La sfida di educare

    dentro il cambiamento d'epoca

    Alla scuola del genio pedagogico di Antonio Rosmini e John Henry Newman

    Alessandro Andreini



    Scuola e famiglia stanno perdendo di vista gli autentici bisogni degli adolescenti: il recente episodio dell'occupazione del liceo Tasso, a Roma, con le acute riflessioni che ne sono seguite, riapre la questione su come sia possibile educare nel cuore di un cambiamento d'epoca. Un'occasione preziosa per riscoprire il genio pedagogico di due magistrali interpreti di un non meno cruciale cambio di paradigma tra XVIII e XIX secolo.


    Dentro la crisi

    «Quello che sta accadendo al liceo Tasso di Roma possiede una dimensione simbolica che corrisponde in pieno alla profonda crisi etica contemporanea: trionfa il clamore mediatico, perdono rilevanza le gerarchie culturali, la democrazia si trasforma in una recita a soggetto, l'istruzione mostra il suo lato più istituzionale e normativo, i precetti si affermano, le passioni vengono meno, tutti cercano il consenso, pochi puntano ai valori». Così, il 20 gennaio 2024, lo scrittore ed educatore Eraldo Affinati, fondatore delle scuole di italiano per stranieri Penny Wirton, sintetizzava su «Avvenire» la vicenda dell'occupazione del liceo Tasso di Roma. Segnalando il fatto che, in tale episodio, divenuto fin da subito preda dei media e della politica, sembra contare più «il ruolo che si interpreta delle ragioni del contendere sulle quali si passa sempre sopra assai velocemente». E concludeva ricordando che «in una recente intervista, uno dei liceali appartenenti al collettivo studentesco ha accennato, fra l'altro, alla necessità di un rinnovamento radicale della didattica e all'auspicato aggiornamento dei libri di testo».
    Non meno acuto, nella lettura della vicenda, lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini, autore di numerosi studi originali sull'emergenza educativa – l'ultimo dal titolo Sii te stesso a modo mio. Essere adolescenti nell'epoca della fragilità adulta (Cortina Editore, Milano 2023) –, il quale metteva in evidenza l'inadeguatezza delle risposte del mondo adulto alle esigenze delle nuove generazioni, sia il 5 in condotta, definito «un provvedimento stereotipato e inutile», così come la scelta di schierarsi con i ragazzi: «sono prese di posizione – commentava su «Avvenire» sempre del 20 gennaio 2024 – che non servono ai ragazzi ma solo agli adulti, per mettere a tacere la propria incapacità di intervento e illudersi di aver fatto qualcosa, di non essere rimasti a guardare. Invece così hanno solo dimostrato ancora una volta che scuola e famiglia stanno perdendo di vista gli autentici bisogni degli adolescenti». E aggiungeva, toccando il punto a noi pare cruciale di questa vicenda scolastica certamente marginale, ma assai esemplare: le regole che si è voluto richiamare e imporre non hanno senso. Non solo si chiede agli adolescenti di rispettare delle norme che gli adulti sono i primi a infrangere, ma, soprattutto, si tratta di provvedimenti «fatti per recuperare un'autorevolezza che oggi i ragazzi, almeno nella maggior parte dei casi, non riconoscono più agli adulti. Sanno benissimo, i nostri ragazzi, che insegnanti e genitori agiscono così solo per mettersi a posto la coscienza».
    Ricerca del consenso e non dei valori, imposizione di regole in cui nessuno crede più, perdita irrimediabile di autorevolezza. Sono queste le caratteristiche della crisi che ci troviamo ad attraversare e che investe frontalmente proprio il tema dell'educazione. Una crisi che, come acutamente lasciava intendere Affinati, sembra rivelare un male ancora più profondo, una sorta di strisciante rassegnazione se non addirittura di cinica lotta per la sopravvivenza in un orizzonte senza futuro e rispetto al quale, appunto, i giovani non hanno alcun valore: già, a chi interessano davvero le questioni relative alla loro formazione e alla loro crescita? E come ritrovare le ragioni di un'educazione dentro il cambiamento d'epoca?

