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Santa Maria Maggiore

Un viaggio artistico nella Basilica

A cura di Maria Rattà

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«I numerosi tesori in essa contenuti rendono S. Maria Maggiore un luogo dove arte e spiritualità si fondono in un connubio perfetto» (Sito del Vaticano).

L’ESTERNO

Il campanile e la leggenda della "sperduta"

In stile romanico, con i suoi 75 metri di altezza è il più alto della capitale. Fu costruito tra il 1375 e il 1376, per volere di Gregorio XI, al suo ritorno da Avignone; venne rialzato più volte e completato per interessamento del cardinale Guglielmo d'Estouteville (arciprete della Basilica fra il 1445 e il 1483) che fece inoltre inserire, anche per motivi statici, la volta a crociera che divide la parte bassa dal primo piano. All’inizio dell’Ottocento venne aggiunto l’orologio. Il campanile è dotato di cinque campane. La più grande, conservata nella cella campanaria, risale al 1289, e venne fusa da Guidotto Pisano; le altre campane risalgono ai secoli XVI-XIX.

Campidoglio SM Maggiore

La campana donata da Alfano, camerlengo di Callisto II, si trova oggi presso i Musei Vaticani, essendo stata rimossa durante il pontificato di Leone XIII. Una delle campane, definita “La sperduta”, suona ogni sera alle 21:00. A questi rintocchi è legata una leggenda, in due varianti. Secondo la prima, risalente al XVI secolo, una pastorella, forse cieca, una sera si sarebbe persa nel pascolare il gregge. Non vedendola rientrare a casa, furono fatte suonare le campane della Basilica, affinché i rintocchi, la guidassero verso casa. Nonostante la pastorella non rincasò mai, le campane continuano a chiamarla ogni sera, e da qui il rito definito della “sperduta”. La seconda versione della leggenda, collocata nello stesso periodo, identifica la sperduta in una pellegrina, che recandosi a piedi a Roma, si sarebbe persa nel rione Esquilino e, preoccupata per il sopraggiungere della notte, si sarebbe affidata alla Vergine, invocandone l’aiuto. A quel punto udì i rintocchi della campana che la guidarono fino alla Basilica. Allora la pellegrina lasciò una rendita, affinché alle 21:00 venisse suonata a perpetua memoria del fatto, la campana.

La facciata

Realizzata da Ferdinando Fuga, architetto fiorentino, (1741), la facciata attuale si presenta come una “sovrastruttura” che nasconde, a chi guarda dall’esterno, quella precedente e i suoi mosaici, fatti realizzare da papa Niccolò IV (XIII sec.). La facciata appare fiancheggiata da due palazzi perfettamente identici, fra i quali si erge come incastonata. Gli architetti che lavorarono alla realizzazione di queste strutture “gemelle” furono Ponzio (1605) e lo stesso Fuga, che nel 1743 completò i lavori con la costruzione del secondo palazzo, per uniformare il tutto.

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La facciata si staglia al di sopra di un’ampia gradinata e si snoda in due ordini. Il primo, in basso, è un portico a cinque aperture architravate, con un’alternanza di frontoni a timpano (laterali) e ad arco (parte centrale). I due angeli posti sul cancello centrale rappresentano la Verginità (opera di Maini) e l’Umiltà (opera di Bracci).
L’ordine superiore presenta una loggia a tre arcate – di cui la centrale è più alta e sormontata da un frontone a timpano spezzato, rispetto alle laterali -.
Il movimento verso l’alto viene accentuato anche dalla presenza di statue, che si stagliano al di sopra della balaustra che abbraccia non solo la facciata, ma anche i due palazzi gemelli.

L’INTERNO

Il porticato, la Loggia, i mosaici dell'antica facciata

Il portico conserva, a destra, la statua in bronzo di Filippo IV di Spagna, opera di Girolamo Lucenti (1692) su disegno di Bernini; a sinistra si trova la Porta Santa e da questo lato si accede alla Loggia, che conserva la doppia serie di mosaici, visibili sulla facciata all’epoca di Niccolo IV nel XIII secolo.
Il ciclo musivo è opera di Filippo Rusuti, allievo di Jacopo Torriti (l’autore dei mosaici dell’abside) e di Pietro Cavallini. Divisi in due registri, sarebbero stati realizzati in periodi diversi: la parte superiore prima del 1297, anno in cui i Colonna, che avevano commissionato l’opera, furono messi al bando da Bonifacio Ottavo; quella inferiore si collocherebbe intorno al 1306-1308, periodo della riabilitazione del casato, a opera di Clemente VII.

