esperienza, anche se ne potrà aggiungere altre: noi ci portiamo sempre dentro le componenti della nostra storia!

Noi spesso interpretiamo le attività che svolgiamo o le esperienze che compiamo come un qualcosa di esteriore a noi, come qualcosa che noi facciamo, ma che non si aggiunge alla nostra realtà, riguarda gli altri, riguarda le cose; e invece tutto ciò che noi facciamo ci costituisce; attraverso i pensieri che formuliamo, i desideri che coltiviamo, i rapporti che stabiliamo, le esperienze che facciamo, noi diventiamo quello che ancora non eravamo mai stati, cioè l’azione non è un qualcosa che è fuori di noi, che riguarda la realtà esteriore o le persone che incontriamo; no,  tutto ciò che noi facciamo ci riguarda perché ci fa diventare, perché ci struttura interiormente.

Prima ho richiamato le connessioni  cerebrali: quello è solo un aspetto di tutto il nostro corpo. Ma il corpo che noi siamo è il riassunto di tutta la nostra storia, le pieghe del nostro viso, la struttura del nostro fegato, è il riassunto di tutta la vostra storia, perché tutto ciò che abbiamo fatto, pensato, deciso, si è fissato nei nostri muscoli, oltre che nel nostro cervello.  Il cervello è il luogo principe di questa identità che sta diventando la nostra persona Questo è un fatto che dobbiamo tenere presente, perché noi spesso pensiamo: mi do questo pensiero, coltivo questo desiderio, seguo questa fantasia; ma poi scompare,  faccio altre cose e posso svolgere attività diverse da quella. Però, attraverso quella fantasia, tu sei diventato/diventata altro, cioè ha strutturato la tua persona, attraverso quel desiderio, quello stato d’animo, quel giudizio maligno nei confronti di altri, sei diventato il tu ora presente! Ecco, la condizione in cui noi ci troviamo è di essere creature in processo, stiamo diventando continuamente; il che significa che non è indifferente ciò che noi facciamo in ordine al nostro divenire. Anche se è un qualcosa che riguarda semplicemente l’esteriorità, l’ambiente, gli altri, dobbiamo tenere presente che noi diventiamo ciò che facciamo, ciò che pensiamo, ciò che desideriamo.

Questo le scienze umane lo hanno analizzato nei diversi aspetti; oggi le scienze neurologiche, soprattutto gli studi sul cervello, offrono su questo delle indicazioni concretissime, hanno anche individuato i diversi ambiti del cervello dove le diverse esperienze, le diverse espressioni della persona si concretizzano. Ma già da tempo questo era visibile. Tuttavia noi abbiamo sempre l’illusione di essere già noi stessi, di sapere ciò che pensiamo, come fosse un qualcosa che riguarda l’attività che svolgiamo, il lavoro, che riguarda gli impegni che abbiamo, che riguarda l’aspetto sociale, ma che non ci riguarda personalmente; invece ci riguarda personalmente perché noi stiamo diventando.

Facciamo ora un altro passo: finora ho messo in luce che noi diventiamo da ciò che facciamo, da ciò che pensiamo, ma in questa condizione di divenire noi dipendiamo continuamente da realtà che sono altre da noi. Questo è un altro aspetto: noi facciamo e noi pensiamo, perché altri ci offrono la possibilità di operare e di essere. Questo è l’aspetto per noi più difficile a vivere consapevolmente, perché abbiamo delle resistenze ad accettare questa condizione: di essere il risultato di forze altre da noi, a tutti i livelli.

Consideriamo almeno quattro livelli; si tratta di quattro dimensioni della persona: il livello fisico, il livello biologico, il livello psichico e il livello spirituale; sono livelli oggi riconosciuti da tutti, a prescindere dalle diverse religioni,

 

  1. 1.Il livello fisico. Da un punto di vista fisico siamo composti di materia, siamo atomi di ferro, di calcio e altro, nelle ossa, nel sangue, eccetera. Questi atomi lo sappiamo che hanno 8-9-10 miliardi di anni, sono stati formati nelle grandi stelle, nella prima e nella seconda generazione, poi sono morti. Hanno diffuso parti di sé nel mondo, nello spazio, nell’universo. Per formare il ferro, l’uranio, l’oro, ci vuole una energia straordinariamente grande, di una potenza straordinaria che si trova appunto nei nuclei delle stelle. Quindi tutti gli atomiadesso costituiscono il nostro corpo sono stati formati lì, nelle grandi stelle, 6-8-12 miliardi di anni fa, chissà, non lo sappiamo bene, non sappiamo neppure quali stelle fossero quelle da cui provengono gli elementi che ci costituiscono, ma, in ogni caso, tutto questo è continuamente alimentato da forze, da energie che ci attraversano, continuamente. Noi siamo continuamente contattati come struttura materiale. Gli elementi fisici poi reggono quattro forze fondamentali, (alcuni ne aggiungono una quinta): la forza gravitazionale, la forza elettromagnetica, l’energia nucleare forte che tiene tutti uniti gli elementi del nucleo fra di loro, anzi che riesce a mettere insieme protoni e neutroni e poi l’energia nucleare debole che serve per degli scambi, e alcuni aggiungono anche la forza antigravitazionale sulla quale discutono i fisici. Ma quello che è importante per la nostra riflessione è questo: noi siamo continuamente alimentati da queste forze, se venissero meno moriremmo in un istante. Dobbiamo sentirci continuamente costituiti dalle forze che ci alimentano: se, ad esempio, fossimo nati sulla luna, saremmo un terzo più alti di quello che siamo; questo è un dato banale, un dato esteriore, ma che non è indifferente per noi, e così per le altre forze,
  2. 2.Il livello biologico. Noiviventi e siamo un’espressione straordinariamente complessa della vita. Anche questa complessità ha richiesto miliardi di anni; noi non possiamo illuderci di  “essere”, perché lo stiamo diventando continuamente; noi siamo, ma, anche in quanto viventi, continuamente dipendiamo, tanto che è sufficiente che non respiriamo per un po’ che subito la vita scompare: siamo continuamente dipendenti, e la vita in questo senso ci è continuamente donata, offerta. Questo è il carattere radicale della gratuità. Paolo diceva: “che cos’hai che tu non abbia ricevuto?” Cioè cos’è che noi costituiamo da noi stessi non utilizzando nulla? Noi siamo un nulla, siamo continuamente attraversati da forze di vita, siamo un nulla, un vuoto continuamente riempito, ma noi, come creature, noi siamo anche un nulla costituito vivente continuamente. È necessario capire bene la prospettiva della condizione in cui siamo, per essere in grado di viverla bene. 
  1. 3.Il livello psichica. Ciò che siamo come persone intelligenti, come persone capaci di pensare, come persone capaci di amore. Anche in questa condizione noi siamo costituiti continuamente dall’amore che gli altri ci offrono. E se venisse meno ad un certo momento questa forza di vita che cinoi non potremmo vivere, verrebbe meno la capacità di vita. Dobbiamo essere consapevoli di questo dato fondamentale, perché noi cadiamo facilmente nell’illusione di essere autosufficienti, di bastare a noi stessi. E quando scopriamo ambienti e situazioni dove la vita non fluisce, dove l’amore non è esercitato, dove cioè non si offre vita, noi siamo sollecitati ad essere lì presenti: questa è la ragione fondamentale di ogni forma di volontariato; perché la vita esige di essere offerta e, dove non c’è offerta di vita, è necessario che qualcuno si presenti perché la vita si offra, altrimenti non c’è, non continua, non può svilupparsi: e può farlo solo attraverso questo flusso continuo. 

 

  1. 4.Il livello spirituale. Oggi spiritualità è un termine molto diffuso, molto utilizzato perché il è un problema attuale. La realtà è in movimento, ed è anche possibile che ci sia poi una scadenza, che si perda cioè la tensione, che le parole molto utilizzate scadano di significato. Ma il temine “spiritualità” oggi è ancora un termine denso, significativo. Si tratta della dimensione spirituale che non si identifica con la dimensione religiosa, anche se la dimensione religiosa è pure una dimensione della persona necessaria per la sua maturità.  Cosa significa dimensione spirituale? Quando comincia a svilupparsi? Dicevamo che la dimensione fisica è alla base e ci deve essere sempre, fin dalle origini; la dimensione biologica comincia quando noi cominciamo a vivere e gli altri cominciano a donarci vita, ci fanno vivere, e allora cominciamo la nostra esistenza viva; la dimensione psichica all’inizio è molto elementare, poi pian piano si sviluppa, e abbastanza velocemente, soprattutto attraverso le connessioni cerebrali. Oggi sappiamo che gli antichi attribuivano al cuore la dimensione psichica e noi ancora diciamo che il cuore è il simbolo dell’amore, ma sappiamo che in realtà è il cervello il luogo di tutti questi processi. Oggi gli studi sono straordinariamente avanzati sulla conoscenza dei processi cerebrali: sappiamo che, quando noi veniamo al mondo, le connessioni cerebrali sono molto poche, poi pian piano diventano milioni. A cominciare dai primi mesi di vita, ai primi anni di vita,  si stabiliscono milioni di connessioni cerebrali al giorno, fino ad arrivare ad un milione di miliardi di connessioni cerebrali nel cervello di una persona. È il processo della vita psichica è un processo molto veloce.

Ma ad un certo momento comincia a svilupparsi la dimensione spirituale.  Quando?

C’è una condizione fondamentale per lo sviluppo della dimensione spirituale; e la condizione è questa: quando si prende coscienza che nessuna realtà, nessuna persona, nessuna cosa rende ragione della nostra vita in processo, cioè, quando si prende coscienza che ciò che è in gioco della nostra esistenza è più grande di noi e delle creature che ci stanno attorno, per cui c’è una forza, una energia che ci consente di diventare nuovi, di introdurre novità nella nostra esistenza, di far fiorire una forma nuova di amore, una forma nuova di dedizione, di servizio, di misericordia, quando cioè scopriamo che ciò che è in gioco nella nostra vita è più grande di noi, allora avviene un capovolgimento nella nostra esistenza, un cambiamento profondo, che in alcuni luoghi chiamano illuminazione, in altri luoghi parlano di un terzo occhio, parlano dell’occhio della mente, e in altre culture si parla di conversione.

Facendo un riferimento alla fede cristiana, quando Gesù chiedeva la conversione, si riferiva a questo aspetto, proprio perché questo è un dato fondamentale nella vita e nella crescita di una persona. Ma questo non dobbiamo identificarlo con l’aspetto religioso, con la pratica religiosa: quelle sono cose diverse. La pratica religiosa può avere una certa incidenza nella vita spirituale, ma la vita spirituale ha una sua autonomia, una sua caratteristica; esiste infatti anche una spiritualità laica, addirittura si può parlare anche di una spiritualità atea. Quindi la pratica religiosa non la si può identificare con la vita spirituale, perché la dimensione spirituale è una dimensione essenziale per ogni persona, mentre la pratica religiosa può non essere essenziale, e per molti non lo è anche se ci vorranno sempre degli ambienti di esperienza simbolica.