    Due pensatori al cuore della modernità

    Alla ricerca di una possibile risposta, può valere la pena soffermarci sulle prospettive elaborate nel cuore di un'epoca che fu testimone di un cambiamento di paradigma non meno radicale di quello che stiamo attraversando e di cui sono eco decisa anche le proteste degli studenti romani. Ci riferiamo alla profonda trasformazione sociale, culturale e spirituale che segnò gli anni dell'epopea napoleonica e quelli immediatamente successivi, riguardo ai quali rimane emblematico lo sforzo – risultato vano, ma posto in atto da tutte le monarchie europee e da quasi tutte le forze spirituali del tempo – con il quale, in occasione del Congresso di Vienna del 1815, si cercò di riportare la storia all'indietro, proprio come gli adulti rispetto ai giovani del liceo Tasso. In realtà, infatti, e come dovremo imparare ben presto a renderci tutti conto, nulla poteva essere più come prima, e non c'è dubbio che la riflessione di pensatori quali Antonio Rosmini e John Henry Newman si collochi al cuore di questa faticosa presa di coscienza, nel nobile tentativo di farsi carico, con una genialità ancora in parte da mettere in luce e valorizzare, della sfida di quel radicale e, non secondariamente, assai tragico cambiamento d'epoca. E a farlo, in particolare, proprio nella prospettiva pedagogico-educativa, con grande attenzione per le future generazioni, testimonianza di una fiducia nel futuro che è forse l'aspetto che a noi maggiormente fa difetto e che, per questo, più possiamo e forse dobbiamo evidenziare nel loro percorso.
    Com'è stato ben messo in evidenza, di fronte alla sfida della modernità che si ergeva come grande progetto formativo di un uomo educato secondo un umanesimo laico – potremmo riassumere così la "novità" culturale e sociale affermatasi a partire dalla rivoluzione francese –, Antonio Rosmini avvertiva, con una chiarezza e una consapevolezza via via sempre maggiori, tutta l'inadeguatezza delle posizioni cattoliche, incapaci di aprire un dialogo serio, sincero e rigoroso insieme, con l'uomo contemporaneo (cfr. F. De Giorgi, Rosmini e il suo tempo, L'educazione dell'uomo moderno tra riforma della filosofia e rinnovamento della Chiesa (1793-1833), Morcelliana, Brescia 2002, pp. 9ss). Come egli stesso metteva in luce nella sua opera più nota, alle posizioni o superficialmente apologetiche o astiosamente polemiche di gran parte del mondo cattolico, il genere umano uscito dalla sua infanzia – sono le stesse considerazioni che Dietrich Bonhoeffer svilupperà nelle sue lettere dal carcere parlando di un mondo diventato adulto – volge per sempre le spalle, «poiché non vi trova se stesso, né i suoi pensamenti, né i suoi affetti». E conclude, con una non comune parresia: i discorsi educativi della Chiesa e dei cattolici del tempo gli appaiono «senza spirito, senza principij, senza eloquenza e senza metodo» (A. Rosmini, Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa, Città Nuova, Roma 1981, pp. 51.57).
    È a questa crisi di "insignificanza" che Rosmini tenta di dare risposta con la sua prospettiva che vede al centro proprio il ruolo della Chiesa.
