Compito madre

    Vittorino Andreoli

     

    Madre di un bambino tra i sei/sette e i dodici anni

    Gli elementi fondamentali che caratterizzano questo periodo sono l'entrata del bambino nelle scuole elementari da un lato e il sopraggiungere della pubertà con cui propriamente inizia l'adolescenza. La scuola è uno dei problemi più difficili non solo per il bambino, ma per la famiglia. Finisce per diventare l'argomento principe e la preoccupazione dominante delle madri. Da quel momento le domande: «Come è andata a scuola? Hai compiti da svolgere il pomeriggio? Cosa devi studiare? Sei stato interrogato? Com'è la pagella?» diventano veri incubi, almeno in molti casi, come se l'entrata nella competitività sociale del proprio figlio non fosse all'insegna del successo e, di fronte all'inevitabile confronto con altri bambini e con le loro rispettive madri, avesse il sapore della sconfitta.

    Per questo ogni altra esigenza del bambino passa in secondo ordine e viene ritmata dalla scuola. Ogni promessa si attacca ai risultati scolastici. Certe cose si faranno e certi oggetti si acquisteranno solo al finire dell'anno scolastico. C'è una programmazione del periodo delle vacanze che dipende anche dal tempo di scuola. Insomma, non esiste più nulla che non dipenda dalla scuola o non ne sia condizionato.

    È veramente una esagerazione e un'assurdità propria del nostro mondo contemporaneo. Le madri parlano dei propri figli in riferimento alla scuola, e il loro valore è quello decretato dalle maestre e dai voti.

    La scuola richiama i dilemmi che sono al centro di ogni sistema educativo: l'impegno, l'obbedienza, il sacrificio, la rinuncia a certi privilegi e al gioco, e tutto in nome della scuola. E la scuola finisce per diventare una ossessione per entrambi, madre e figlio.

    Occorre subito dire che l'agonismo nella scuola, e in quella elementare in particolare, è veramente un'anomalia. Il creare delle gerarchie, attraverso lo strumento del voto, il confronto, la competizione tra singoli, è una vera patologia della scuola elementare. Una scuola che dovrebbe invece tendere a favorire la socializzazione e insegnare a stare in gruppo e a realizzare dei progetti insieme.

    Insomma, la classe deve perseguire dei risultati, ma come classe. E qui si impone la metafora dell'orchestra. Il risultato della classe deve essere la sinfonia e una buona esecuzione, effetto che dipende dai singoli e dalla capacità dei violini e dei fiati e di ogni altro strumento musicale. Certamente se uno non sa suonare il violino non potrà mai essere considerato un violinista, ma per ciascuno c'è un ruolo nell'orchestra e persino i timpani, che entrano in azione magari poche volte nel corso della sinfonia, hanno una funzione straordinaria. Senza i timpani la Nona sinfonia di Beethoven o la Prima di Mahler non avrebbero quella forza che è la loro caratteristica. La classe è un'orchestra che accetta ogni strumento, anche quello che attiva un bambino con limitazioni fisiche o psichiche, e in cui ognuno avrà una specializzazione, ma dove il risultato è di tutti e si lega alla sinfonia e quindi a un effetto a cui hanno partecipato tutti.

    E la maestra è il direttore d'orchestra che ha saputo dosare bene gli strumenti, ha saputo dare a tutti un ruolo e aiutarli nella espressione massima di quello strumento. Non ci saranno graduatorie individuali, ma soltanto la sinfonia. Nessuno si sentirà escluso e saprà apprezzare l'apporto di tutti gli altri, anzi imparerà che senza gli altri anche la singola abilità finirebbe per perdere un qualsiasi colore musicale.

    Il problema di questo periodo scolastico dunque è insegnare a fare le cose e a raggiungere dei risultati insieme, con l'apporto di tutti, senza agonismi che inevitabilmente fanno sentire nemico il proprio compagno di banco, uno da battere, da superare. E ci si sente sconfitti o vincitori. Una condizione che può rappresentare un vero limite alla crescita e non solo per chi perde. Il bambino perdente vivrà la scuola come frustrazione e finirà per non volerci andare poiché sarebbe come essere obbligati a recarsi in un luogo dove ci si sente inferiori o incapaci perennemente. Chi vince sempre, quando gli capiterà di arrivare secondo, vivrà la situazione come una sconfitta e se cambia la classe o l'insegnante, potrà avere un vero collasso psichico se non sarà più apprezzato come in precedenza. E non c'è dubbio alcuno che il successo del singolo è fortemente dipendente dalla simpatia o antipatia dell'insegnante e da fattori che possono esser esterni all'apprendimento, come appartenere a una famiglia disunita e in conflitto, invece che a una casa in cui vige la regola della stima e dell'amore vicendevole.