La dimensione spirituale – come le altre dimensioni – è una dimensione essenziale perché è la condizione per vivere la maturità della nostra esistenza. Noi siamo in questa condizione: tutto ci è donato e ci è donato attraverso energie e forze che come tali sono più grandi delle creature, perciò è necessario prendere consapevolezza di questa condizione e assumere l’atteggiamento corrispondente. E qual è l’atteggiamento corrispondente? E’ l’atteggiamento di accoglienza, di ascolto di interiorizzazione delle offerte di vita che altri ci fanno: questo è essenziale per la dimensione spirituale. Non si può giungere alla maturità finché non si realizza questo processo, questo cambiamento profondo, questa conversione, cioè fino a quando non si prende coscienza che ciò che è in gioco nella nostra vita è più grande di noi e che la condizione per accoglierlo è assumere un atteggiamento di interiorizzazione, cioè di ascolto, per farlo nostro, per svilupparlo. Ma questo atteggiamento di ascolto e di accoglienza non è un atteggiamento passivo; alcuni pensano che la dimensione spirituale sia la dimensione della passività, cioè dell’accogliere, dell’ascoltare quello che altri ci dicono; no, è un atteggiamento eminentemente attivo. Qui vale quel principio che Levinàs ha più volte sottolineato riguardo alla vita: “dove c’è  massima passività, c’è massima attività”. Cioè l’interiorizzare la vita è un atteggiamento eminentemente attivo, non è come un secchio che viene riempito da una realtà diversa. Perché la forza creatrice, quella energia che alimenta la nostra vita, diventa la nostra realtà, diventa noi stessi, noi diventiamo!

Questo vale anche per chi vive la dimensione spirituale in chiave religiosa, per poter impostare bene il rapporto con Dio, ed è importante che ci si renda conto di questo. Cioè l’azione creatrice, l’azione di Dio non è un’azione che si aggiunge alla realtà costituita, come se ci fosse la creatura e poi un’azione creatrice, no; l’azione creatrice ci costituisce, diventa la nostra azione. Non c’è la nostra azione di viventi più l’attività di qualcun altro, più l’azione dello spirito, di Dio o del diavolo che sia, queste sono tutte fantasie; in noi c’è soltanto la nostra azione, solo che dobbiamo prendere coscienza che l’azione non è nostra, cioè non ha origine in noi, non ha la fonte in noi, la nostra  azione ha una fonte più profonda: è alimentata da un’energia più ricca della nostra piccola realtà, ed è per questo che può diventare novità in noi. Per questo possiamo avere pensieri nuovi e non avere solo i pensieri che derivano dal nostro passato; per questo possiamo avere forme di amore mai prima esercitate: perché il bene che alimenta il nostro amore è più grande di noi, perché l’energia, che ci attraversa e ci costituisce viventi, contiene espressioni non ancora donate, perché non abbiamo avuto lo spazio o non abbiamo avuto il tempo.

La dimensione tempo è un elemento essenziale per questo processo. Questa è la differenza fondamentale che c’è tra le creature e il Tutto, e Dio, diciamo pure. La differenza fondamentale è questa: Dio è il tutto nell’istante, cioè la perfezione originaria è compiuta totalmente nell’istante. Quando diciamo eternità, l’eternità non è un tempo lungo lungo; l’eternità è la perfezione compiuta nell’istante. Noi, invece, come creature, non possiamo accogliere tutto nell'istante, noi possiamo accogliere soltanto piccoli frammenti in una lunga successione. Questo riguarda tutti gli aspetti della nostra vita.

Noi siamo tempo, non siamo soltanto nel tempo; se fossimo solo nel tempo, potrebbe esserci tutto nel tempo, invece no, noi siamo tempo. Noi possiamo accogliere solo piccoli frammenti dell'offerta di vita, piccoli frammenti da portare dietro diventando noi pure quella realtà: ecco la memoria, ecco il passato! Per questo il nostro corpo è il nostro passato. Ma il nostro passato non ci basta, perché siamo chiamati a diventare quello che ancora non siamo. Capite allora che la condizione fondamentale per questo divenire è vivere consapevolmente questa nostra condizione; un'offerta di vita ci viene continuamente donata; un'offerta di vita diventa noi! E non si aggiunge alla nostra realtà, ma diventa la nostra realtà. Capite allora che la dimensione spirituale, e quindi questo atteggiamento di ascolto e di accoglienza, non è passività: è eminentemente attività, che vuol dire eminentemente pensiero, eminentemente amore, eminentemente offerta di vita, compassione, dedizione agli altri e così via. Ma noi diventiamo! E se non assumiamo questo atteggiamento di ascolto, di accoglienza, di interiorizzazione, la vita non fluisce. Noi ci illudiamo di essere viventi, ma la vita non fluisce se non interiorizziamo nulla. Facciamo delle cose, facciamo delle pratiche, attività straordinarie, ma non diventiamo attraverso queste cose, se tutto questo resta qualche cosa di esteriore; mentre invece quando l’atteggiamento è di ascolto, di accoglienza e di interiorizzazione, questo ci consente di crescere nell'interiorità e il dono che consegniamo agli altri ha una dimensione profonda: non è solo un qualcosa di esteriore, è un qualcosa che fa crescere persone.                            

Questa è la distinzione tra dimensione psichica e dimensione spirituale. La gratuità è l'espressione della dimensione spirituale. E' illusoria la gratuità solo a livello psichico.

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Passiamo ora alla specificità della spiritualità cristiana. Dopo aver parlato della gratuità come componente, come espressione della dimensione spirituale della persona umana in quanto tale, parliamo della specificità cristiana.La spiritualità cristiana si configura con due caratteristiche fondamentali:

-        la dimensione teologale: il riferimento a Dio;

-        la testimonianza di Gesù, cioè, teniamo gli occhi puntati su Gesù, sulla sua testimonianza storica, su Gesù come icona di Dio, come manifestazione della misericordia di Dio, della gratuità di Dio, fissiamo la fedeltà di Gesù all’amore vissuto fino in fondo.

Queste due componenti, nel loro intreccio, sono specifiche  della spiritualità cristiana. La prima, cioè la dimensione teologale, è comune anche ad altre realtà, come, ad esempio, la spiritualità musulmana, che ha delle espressioni elevatissime, pensate al sufismo per esempio; la spiritualità ebraica, pensate al chassidismo o la stessa cabala. Ora queste spiritualità, come anche l’induista, si caratterizzano per il riferimento a un Dio, a forme divine. In questo senso diciamo che la spiritualità cristiana è una spiritualità teologale.

Approfondiamo un momento questo primo aspetto. Cosa significa avere fede in Dio? Avere fede in Dio non significa sapere che cosa è Dio. Perché la fede in Dio ha un dato imprescindibile comune a tutti: è che noi non sappiamo cosa è Dio. Perché se sapessimo cosa è Dio, non sarebbe Dio. Agostino già lo diceva “se lo conosci stai certo che non è Dio”,  perché non puoi sapere cosa è Dio se egli è il tutto. Allora cosa significa avere fede in Dio? Due elementi sono essenziali  per la fede in Dio:

Primo elemento: la convinzione che esiste il bene già nella sua forma piena,  esiste già la vita nella realizzazione compiuta, esiste già la verità nella sua pienezza. Non sulla terra, non nella storia, ma c’è e rende possibile lo sviluppo della creazione della storia, cioè interpreta la creazione della storia come un’espressione temporale - e quindi successiva e frammentaria - della perfezione totale e rende possibile il processo, per cui rende possibile la speranza, cioè la novità. Perché la novità  è possibile per il fatto che è già contenuta nell’energia fondante;  è già contenuta, ma non può esprimersi che nella successione e quindi richiede uno sviluppo e non può essere tutto, subito. E questo ha delle conseguenze notevolissime nell’interpretazione della nostra condizione. Ve lo dico adesso velocemente.

Facciamo qualche esempio:  in questa prospettiva ci chiediamo: perché c’è il male? La risposta è di una semplicità estrema: perché la realtà creata non può cogliere tutta la perfezione in un instante, ma solo nella successione. Il che vuol dire che lungo il processo, finché la creazione non è compiuta, tutti gli eventi e tutte le cause sono inadeguate, imperfette, insufficienti. Cioè il male accompagna tutto il processo della creazione e della storia. Il male non è un dato successivo, il male è essenziale al processo della creazione; un’altra domanda riguarda il disordine: come fa ad esserci l’ordine se non è ancora compiuto il processo? Come può essere tutto ‘in compimento’ se tutto è ancora in successione e nello sviluppo? Per cui vedete che in questa prospettiva siamo in una dinamica evolutiva e non dovete pensare che ci sia una perfezione iniziale nella creazione e poi una caduta, un cambiamento. No, la creazione è solo alla fine, la creazione è ancora in corso. Pensate, per esempio, alla nostra specie, è sulla terra da pochissimo tempo: perché ci sono voluti miliardi di anni per giungere a quella complessità che oggi c’è nella nostra struttura personale: miliardi di anni! Noi siamo recentissimi, forse non abbiamo più di centomila anni, prima c’era una specie di ominidi, ma la nostra specie è molto recente perché ci è voluto molto tempo perché potesse giungere, e ancora non ha espresso tutte le sue possibilità. Il livello spirituale è ancora molto embrionale. Voi oggi vi accorgete che non siamo in grado di vivere bene la condizione nella quale ci troviamo: il dialogo con le culture, il dialogo tra le diverse religioni, l’accoglienza, ecc. perché il livello spirituale è ancora molto elementare, quindi siamo in processo. Allora capite la violenza che ancora c’è, l’incapacità di accettare il diverso: sono dati che derivano da questa nostra incompiutezza. Allora il male, anche il disordine della creazione, il caos, sono espressioni del processo nel quale siamo inseriti; un terzo interrogativo riguarda la casualità: nella prospettiva della fede in Dio, cioè il fatto che alcune situazioni possono avere esito molto diverso, la casualità non è espressione di una debolezza della causa, ma espressione di una ricchezza della causa, cioè  la forza creatrice contiene così tante possibilità (e d’altra parte una sola può essere realizzata nelle diverse situazioni), per cui le situazioni possono avere esiti molto diversi; dipende da elementi casuali; spesso invece il caso viene interpretato come la mancanza di una causalità. Pensate, per esempio, al libro di Monod “Il caso e la necessità1 o le prospettive dell’indeterminismo con tutte le conseguenze che ne hanno creato i fisici (ne stanno ancora discutendo), ma, dal punto di vista della fede non si tratta della mancanza di una causa, ma vi è una ricchezza tale della causa per cui gli esiti possono essere molteplici. Questo vale anche per noi. Spesso noi parliamo per esempio di progetto di Dio nei nostri confronti. La formula non è esatta, Dio non ha un progetto nei nostri confronti. C’è una chiamata, una chiamata a diventare figli, a raggiungere il compimento, ma l’esito può essere molto vario. L’ingegnere che ha fatto un progetto (ad esempio questo edificio) ha fissato dove andava la porta, dove andava il resto. La vita per noi non ha questo disegno. Per cui se uno ha preso una strada per cui si accorge che poi non ha un esito ha la possibilità di continuare il cammino, ma non ci sono in questo senso dei predeterminismi assoluti, se uno crede in Dio la casualità è talmente ricca che può avere esiti molto diversi.