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Al ciclo superiore è certo che vi lavorò direttamente il Rusuti, come testimoniato dalla scritta "Philippo Rusuti fecit hoc opus", che campeggia ai piedi del Cristo in trono tra angeli e santi. Gesù viene rappresentato secondo la classica iconografia bizantina, inserito all’interno di un clipeo a fondo blu, mentre lo sfondo dell’intero mosaico è dorato. Cristo, assiso in trono, reca in mano il libro aperto in cui si legge “Ego sum lux mundi”, mentre con la mano destra effettua un gesto che è sia quello della adlocutio (riservato alla massima autorità che prende la parola), sia quello della benedizione. Le fonti attestano anche la presenza, prima dei restauri, delle figure del cardinale Iacopo Colonna e di suo fratello Pietro, ma non del papa Niccolò IV. Essendo morto il papa nel 1292, se ne potrebbe dedurre che la parte alta del mosaico venne probabilmente conclusa posteriormente a questa data. Affiancano il Cristo quattro angeli, e quattro animali, simbolo dei quattro Evangelisti. Sono poi presenti, a sinistra del Cristo, la Vergine Maria, S. Paolo, S. Giacomo e S. Girolamo, mentre, alla destra, S. Giovanni Battista, S. Pietro, S. Andrea e S. Matteo.
Il ciclo inferiore, intervallato da un grande rosone a vetrata (quest’ultima rifatta nel 1995) attorno a cui sono collocati gli stemmi dei Colonna, narra la leggenda (o storia) del Miracolo della neve.
Il primo mosaico rappresenta papa Liberio, che in sogno vede la Vergine Maria. Ai piedi del pontefice appare uno scriba, o un curiale, elemento probabilmente aggiunto in fase di restauro.
La seconda scena rappresenta il sogno – di identico contenuto – avuto dal patrizio Giovanni. Questi, come illuminato da un raggio, appare accanto a una persona di servizio e a un'altra figura che dorme. La Vergine è indicata anche dalla M greca con l’accento circonflesso (abbreviazione di “Mētēr”, “madre” in greco), e la T (theta) e la Y (upsilon) sempre con l'accento circonflesso che indicano l'abbreviazione di “Theou”, “di Dio”, quindi “Madre di Dio”).
Il quarto mosaico descrive l’incontro tra Giovanni e Liberio, nel momento in cui il primo narra il proprio sogno al secondo. L’evento viene ambientato in S. Giovanni in Laterano.
L’ultima scena musiva mostra il Salvatore e la Vergine che fanno scendere la neve sull’Esquilino, mentre il papa, con a seguito il clero romano e Giovanni, delinea sulla coltre di neve la pianta dell’antica Basilica.

La porta bronzea e la porta santa

Il portale in bronzo è opera di Ludovico Pogliaghi (1949), e rappresenta scene della vita della Vergine, i profeti, gli Evangelisti e le quattro figure femminili, prefigurazione di Maria nell’Antico Testamento.

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La Porta Santa, benedetta da Giovanni Poalo II l’8 dicembre 2001, è opera di Luigi Mattei e venne offerta alla Basilica dall’Ordine Equestre del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Su uno dei due battenti viene rappresentato Cristo Risorto (secondo il modello dell’uomo della Sindone) che appare a Maria, la quale, sull’altro battente, viene raffigurata secondo l’iconografia della "Salus Popoli Romani". In alto a sinistra viene raffigurato l’episodio apocrifo dell’apparizione al pozzo, mentre a destra, la Pentecoste. In basso a sinistra, vi è una scena del Concilio di Efeso, nel quale Maria fu dogmaticamente definita "Madre di Dio"; a destra, il Concilio Vaticano II, che la definiì "Mater Ecclesiae".

PS

Sulla porta campeggiano anche vari stemmi: quello di Giovanni Paolo II, assieme al suo motto, si trovano nella parte alta, mentre in basso compaiono lo stemma del Cardinale Furno, arciprete della Basilica, e quello dell’Ordine del Santo Sepolcro.

La struttura interna

Santa Maria Maggiore conserva ancora la struttura paleocristiana, e il suo interno «è a tre navate, divise da 40 colonne uniformi per materiale e dimensioni, dotate di capitelli ionici, che sorreggono, al posto delle tradizionali arcate longitudinali, una trabeazione ellenizzante: un ricco e modulato architrave che guida l’occhio verso l’arco trionfale e l’abside. Le pareti della navata centrale sono divise da alte paraste, fra le quali, posti sotto le finestre, sono inquadrati entro edicole di stucco i pannelli a mosaico con storie dell’Antico Testamento.
Questi elementi di derivazione classica (capitelli ionici, trabeazione, paraste, edicole) fanno sì che, nonostante le alterazioni e le trasfigurazioni dello spazio interno, ancora oggi entrando in Santa Maria Maggiore si abbia una forte percezione di spazio antico» (Andrea Lonardo). Il soffitto rinascimentale a cassettoni è attribuito a Giuliano da Sangallo e fu dorato con il primo oro arrivata dall’America. In esso campeggia il bue, elemento dello stemma di papa Alessandro VI Borgia.