    Insomma la scuola dell'agonismo spietato non è educativa ed è ora di sostituirla con un ambiente che insegni a vivere insieme rispettando l'altro e imparando che la tromba, la propria tromba, può emettere il suo suono solo quando ha finito il violino trovando una sintonia che può farsi così attenta da creare un contrappunto o un vero duetto dai grandi effetti sonori.

    Per questo credo che l'uso dei voti o di un giudizio che differenzi e stabilisca graduatorie sia una mostruosità della scuola dell'obbligo e della scuola elementare in particolare. E trovo che la bocciatura di un ragazzo alle elementari sia un delitto psicologico perpetrato da una scuola che non ha capito nulla della psicologia di questa età e nulla della propria funzione in una società il cui problema è il vivere insieme e non il gareggiare fino alla percezione del proprio vicino come di chi ti impedisce di salire sul podio e che deve quindi essere eliminato, sia pure con le belle maniere.

    Sono convinto che la madre di un bambino che venga bocciato abbia il diritto di portare in giudizio, davanti a un tribunale, quell'atto lesivo dei diritti del proprio figlio, un diritto alla crescita integrato con gli altri e non sentendosi un minus habens e un incapace.

    Senza contare che quando si parte con un handicap di questo tipo diventa sempre più difficile riprendersi e si passerà da una tappa all'altra sempre al secondo livello e come un diverso, un diverso creato dalla scuola.

    Mi pare chiara questa posizione che non chiede di fingere capacità inesistenti, ma semplicemente domanda alle maestre e alla scuola di tirare fuori da ciascuno le capacità che certamente possiede e di valorizzarle come utili al risultato a cui tende la classe tutta insieme.

    In questa scuola le domande da fare al proprio figlio sono allora: «Ti sei divertito oggi a scuola? Cosa avete (plurale) fatto? La maestra ha saputo farvi giocare?». Una percezione della scuola come luogo positivo e piacevole. Luogo del piacere. È tempo di superare lo stereotipo della fatica come viatico necessario all'apprendere. Si è dimostrato che la fatica oggi non riesce più a stimolare, al contrario suggerisce l'abbandono scolastico che può mostrarsi in tante forme, persino usando uno «star male» che si scatena alla semplice idea di sedersi in quel banco: un luogo di persecuzione dove si vive in preda al terrore di essere chiamato e giudicato.

    Sulla base di queste premesse la scuola non deve essere un problema familiare, deve esprimersi completamente a scuola senza strascichi a casa. Il bambino deve percepire la casa come un luogo non mescolato alla scuola, bensì nettamente diversificato. E in questa visione è ora di impedire che si diano i compiti per casa che finiscono per far proseguire il ritmo della scuola in un contesto completamente diverso, poiché mancano i propri compagni. E certo la scuola si caratterizza non per un luogo ma per quell'insieme, e se mancano i compagni di classe non esiste la classe e non ha senso fare nulla da soli poiché il risultato, come abbiamo detto, è dell'insieme e del gruppo.

    A casa si deve poter svolgere un altro registro esistenziale, con la mamma e il papà che non indossano le vesti della maestra o del maestro e che magari sulla base di un risultato insufficiente, giungono a trasformare la casa in una sorta di cella di punizione che farà odiare ancor più la scuola, poiché ormai sta invadendo tutta la vita del bambino e quella delle relazioni con i propri genitori.

    Sarà importante il rapporto tra insegnanti e madre, ma non tanto per discutere sui giudizi, ma per scambiare suggerimenti utili alla educazione che la scuola e la famiglia devono svolgere, tentando di farne un insieme produttivo e non in conflitto e per sottolineare eventuali difficoltà allo scopo di renderle meno pesanti e interferenti.

    In questo clima la madre non avverte più il giudizio scolastico come un giudizio che si estende anche alla sua dimensione di madre, con tutta quella rabbia che lo accompagna, talora nei confronti della scuola, talora verso il proprio figlio, fino ai ricatti per cui tutto passa attraverso la scuola e, se il giudizio è negativo, allora tutto viene adombrato negativamente da quell'atmosfera.