Vi voglio provocare, e vi porto un esempio ipotetico per chiarire bene questa idea. Immaginate che i dinosauri non fossero scomparsi 60- 62 milioni di anni fa per una causa che non è ancora ben nota, ma alcuni dicono che ciò sia stato provocato dalla caduta di un meteorite. Certo è che si scoprono questi cimiteri di dinosauri che sono scomparsi tutti nello stesso tempo quindi è stata una catastrofe sulla terra. Ma se i dinosauri non fossero scomparsi, l’espressione della vita a livello di libertà e di intelligenza, quella che oggi è nei mammiferi che siamo noi, con tutta probabilità si sarebbe espressa nei discendenti dei dinosauri. Che forma avrebbero avuto? Non lo possiamo immaginare. Ma certamente non nei mammiferi che allora avevano una forma molto limitata, dipendenti da questi grandi viventi che dominavano la terra. Sarebbero sorte forme di intelligenza e di libertà in modalità molto diverse dalle nostre. Questo a che cosa porta? Forse a niente, perché non siamo noi a decidere.

La forma successiva, il dopo morte: noi ammettiamo che ci sia una forma definitiva di vita intelligente e libera, che noi chiamiamo la vita eterna: si tratta di modalità diverse di vita, perché la vita non può essere limitata solamente a quelle forme che noi conosciamo, noi conosciamo solo un piccolo settore, minimo, della realtà del cosmo. Immaginate allora la forma definitiva di vita: immaginate che abbia la forma che abbiamo noi: testa, mani, piedi? E’ come se il feto nel seno della madre, pensando alla sua forma futura, immaginasse un cordone ombelicale grosso grosso …, non ha ancora le categorie per poter immaginare correttamente ciò che sarà. Così noi non abbiamo ancora le categorie mentali per poter pensare, immaginare le forme future… Dobbiamo allenarci a questa ampiezza di visione, perché altrimenti restiamo nel nostro antropocentrismo: ci pensiamo come degli assoluti a somiglianza di quelli che in anni passati ritenevano che la terra fosse al centro dell’universo, per cui, quando si scoprì che la terra non era così, ci vollero dei secoli perché entrassero in quella prospettiva. Così, quando si è scoperto che la terra non era fissa ma girava attorno al sole, ci sono voluti dei secoli per capirlo e per assumerlo.

La vita contiene elementi di casualità, ma questo non vuol dire che non ci sia una forza creatrice, anzi vuol dire che è talmente ricca che in tutte le situazioni può esprimere modalità nuove e far fiorire novità. Questo lo dico perché c’è una discussione in corso tra interazionisti ed evoluzionisti negli Stati Uniti. Il 7 luglio scorso il cardinale di Vienna, il cardinale Shemburn, ha scritto un articolo sul New York Times, che ha avuto un certo riflesso, difendendo quello che negli Stati Uniti si presentava allora come  una teoria scientifica che voleva imporsi, e si era ricorsi anche al tribunale perché fosse insegnata nelle scuole: quella che veniva chiamata intelligent design, cioè il progetto intelligente. Costoro dicevano: nella scuola non si deve insegnare solo i darwinismo e l’evoluzionismo, ma anche il progetto intelligente. Perché? Perché – dicevano - l’evoluzione mostra chiaramente che c’è un progetto intelligente, perché – ad esempio - l’occhio che ci vedeva è sorto dopo diversi tentativi, mirati a far sì che venisse finalmente un organo che offrisse la possibilità evidente di accogliere le onde elettromagnetiche nella possibilità visiva. E così per tutti gli altri organi. Allora – dicevano - è necessario ammettere un progetto intelligente. Mentre, insegnando il neodarwinismo, si educano i ragazzi a rifiutare un progetto intelligente. E sono ricorsi ai tribunali, ottenendo successo in un primo momento: in Pensylvania era stato imposto di insegnare l’esistenza di un progetto intelligente; poi, da qualche mese, un giudice federale ha cassato quella sentenza, e sono stati allontanati quei professori che avevano difeso il progetto intelligente. Questo per dire che queste opzioni, queste prospettive, hanno dei riflessi anche concreti, in questo caso si tratta di riflessi politici, che hanno coinvolto lo stesso presidente Bush che ha difeso costoro. Quelli che vengono chiamati i neoconservatori sono in questa linea, e i neocreazionisti sono neoconservatori. Allora vi dicevo che in questo senso il male e il disordine non sono l’espressione della mancanza di una causa intelligente, ma sono l’espressione di una causalità molto più ricca e profonda che offre diverse possibilità.

Il secondo elemento della fede in Dio è la convinzione che esiste già il tutto, che esiste già la perfezione. Allora, però, affermiamo che nel processo della creazione c’è il male, c’è l’insuffi-cienza, c’è l’inadeguatezza, proprio perché noi siamo tempo e non possiamo accogliere tutto subito. Questo è un aspetto della convinzione, ma la fede non è data fondamentalmente dalla convinzione, ma la fede è data dall’atteggiamento vitale, che è il secondo e fondamentale: l’atteggiamento di ascolto, di accoglienza della dimensione spirituale. Per cui la fede si sviluppa in un atteggiamento spirituale, mentre l’aspetto della dottrina della fede, l’aspetto della convinzione, può restare nell’ambito psichico, in quanto uno accetta delle verità perché si convince o solo perché le ha sentite fin da bambino o perché sono sostenute da persone che vengono considerate autorevoli, vengono stimate, e allora dice: io accetto queste dottrine; ma la dottrina non è sufficiente a sostituire la fede!

Questa è una riflessione che dobbiamo tenere presente! Nei secoli scorsi si riteneva, in fondo, che insegnando dottrine si potesse educare alla fede; il che non è vero: perché uno può imparare tutte le dottrine della fede, ma non vivere la fede, perché la fede ha in sé un elemento essenziale che è l’atteggiamento di fiducia: cioè di ascolto, di accoglienza, di abbandono fiducioso. Questo è il costitutivo della fede, cioè il vivere le situazioni dando fiducia al bene, alla vita, alla verità. Come? Dando fiducia, convinti che la vita contiene ricchezze straordinarie, accogliendo quelle ricchezze che ancora non sono state accolte, per esprimerle, per farle fiorire in noi in forma nuova. Questa è la dimensione della fede.

Allora noi capiamo che è possibile che ci sia un’esperienza religiosa senza l’esercizio della fede, perché la fede religiosa può ridursi a dire parole, a compiere pratiche, a fare processioni, ma uno le può fare senza nessun esercizio di fede, per una tradizione, perché si sta bene con gli altri, perché serve a socializzare, per tanti e vari motivi, ma l’esercizio di fede è dato dall’abbandonarsi, cioè dal vivere delle situazioni dando fiducia a Dio, cioè dal vivere rapporti, consapevoli che c’è un bene grande che in noi può diventare amore, amore nuovo, amore non ancora sperimentato. Per questo, accogliendo quella forza di vita che viene dal bene a cui diamo fiducia, l’atteggiamento di fede è costitutivo della modalità di vivere esperienze e rapporti in questo orizzonte.

Riassumiamo: il primo dato della spiritualità cristiana è la dimensione teologale, cioè il dare fiducia a Dio per accogliere quel dono che ancora non abbiamo accolto e così potere esprimere, e offrire agli altri, ciò che ci costituisce nella nostra realtà di persone, perché solo nello scambio la vita si interiorizza, è solo offrendola che la vita viene accolta.

Il secondo elemento della spiritualità cristiana è lo sguardo su Gesù. Uso questa formula perché la troviamo nella Lettera agli Ebrei,  che al capitolo terzo dice così: “… Perché, fratelli miei, partecipi di una vocazione celeste, fissiate bene lo sguardo in Gesù, l’apostolo e sommo sacerdote della fede che noi professiamo”. Quindi teniamo fisso lo sguardo in Gesù perché egli ha iniziato una modalità di fede che noi continuiamo nel tempo.

Gesù ha vissuto la fede. Mi fermo un istante su questo perché il cammino di fede di Gesù per noi è molto importante. Di Gesù è detto: “apostolo e sommo sacerdote”, cioè ha avviato una modalità di vivere la fede in Dio, si è inserito nella tradizione ebraica; figlio del popolo ebraico, ha vissuto la tradizione, ma ha vissuto e sviluppato il rapporto di fede con Dio con una modalità che ha introdotto novità profonde e noi continuiamo nella scia tracciata da lui. Questo significa tenere lo sguardo fisso su Gesù. “apostolo e sommo sacerdote”. Egli non era sacerdote, era un laico, un artigiano, ma ha celebrato con la sua vita la fede che proclamava, che annunciava. E nel capitolo 12 della stessa lettera agli Ebrei si utilizza una formula analoga quando si dice: “Anche noi dunque, circondati da un così gran numero di testimoni, deposto ciò che egli chiese, il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù autore e perfezionatore della fede”. Ecco, là diceva apostolo e sommo sacerdote, cioè annunciatore e celebratore, qui invece iniziatore e perfezionatore,  cioè colui che ha avviato questo cammino che stiamo vivendo e l’ha portato a compimento.

Permettete che io faccia una riflessione sul cammino di fede di Gesù, cioè il cammino della sua fedeltà all’amore, l’amore vissuto come rivelazione dell’azione di Dio in lui, come espressione della misericordia di Dio. Questo è fondamentale per capire Gesù.

Su questo molte volte ci sono delle idee non corrette, delle concezioni strane. Già si parla raramente della fede di Gesù, e questo ha delle motivazioni anche storiche perché nel Medio Evo avevano diffuso la convinzione del modello occidentale. San Tommaso nel secolo decimo terzo (morì nel 1274) diceva che Gesù non poteva avere fede, perché già viveva in Dio, fin dall’inizio della sua concezione. Egli era convinto di questo: Gesù non poteva vivere la fede perché già vedeva tutto, già sapeva tutto.