    Da parte sua, il giovanissimo studente di Oxford John Henry Newman va sempre più facendosi consapevole, da un lato, della centralità dello studio, e specialmente di quello universitario, a servizio della crescita dell'umanità nel suo insieme, un mondo al quale desiderava appartenere con tutte le sue forze. Dall'altro, in singolare sintonia con Rosmini, prende definitivamente atto che il grande progetto degli studi superiori non poteva avere futuro, in un tempo in cui essi stavano divenendo sempre più indispensabili proprio per la formazione delle nuove generazioni, se perdeva la sua anima cristiana. Come racconta in Perdita e guadagno, rievocando i suoi sentimenti nell'autunno del 1821, alla vigilia del suo tentativo di divenire fellow di uno dei collegi di Oxford, una notte era salito con un amico su una delle tante torri della città universitaria e, mentre il suo accompagnatore era tutto preso dal cielo stellato, «lui, più terrestre che mai, guardava giù dentro la profondità dei cortili quadrangolari, illuminati dal gas e segnati dalle ombre, domandandosi se sarebbe mai diventato fellow di questo o quel college, che sceglieva tra la selva degli edifici accademici» (J.H. Newman, Perdita e guadagno. Storia di una conversione, Jaca Book, Milano 1996, p. 350). Un desiderio, per altro, che si sarebbe concretizzato pochi mesi più tardi, con il suo ingresso, nell'aprile 1822, nella Oriel Common Room che costituirà per vari anni il centro della vita intellettuale oltre che della pratica e della riflessione educativa di Newman (cfr. M. Marchetto, Monografia introduttiva a J.H. Newman, Scritti sull'Università. L'Idea di Università. Origine e sviluppo dell'Università, Bompiani, Milano 2008, pp. XXXVI ss).
    È qui che si fissa in lui l'ammirazione per il progetto degli studi universitari e viene messa a punto quella che egli stesso avrebbe successivamente definito la sua "idea" di università: l'educazione intesa come perfezionamento dell'intelletto, l'elevarsi da una condizione di privazione alla «forza, alla salvezza, all'inclusività e alla versatilità dell'intelletto, al dominio delle nostre facoltà, al giudizio istintivamente retto sulle cose che ci si presentano» (J.H. Newman, L'Idea di Università, cit., p. 21). E con, al centro – è il tratto più originale e moderno del suo progetto e anche la caratteristica più attraente e commovente di tutto il suo itinerario spirituale di uomo di grandi e perfino scomode amicizie la persona come soggetto primo dell'educazione: è l'influenza personale il tramite privilegiato dei processi educativi – né deve sfuggire la vicinanza con l'intuizione rosminiana secondo la quale «solo de' grandi uomini possono formare degli altri grandi uomini» (A. Rosmini, Delle Cinque Piaghe, cit., p. 82)? – ed essa va sottratta sia alla freddezza di una ragione impersonale e sovrapersonale sia alla rigidità del Sistema e della Legge, rispetto ai quali Newman cercherà sempre una via di equilibrio e di superiore conciliazione.
    Non senza l'avvertimento – che si fa impegno attivo prima con il Movimento di Oxford e, dopo l'ingresso nella Chiesa cattolica, con le riflessioni che sfoceranno nella sua Grammatica dell'assenso – che la fede cristiana, e le Chiese, sono indispensabili per il mantenimento dell'integrità dell'Università e della fermezza nell'adempimento della propria funzione. È nota, in effetti, la sua polemica contro l'"Università senza Dio", una carenza che non si risolve né introducendo nel calendario accademico dei corsi di religione né coltivando la pietà di pensare a Dio anche nel bel mezzo dei più avanzati esperimenti scientifici, ma che guarda alla fede come al solo orizzonte in grado di incardinare la mente in una visione più grande e inclusiva che scongiuri ogni rischio di supremazia e di indipendenza della ragione. Insomma, ma ci torneremo, la Chiesa come integrità dell'Università e difesa dell'autentica universalità del sapere, con un ruolo profondamente diverso da quello di ostacolo alla conoscenza del mondo e all'intelligenza dell'uomo che aveva svolto per molti secoli, finendo per essere percepita come il flagello del vero sapere, esattamente il contrario di quello che essa è ed è chiamata a essere (cfr. M. Marchetto, cit., p. CIX).