    In questa fase della crescita dai sei/sette anni fino agli undici/dodici, l'obiettivo principale è dunque la socializzazione, la capacità del bambino di stare insieme agli altri cercando di mescolarvisi in maniera serena e senza frustrazioni (che si esprimono con aggressività) e senza narcisismi (che favorirebbero una intoccabilità o l'appartenenza a un empireo altrettanto negativo).

    È una follia materna voler mostrare il proprio bambino non solo dotato, ma superdotato, costringendolo ad attività extrascolastiche che si pongono come altrettante prove di abilità, da cui si esce perdenti o vincitori, e mai come parte di un insieme.

    Persino i giochi sono rivolti al successo: il primo posto del figlio significa primo posto come madre e quindi vincere una competizione tra le madri dei coetanei.

    In questo modo si trasmette al bambino la sensazione che la società è un campo di battaglia dove bisogna vincere e magari vincere utilizzando ogni astuzia possibile, ogni strategia di guerra.

    È questo il periodo in cui si può essere influenzati e guidati a escludere parte del mondo per inserirsi e proiettarsi in una sola parte, magari ristretta e selezionata. Si impara facilmente, come riflesso di un atteggiamento della madre, a evitare i bambini di colore, a evitare quelli che appartengono a una classe sociale meno abbiente.

    Uno stile esattamente contrario a quello della integrazione che significa far parte di quella società esercitando sì certe preferenze, ma non sulla base di una discriminazione che è soltanto un pregiudizio e un pregiudizio materno. In questo modo si insegna a escludere e non a cooperare e a comprendersi.

    Per questo credo che sarebbe tempo di portare i bambini all'ombra di qualche campanile o di qualche luogo in cui si parli di sacro e persino di eterno. Un confronto che tolga dalla visione della propria esclusiva dimensione e permetta di pensare a un mondo più ampio, a percorrere con la fantasia i cieli per trovare quel senso più vasto in cui non ha più senso la lotta per essere primi a tutti i costi e per eccellere magari grazie alle strategie del «generale» di famiglia, la propria madre.

    La visione di una esistenza sconfinata con tanti fratelli e sorelle è utile anche perché stimola la fantasia e la creatività che non devono essere sacrificate dall'abbaglio del proprio piccolo ruolo e dall'importanza che il proprio nome suscita nel quartiere, caricato di chissà quale carisma, tale comunque da escludere gli altri e in particolare gli altri bambini.

    È molto utile in questa fase far diventare i bambini amici degli animali e amanti della natura, farli sentire parte di una terra ricca di variazioni. Mostrar loro la bellezza e la fedeltà di un cane e di un gatto e far loro respirare il profumo di un fiore.

    Le madri sono spesso talmente ossessionate dal successo sociale che considerano la natura come qualche cosa su cui non si può competere e imporsi e allora meglio portare i bambini a scherma o in clan esclusivi per provare i figli e se stesse in un nuovo campo di successo. In un giardino non si vince né si perde, occorre solo saper vedere e sentire, dare corso alla dotazione dei nostri sensi e non alle funzioni sulla battaglia, sulla vittoria e sulla ragione.

    È tempo che la ragione, almeno in questa fase, non sia ritenuta il grande elemento da acquisire e da sviluppare, è tempo invece di promuovere i sentimenti che sono i legami di un bambino con un altro e di quel bambino con il proprio gruppo (la classe scolastica) e a quanto produce nell'insieme.

    Insomma, i legami sono la base della sicurezza e non certo il nemico da battere, non certo le alleanze di una parte contro gli altri. E si può avvertire la bellezza dell'appartenenza che si estende fino all'appartenenza alla natura e agli animali e alle creature più diverse che la popolano. Inserirsi, non combattere. Stare insieme in pace, non sconfiggere, non battere, non escludere, non dimostrarsi forti e spavaldi. Certo se i padri e le madri sono di questa fatta i loro figli saranno anch'essi, poveretti, nient'altro che il loro stampo.