Oggi appare chiarissimo che questo modo di pensare era infondato. Nel vangelo di Luca si dice che Gesù “cresceva in sapienza, età e grazia”, quindi cresceva nella sua conoscenza. Nel primo momento del suo concepimento e quando è nato non sapeva ancora nulla; anch’egli ha imparato ad amare, gli hanno insegnato a pregare, gli hanno insegnato quale fosse la tradizione del suo popolo…: quindi anche lui ha scoperto, ha percorso tutto il cammino che noi percorriamo. Vi do un piccolo esempio quasi banale: quando si interpreta l’episodio del Bar Mitzvah2 di Gesù; il bar mitzvah è quella cerimonia che gli ebrei ancor oggi compiono da ragazzi, quando hanno 12-13 anni, ed entrano con pieno diritto nella struttura del popolo ebraico: fanno la professione di fede, che corrisponde pressappoco al senso della nostra Cresima. Anche Gesù ha fatto il Bar Mitzvah, è andato a Gerusalemme, nel Tempio, dove si preparava per questo. E là si era appassionato ai problemi religiosi. Quando era ragazzo veniva istruito da Giuseppe e da Maria nella tradizione del suo popolo, e certamente aveva dei problemi a cui Maria e Giuseppe non sapevano rispondere e lui molto probabilmente si era fissato che a Gerusalemme, quando sarebbe stato al Tempio, avrebbe chiesto spiegazioni ai sacerdoti e agli scribi. Luca nel capitolo 2 dice: “Dopo tre giorni lo trovarono lì nel tempio in mezzo ai dottori mentre ascoltava e faceva domande”: questo è l’atteggiamento di chi è interessato ad alcuni problemi e vuole approfondirli, vuole chiarirli: ascoltava e faceva domande… Molte volte questo episodio viene presentato come se fosse la prima predica fatta da Gesù ai dottori, mentre è scritto che egli ascoltava e faceva domande. Certo rimasero meravigliati e stupiti dalla sua intelligenza e dalle domande che faceva e dalle controrisposte che formulava… Questo ci fa capire come molte volte i pregiudizi, il fatto di pensare che Gesù già doveva sapere tutto, impedisce di capire correttamente gli stessi racconti che accennavano del suo cammino di crescita, per cui è naturale dire che egli abbia imparato a pregare. Quando nel 1986 papa Giovanni Paolo II ha fatto diverse catechesi sul cammino di Gesù, per cui - diceva - Gesù ha  imparato a leggere le Scritture, gli hanno insegnato a pregare, e cosi via, molta gente rimase sorpresa di quello che il Papa diceva; invece erano le cose più semplici che il Vangelo dice con tanta chiarezza.

Allora “tenere fisso lo sguardo su Gesù” vuol dire percorrere il suo cammino di fedeltà all’amore, perché questo è stato il grande apporto che Gesù ha dato alla storia della spiritualità umana, proprio con la sua fede, perché, quando Gesù ha cominciato la sua vita pubblica, era convinto di poter realizzare il suo progetto. Cioè Gesù aveva un progetto di rinnovamento che aveva proclamato nel discorso della montagna: chiedeva delle cose molto impegnative; non chiedeva delle cose semplici: chiedeva di amare i nemici, chiedeva di perdonare sempre, chiedeva di non essere violenti, chiedeva di offrire l’altra guancia (sia pure con il significato che ha nel contesto), chiedeva di perdonare i peccati dei fratelli: chiedeva delle cose notevoli; però era convinto che tutto questo lo si poteva realizzare

Nel dire che si poteva realizzare tutto questo non voglio dire che si poteva vivere in modo perfetto. Sappiamo che ci mettiamo tanto tempo per realizzare quanto Gesù ha proposto e non ci arriveremo mai in modo perfetto, però si tratta di un progetto che si può accettare.

Il suo progetto, invece, non è stato accettato, è stato considerato negativo, controproducente, rischioso, pericoloso, per come si è presentato, perché aveva suscitato le reazioni dei romani e così via. Ma Gesù era convinto di poterlo fare, anche se ben presto si accorse che il suo progetto veniva rifiutato, e allora è arrivato il momento importante della sua svolta di vita: dapprima c’era stata la svolta del Battesimo: era andato da Giovanni il Battista, era stato suo discepolo, e poi, appunto, aveva deciso il cambiamento profondo della sua vita: aveva lasciato il suo lavoro ed era iniziata la sua vita pubblica. Ma poi, pian piano, si è accorto che quello che egli chiedeva non veniva accolto, anzi, che aveva suscitato le reazioni dei sommi sacerdoti, e del Sinedrio, fino a condannarlo, fino a decidere di eliminarlo, perché, a loro giudizio, una proposta di questo tipo era pericolosa.

Allora Gesù si è dedicato, ma veramente, alla formazione dei suoi, dei dodici, dei discepoli, in modo da formare un piccolo nucleo che potesse verificare la verità del discorso che faceva, del progetto che egli proponeva. Ma anche i discepoli e gli apostoli non è che fossero molto convinti. E quando arrivò la crisi, cioè il momento di maggiore rottura, quando diversi discepoli se ne andarono (ricordate Giovanni, nel capitolo 7, dice: “Da allora molti suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui. Allora Gesù disse ai dodici ‘forse volete andarvene anche voi?’ Pietro allora disse: ‘No, tu solo hai parole di vita eterna’”). Di fatto molti se ne erano andati e anche gli stessi apostoli non erano tanto convinti, tanto è vero che quando cominciò questo momento di crisi profonda, Gesù intensificò la preghiera; i Vangeli riferiscono più volte della preghiera di Gesù in queste circostanze, e cominciò a riflettere su che cosa fare: tornare indietro, rinunciare, rimandare ad altro tempo; si confrontò con la Scrittura in questa situazione. Ricordate il Tabor, la trasfigurazione? È un’esperienza di preghiera. Luca lo dice con chiarezza: “Circa otto giorni dopo questi discorsi, prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare” e lì si confrontò con la Scrittura. L’immagine di Mosè ed Elia sono simboli. Noi adesso non siamo abituati a leggere gli aspetti simbolici dei racconti degli antichi, ma loro utilizzavano molto queste componenti dei segni. Mosè ed Elia sono simboli della Legge e dei Profeti: Mosè, l’autore della Legge secondo la loro opinione, ed Elia, il rappresentante dei profeti. Elia non aveva scritto nulla, ma era considerato il Profeta, perché il profeta non è colui che scrive, ma colui che parla in nome di Dio. La parola profeta deriva proprio da ‘parlare davanti ad altri’. Allora Gesù si confrontò con la Scrittura e sulla tradizione sapienziale del suo popolo per decidere: per decidere la fedeltà all’amore, la fedeltà a Dio, per liberare ancora l’amore: perché questo è il punto essenziale. Non è che Gesù dovesse morire; la morte di Gesù è contraria al volere di Dio: è frutto dell’ingiustizia del peccato. Ma Gesù è riuscito a vivere quella situazione con una fedeltà all’amore, al progetto che egli aveva abbracciato, che aveva descritto e proposto  con insistenza, è rimasto fedele e l’ha vissuto in modo tale da mostrarne la verità. La verità della sua proposta è emersa dalla fedeltà con cui lui l’ha vissuto. E che cosa sarebbe avvenuto? Non è necessario che Gesù sapesse, lui si fidava di Dio: è venuto alla foce del fiume, è iniziata una nuova fase dell’alleanza, è iniziata una storia nuova e noi la continuiamo oggi richiamandoci a lui. Ma questo è avvenuto perché Gesù è rimasto fedele. Se in quel momento egli si fosse ritirato, la sua avventura non avrebbe lasciato nessuna traccia nella storia umana. A suo tempo Giovanni Battista era più noto di lui: ci sono due paragrafi molto lunghi su Giovanni Battista. Su Gesù ci sono due righe, che poi sono state copiate dai copisti cristiani che, man mano che trasmettevano quelle copie, aggiungevano qua e là alcune frasi a completamento secondo un loro criterio… “un uomo giusto” l’avevano proclamato.

La storia lo ha accolto perché l’atteggiamento con cui Gesù ha vissuto la sua fede in Dio è stato tale da giungere ad una espressione sublime sulla croce. Egli ha esercitato un amore tale che ha segnato la storia, ha introdotto una qualità nuova di vita, quella che gli ha dato lo spirito, una nuova modalità di esistenza che gli apostoli hanno poi continuato e che noi siamo chiamati a continuare se ci fidiamo di lui, se teniamo fisso lo sguardo su di Lui. E capiamo allora che la spiritualità cristiana si qualifica per la gratuità dell’amore, che in Gesù ha avuto l’espressione suprema. Da questo suo esistere come modello per la fedeltà a Dio, Gesù ha dato inizio alla seconda fase dell’alleanza.

Lo specifico della spiritualità cristiana è questo: Gesù ha unificato due comandamenti: l’amore a Dio e l’amore al prossimo. E’ il capovolgimento della prospettiva del solo amore di Dio.

E quando infatti cominciano ad apparire difficoltà: vuoti, insufficienze, difetti, allora l'amore viene meno. Mentre quando l'amore è teologale, cioè riflette l'amore di Dio, allora aumenta di fronte ai limiti e ai difetti altrui, perché è creatore, sono dinamiche creative: una madre più scopre dei limiti, delle insufficienze nel figlio, più lo ama, se ha raggiunto un determinato livello di  amore, perché ci sono anche quelle madri che invece rifiutano il figlio, lo uccidono o altro, quando vedono che ci sono difficoltà... Il vero amore è creatore.

L’amore è oblativo, cioè prevale la dinamica di offerta: in Dio totalmente, perché Dio non prende nulla a noi. In noi non può essere oblativo come lo è in Dio, però egualmente, nella crescita spirituale, ad un certo momento prevalgono le dinamiche di oblatività, cioè le dinamiche di offerta, le dinamiche di dono; non di possessione, perciò non di rischiare di perdere la vita, ma dinamiche che spingano a donarla, ad offrirla.