I mosaici della navata

I mosaici della navata centrale e dell’arco trionfale sono coevi all’edificazione della Basilica, risalendo dunque alla metà del V secolo, e costituiscono il più importante ciclo musivo paleocristiano conservatosi nella capitale. Lo stile è definibile come “impressionista”: non dettagli, ma poche tessere per dare i tocchi di colore, tali che, visti dalla distanza da cui li si guarda, le scene si compongano perfettamente.
Hanno un valore elevatissimo, non solo da un punto di vista artistico, ma anche perché trattasi del primo esempio cristiano a noi pervenuto, di elementi non solo aventi funzione decorativa, ma anche di insegnamento. In essi è infatti rappresentata la Storia Sacra, per portare attraverso le immagini, l’annuncio della buona novella, quasi guidando il fedele che incede verso il presbiterio, sul cui altare verrà celebrato il sacrificio liturgico. In tal senso si comprende come il senso da trasmettere ai visitatori fosse quello di come «tutta la rivelazione divina che si snoda da Abramo a Giacobbe, a Mosè, a Giosué, tende verso Maria Madre di Dio e, tramite lei, verso il Cristo. La storia sacra non è così semplicemente fatta di episodi frammentari e slegati fra di loro, bensì è un unico disegno di salvezza che ha la sua chiave di comprensione nell'incarnazione.
Tutta la patristica, pur nella diversità di metodi interpretativi della Scrittura stessa, convergeva su di un punto centrale, come ha dimostrato nei suoi importantissimi studi M. Simonetti: sempre l'Antico Testamento era letto insieme al Nuovo, perché esso è stato scritto per la fede cristiana in relazione a Cristo. Sia che si facesse un esegesi più allegorica, come ad Alessandria, sia che l'esegesi fosse più legata alla storia, come nella scuola antiochena, l'unità di Antico e Nuovo Testamento era comunque ovvia per tutti i diversi maestri del tempo.
Un'ultima notazione: alcuni pannelli sono scomparsi per l'apertura delle due grandi cappelle laterali vicino all'altare, la Paolina e la Sistina. Altri pannelli, invece, essendosi deteriorati furono nel corso dei secoli sostituiti con affreschi che riprendono l'iconografia di quelli antichi.
Questo l'elenco dei pannelli che illustrano storie dell’Antico Testamento che preparano l’Incarnazione. Sul lato sinistro diciotto pannelli riproducono scene tratte dalla Genesi, imperniate sulle figure dei patriarchi Abramo, Isacco e Giacobbe, ma solo dodici conservano i mosaici originari.
Partendo dalla testa della navata sinistra, alla sinistra dell’altare, procedendo lungo la navata verso l’ingresso troviamo:

1) Melchisedech viene incontro ad Abramo offrendogli pane e vino (Gen. 14,17-20), mentre Cristo stende dall’alto il suo braccio, con chiaro riferimento tipologico all’Eucarestia (l'episodio occupa l'intero pannello). La vicinanza all’arco trionfale dice la centralità del rapporto con Cristo e con i sacramenti che si vuole evidenziare nel racconto di Genesi.

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2) In alto apparizione del Signore, sotto forma di tre angeli, ad Abramo presso le querce di Mamre (Gen 18,1-5) e, in basso, Abramo che ordina a Sara di preparare tre focacce (Gen 18,6) e Abramo che imbandisce la tavola ai tre angeli (Gen 18,8).

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3) La separazione di Abramo, a sinistra, che pone la mano sul capo di Isacco, e di Lot con le due figlie (Gen 13,8-12); in basso due gruppi di animali con pastori, simboli della separazione fra i due (Gen 13,5-7).

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Segue l’arco, aperto nel XVII secolo in occasione della costruzione della cappella Paolina. I tre mosaici ubicati in questo spazio furono distrutti. Il ciclo continua ora con:

4) In alto Isacco benedice Giacobbe alla presenza di Rebecca (Gen 27,22-29) e, in basso, Esaù che si presenta al padre, ritornando dalla caccia (Gen 27,30-31).

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5) Il pannello che segue è un dipinto raffigurante il sogno di Giacobbe (Gen 28,11-15).

6) In alto Rachele annuncia a Labano l’arrivo di Giacobbe (Gen 29,12), Labano e Giacobbe si abbracciano (Gen 29,13) e, in basso, Labano introduce Giacobbe nella propria casa (Gen 29,13b) a destra.

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7) Giacobbe, a destra, chiede in moglie Rachele a Labano e quest’ultimo al centro che indica a sinistra il gregge da servire per sette anni (Gen 29,15-19).

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8) A sinistra in alto, Giacobbe lascia il gregge per chiedere in sposa Rachele e, in basso, invita gli amici alle nozze, che a destra vengono celebrate con la dextrarum iunctio (Gen 29,21-22).

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9) Giacobbe chiede a Labano gli agnelli chiazzati, in alto. In basso, la divisione del gregge (Gen 30,25-35).

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10) A sinistra Giacobbe fa vedere le verghe chiazzate agli armenti (Gen 30,37-43). A destra il Signore dice a Giacobbe di partire. In basso Giacobbe annuncia alle donne la sua partenza (Gen 31,3-16).