    Usare il "linguaggio della verità"

    Rivelando una singolare somiglianza con la prospettiva di Newman, il progetto di Rosmini per l'educazione del popolo, l'abbiamo accennato, passa attraverso una rinnovata formazione del clero. È il tema Della piaga della mano dritta della santa Chiesa, che è la insufficiente educazione del Clero, alla quale già abbiamo fatto riferimento, accennando anche alla formazione di uomini grandi da parte di grandi uomini. È pure il motivo di fondo di tanta della produzione letteraria di Rosmini: scritti agili, puliti, diretti, dei quali è esempio forse massimo il Panegirico di Pio VII, pronunciato a Rovereto poco dopo la morte del Papa che seppe tenere testa a Napoleone e che, in certo modo, fu capace di accompagnare i processi di trasformazione cui abbiamo fatto cenno (cfr. A. Rosmini, Discorsi di vario genere, Istituto di Studi Filosofici di Roma-Centro Internazionale di Studi Rosminiani di Stresa-Città Nuova, Roma 2018). Un elogio che sarebbe stato pubblicato ben otto anni dopo, tanto cruciale ne era divenuto sempre più il contenuto anche per via della rielaborazione apportata da Rosmini nei mesi successivi, proprio in vista dell'edizione a stampa.
    Discorsi e sermoni, pronunciati in parrocchia o in altre occasioni, che Rosmini prepara nel corso di vari anni e intorno ai quali egli stesso svolge una riflessione cruciale, e proprio in relazione a quella riforma della Chiesa che costituisce, di fatto, la passione di tutta la sua vita. L'eloquenza sacra, infatti, risponde, per Rosmini, a un'esigenza dei tempi. Tempi che vanno cambiando rapidamente e che richiedono, appunto, un rinnovamento dell'arte di comporre discorsi. E, perché no, anche del preparare libri di testo, come proprio gli studenti del liceo Tasso sembrano oggi segnalare, preoccupazione che fu dello stesso Rosmini. Ne è testimonianza, tra i tanti riferimenti che si potrebbero fare, l'appunto De' testi a formarsi per la gioventù del ginnasio roveretano secondo il metodo già posto in uso che si apre con una definizione straordinaria proprio del primato dell'educazione per la formazione della persona umana: «l'istruzione è il principal fonte del miglioramento dell'uomo. Per essa le tenebre dell'umano intelletto si schiariscono, e il cuore ha il suo nutrimento venendo a conoscere le cose e '1 modo d'amarle. Laonde quest'è il più importante affar de' governi, e la più tenera cura degli uomini caritativi, che la gioventù e tutti quelli che n'abbisognano sieno saviamente ammaestrati» (in A. Rosmini, Dell'educazione cristiana. Sull'unità dell'educazione, Istituto di Studi Filosofici-Centro di Studi Rosminiani, Città Nuova Editrice, Roma 1994, p. 319). Non meno illuminante lo schema di studi Coltura dell'uomo a sé o sia formazione dell'uomo che costituiva l'impianto di fondo a cui si ispira tutto il progetto educativo di Rosmini come espresso nei suoi testi più noti (in A. Rosmini, Dell'educazione cristiana. Sull'unità dell'educazione, cit., pp. 323 ss).
    In cosa consista la sfida dei tempi nuovi, Rosmini lo metterà a fuoco, con la sua consueta chiarezza, qualche anno più tardi, nella sua Introduzione alla filosofia: il pericolo dal quale bisogna guardarsi, vi si legge, è la tendenza generale al soggettivismo, un movimento di pensiero che minaccia di avvelenare tutti i campi della conoscenza (cfr. U. Muratore, Introduzione a A. Rosmini, Discorsi di vario genere, cit., pp. 11 ss ) e che costituisce, di fatto, il vero cambiamento d'epoca inaugurato con la rivoluzione francese. Non occorre sottolineare la modernità di tale analisi, così come della cura che Rosmini suggerisce: non si tratta, infatti, come comprenderà lo stesso Newman, di negare il soggetto e le sue nuove scoperte – con un'operazione antimoderna e reazionaria che non produrrebbe alcun risultato e che pure è stata più volte tentata –, ma piuttosto definirne i confini, impedendo che esso, appunto, debordi.
    È a questo proposito che l'eloquenza può offrire un contributo decisivo, dal momento che essa affronta, appunto, la questione della verità, il solo argine praticabile contro l'ipertrofia dell'io. Detto altrimenti, la vera eloquenza sta nella capacità di usare "il linguaggio della verità", non dimenticando mai che l'autore non ha altri mezzi che le parole, e le parole non sono che segni poveri e deboli, strumenti da disporre in modo che mostrino la vera sostanza che è la verità: una sfida non meno moderna.
    Da qui l'interesse di Rosmini per l'eloquenza e anche la preoccupazione di formare il clero a quest'arte. Più di una volta, Rosmini viene invitato dai vescovi del suo tempo per tenere lezioni di eloquenza ed è precisamente nella corrispondenza che egli intrattiene in relazione a tali impegni che vengono messe a punto le caratteristiche principali della sua idea di eloquenza e di quale educazione occorra per i tempi nuovi: come accennato, basta con lo stile ampolloso e, in certo modo, paternalista che si è utilizzato per troppo tempo. Non si tratta di educare dall'alto in basso, ma con quella pulizia e immediatezza che sono proprie di chi parla non a inferiori, ma a persone alla pari. In primo luogo, occorre usare somma chiarezza e semplicità dello stile per toccare il cuore degli uditori. È poi bene presentare poche idee alla volta, ma possibilmente sublimi, pochi sentimenti, ma generosi. Inoltre, l'oratore non deve mai dimenticare che la verità non ha bisogno che di essere mostrata per essere amata e che, per presentarla nella sua nitidezza, occorrono chiarezza di elocuzione, chiarezza di pensieri e chiarezza d'ordine, attenendosi sempre al genere che a ciascuno è più congeniale. In sintesi, come Rosmini scrive a un sacerdote rosminiano della Sacra di San Michele, la missione richiede passione e grande incisività, più che minuziosità o uno stile «costante negletto», vale a dire stanco e monotono: «la missione è un altro genere: dimanda semplicità di dire e istruzione, di-manda scosse potenti e somma familiarità con abbondanza di casi pratici» (A. Rosmini, Epistolario completo, Giovanni Pane, Casale Monferrato 18871894, VIII, p. 363). Dai consigli che Rosmini offre a mons. Claudio Samuelli, vescovo di Montepulciano, che gli ha chiesto indicazioni su come far fiorire spiritualmente la propria diocesi, apprendiamo che egli attribuisce un'importanza cruciale alla buona eloquenza proprio in vista della "riforma del popolo". In primo luogo, gli scrive, occorre mettere a punto un buon catechismo, poi occorre dedicarsi alla formazione religiosa del popolo cominciando «da missioni generali fatte fare successivamente in tutte le parrocchie da eccellenti operai evangelici, istruiti prima dal Prelato de' punti principali, sui quali debbano insistere, e in cui la riforma è più necessaria» (A. Rosmini, Epistolario completo, cit., VIII, p. 513).