Ora qualche volta la tensione di ricerca di gratificazione viene mascherata di apparenza di oblatività, ma in realtà l'oblatività, quando c'è, è minoritaria. Questo è un punto su cui dobbiamo riflettere: quando si vive un vero rapporto con Dio appare con chiarezza che non siamo possessivi perché tutti siamo nati così; quando veniamo al mondo la prima cosa che facciamo è di aggrapparci agli altri, di succhiare, ad esempio, il latte dal seno materno, non possiamo fare altrimenti: aggrapparci agli altri ci dà sicurezza, ci dà la possibilità di vivere. Ma questi atteggiamenti poi si fissano nel cervello; sono delle connessioni cerebrali empatiche che restano per sempre, non vengono più  annullate, e riemergono ogni tanto. Soprattutto nelle fasi di passaggio delle varie stagioni della vita quegli atteggiamenti originali, iniziali riemergono, riaffiorano e diventiamo allora ancora possessivi, alla ricerca della vita da parte degli altri, però la vita richiede oblatività: più procede e più richiede oblatività, fino alla fine. La morte richiede la capacità di offrire tutto, non possiamo trattenere nulla: nella morte dobbiamo consegnare tutto. E se non abbiamo imparato l'oblatività non sappiamo morire e chi non ha imparato a morire non sa vivere. Quindi è fondamentale giungere all'oblatività della morte: è proprio la condizione per vivere pienamente, noi giungiamo a vivere pienamente il giorno in cui  siamo capaci di offrire oblazione. Certo nella morte riusciremo a farlo in modo definitivo perché tutte le altre offerte non sono mai così radicali, però l'atteggiamento che la morte ci chiederà di esercitare non potrà essere improvvisato. Non possiamo dire: “va bene, lo farò allora”. Se ora non sei in grado di esercitarti nell'offerta, non sai morire e se non sai morire non sai vivere ancora pienamente, perché i criteri della vita sono quelli che la morte indica.

Terzo punto che vogliamo considerare, allora, è la gratuità: è il non richiedere nulla in compenso. Perché se tu offri perché attendi il ritorno, la tua offerta è già inquinata, non è di vita; ha degli inquinamenti interiori.

Un po' di tempo fa una signora, che al telefono si lamentava di essere abbandonata dalle due figlie, diceva: non è possibile, io ho fatto tutto per loro;  non avrei dovuto farlo, ho abbandonato per loro anche il lavoro e adesso loro mi rispondono così ...  Ho parlato un po’ con lei, ma la conclusione era questa: quel tipo di amore che lei aveva come madre, non era sufficientemente oblativo, perché se lei amava pensando ‘quando sarò vecchia mi staranno vicine, mi aiuteranno’, già quel tipo di amore, quella vita che offriva era inquinata e suscitava un amore inadeguato, perché uno non impara ad amare se non è amato e impara ad amare secondo la misure in cui è amato. Ora se la madre esercita quel tipo di amore ricattatorio e dice: ‘adesso io mi dedico a loro’,  anche se non lo diceva proprio con queste parole, però sotto sotto era questo il suo sentire, e se quando diventa vecchia dice: ‘io non dovevo fare così, adesso mi hanno abbandonato’, allora l'offerta che faceva della sua vita era inquinata dentro e perciò suscitava un amore che aveva quelle espressioni.

La gratuità è radicale, cioè non attende risposta di gratificazione. Più è gratuita e più suscita amore  gratuito. Poi ci sarà certo corrispondenza. Non dobbiamo presumere di potere fare tutto questo senza avere delle fonti. Lì certo c’è il rapporto con Dio, ma poi c’è il rapporto con gli altri, vissuto pure in una dimensione teologale. Importante è constatare che noi ci realizziamo su questa componente della gratuità, perché da un punto di vista cristiano è essenziale che l’amore teologale sia radicalmente gratuito: Dio non chiede nulla, offre e non chiede! 

E infine, è un amore universale: cioè non mette confini. Attenzione, però, non intendiamo ‘universale’ nel senso di generale … compresi gatti e cani... perché questo tipo di amore non è amore, è legato all’immaginazione, alla fantasia. L’amore universale comincia sempre dal vicino, dal prossimo, se no diventa un amore presbite, cioè un amore che riguarda quelli che sono lontani e dimentica i vicini (tanto fin che stanno lontani non danno fastidio!): talvolta è più facile amare quelli che stanno lontani; per molti il problema è amare proprio quelli che stanno vicini, quelli che sono accanto, amare il ‘prossimo’.

Nell’Antico Testamento questa formula (amare il prossimo) si riferiva ai parenti, a quelli del proprio popolo o agli stranieri che abitavano accanto. Nella concezione di Gesù il prossimo sono tutti coloro che accosti nel loro bisogno, senza distinzione. Qui è l’universalità: quelli che ti sono vicini e che hanno bisogno - la parabola del buon samaritano in questo senso è di una grande evidenza, non lascia dubbi - è il “farsi vicino”, è questo che costituisce il prossimo: colui a cui ti fai vicino, ti fai prossimo, secondo il bisogno suo. Questa è l’universalità.

Ma l’universalità non è contraria al carattere personale dell’amore; l’amore è anche personale, cioè riguarda le persone nella loro diversità, nella loro situazione, ma non mette limiti, né di cultura, né di razza, né di religione, né di geografia, e così via…

Tenere fisso lo sguardo su Gesù significa assumere le qualità divine dell’amore. Questo è un punto importante e questo deve essere chiaro, altrimenti restiamo nell’ambito psichico dove si possono fare anche delle grandi cose e tante, ma non si rivela il più, non si dona la ricchezza della vita, non si perviene a quella trasparenza del dono che costituisce la ricchezza dell’offerta, che costituisce quel flusso del dono necessario.

Oggi l’umanità è a una svolta epocale che richiede qualità spirituali nuove, richiede forme nuove di amore e forme nuove di gratuità. E’ assolutamente necessario perché i processi di comunicazione e di scambio che si sono realizzati negli  ultimi decenni hanno fatto fare un salto qualitativo nella storia umana, che è diventata planetaria, ma non c’è stato corrispondentemente un salto di spiritualità. E per questo ci troviamo in uno stadio di insufficienza spirituale nel vivere la stagione storica in cui ci siamo venuti a trovare. Questo è essenziale per vivere bene.

Allora capiamo l’importanza delle riflessioni, delle esperienze, dei gruppi che si possono costituire. Tutto questo diventa lo spazio dove la forza della vita può assumere forme adeguate ai bisogni dell’umanità. E la posta in gioco è grande, perché è in gioco la sopravvivenza dell’umanità, perché non ci sono dubbi che oggi l’umanità è in grado di distruggersi. André Chouraqui3, un uomo di cultura ebraica, in un suo libretto straordinario - “Gesù e Paolo figli d’Israele” – pur essendo rimasto ebreo, ma con una passione straordinaria per Gesù e per Paolo, in due capitoletti di questo libretto richiama proprio questa urgenza: “fratelli miei dobbiamo riscoprire la musica, la melodia di questo genio (si riferisce a Gesù), perché l’Apocalisse non è più solamente una descrizione letteraria, una potenzialità, l’Apocalisse oggi è una possibilità reale, perché esiste già l’arma che la può provocare  e forse esiste già la mano che la può innescare. L’unica speranza che ci rimane è che noi impariamo ad amare come Gesù ha insegnato”. Lui  lo dice da ebreo riferendosi a questo “genio della nostra cultura, della nostra stirpe”, ma è un invito che vale anche per noi, perché possiamo riconoscere di non aver imparato ancora ad amare come lui ha insegnato. “Ma questa è un’urgenza” - dice Chouraqui - “fratelli miei è necessario perché l’unica speranza che ci rimane è che noi impariamo ad amare come lui ha amato”.

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Domanda 1:

Mi sembra che abbiamo già introdotto una via cristiana. Quando si parla del livello spirituale della persona, quando si dice che l’esito di questo percorso spirituale è quello di interiorizzare il senso della vita e offrirlo, questo è già un livello cristiano?

Voglio sottolineare questo dato: questo discorso vale per il livello spirituale, ma non necessariamente cristiano, perché il livello spirituale è essenziale ad ogni persona. Ogni persona per giungere a maturità deve sviluppare una dimensione spirituale, perché è una dimensione che riflette la condizione reale di tutte le persone, ché sono creature, cioè costituite da offerte che continuamente si rinnovano per cui ciascuno di noi, come persona, è inserito in un intreccio di relazioni, in un flusso di una rete di vita, di cui ciascuno è un piccolo nodo; è una metafora utilizzata anche da alcuni biologi, tra l’altro anche dal fisico Capra, che tra gli altri ha scritto il libro “La rete della vita”, uno degli ultimi suoi libri tradotti in italiano. Egli mette in luce proprio questo dato. L’immagine lo traduce bene. Questa non è una prospettiva cristiana, questa è una prospettiva antropologica, che non tutti sostengono, ma io credo fondata e che piano piano, sempre di più, viene consolidata come interpretazione da parte delle scienze umane, secondo cui l’atteggiamento di accoglienza – ascolto -accoglienza è essenziale per la crescita della persona.

Questo dato è di ogni spiritualità, anche della spiritualità atea, ma anche la spiritualità Zen, che ha degli sviluppi notevoli dal punto di vista antropologico, ma non si richiama mai a Dio: conosco un medico che si ispira alla spiritualità Zen e che si dichiara ateo. In casa sua ha una grande sala di meditazione e gli ospiti che riceve li riceve tutti con un momento di silenzio, di interiorità, ma non c’è nessuna immagine, nessun riferimento religioso, lui è ateo. Questo discorso a mio giudizio è universale.

 

Domanda n. 2:

Si è parlato della relazione d’amore. Ogni forma di amore giunge alla spiritualità? 

Non ogni relazione di amore giunge al livello spirituale. E questa è una delle ragioni, per esempio, della mancanza di fedeltà, della facilità con cui i rapporti vengono rotti. Il livello spirituale è necessario perché il rapporto di amore giunga a maturità. Man mano che cresce, man mano che si sviluppa giunge a delle qualità nuove di amore. Non è vero, per esempio, che la fase di innamora-mento sia un’espressione molto elevata di amore. Ci sono delle coppie che, crescendo, giungono ad una qualità di gratuità (perché la crescita è propria nella dimensione della gratuità), che nella prima fase del loro incontro ancora non esiste, non può esistere; sarebbe illusorio pretendere la gratuità nelle prime fasi, perché c’è ancora una ricerca di se stessi, necessaria, ma che impedisce lo sviluppo pieno della gratuità. Quando si incominciano a scoprire i difetti della persona viene meno quella prima attrattiva, mentre nella fase matura più si scoprono difetti, più l’amore diventa profondo, se continua, se ha la capacità di continuare, perché diventa offerta di vita e l’offerta di vita è propor-zionale al vuoto che trova. Nelle prime fasi i difetti si nascondono o non si vogliono vedere, perché si idealizza l’altra persona; ma poi, man mano che si scoprono, l’idealismo viene meno, perché era fondato sulle qualità dell’altra persona, che fondano un rapporto di gratificazione: tu ami una persona perché è intelligente, perché è bella, perché è simpatica, perché ti stimola a pensieri nuovi, e il rapporto quindi è gratificante perché risponde ai tuoi bisogni e alle tue necessità, ma non c’è ancora la gratuità piena.

 

Domanda n. 3.