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11) Affresco di età posteriore fuori sequenza con Giacobbe che crede di riconoscere la veste insanguinata del figlio Giuseppe, che invece è stato venduto in Egitto (Gen 37,33-34).

12) A sinistra in alto, l’arrivo dei messi di Giacobbe al cospetto di Esaù (Gen 32,3-5) e, a destra, i messi informano Giacobbe e le due mogli (Gen 32,6). In basso, probabilmente, l’abbraccio dei due fratelli molto deteriorato (Gen 33,3-5).

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13) Mosaico cinquecentesco fuori sequenza con i preparativi per il sacrificio di Isacco.

14) In alto, Camor e il figlio Sichem chiedono a Giacobbe la mano della figlia Dina (Gen 34,4-5) e, in basso, gli altri fratelli tornano irati dai campi (Gen 34,7).

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15) In alto, i fratelli di Dina discutono con Camor e Sichem (Gen 34,8-18) e, in basso, riferiscono agli altri sull’accordo raggiunto (Gen 34,20-23).

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16-17-18) Gli ultimi tre pannelli sono dipinti di epoca successiva e tematicamente fuori sequenza.

Sul lato destro dei 18 pannelli ne restano 15 a mosaico. Riproducono scene tratte dai libri dell’Esodo, dei Numeri e di Giosuè. Insieme testimoniano l’aiuto miracoloso di Dio, nel cammino che condurrà alla terra promessa. È la preparazione del miracolo per eccellenza, l’Incarnazione del Figlio.

Partendo dal presbiterio:

1) Un primo pannello dipinto fuori sequenza.

2) In alto, Mosè, nelle vesti di un soldato romano, viene adottato dalla figlia del Faraone (Es 2,9-10) e, in basso, Mosè disputa con i filosofi, episodio tratto da Filone di Alessandria.

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3) In alto, Mosè sposa Zippora (Es 2,21) e, in basso, Dio chiama Mosè dal roveto ardente (Es 3,1-4).

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Segue l’arco, aperto davanti alla cappella di Sisto V, che sostituì tre pannelli.

4) Il passaggio del Mar Rosso (Es 14,16-31); l'episodio occupa l'intero pannello.

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5) In alto a sinistra, mormorazione del popolo contro Mosè e Aronne (Es 16,2-3) e, a destra, Dio che parla a Mosè (Es 16,4-5). In basso, il miracolo delle quaglie (Es 16,13).

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6) In alto a destra, il popolo si lamenta dell’amarezza dell’acqua (Es 15, 24) e, a sinistra, Mosè parla con Dio che gli ordina di rendere dolce l’acqua, immergendovi un legno, “tipo” della croce (Es 15, 25). In basso, Mosè ordina a Giosuè di combattere contro Amalek (Es 17, 9).

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7) Vittoria contro Amalek, a causa della preghiera di Mosè, Aronne e Cur sul monte (Es 17, 10-13); l'episodio occupa l'intero pannello.

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8) In alto, ritorno degli esploratori della terra promessa (Nm 13,26-33) e, in basso, tentativo di lapidazione di Mosè, Giosuè e Caleb (Nm 14,10).

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9) In alto a sinistra, Mosè consegna ai sacerdoti il libro della Legge da porre accanto all’Arca dell’Alleanza (Dt 31,24-29), in alto a destra, Mosè muore sul monte Nebo (Dt 35,1-5). In basso, Giosuè ordina ai sacerdoti di passare davanti al popolo con l’Arca dell’Alleanza (Gs 3,6).

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10) In alto, miracoloso passaggio del Giordano (Gs 3,14-4,11) e, in basso, invio degli esploratori a Gerico, con Raab che, avendoli nascosti, sulle mura nega all’inviato del re la loro presenza (Gs 2,1-6).

s.maria maggiore xxi.1

11) In alto, apparizione a Giosuè del Capo delle schiere celesti (Gs 5,13-16) e, in basso, fuga da Gerico degli esploratori che scendono le mura aiutati da Raab e, arrivati al campo, relazionano a Giosuè (Gs 2,15-24).

s.maria maggiore xxii.1

12) In alto, l’accerchiamento di Gerico e, in basso, la processione dell’Arca al suono delle trombe (Gs 6,1-18).

s.maria maggiore xxiii.1

13) In alto a destra, l’assedio da parte dei cinque re amorrei della città di Gabaon, alleata di Israele, e, in alto a sinistra, i Gabaoniti che chiedono aiuto a Giosuè. In basso a sinistra l’apparizione del Signore a Giosuè e, in basso a destra, Giosuè che marcia a cavallo per soccorrere Gabaon con i suoi (Gs 10,5-9).

s.maria maggiore xxiv.1

14) In alto, Giosuè combatte contro gli amorrei (Gs 10,10) e, in basso, Pioggia miracolosa di pietre sui nemici di Israele (Gs 10,11).

s.maria maggiore xxv.1

15) Il sole e la luna si fermano su Gabaon (Gs 10,12-14); l'episodio occupa l'intero pannello.

s.maria maggiore xxvi.1

16) In alto, i re ribelli vengono condotti a Giosuè e, in basso, Giosuè ordina di punirli (Gs 10,22-25).