    Parlare al cuore dell'uomo

    Come sottolinea Muratore, un termine che ricorre spesso nella predicazione rosminiana è la parola "cuore": parlare al cuore, per Rosmini, è la sola via per parlare a tutto l'uomo, l'unica garanzia per essere davvero efficaci. È la questione di apertura della trattazione della prima delle cinque piaghe, ovvero la domanda su quale sia stata la via grazie alla quale i primi discepoli di Cristo hanno potuto diffondere il messaggio evangelico con la sorprendente rapidità ed efficacia attestata dalla storia: ancora una volta, dunque, riaffiora la domanda sulla capacità di suscitare la sequela di Cristo che assilla insistentemente Rosmini. Nel caso dell'eloquenza, l'esigenza è la stessa. Si tratta di parlare "da cuore a cuore" come suggeriva san Francesco di Sales. E dove il cuore è, appunto, il centro della persona umana, nella quale si fondono insieme il sentimento, il desiderio, l'intelletto, l'immaginazione, la volontà, la libertà e l'azione. Parlare all'uomo, in altri termini, non significa né parlare al solo intelletto, con il rischio di lasciare l'uditorio freddo, tentato dalla superbia di una conoscenza troppo facile e, infine, incapace di passare all'azione. Né rivolgersi al solo sentimento, con il rischio di alimentare una pietà vera, ma povera e non sostenuta dalla razionalità. Né indirizzarsi, infine, alla sola fantasia o all'immaginazione, con la conseguenza di suscitare un entusiasmo smodato e altrettanto inconcludente, ancorché pericoloso – è il caso del populismo –. Per Rosmini, in sintesi, «il predicatore deve offrire "una vitale e piena istruzione", deve cioè coinvolgere tutte le facoltà dell'uomo e coinvolgerle verso un'azione o comportamento libero e consapevole. La luce della verità mostrata deve trovare nel cuore il fuoco della carità che diventa operativa. Ciò si verifica quando la predica si rivolge non "ad una parte dell'uomo, ma a tutto l'uomo"» (U. Muratore, Introduzione a A. Rosmini, Discorsi di vario genere, cit., p. 23).
    È parlando al cuore, dunque, che si può veramente formare l'uomo, raggiungendo l'obiettivo che Rosmini da sempre considera primario rispetto a qualsiasi altro. Lo afferma chiaramente nel saggio Sull'Unità dell'educazione quando, trattando proprio della necessità di un'unità del sapere che dovrebbe rifluire anche nei nuovi libri di testo, puntualizza chiaramente che tale unità è conseguenza necessaria dell'urgenza di puntare a una cultura unitaria dell'essere umano. Così scrive: «È però accuratamente a considerare che la separata cultura della Memoria, della Fantasia, dell'Ingegno, non sono altro che i mezzi, per cui in tutti e tre questi modi formiamo il cuore dell'uomo, che è lo stesso che dire tutto l'uomo. Sarà dunque meglio detto che in tutto questo corricolo di studio non ci occupiamo d'altro affare che di formare il cuore dell'uomo, ma nella Grammatica per mezzo della Memoria, nella Rettorica per mezzo dell'Immaginazione, nella Filosofia per mezzo dell'Intelletto» (A. Rosmini, Sull'unità dell'educazione, in Id., Dell'educazione cristiana. Sull'unità dell'educazione, cit., pp. 284-5).