Le altre dimensioni, quella biologica e quella psichica, noi le riconosciamo attraverso il linguaggio del corpo: la fame, la sete, ecc. Qual è il linguaggio con cui riconosciamo la dimensione spirituale? Lei prima accennava al linguaggio spirituale, simbolico, di cui abbiamo bisogno per vivere questa dimensione; di fatto noi dipendiamo dalla dimensione religiosa, o riusciamo ad avere una autonomia di linguaggio spirituale non religioso?

In realtà la ritualità simbolica si concretizza in pratiche religiose. Ma è sempre attraverso l’altro che ti giunge, ma sai che l’altro è l’espressione di una realtà più grande di lui. Sai che il bene che è espresso dalla presenza dell’altro è più grande dell’espressione che lui ha. Allora comincia a svilupparsi un atteggiamento nuovo nella persona che è il vivere i rapporti con lo sguardo che va oltre; non rinuncia ai rapporti, chiaro, non rinuncia alle esperienze, ma sa che ciò che è in gioco è più grande delle cose e delle persone.

Così comincia l’esperienza spirituale che è l’esperienza di fede, possiamo anche chiamarla così. Allora vedete la distinzione tra l’esperienza religiosa e l’esperienza spirituale; l’esperienza religiosa resta ancora nell’ambito psichico di pensiero, di emozioni, di stati d’animo, di entusiasmo; cose legittime, ma ancora ambigue, non sufficienti.

 

Domanda n. 4:

Si apre un dilemma: la dimensione religiosa è veramente necessaria una volta che si entra nella dimensione spirituale, dal momento che esiste anche una spiritualità atea? La dimensione religiosa è un accessorio o è sufficiente in sé?

Più la vita si eleva e più il simbolo diventa necessario. La fenomenologia lo conferma. Il problema più profondo è se il simbolo corrisponda alla realtà: questo è un altro problema. Ma che il simbolo sia necessario è un assoluto. Anche nell’ambito psichico superiore, uno non può vivere un amore se non ha una simbologia attraverso cui esprimersi; altrimenti si svuota, si impoverisce. Puoi offrire un fiore, puoi esprimerti con un bacio, ma non puoi  evitare ogni forma di simbolismo. Perché? Perché ciò che è in gioco è più grande della tua realtà, non puoi presentarti come sei. Certo, non puoi far altro che presentarti come sei, ma ciò che tu sei non è sufficiente ad alimentare il rapporto; c’è qualcosa di più grande: ci sei tu, l’altro e il bene, ma il bene che tu vuoi è più grande di quello che sei, altrimenti tutto è appiattito, finito; il rapporto è una dinamica di crescita che suppone qualcosa che è più grande di te e dell’altro. Se questa poi sia una realtà già data o sia una realtà da costruire, nel simbolismo avrà un altro valore. E qui si inserisce il problema della fede in Dio.

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Domanda 5:

Qual è il senso del sacrificio di Gesù?

C’è una grande ambiguità su questo termine del sacrificio. Cosa vuol dire sacrificio? Vuol dire fare una cosa sacra: riservare a Dio una realtà. Ora Gesù cosa ha riservato a  Dio? La propria vita, cioè il proprio corpo. C’è il salmo 40, citato dalla Lettera agli Ebrei, al capitolo decimo, che richiama molto bene questo atteggiamento di Gesù. Dice così: “Gesù entrando nel mondo dice: (in realtà non l’ha detto Gesù questo, ma lo scrittore glielo applica per spiegare tutto il cammino) “tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né offerta, né olocausti, né sacrifici per il peccato, allora ho detto: ecco io vengo, Padre, per fare al tua volontà, perché di me così sta scritto nel rotolo: mi hai dato un corpo, ecco io vengo per fare la tua volontà”. Qual era la volontà del Padre? Annunciare il Regno, rivelare l’amore. Gesù si è trovato a vivere questo compito, a svolgere questa missione in una situazione di violenza, di ingiustizia, di peccato, cioè la condanna che ha subito, contraria al volere di Dio, perché è contraria alla giustizia e alla verità, ma Gesù è riuscito a vivere quella situazione donandosi interamente, continuando ad amare, per cui Gesù non ci ha salvato perché ha sofferto, Gesù ci ha salvato perché ha dato così fiducia a Dio da continuare ad amare anche quando gli uomini lo conducevano a morte. Per questo ha sacrificato, ha reso santo il suo corpo; lo ha reso ambito della rivelazione di Dio. Questo è il senso del sacrificio: cioè fare del nostro corpo l’ambito in cui l’amore di Dio si rivela. Se questa rivelazione avviene in una situazione di violenza, di resistenza e di morte, avviene subendo la violenza, ma non è questo che costituisce il sacrificio. Ciò che costituisce il sacrificio è dare fiducia a Dio continuando ad amare.

 

Domanda N. 6:

Creazione, casualità, evoluzionismo: nella Bibbia la Genesi racconta la storia di Adamo ed Eva. La prospettiva evolutiva non contraddice la dottrina della fede relativa alla creazione?

La risposta è chiara: non contraddice affatto, perché la dottrina della fede non dice nulla su come è avvenuta la creazione. Tanto è vero che nella Genesi ci sono due racconti della creazione; due racconti completamente diversi.

Nel primo racconto – che è stato poi redatto successivamente nel quinto, sesto secolo, quindi 500-600 anni prima di Gesù – ed è quindi molto recente e molto lontano dal periodo della creazione, divide la creazione in sette giorni (sei giorni più il settimo di riposo), dove l’uomo e la donna sono creati alla fine del processo ed è un racconto che è orientato a mettere in luce una cosa fondamentale: che il settimo giorno occorre riposarsi. Era iniziato già il giudaismo, il giudaismo è quel periodo del popolo ebraico che inizia dopo l’esilio, quindi dal sesto secolo in avanti, quando Gerusalemme era diventata il centro del culto e della tradizione. Quindi Gerusalemme è capitale della Giudea, mentre c’erano anche le altre regioni e la tribù di Giuda è diventata centrale. Tra le dodici le tribù la tribù di Giuda è diventata centrale dopo l’esilio, per questo si chiama Giudaismo quella fase proseguita fino alla distruzione di Gerusalemme nel 70 dopo Cristo. Allora nel giudaismo la Legge  è stata riformulata, ripresa e il sabato è diventato un momento fondamentale della tradizione giudaica. Per sottolineare questo aspetto il racconto della creazione è stato diviso in sei giorni e il settimo giorno è il giorno del riposo.

Il secondo racconto è completamente diverso e inizia con la creazione dell’uomo – maschio fatto dalla terra, dal fango, e si richiama al modello del vasaio della tradizione artigianale egiziana che lavorava la terra. Dopo di lui sono state create le piante, gli animali e poi è stata creata la donna dalla costola di Adamo. Ora, se sono due racconti completamente diversi, qual è quello esatto? Nessuno dei due, perché nessuno può dire  come è avvenuta la creazione; ogni racconto trasmette un messaggio religioso  che vuole indicare il significato della nostra condizione sulla terra: il primo sottolineando  la dipendenza totale da Dio e la necessità di celebrare il sabato; il secondo per mettere in luce la connessione uomo-donna che formano una carne sola. Gesù riprenderà poi quel discorso citando: “l’uomo abbandonerà il padre e la madre e formeranno una carne sola”. Nel secondo racconto  dice: “questa è osso delle mie ossa, carne della mia carne”. Sono racconti di tipo simbolico che non vogliono dire come è avvenuta la creazione; non vi è nessuna dottrina di fede in rapporto alla modalità con cui la creazione si è sviluppata. Non c’è nessuna ragione di conflitto tra fede e scienza su questi  punti.

Teniamo presente che dobbiamo distinguere bene tra la fede e la dottrina della fede: la fede è l’atteggiamento vitale di abbandono fiducioso in Dio, per cui viviamo le situazioni, aprendoci alla sua azione per esprimerla nella nostra vita. La fede quindi è un atteggiamento vitale. La dottrina della fede è l’interpretazione dell’esperienza compiuta, è l’interpretazione fatta secondo i modelli culturali del tempo, secondo i modelli culturali del luogo; quindi non c’è nessun tipo di conflitto su questo. La domanda ha un senso perché ci sono dei cristiani, soprattutto quelle sétte protestanti americane, che pretendono di trovare nella Scrittura, che interpretano letteralmente, facendo delle scelte (perché non possono farlo per tutto), e pretendono di sapere come è avvenuta la creazione partendo dalla Bibbia. Questo è impossibile, non ha senso una cosa del genere. Queste  sono scelte fondamentaliste americane che hanno trovato spazio in questi ultimi decenni proprio per la situazione politica degli Stati Uniti. Sono pretese alle quali non bisogna dar credito.

I Testimoni di Geova (che di per sé non sono cristiani, sono una specie di costola che si è staccata dal cristianesimo), tendono ad una lettura letterale, fondamentalista della Scrittura. Anzi tendono a proclamare che l’ebraico è la lingua di Dio come gli Arabi affermano per la lingua araba. Però quelli degli Stati Uniti non sono i Testimoni di Geova, perché non hanno questo influsso politico, né hanno ricorso ai tribunali per insegnare il progetto intelligente, come hanno fatto i neocreazionisti. Sono delle sétte protestanti. Così anche i Mormoni, che pure non sono protestanti, sono ibridi, si fondano su un libro del 1800. Queste sétte cristiane che utilizzano la Bibbia non appartengono alle grandi Chiese tradizionali, quelle che partecipano al Consiglio Ecumenico delle Chiese di Ginevra, che sono le grandi Chiese tradizionali; sono sétte che si sviluppano e sono soprattutto di tipo pentecostale, con delle forme che si stanno diffondendo notevolmente negli Stati Uniti. E’ difficile rendersi conto bene di tutti questi  movimenti perché il protestantesimo non ha mai avuto un organo centrale di riferimento e quindi c’è una dispersione notevolissima. Mentre le Chiese protestanti tradizionali europee hanno conservato una certa tradizione e quindi anche una certa organizzazione. Per esempio i luterani e gli stessi calvinisti, benché non riconoscano il sacerdozio, hanno una struttura del Concilio, del Sinodo; quelli invece sono più spontanei, crescono, finiscono, riprendono, sono molto più immediati e hanno questo carattere di fondamen-talismo, di interpretazione letterale.       

 

Domanda n. 7

Lei ha dato due elementi: la convinzione di fondo della realtà e la dottrina della fede. Provengono dal passato o cambiano con il cambiare delle culture nel corso della storia?

La convinzione di fondo della realtà, cioè la convinzione che c’è il bene, questa è una componente essenziale, cambia nelle formulazioni, nelle modalità. Perché se uno non è convinto che il bene c’è, che la vita c’è, non ha senso parlare di Dio. Cioè che il tutto è già realizzato, che c’è la perfezione, non sulla terra, non nella storia, ma è una componente di fondo.