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17-18) Gli ultimi due pannelli sono fuori sequenza e sono dipinti di epoca successiva.

In occasione dell’Anno Santo del 1600 il cardinale Domenico Pinelli "risarcì la navata di mezzo", ossia il ciclo musivo eseguito sotto Sisto III.
Il programma di "ridecorazione" prevedeva il restauro di alcuni mosaici, la sostituzione di quegli ormai irrecuperabili con affreschi, e la chiusura di venti delle quaranta finestre che si aprivano sulle pareti della navata centrale, e la nuova decorazione con affreschi raffiguranti storie del Nuovo Testamento. Vennero raffigurati ventiquattro "misteri divini" che evidenziano il ruolo di Maria nella redenzione dell’umanità.
Seguendo l’ordine logico, dall’altare maggiore verso l’ingresso a destra: Gloria angelica, I Santi Gioacchino e Anna e l’Immacolata Concezione, La nascita della Vergine (il solo affresco settecentesco di tutta la serie realizzato nel 1742 durante i restauri del Fuga), La presentazione al Tempio di Maria, lo Sposalizio della Vergine, l’Annunciazione, il Sogno di Giuseppe, la Visitazione, l’Adorazione dei Pastori, l’Adorazione dei Magi, la Circoncisione.
Sulla parete d’ingresso: la Fuga in Egitto. Sull’altra parete: Gesù cresce a Nazareth, la Santa Famiglia ritorna al Tempio, le Nozze di Cana, la Caduta di Cristo sul Calvario, la Crocifissione e il Compianto, Cristo agli Inferi, la Resurrezione, l’Ascensione, la Pentecoste, la Morte di Maria (eseguito nel 1614, dopo l’apertura della cappella Paolina), l’Assunzione, l’Incoronazione di Maria.
L’iconografia dei nuovi affreschi conclude, a distanza di quindici secoli, il ciclo della Storia della Salvezza, collegandosi ai mosaici sottostanti e a quelli dell’arco trionfale» (Andrea Lonardo).

L’arco trionfale

Nell’arco trionfale la rappresentazione musiva si fa frontale, su un piano composto da quattro pannelli orizzontali. In essi viene rappresentata l’infanzia di Gesù, tramite episodi desunti anche dai Vangeli Apocrifi. Il tutto, però, in chiave sempre mariana, per celebrare la divina maternità di Maria.
«L’arco trionfale rappresenta simbolicamente la grande porta attraverso la quale l’umanità giunge fino a Dio: per questo vi sono raffigurati gli eventi dell'incarnazione. Al centro della prima fascia, in alto, troviamo l'iscrizione "Xistus episcopus plebi Dei" ovvero “papa Sisto vescovo al popolo di Dio”. Sopra l'iscrizione si vede il trono su cui è insediato il crocifisso gemmato: questa immagine viene tradizionalmente chiamata etimasia, cioè la “felice attesa” del ritorno di Cristo.

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Come suppedaneo del trono si vede il rotolo con i sette sigilli, il simbolo con il quale l'Apocalisse descrive la storia stessa, il cui significato solo Cristo può aprire. Il trono è rappresentato come una sella curulis, simile al trono imperiale e, alle testate dei due braccioli, porta le figure delle teste di Pietro e Paolo che sono poi duplicate a figura intera, in veste senatoriale, a fianco del trono, in mezzo ai simboli dei quattro evangelisti.
Anche la controfacciata recava una iscrizione con il nome di Sisto III. L'iscrizione ora scomparsa recitava:
«Vergine Maria, io Sisto ti ho dedicato il nuovo edificio, degno dono al tuo ventre portatore di salvezza. Tu genitrice, ignara dell'uomo, avendo alfine partorito, dalle intatte viscere si è prodotta la nostra salvezza. Ecco i testimoni del tuo grembo portano i loro doni e sotto i piedi giace la sofferenza di ciascuno: il ferro, la fiamma, le belve, il fiume, il terribile veleno. Tuttavia anche se tante sono le morti, una è la corona che resta».

