Amare il proprio passato,
qualunque sia stato
Michele Corsi
Personalmente sono convinto di aver contratto un debito maggiore di gratitudine con le mie cadute, i miei errori, le vicende non riuscite o finite male (e comunque «sempre» per una qualche mia responsabilità, di eccessiva speranza o di troppa disperazione), i rapporti sbagliati che ho intrattenuto o nei quali ho perseverato con scarsa lucidità, che non con le situazioni positive che pure sono stato capace di costruirmi o con le occasioni fortunate che hanno riguardato la mia vita.
Un libro non è una confessione resa in punto di morte né il testamento spirituale che si lascia ai pochi eletti, al termine di un'esistenza. È piuttosto un'avventura culturale che vuole segnare e trasmettere un messaggio educativo.
Non starò pertanto a dire qui se mi sono fatto male e parecchio nelle mie disavventure personali. Basterà notare che, anche per me, come per ognuno, la vita (almeno quella che ho trascorso e assaporato sinora) è stata un sistema di luci e di ombre, di salite e di discese, di cadute a precipizio (o quasi) negli inferi della mia anima e della mia storia individuale, e poi risalite straordinarie e coraggiose, di pregio, consistenti.
Ma sono egualmente certo che, quanto di più bello e nobile ho saputo tracciare in capo ai miei giorni e di cui oggi sono particolarmente fiero, discenda proprio da quelle antiche pagine di dolore che non ho mai voluto allontanare da me. Non già per soffrire inutilmente, dal momento che nulla mi è più lontano di una visione pessimistica o dolente della vita. Ma proprio perché, dal confronto con esse e con la loro lezione, ho imparato (o almeno credo) a crescere in umanità.
È chiaro, poi, che l'impegno e la gioia della quotidianità, l'impossibilità di mantenere un ricordo costante di ogni cosa, ci (e mi) protegge dalla memoria negativa. Quello che voglio dire, però, è che ho perennemente combattuto, per me, contro la rimozione (almeno totale, per quanto la psiche può sostenere) degli sbagli e degli errori, che ho voluto e voglio che mi facciano anzi, sottilmente e sommessamente, compagnia e ai quali ritorno, di tanto in tanto, sotto la spinta delle emozioni e dei pensieri che nutro, allorché devo prendere una decisione importante, o quando mi confronto con le debolezze e le fragilità degli altri, nel lavoro come nella vita, per non sentirmi mai arrivato, ma costantemente in viaggio, uomo tra gli uomini, tenero tra i teneri, piccolo tra i piccoli e i grandi, un educatore in grado di educare (o almeno così mi auguro) perché resomi adatto a comprendere in me la fatica altrui. E questo mi salva (o spero) dal «criticare» più o meno malevolmente o dall'emettere sentenze e condanne irreversibili, ma piuttosto passibile di sentire l'altro e il suo problema, di farmi prossimo ai suoi pensieri, caricarmi dei suoi giudizi e dei suoi pregiudizi, perché possa lo «straniero», diventatomi «vicino», trovare, con questa contiguità e con questo «aiuto», la strada migliore per sé. Consentendogli, peraltro, di percepirsi come OK al di là delle sue vicissitudini personali, e soprattutto ridandogli quella speranza che aveva sicuramente perso (o stava smarrendo) in qualche angolo buio e solitario, sordido o malfamato, della sua esistenza e delle sue passioni. La speranza, che è l'inevitabile benzina buona per ripartire. La speranza in sé e nel mondo, nelle sue capacità di recupero e di riprendere (o iniziare) a scrivere una storia migliore della sua vita. Anche a vantaggio di chi ama.
Sfido ora qualsiasi educatore: genitore, insegnante, operatore sociale e culturale, pedagogista, psicologo ecc., cosiddetti uomo o donna «arrivati», ad affermare, con una qualche presunzione di sincerità, di non aver mai commesso errori nella propria esistenza, di essere stati sempre sereni, corretti o addirittura «perfetti». E allora, stante l'impossibilità di una siffatta situazione, il mio invito, nemmeno tanto a bassa voce, è che ognuno, allorché si incontra con l'altro e soprattutto educa (o si educa), abbia costantemente vivo, nel proprio cuore, nella propria mente e «sulla propria pelle», la memoria del proprio passato (qualunque sia stato), per amare davvero e compiutamente l'altro, per sorreggerlo, spronarlo e «indirizzarlo» diversamente, quando soffre o rischia di farsi molto male, per lo più inutilmente. Così da potersi anche, l'educatore, voler bene adeguatamente. Nel dar luogo, per tale via, a una relazione educativa infine onesta, non paranoica, fatta da persone, pure diverse per età, ma che si riconoscono, entrambe, nel comune statuto di perenni cercatori di equilibrio e di felicità.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 232-233)