    Una religione a servizio dell'uomo

    Per Rosmini, che sembra riecheggiare qui l'appello di Newman riguardo al rischio di un'università senza Dio, solo la religione è in grado di garantire l'unità dell'educazione che è indispensabile per formare l'uomo. Non si tratta, precisa, di promuovere un'educazione religiosa – proprio come avvertiva Newman segnalando l'inganno di una certa pietà senza effettivo fondamento –, ma soprattutto e prima di tutto di coltivare l'unità d'educazione religiosa, ovvero una religione coerente con sé stessa e che si indirizza a tutto l'uomo, non solo alla sua presunta dimensione spirituale. È quanto afferma a più riprese la Scrittura, argomenta Rosmini: «la Religione in fatti è quel solo principio che può dare all'educazione umana l'unità; ed è perciò che l'idea della vera educazione umana è germinata si può dire e fiorita al mondo dallo spirito del Cristianesimo». E prosegue con una metafora particolarmente eloquente: «veramente prima che il mondo ricevesse la parola della vita e della salute l'umano genere pareva più tosto simile ad un'immensa boscaglia dove senz'arte e senz'opera di ragione crescevano a caso tronchi infruttiferi, e pruni selvaggi, mentre ora pare un giardino ridotto dalla mano industre dell'agricoltore alla più util coltura, pieno di ben tirati colti, e di piante domestiche e mansuete» (A. Rosmini, Sull'unità dell'educazione, cit., p. 225). Davvero, conclude Rosmini, è il cristianesimo ad aver dato l'unità all'educazione «primieramente perché pose in mano all'uomo il regolo, onde misurare le cose tutte, o sia il fine ultimo a cui indirizzarle» (ivi, p. 226).
    Un cristianesimo, tuttavia, assai diverso da quello, lo accennavamo, autoreferenziale ed esclusivo che purtroppo ha dominato per secoli l'orizzonte della vita ecclesiale e ha finito per ostracizzare tutto quello che non era esplicitamente religioso. Della religione, afferma Rosmini con una certezza che ancora oggi ci tocca per la sua carica di speranza, il genere umano ha immenso bisogno, ne è «smanioso ed irrequieto». Non si tratta, dunque, di sforzarsi a convincerlo. Semmai, ed ecco la genialità del pensatore roveretano, occorre «che gl'insegniamo un modo saggio di sodisfare a questo bisogno; un modo che non esiga da lui un sacrificio superiore alla sua debolezza e non necessario; un modo che riconcilii la Religione con tutto ciò ch'essa non condanna; un modo finalmente, mediante il quale accanto alla Religione fiorisca quanto può rendere ampiamente benevola la società degli uomini, e quanto può donare al maggior numero di questi una vita men disgustosa, e può sciogliere gl'ingegni a deliziarsi per gli giardini vastissimi della verità, nel tempo stesso che s'umiliano sotto la immensa luce di lei che li vince e li signoreggia» (ivi, pp. 224-5). È la via da seguire e che, per molti aspetti, ancora attende di essere effettivamente imboccata. Quella di una religione che non condanna, ma accoglie e promuove, un Vangelo che salva, proprio come Gesù dichiarava a Nicodemo nel loro dialogo notturno: «Dio infatti ha tanto amato il mondo [...]. Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui» (Gv 3,16.17). È questo amore sconfinato che la Chiesa è chiamata a vivere e rilanciare senza alcuna esitazione, è questa salvezza che attende di essere annunciata e praticata.
    E se l'unità così ottenuta si declina nelle tre dimensioni dell'unità nel fine, nelle dottrine e nelle potenze, è soprattutto quest'ultima dimensione che ci riguarda quanto allo sviluppo della persona umana, dal momento che qui vengono chiamate in causa tutte le potenzialità dell'essere umano per indirizzarle verso l'unico fine (cfr. ivi, pp. 226ss). Non solo, ma si tratta di un'unità che si rivela di grandissima utilità per le stesse scienze. Come Rosmini scriveva in una lettera del 23 gennaio 1816 a don Luigi Sonn, «ah! chi ben vedesse come tutte le scienze, tutto lo scibile è una unità, una cosa sola, e ciascuna scienza è parte d'un medesimo tutto! costui conoscerebbe appieno il valore e l'utilità di ciascuna, l'influenza che vicendevolmente s'hanno, non ne dispregerebbe alcuna, e avvilendo la grammatica, intenderebbe come egli offende la rettorica, e la letteratura offendendo, sentirebbe a dolersi la filosofia, e offendendosi essa, sarebbe la teologia medesima oltraggiata e risentita» (A. Rosmini, Epistolario completo, cit., I, p. 152).
    Tagliare la testa di una cosa viva on essere in pace significa essere in guerra»: è così che, in apertura di un famoso discorso del 1852, nel quale affronta in modo diretto e approfondito la questione della Godless University, dell'università senza Dio, Newman risponde all'argomentazione in voga in quegli anni secondo la quale la religione è una dimensione privata e che un docente di qualunque genere o grado può svolgere il suo dovere scientifico senza chiamare in causa la propria credenza religiosa ovvero astraendo da essa. «L'insieme delle scienze che costituiscono il sapere universale non è – spiega Newman – un cumulo di acquisizioni accidentale o variabile, ma un sistema, e si può dire che sia in equilibrio, finché tutte le sue parti sono ad esso assicurate. Toglierne una, ed una così importante nell'elenco come la teologia, provoca disordine e rovina nello stesso tempo» (J.H. Newman, La conoscenza generale considerata come un'unica filosofia, in Id., Scritti sull'Università, cit., p. 1431). È qui che si inserisce l'idea di università cui già abbiamo fatto cenno e che costituisce, in un certo senso, la risposta originale e profetica di Newman alla crisi del suo tempo, una visione che si collega perfettamente con l'unità delle scienze vista da Rosmini. L'universitas studiorum non è «una specie di bazar, o di magazzino, in cui sono ammucchiate in vendita merci di tutti i tipi su bancarelle distinte l'una dall'altra». Al contrario, essa «è la dimora, la casa padronale della grande famiglia delle Scienze, tutte sorelle, e in atteggiamento da sorelle nelle loro reciproche disposizioni» (ivi, p. 1437).