Però questa non è la dottrina della fede, perché la dottrina ha avuto poi degli sviluppi, e ha avuto delle modalità che sono cambiate nel tempo; c’è uno sviluppo delle dottrine, mentre questa convinzione è basilare. Nella Lettera agli Ebrei si dice che è necessario che chi si accosta a Dio creda che Egli è e che provvede, che ama la creatura, cioè che è una forza positiva; se uno pensa che non è una forza positiva, non ha senso parlare di Dio.

Questo dato di fondo, questa convinzione fondamentale, però, non deve essere identificata con la dottrina perché questo è il nucleo della fede. Per esempio tutta la dottrina trinitaria, che è uno sviluppo che ha avuto nell’esperienza cristiana la fede in Dio, non ha la pretesa di dire che cosa è Dio, ma traduce, secondo le tre modalità del tempo - presente, passato e futuro - l’esperienza che noi facciamo dell’azione di Dio. Perché l’azione di Dio ci perviene nel tempo, con delle modalità realmente distinte. Certo che corrispondono alla realtà divina, ma che cosa siano in Dio non sappiamo. Anche il tempo è creato e quindi corrisponde ad una realtà, ma in Dio è l’eternità e quindi non sappiamo nulla di Dio, pur dicendo che è. Altra è la verità di Dio, altra è la verità che noi diciamo su Dio, o le immagini che noi abbiamo di Dio. Agostino diceva: sappi che la tua immagine non è Dio, non puoi confonderla con Dio; Dio è altro da quello che tu pensi. Perché se tu lo pensi, non è Dio. Però per vivere il rapporto devi pensarlo, per cui un’immagine ti è necessaria, ma tu sai che la tua immagine non è Dio, perché non puoi sapere che cosa è Dio.              

 

Domanda n. 8

Guardando in prospettiva futura, possono cambiare anche gli elementi costitutivi della fede?No, perché sono costitutivi della fede. La fede implica questo abbandono fiducioso in una  realtà che sai essere il tutto. Mentre la dottrina della fede ha avuto cambiamenti profondi. Ma gli elementi costitutivi non cambiano, perché se non ti fidi non c’è fede, se non ti affidi ad una realtà che supponi essere reale non c’è fede. E’ costitutivo proprio delle persone; come l’essere intelligenti: se non c’è la capacità di intelligenza, non c’è specie umana.

 

Domanda n. 9:

Come si può avere fede in qualcuno che non si conosce, che si percepisce distante?

Il dire che non sai che cos’è Dio, non vuol dire che è distante. La vicinanza non è data dal pensiero che tu hai, ma è data dalla forza che ti investe, che ti costituisce. Per esempio il feto nel seno della madre non sa nulla della madre, ma vive il rapporto in profondità. Non è il sapere che determina il rapporto, è il rapporto che rende possibile il sapere. Allora tu capisci che vivendo il rapporto con Dio, abbandonandoti con fiducia, scopri sempre di più che cosa è Dio per te. Allora la conoscenza aumenta, secondo il rapporto che vivi, ma se tu pretendi di vivere il rapporto dopo aver saputo che cos’è, non imparerai mai a sapere chi è.  Ma questo vale anche per noi. Ad esempio: tu credi di sapere chi è la persona  di cui ti innamori? Lo scoprirai solo dopo, vivendo il rapporto, perché la realtà è più grande dei nostri pensieri. Questa è l’illusione che ha avuto l’illuminismo: di sapere, di conoscere le realtà attraverso delle idee, e in questo modo è giunto a delle forme estreme di razionalismo, di individualismo; il dire “penso, quindi sono” è vero al contrario: “sono, quindi penso”: è la realtà che rende possibile il pensiero, non è il pensiero che rende possibile la realtà. E questo è stato l’errore del razionalismo che è giunto poi a delle forme illusorie dell’idealismo assoluto, per cui il pensiero fondava la realtà: è proprio il capovolgimento.

L’esercizio della fede in Dio conduce ad altro: vivere la fede in Dio conduce all’esperienza profonda della realtà nella consapevolezza che tu non sai che cos’è. Più procedi e più scopri di non sapere, ma è un non sapere che viene dalla vita, non è un non sapere che viene dall’ignoranza, è un non sapere che è pieno di conoscenza, che è la conoscenza vitale, o la conoscenza per connaturalità. C’è un’espressione di un mistico domenicano, Eckhart4, un mistico del 1300 della Germania, che ha insegnato a Parigi, che quando commenta il titolo nono degli Atti (loro commentavano così la Scrittura nel Medio Evo), dove si descrive la conversione di Paolo: il testo dice: “ad un certo momento cadde a terra, si alzò da terra, ma aperti gli occhi non vedeva nulla”; in latino nella Volgata (che lui usava e commentava) è scritto: “apertis oculis nihi videbat” (= aperti gli occhi non vedeva nulla);  egli invece, a causa della sua riflessione di tipo spirituale, traduceva così: “apertis oculis nihi videbat” = alzatosi ad occhi aperti vide il nulla, nulla era Dio”. E dopo spiega: il Dio che egli inseguiva, l’immagine di Dio che allora Paolo aveva, sparì in quell’istante, scomparve, non vedeva più, vide il nulla. Eckhart questo lo considerava come il graduato, il cammino di fede. Paolo lì aveva percorso il cammino di fede, e, finalmente, aperti gli occhi, vide il nulla e l’immagine che egli aveva di Dio era completamente svanita e scopriva la realtà di Dio in un altro modo. Lì scoprì Gesù; è il cammino che lo condusse poi a vivere in un altro modo la fede in Dio. Ma è significativo il fatto che un mistico definisca Dio, come noi lo vediamo, un nulla: il vuoto pieno.

Il buddismo, d’altra parte, utilizza questa categoria del vuoto per parlare dell’Assoluto, quello che noi chiamiamo Dio. Nell’esperienza spirituale questo è costante: più procedi e più  sei convinto che Dio è, ma nulla di quello che tu pensi. Scopri la realtà di fondo perché la vita ti invade, perché giungi a forme nuove di dedizione, di amore, di misericordia, a forme di perdono che prima non immaginavi. Capisci che c’è una novità di vita che interiorizzi perché la vita è più grande, ma non sai dire che cos’è e non lo puoi dire.                   

 Domande per i gruppi di riflessione:

1.Vedi la differenza tra l’ambito psichico e l’ambito spirituale della persona?

(diversità di prospettiva in riferimento alla gratuità: dinamiche psichiche o spirituali che prevalgono)

2.Ti sembra chiaro il senso della gratuità in prospettiva teologale e cristiana?

(dove teologale si riferisce al rapporto con Dio e cristiana si riferisce allo sguardo fisso su Gesù)

Commenti di don Carlo alla restituzione dei lavori:

Il dono più che gratificarci ci rende vivi; perché è lo stesso dare che diventa la forma, ci rende viventi. Il gesto in cui consentiamo alla vita di fluire, ci rende partecipi della vita. E’ diverso che l’essere gratificati, perché potremmo non essere gratificati.

Ho capito che non ho spiegato bene in che consiste la dimensione teologale dell’esperienza spirituale, perché nessun gruppo lo ha ripreso (quindi vuol dire che il difetto è stato nella mia presentazione).

Allora lo riprendo un momento proprio per cercare di chiarire alcune difficoltà che sono emerse. Io ho parlato della dimensione teologale o della vita teologale in rapporto all’esperienza cristiana, perché ho detto che la spiritualità cristiana ha due caratteristiche: di essere teologale e di tenere fisso lo sguardo su Gesù. E dicevo però che la caratteristica teologale è comune anche ad altre spiritualità come l’ebraismo, come l’islam, l’induismo ed altre espressioni religiose, perché si richiamano a Dio o ad un dio. E qui forse ho passato velocemente questo punto in modo che non è sufficientemente chiaro.

Che cosa significa avere fede in Dio? Aver fede in Dio significa ritenere che esiste già pienamente la perfezione, che esiste già il bene, il vero, esiste già la giustizia realizzata pienamente e che essa, questa realizzazione, è la ragione, il fondamento della possibilità della nostra spiritualità, del nostro cammino, del nostro sviluppo, della nostra identità definitiva. Cioè noi possiamo diventare noi stessi, possiamo raggiungere la pienezza di vita perché la vita esiste già e può entrare nel nostro processo, anzi alimenta il nostro processo. Questa  è la fede in Dio.

In rapporto alla gratuità, che cosa conferisce questo esercizio della fede in Dio?

La consapevolezza che non siamo noi a offrire la vita, ma è la vita che in noi si offre. Non siamo noi ad amare, ma è il bene che in noi diventa amore; non siamo noi a scoprire la verità, ma è la verità che in noi si svela. La differenza è tale per cui chi vive il rapporto nell’orizzonte teologale, assume un atteggiamento chiaramente diverso da chi vive il rapporto in una dimensione psichica. Chi vive il rapporto in una dimensione psichica o anche in una dimensione morale (perché la morale si sviluppa in un ambito psichico) lo fa per dovere, lo fa per benevolenza, lo fa per simpatia, lo fa per istinto di generosità, cioè lui è il principio, lui è il soggetto, lui fa il bene. Chi invece esercita un’attività di servizio, di volontariato nella prospettiva teologale lo fa come rivelazione di un altro, come icona di un altro. Gesù viene chiamato da Paolo nella lettera ai Colossesi, “icona di Dio”, cioè ambito di rivelazione di una realtà più grande.

Quindi: chi vive i rapporti nell’orizzonte teologale si pone come trasparenza di un altro, non si pone come termine di uno sguardo, termine di una ricerca, ma come simbolo per orientare il pensiero e l’amore degli altri, verso il tutto; chi vive i rapporti nella dimensione teologale, incontra l’altro, la persona, l’amico, lo sposo, il fidanzato e così via, incontra l’altro come simbolo. 

 



1 Jacques Monod

IL CASO E LA NECESSITA' (ed. Mondadori, Milano 1970)  (→ riferimento a pag. 9)

Gli artefatti sono il prodotto dell'attività di esseri viventi, che sono forze esterne all'oggetto stesso: analizzando le strutture e le prestazioni degli artefatti, è possibile individuarne il progetto, sebbene non l'autore (pagg.22-23).

La struttura di un essere vivente, invece, non deve praticamente nulla all'azione di forze esterne ma tutto ad interazioni interne, morfogenetiche (morfogensei autonoma, pag.24). Sono proprietà degli esseri viventi:

-   L' invarianza, che e' la trasmissione e la riproduzione dell'informazione relativa alla loro struttura (pag.25); le macromolecole interessate sono gli acidi nucleici (pag.29), si tratta di un'attività orientata, coerente, costruttiva (pag.53).