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Il primo registro narra il dogma di Maria, Madre di Dio, come viene rivelato, nei vangeli dell’infanzia, al popolo ebraico. A sinistra dell'etimasia, la doppia, originalissima, Annunciazione della nascita del Figlio di Dio, a Maria e a Giuseppe.
Maria è vestita come una principessa romana, siede su un piccolo trono e dipana, col fuso sotto il braccio, la matassa di porpora destinata a tessere il velo del Tempio. La colomba dello Spirito Santo e l’arcangelo Gabriele che le porta l’annuncio, volteggiano su di lei. Tre angeli la circondano, l’assistono e sembrano parlarle. Il filo rosso è quello del velo del Tempio che si strapperà al momento della crocifissione e rappresenta simbolicamente la carne di Cristo che, lacerandosi il giorno della passione, lascerà vedere finalmente il volto di Dio. Quel Dio che non era possibile vedere nell'Antico Testamento, nemmeno nel Santo dei Santi all'interno del Tempio, verrà infine visto da tutti nella crocifissione e nella risurrezione, manifestando la gloria di Dio. Un quarto angelo fa, invece, da raccordo a un quinto che porta l’annuncio a Giuseppe. Compaiono due abitazioni alle spalle di Maria e Giuseppe e questo sottolinea, visivamente, il fatto che sono fidanzati e non abitano nella stessa dimora. Giuseppe ha inoltre un aspetto ancora molto giovanile rispetto alle raffigurazioni degli altri pannelli del mosaico.
A destra dell'etimasia compare la Presentazione al Tempio. Si individuano i quattro animali per il sacrificio indicati dai vangeli apocrifi e il vecchio Simeone che riconosce il Figlio di Dio, mentre altri dodici sacerdoti, dietro di lui, rappresentano l’incredulità. Anna benedice il bambino. La Sacra Famiglia è isolata visivamente da tre angeli, che la staccano dal resto dei personaggi della scena. All’estrema destra, abbiamo l’angelo che appare in sogno a Giuseppe, per suggerirgli la fuga in Egitto.
Il secondo registro narra la rivelazione della divinità di Gesù ai pagani. A sinistra l’Adorazione dei Magi, che rappresentano i primi non ebrei che si inchinano dinanzi al Figlio di Dio, precursori dei popoli che accoglieranno il Vangelo. Gesù è rappresentato come un bambino già cresciuto seduto su di un alto trono, dietro il quale brilla una stella e quattro angeli si ergono a corona.
A destra un’altra scena, pensata in stretta relazione con la prima è quella dell’episodio apocrifo riguardante Afrodisio, governatore della città egiziana di Sotine, che si fa incontro al Cristo durante la fuga in Egitto, riconoscendone la divinità. Di nuovo la Famiglia del Signore è raffigurata staccata dal contesto grazie alla presenza di quattro angeli.
Il terzo registro, in opposizione tematica ai due precedenti, rappresenta il rifiuto della divinità di Gesù. A destra e a sinistra troneggia il re Erode, vestito come un imperatore romano, su trono gemmato, con diadema e nimbo, circondato dai suoi soldati. Seguono dal lato sinistro i soldati che sottraggono i fanciulli alle madri di Betlemme per ucciderli, e dall’altro, gli scribi consultati per sapere quale luogo le Scritture indichino per la nascita del Messia, ma, in parallelo ai soldati, increduli. Seguono infine nel mosaico di sinistra le madri che ancora tengono in braccio i bambini, i martiri innocenti primi testimoni del Signore, che stanno per essere uccisi ed, in quello di destra, i Magi che arriveranno fino a Betlemme.
Il quarto registro ritrae le due città di Betlemme e Gerusalemme, che accolgono il gregge degli eletti, simboleggiato da sei pecore per parte. Le due città sono la città della nascita di Gesù e quella della sua Pasqua. Proprio il Natale (Dio che si fa uomo) e la Pasqua (Cristo che offre la vita e il Padre che gli ridona la vita nella resurrezione) esprimono insieme tutta la novità della fede cristiana.
Il catino absidale originario, che un tempo era contiguo all’arco trionfale, presentava la raffigurazione della Vergine tra santi, completando in tal modo il "programma" iconografico e teologico del ciclo musivo» (Andrea Lonardo).

L’abside

Il ciclo musivo dell’abside si annovera tra i più importanti cicli mariani esistenti. Completato negli anni del pontificato di Leone Magno (440-461), verrà poi rinnovato da Niccolo IV (1288-1291), che aveva avviato un progetto di rinnovamento che coinvolgeva le più importanti chiese romane dedicate alla Vergine (Santa Maria in Aracoeli e Santa Maria in Trastevere). Il nuovo mosaico absidale venne terminato intorno al 1296, secondo quanto si sarebbe ricavato da un’iscrizione – oggi scomparsa – inserita dall’autore, accanto alla figura di san Francesco: "JACOB TORRITI PICTOR H. OP. MOSIAC FEC" –.