    L'immagine che Newman utilizza per descrivere l'università senza Dio è particolarmente forte e, in un certo senso, già preconizza la tendenza alla disgregazione che segna oggi il sapere anche universitario. In effetti, ed è esattamente il ragionamento di Rosmini, se manca una sintesi filosofica, un'espansione ordinata, una costruzione elastica del sapere è proprio perché l'università ha perduto l'idea di unità. E questo è accaduto precisamente «perché hanno tagliato la testa di una cosa viva, e pensano che sia perfetta, tranne che per la testa. Pensano che la testa sia un di più, una qualità, la corona operis, non essenziale all'idea dell'essere che si trova nelle loro mani» (ivi, p. 1441). Newman è consapevole che i suoi contemporanei non riescono a comprendere la posta in gioco e fanno fatica a mettere a fuoco quell'"idea" intorno alla quale sta ruotando il suo ragionamento. In un certo senso, nella loro concezione dell'università non c'è niente di tutto questo, nessun bisogno di unità se non strumentale: pensano che la semplice giustapposizione di una serie di scienze, di aule e di insegnamenti faccia, ipso facto, un'università. Per questo, al fine di rendere maggiormente comprensibile la questione, Newman introduce un esempio che, forse non casualmente, richiama proprio quel primato della liturgia così caro anche a Rosmini. Fa infatti riferimento proprio al culto, alla celebrazione liturgica la cui finalità è quella di «innalzare l'anima a Dio». Nella sua semplicità, spiega, essa non avrebbe bisogno d'altro che di un movimento interiore. Ma se la consideriamo nella sua forma solenne e pubblica, tutto cambia e richiede una sinergia molto ampia di elementi. Non l'innalzarsi di un cuore soltanto, ma di molti, e poi la "devozione" dei corpi, degli occhi, delle mani, voci, nasi, insomma tutta la persona. E ancora: vesti, fiori, luci, incensi, musica. Tutti elementi apparentemente indipendenti l'uno dall'altro, insiste: «ognuna di queste cose è distinta in se stessa, e indipendente dalle altre». E, tuttavia, si chiede Newman, proprio per il loro partecipare all'unica azione liturgica, «non sono forse un tutto? Non sono indivisibilmente mescolate fra loro, e sigillate nell'immagine dell'unità, a causa dell'unica idea di culto in cui vivono e a cui provvedono? Togliete quell'idea, e che cosa valgono? Tutto lo spettacolo diventa una ridicola messinscena. Il culto le rende una» (ivi, p. 1447).
    L'esempio riserva, tuttavia, un'ulteriore, decisiva suggestione. Se, infatti, nell'assemblea che prende parte a quel culto così ricco non ci fosse nessuno «che creda, che ami, che preghi, o che renda grazie», ancora una volta e perfino in modo più drastico, tutto non sarebbe altro che «uno spettacolo, una finzione, un'ipocrisia». E questo, commenta Newman, «perché manca l'unica idea che dà vita, e forza, e una comprensione armoniosa, e un'individualità, a molte cose nello stesso tempo, ciascuna distinta in se stessa, e nella propria natura indipendente da quell'idea» (ivi). È l'appartenenza a un tutto che fa la differenza, aggiunge Newman, tanto che due università potrebbero somigliarsi in ogni dettaglio, nei programmi delle lezioni e nel prospetto annuale, ma risultare semplicemente antagonistiche. Come questa appartenenza si verifichi, come si possa suscitare e poi coltivare il senso vivo di questo "tutto" è la sfida che sta anche davanti a noi, oggi. Newman la definisce «quella forma intellettuale e morale che deriva in ultima istanza della grazia divina, e di cui la fede, non la sapienza carnale, è la caratteristica» (ivi, p. 1473). È il tutto cattolico, nel senso confessionale, ma anche più ampio, etimologico, dell'universale tendere all'unità, che si riconosce, sembra dire Newman, "a fiuto": i cattolici, infatti, percepiscono in coloro che non lo sono «un'affermazione, o un aspetto, o un tono, differente dal cattolicesimo, che non possono analizzare e descrivere, ma su cui non possono sbagliare» (ivi). La conclusione potrebbe apparire intransigente, ma in realtà è semplicemente logica: «il Credo cattolico è un tutto, e anche la filosofia è un tutto; ciascuno può essere paragonato a un individuo al quale non si può aggiungere niente, dal quale non si può togliere niente. Si possono professare, si possono non professare, ma non c'è un terreno mediano fra il professare e il non professare. La cosiddetta Università che rifiuti di professare il Credo cattolico è, per sua stessa natura, ostile sia alla Chiesa sia alla filosofia» (ivi, p. 1475).