-   La teleonomia: il progetto teleonomico essenziale consiste nel trasmettere fra generazioni l'invarianza propria della specie (pag.27); le macromolecole responsabili delle prestazioni teleonomiche sono le proteine (pag.29) in quanto dotate di proprietà stereospecifiche, cioè discriminative a livello microscopico, in grado di riconoscere altre molecole dalla loro forma, a sua volta determinata dalla struttura molecolare (pag.54): strutture complesse risultano dall'associazione stereospecifica, che è spontanea, di costituenti proteici (pag.89); la struttura compiuta è già presente in potenza nei suoi costituenti, l'informazione c'è ma è inespressa, la sua costruzione è una rivelazione (e non una creazione, pag.90).

L'invarianza precede di necessità la teleonomia (pag.34), non è incompatibile col secondo principio della termodinamica trattandosi di incremento locale d'ordine (pag.31) e può essere spiegata dalle leggi fisiche (pag.38): l'unita' di composizione di struttura microscopica e' alla base della prodigiosa diversità delle strutture macroscopiche dei viventi (pag.55).

Il postulato di oggettività considera la teleonomia come una proprietà secondaria e derivata dall'invarianza (pag.35), tutte le altre concezioni presuppongono invece l'ipotesi inversa:

  1. a)le teorie vitalistiche limitano il principio teleonomico alla biosfera, cioè alla materia vivente (pag.35);
  2. b)le teorie animistiche concepiscono un principio teleonomico universale (evoluzione cosmica oltre che evoluzione della biosfera): "tali teorie vedono negli esseri viventi i prodotti più elaborati, perfetti, di un'evoluzione orientata in tutto l'universo e sfociata, perché doveva sfociarvi, nell'uomo e nell'umanità " (pag.36).

Esse proiettano nella natura inanimata "la coscienza che l'uomo possiede del funzionamento intensamente teleonomico del propri sistema nervoso centrale" (pag.40) e sono frutto, secondo l'Autore, di un'illusione antropocentrica (pag.49).

2  Bar Mitzvah (da Wikipedia) (→ riferimento a pag. 11)

Quando un bambino ebreo raggiunge l'età della maturità (12 anni ed un giorno per le femmine, 13 anni ed un giorno per i maschi) diventa responsabile per sé stesso nei confronti della Halakah, la legge ebraica. A questa età il bambino diviene Bar mitzvah (בר מצווה, "figlio del comandamento"); per una ragazza si dice Bat mitzvah (בת מצווה, "figlia del comandamento").

Prima del raggiungimento di questa età, la responsabilità per il comportamento dei bambini ricade, religiosamente parlando, sui genitori. Dopo essere diventati figli del precetto, i ragazzi sono ammessi a partecipare all'intera vita della comunità al pari degli adulti e diventano personalmente responsabili della ritualità, dell'osservanza dei precetti, della tradizione e dell'etica ebraica.

Sin dal medioevo è tradizione per i ragazzi celebrare la Bar Mitzvah leggendo un brano della Torah e della Haftara, partecipare al commento della torah e prendere parte al servizio il sabato successivo il compimento del 13° anno di età. In seguito si offre un rinfresco con la famiglia, gli amici e i membri della comunità. In Italia, questa tradizione viene osservata anche per le ragazze che diventano Bat Mitzvah, sebbene in comunità ortodosse nel resto del mondo questa tradizione non abbia preso piede.

3  André Chouraqui  Gesù e Paolo Figli d'Israele   (→ riferimento a pag. 15)

   Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose (Bi), 2000  pp. 98, L. 18.000

Campioni di fede e umanità

Un noto scrittore ebreo, nato in Algeria, ma di formazione francese, emigrato poi in Israele, in poco meno di un centinaio di pagine non solo contribuisce in modo costruttivo al dialogo cristiano-ebraico, ma lo fa con una sensibilità e una profondità intellettuale in questi tempi inusitate.

Chouraqui è un ebreo a tutto tondo, educato nella fede giudaica dalla famiglia di origine (di ceppo sefardita), dal 1965 al 1973 vicesindaco di Gerusalemme, la città eternamente contesa. Negli anni della seconda guerra mondiale combatté nella resistenza francese e visse sulla propria pelle la persecuzione razziale, fu testimone della macchina di sterminio che massacrò il suo popolo.

Egli è anche e soprattutto un uomo di dialogo, per amore della pace fra i popoli e per amore di Dio. Chouraqui sa che il dialogo autentico, quello che porta a una condivisione sincera, ha come premessa il rispetto reciproco, l'atteggiamento franco e sereno. Perciò, in questo suo libro, si pone nei confronti dei cristiani con un animo davvero fraterno, scevro da condizionamenti ideologici e religiosi. Rimanendo un ebreo, fiero della propria appartenenza religiosa, Chouraqui, instancabile apostolo di pace fra le religioni monoteiste (è sua la mirabile traduzione in francese della Bibbia ebraica, del Nuovo Testamento e del Corano) va alle radici del cristianesimo, consapevole che la linfa originaria della fede aiuta la vera riconciliazione tra ebrei e gentili. Nelle sue parole non c'è rancore per il passato, ma solo fiducia e speranza, assieme al desiderio che ogni uomo si liberi dai ceppi che impediscono convivenza e confronto fraterno.

Due ebrei straordinari

Le parole e i gesti di due figli del suo popolo, - Gesù, Jeshua', di Nazareth e Paolo, Sha'ul, di Tarso - agli occhi di Chouraqui assumono il valore di una testimonianza rivelatrice.

Paolo è un uomo dalla triplice anima: è di stirpe ebraica, di cultura greca e con la cittadinanza romana. La sua è un'identità complessa, lacerata, l'espressione esemplare di un momento storico. Chouraqui scrive che egli è un uomo conflittuale, un vero polemista, poiché è nato in un'epoca segnata dalla difficile convivenza di culture e civiltà diverse. Paolo, il persecutore dei cristiani che si dirige verso Damasco con l'animo colmo di rabbia, vive un'esistenza drammatica, dove i conflitti interiori gli impediscono di assaporare la vera gioia. Jeshua' li placherà con la forza dell'amore, li trasformerà nell'ardore della testimonianza missionaria. Portando il suo messaggio alle genti del Mediterraneo, e al cuore dell'impero pagano, a Roma, l'Apostolo muterà, nel nome del suo maestro, il corso degli eventi. Nella fede assoluta in Gesù Cristo il messia, Sha'ul scopre che non c'è più né giudeo né greco, né uomo né donna, né libero né schiavo, né ricco né povero. Egli conosce un'umanità rinnovata, che vede riscattata dal sacrificio della crocifissione. Scrive Chouraqui: "Questa certezza, follia agli occhi del mondo, gli fa scoprire la sorgente di ogni pace e di ogni gioia in una illuminazione che è quella del messia, salvatore attuale e potenziale dell'intera umanità". E, va sottolineato, Paolo mai rinnegherà la sua fedeltà nei confronti di Israele. Egli, come Gesù, sarà ebreo per sempre.

Chouraqui, saldamente ancorato alle sue radici ebraiche, non riconosce in Gesù di Nazareth il messia preannunciato dai profeti dell'Antico Testamento. Eppure nelle sue parole c'è un tono accalorato per l'uomo che egli considera "figura unica" del suo tempo, "portatore di speranza, d'amore e di vita". C'è nello Scrittore la percezione che il messaggio di quell'uomo, morto appeso a una croce piantata sul Golgotha, rappresenti una svolta senza precedenti.

La capacità di amare

Gesù è uomo della pace universale, autentico ebreo con lo sguardo rivolto perennemente al Padre, vicino a tutti i fratelli con il cuore traboccante d'amore. Toni a volte aspri quelli con cui Jeshua' parla al suo popolo, eppure - scrive Chouraqui - quelle parole sono pronunciate con una voce unica, indimenticabile. Egli parla di libertà agli ultimi, ai reietti, ai diseredati, a tutti coloro che gli scribi e i farisei hanno rifiutato. L'amore illimitato per l'Onnipotente, Adonaj, e per il prossimo, porta a compimento la Torah, la Legge degli ebrei, e rinnova i cuori degli uomini, fra i quali Israele, in virtù dell'elezione divina, dev'essere portatore di un messaggio di fedeltà e di pace.

Da qui un appello di Chouraqui: "Non vi sarà salvezza, se non a partire dalla nostra rinuncia a ogni assassinio, a ogni guerra, nella universale riconciliazione dell'uomo con l'uomo, suo fratello. [...] Uomini, miei fratelli, è tempo di rispondere alla chiamata dell'amore".

Questo libro aiuta i cristiani e gli ebrei ad avvertire più urgente la risposta.

4 Johannes Eckhart - vita e opere – Biografia  (→ riferimento a pag. 18)

(Hochheim 1260 ca. - Colonia 1328 ca.), mistico tedesco e teologo cristiano, noto soprattutto col nome di Meister (maestro) Eckhart. Nato da una famiglia di cavalieri, Eckhart entrò nell'ordine domenicano all'età di quindici anni e proseguì gli studi teologici presso l'ordine. Si laureò in teologia all'università di Parigi nel 1302, e fu dapprima priore a Erfurt e provinciale domenicano di Boemia, poi professore di teologia a Parigi nel 1311, e tra il 1314 e il 1322 insegnò e predicò a Strasburgo e a Colonia.

La teologia di Eckhart si basava sul principio dei una unione mistica dell'anima con Dio, tesi che gli procurò accuse di panteismo. Nel 1327 il papa avignonese Giovanni XXII invitò Eckhart a difendersi contro l'accusa di eresia. Eckhart ritrattò 26 articoli o proposizioni (28 secondo la bolla papale di condanna In agro Domini, del 1329).

Gli studiosi moderni considerano ortodosso il misticismo di Eckhart, sebbene generalmente si ritenga che i sermoni e i brevi trattati pervenutici siano stati curati da amici e nemici di Eckhart. Istruzioni spirituali (1300 ca.), Il libro della divina consolazione (1308 ca.) e altri sermoni sono ritenute le opere più attendibili; esse illustrano le tappe percorse dall'anima nel suo itinerario verso Dio.

Scrivendo in tedesco oltre che in latino, Eckhart esercitò una profonda influenza sulla crescita della lingua tedesca. Gli idealisti tedeschi lo considerarono un precursore, mentre gli studiosi contemporanei hanno individuato la sua influenza sul protestantesimo e l'esistenzialismo, svelando persino analogie con il buddhismo Zen.  

Conferenza di don Carlo Molari al Centro Pastorale  – Zelarino di Mestre - 18 Marzo 2006

Centro missionario Nives Laura Mario Del Ben (Testo trascritto dalla registrazione e non rivisto dall’autore)