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Il ciclo si snoda in due parti: la conca absidale e la fascia sottostante. Nella conca viene rappresentata l’Incoronazione di Maria tra i santi (Giovanni Battista, Giovanni Evangelista, e Antonio a destra, Pietro, Paolo e Francesco a sinistra. La presenza dei santi francescani è certamente legata al fatto che papa Niccolò IV fosse il primo papa francescano della storia). Gesù Redentore è raffigurato nell’atto di presentare Maria incoronata: «siamo di fronte all’atto dell’Incoronazione della Vergine, inserita in una azzurra sfera stellata incorniciata da classicheggianti girali d’acanto. Le due figure sono disposte simmetricamente e si congiungono solo nel gesto della mano del Cristo, che incorona Maria.
L'Incoronazione di Maria ha anche un significato sponsale, poiché Maria rappresenta l'umanità-Chiesa che viene assunta da Cristo che la ama come sua sposa, legandosi d'amore eterno a lei. Lo precisa l'iscrizione sottostante che fa esplicito riferimento al talamo:
“Maria Vergine assunta all'eterea dimora, dove il Re dei Re siede sul talamo stellato, la Santa Madre di Dio è elevata ai Regni celesti al di sopra dei cori angelici”.
Maria è la sposa di Cristo: tutta la chiesa che è in lei prefigurata. Questo vuol dire che Cristo ci ama di un amore sponsale. E come Cristo è disposto a dare la vita per la chiesa, così questa dovrebbe essere disposto a offrire se stessa per il suo Signore. È il Cantico dei cantici riletto in chiave cristologica, qui esplicitato dal libro che il Cristo tiene in mano aperto al versetto che dice: “Vieni mia diletta e ti porrò sul mio Trono” (Andrea Lonardo).
Al di sopra della scena dell'Incoronazione troneggia una piccola croce, a rappresentare Dio Padre che benedice e avvolge ogni cosa. Ai piedi del trono si trovano la luna e il sole, simboli del tempo dominato dall’eternità; sui due lati, i committenti Niccolò IV e il cardinale Colonna rappresentati in dimensioni più piccole rispetto al resto.
Nella parte rimanente dell’abside, la decorazione è a racemi, che si originano da due tronchi rappresentati all’estremità del mosaico. Nell’ordine inferiore del catino absidale, sono rappresentate cinque scene della vita della Madonna: l’Annunciazione e la Natività a sinistra; l’Adorazione dei Magi e la Presentazione nel Tempio a destra; al di sotto dell’incoronazione e al centro di questa fascia, vi è la Dormitio, modello tipico dell’iconografia bizantina, propagatosi in Occidente a seguito delle Crociate. La Vergine appare distesa su un letto, gli angeli sono pronti a sollevare in Cielo il suo corpo, mentre Cristo tiene tra le sua braccia l’anima bianca di Maria. Torriti inserì nella scena anche due piccole figure di francescani. Sebbene l’iconografia generale di questo ciclo derivi dal gotico francese, il rimando più importante è quello alla Chiesa di Maria in Trastevere. Inoltre, la scelta di collocare la Dormitio al di sotto dell’Incoronazione, serve non solo ad aumentare l’impatto “drammatico” della narrazione, ma anche a sottolineare la vicenda ultraterrena che coinvolge Maria. In questo dettaglio si ravvisa inoltre un altro elemento in linea con la spiritualità francescana (basti pensare alla chiesetta della Porziuncola, dedicata a Santa Maria degli Angeli, che nel linguaggio medioevale indicava Maria Assunta portata in cielo dagli angeli. Nelle opere dei francescani san Bonaventura e Matteo d’Acquasparta, vengono inoltre sottolineati alcuni misteri della vita di Maria, quali la sua regalità, la sua Assunzione in corpo e anima e il legame tra Dormitio, Assunzione, Incoronazione).
Nella testata sinistra, san Girolamo spiega le scritture alle due discepole Paola ed Eustochio; in quella destra, san Matteo predica agli Ebrei. I mosaici rimandano al fatto che, proprio nella Basilica, vengano custodite le reliquie di san Matteo e del corpo di san Girolamo, traslato da Betlemme al tempo dell’invasione araba.

La confessione sotto l’altare e la tomba del Bernini

Nella Confessione sotto l’altare si trova una cripta-sacello, rivestita in metalli vari e pietre preziose, al cui interno vengono custodite cinque piccoli assi di acero, in cui la tradizione identifica le reliquie della culla di Gesù nella grotta di Betlemme, frammenti portati a Roma dalla Terra Santa, nel periodo dell’invasione araba. Inizialmente le reliquie erano probabilmente collocate in una cappella dedicata alla Natività, e la Basilica stessa portava – già nel VII secolo - anche il nome di “Ad Praesepe”. Fu sotto Pio IX che le reliquie vennero spostate al centro della Basilica, affidando al Vespignani la realizzazione della Confessione. In seguito, per volere di Leone XIII venne realizzata, da Ignazio Jacometti, la statua di Pio IX, presente nella cripta. Il reliquiario, dono di Emanuela Pignatelli, ambasciatrice del Portogallo, è opera di Valadier. La base – che poggia su uno zoccolo di legno dipinto a mano - è un parallelepipedo in argento con quattro bassorilievi: sul lato inferiore è rappresentato il presepe, su quello posteriore l’Ultima Cena; lateralmente trovano spazio le scene della fuga in Egitto e dell’adorazione dei Magi. Al di sopra della base vi è il vero e proprio reliquiario, in cristallo a forma di culla, sorretto da quattro putti dorati. La parte superiore del reliquiario termina con della paglia (sempre in metallo) su cui è adagiato Gesù Bambino - quasi a grandezza naturale - nell’atto di benedire.