    Conclusione: le quattro tensioni polari

    Una possibile conclusione del nostro percorso nella sfida educativa secondo Rosmini e Newman potrebbe portarci a rileggere le loro intuizioni, maturate nel cuore di un drammatico cambiamento d'epoca, alla luce delle quattro polarità che papa Francesco ha formulato nell'esortazione apostolica Evangelii gaudium, indicandole come il metodo «per avanzare nella costruzione di un popolo in pace, giustizia e fraternità» all'interno di un nuovo, sfuggente cambiamento d'epoca: «quattro principi che orientano specificamente lo sviluppo della convivenza sociale e la costruzione di un popolo in cui le differenze si armonizzino all'interno di un progetto comune. [...] la loro applicazione può rappresentare un'autentica via verso la pace all'interno di ciascuna nazione e nel mondo intero» (EG 221).
    La prima polarità, il tempo è superiore allo spazio, è quella che bene inquadra la postura di fondo che i due pensatori hanno avuto nei confronti delle radicali trasformazioni della loro epoca: non andare a caccia di spazi e di posizioni, ma imparare a lavorare a lunga scadenza, senza l'ossessione dei risultati immediati. Un principio che aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone: un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo e imparando a «privilegiare i tempi dei processi invece che gli spazi di potere». Il secondo principio polare afferma che l'unità prevale sul conflitto. Esso, a ben vedere, ha accompagnato tutto il nostro percorso con quella preoccupazione per l'unità che sia Rosmini che Newman considerano decisiva per qualsiasi progetto educativo: unità nei fini, nella dottrina e nelle potenzialità, ovvero puntando a tutto l'uomo e sia pure senza evitare, ma attraversando i conflitti come percorso di guarigione e di riconciliazione.
    La terza tensione polare, secondo la quale la realtà è più importante dell'idea, è facile da riconoscere nella preoccupazione di Rosmini di utilizzare, nei sermoni, ma tanto più nei libri di testo, il linguaggio della verità, semplice, essenziale, mai ampolloso, con la convinzione forte che la verità non ha bisogno che di essere mostrata per essere amata e che, per presentarla nella sua nitidezza, occorrono, appunto, chiarezza di elocuzione, chiarezza di pensieri e chiarezza d'ordine. Infine, l'ultima polarità, il tutto è superiore alla parte. Essa più che mai ci è venuta incontro nella preoccupazione sottesa all'idea di università di Newman, il luogo per eccellenza dove si scopre di essere chiamati a fare parte del tutto che è il mistero e la bellezza della creazione in cui niente è escluso o inutile, ma tutto ricondotto all'unità. Ma anche nella passione per la riforma della Chiesa di Rosmini, e particolarmente in quel sogno di un cristianesimo non più autoreferenziale ed esclusivo che purtroppo ha dominato per secoli l'orizzonte della vita ecclesiale. Il tutto è superiore alla parte e la fede cristiana avrebbe proprio il compito di accompagnare questa ricomprensione: una religione che non condanna, ma accoglie e promuove, un Vangelo che salva. È l'amore sconfinato di un Dio che è venuto non per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato che la Chiesa è chiamata a vivere e annunciare senza alcuna esitazione, è questa salvezza che attende di essere praticata e testimoniata.

    (FEERIA, 2023/2 - n. 64 - pp. 19-27)