Culla B

Un tempo la “Sacra Culla” veniva spostata nella navata centrale, in occasione delle feste natalizie, per meglio consentirne la venerazione dei fedeli. Successivamente, il capitolo della Basilica ha optato per la scelta di evitare ulteriori spostamenti, per meglio preservare le reliquie, in cattivo stato di conservazione. Attualmente, solo in occasione della Messa di Mezzanotte ha luogo la traslazione della preziosa urna.

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A destra della Confessione, sul pavimento, ai piedi del presbiterio, si trova la tomba del grande artista barocco Gian Lorenzo Bernini.

Il Presepe di Arnolfo di Cambio e la Cappella Sistina

La Cappella Sistina deve il suo nome a Sisto V (1585-1590) che la fece realizzare dall’architetto Domenico Fontana quale cappella del Santissimo Sacramento. Il Papa voleva inoltre che qui venisse trasportata l’antica “grotta della Natività”, con ciò che rimaneva del Presepe di Arnolfo di Cambio.

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La Sacra Grotta risale al tempo di un altro papa Sisto, il III, il quale, nel 432, volle far creare all’interno della Basilica, una grotta della Natività simile a quella di Betlemme. Nel 1288, papa Niccolò IV affidò ad Arnolfo di Cambio l’incarico di realizzare i personaggi della Natività. Attualmente, il presepe è collocato nel Museo della Basilica. Nella Cappella Sistina riposano le spoglie di San Pio V, ricordato per la battaglia di Lepanto e per l’istituzione della festa della Madonna del Rosario.

La Cappella Paolina

Deriva il suo nome dal fatto che fu Paolo V (1605-1621) a farla realizzare, per custodirvi l’icona della Salus Populi Romani che ora è collocata sopra l’Altare, circondata da una cornice di angeli. Il culto dell’immagine è antichissimo e la tradizione ne attribuisce l’esecuzione a san Luca. Ai lati della Vergine compaiono le lettere greche abbreviazione del titolo di Madre di Dio.

basilica di santa maria maggiore - altare

Opera di Stefano Maderno è invece la scultura in alto, che rappresenta papa Liberio mentre traccia sulla neve il perimetro della prima Basilica.

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Le statue presenti nella cappella raffigurano tutte personaggi che hanno annunciato profeticamente la figura di Maria, o che hanno avuto una certa importanza nella sua vita: Davide, Aronne, San Dionigi Areopagita, San Bernardo, San Giovanni Evangelista, San Giuseppe). In questa cappella lavorarono anche il Cavalier d’Arpino, il Baglione, Guido Reni, Ludovico Cardi detto il Cigoli, autore dell’Immacolata tra i dodici apostoli nella gloria angelica, rappresentata come la donna dell’Apocalisse, con la luna ai suoi piedi. La particolarità dell’opera è che l'astro non ha la solita forma della mezzaluna, secondo la tradizionale iconografia mariana, ma, sulla base delle osservazione scientifiche di Galileo Galilei non è perfettamente sferica, e per questo attirò, all’epoca, un grande interesse. Nella Cappella è presente anche la tomba di Clemente VIII. In questa cappella lavorò, tra gli altri, anche Pietro Bernini, il padre di Gian Lorenzo, il quale realizzò l’Incoronazione e un’Assunzione che si trova ora nel Battistero.

La Cappella Sforza

Il disegno ne era stato originariamente affidato – secondo quanto riportato dal Vasari - a Michelangelo, e ne rimangono attualmente due schizzi. Dopo la sua morte, gli successero Tiberio Calcagni e Giacomo Della Porta, che realizzarono la cappella apportando delle modifiche al progetto iniziale.

La statua della Regina Pacis

Nella navata di sinistra si trova la statua della Regina Pacis, realizzata da Guido Galli per volere di Benedetto XVI, in ringraziamento per la fine della prima guerra mondiale.

 

FONTI

Santa Maria Maggiorehttp://www.calino.it/Turismo/Lazio/Basilica_Santa_Maria_Maggiore.pdf

Basilica papale di Santa Maria Maggiore, Sito del Vaticano

Le basiliche patriarcali. S. Maria Maggiore Medioevo.Roma
http://www.medioevo.roma.it/html/architettura/bas-mmagg01.htm

Federico Cenci, La “Sacra Culla” di Santa Maria Maggiore, http://www.zenit.org/it/articles/la-sacra-culla-di-santa-maria-maggiore

Andrea Lonardo, La basilica di Santa Maria Maggiore in Roma: i primi concili ecumenici, http://www.gliscritti.it/blog/entry/1002#h31

Andrea Lonardo, I mosaici paleocristiani della navata centrale di Santa Maria Maggiorehttp://www.gliscritti.it/blog/entry/1177

Anna Zelli, Campanile Basilica Santa Maria Maggiore Rione Monti (Roma), http://www.annazelli.com/campanile-basilica-santa-maria-maggiore-rione-monti-roma.htm

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