    Confesso di provare grande pena per le madri del privilegio che, grazie alla ricchezza e a certe dotazioni, escludono dal mondo i loro figli. Mentre pensano di innalzarli su un podio, li rovinano poiché non sapranno poi vivere con gli altri in un mondo che certo i genitori non sanno prevedere poiché cambia in maniera accelerata: insegnano strategie che, all'apparenza vincenti, in realtà condanneranno i propri figli domani.

    Questa fase della vita deve essere per i nostri figli un periodo di esplorazione del mondo: a scuola con la guida degli insegnanti fanno gruppo, a casa perseguendo lo stile proprio di ciascuna famiglia si caratterizzano senza dimenticare mai la comprensione e senza perseguire il settarismo e la esclusione, che sovente si intravede nell'attenzione costante a stimolare i figli a fare sempre qualche cosa di diverso dal comune e semmai qualche cosa di simile al figlio di quel potente che la madre apprezza e magari invidia.

    È proprio vero, una madre può fare di un bambino un ottimo cittadino, ma anche rovinarlo. E la distanza tra il primo esito e il secondo è breve; basterebbe poco e tutti vivrebbero meglio e i bambini potrebbero guardare la realtà che li circonda con i propri occhi e non con lo sguardo dei grandi che di sfuggita e in cagnesco considerano il prossimo un nemico fino a prova contraria.

    Un mondo più bambino e non fare del mondo bambino un mondo adulto.

    Non è certamente soltanto l'esperienza scolastica a caratterizzare le risorse o i pericoli di questa età e basterebbe pensare che vi si inseriscono gli strumenti tecnologici che sono parte dell'apprendimento e dello svago: Internet, televisore, telefono portatile, ma io penso soprattutto ai videogiochi. Li considero una delle calamità più grandi, mentre le madri e i padri mostrano nei loro confronti una dominante indifferenza o comunque un'accettazione obtorto collo. A questa età il videogioco è capace di sradicare il bambino dal mondo della realtà verso quello della virtualità e di insegnare che è meglio quello che si può dominare schiacciando qualche bottone e perfino cancellarlo, mentre questo risultato non esiste mai nel quotidiano: non si può eliminare la propria madre o padre, l'insegnante o un compagno sgradito. Insomma, è il tempo dei due mondi e della loro sempre maggiore confusione, fino a non saper distinguere bene l'uno o l'altro. I videogiochi più amati sono i murders che si strutturano nella eliminazione, schiacciando pulsanti, di sagome umane o animali, e il punteggio raggiunto corrisponde a quanti morti si sono prodotti. Seguono subito nelle preferenze gli sports che comportano una gara che consiste nell'arrivare prima di un concorrente. Se si «sale» su un'automobile occorre buttare fuori strada l'avversario e farlo molte volte poiché ogni incidente provocato viene premiato dal punteggio. Insomma, la logica dei videogiochi è la violenza e il dominio fuori regola, con l'effetto di fare apparire come vincitore ed eroe uno che usa sistemi fuori norma per sconfiggere un nemico.

    Va aggiunto che la sensazione è appunto quella di dominare il mondo della virtualità, una sensazione che ci si porta dietro anche quando il video con molta fatica viene spento.

    Questi oggetti orrendi di pura elettronica e fondati sui riflessi e sulle abilità meccaniche, non tengono conto né della ragione né dell'affettività, ma descrivono un bambino puramente robotizzato e soltanto capace di schiacciare bottoni: un bambino sensoriale.

     

    Madre di un adolescente

    L'adolescenza inizia con la pubertà e finisce sulla base di pure convenzioni sociali che mutano in base alla cultura specifica. Presso alcune popolazioni «primitive» l'adolescenza non esiste e con la pubertà i figli passano dal rapporto con la famiglia di origine a un governo sociale e del villaggio che attribuisce al maschio ruoli di guerriero o di cacciatore e alla femmina il compito di generare figli.

    La pubertà è comunque una vera e propria metamorfosi. Parte dal corpo e giunge fino al cambiamento della personalità e del carattere.

    Un tale sconvolgimento deve comportare anche una profonda modificazione nella madre. Se la madre non mutasse, nel senso di capire la nuova realtà del figlio e i suoi bisogni del tutto particolari, non riuscirebbe a capirlo e nemmeno a tollerare il nuovo stile di relazione che è fatto di malcontenti e di vere e proprie sfide.

    Il criterio che stiamo seguendo, descrivendo la madre in funzione della crescita del figlio, è all'insegna anche di un suo cambiamento parallelo. Non un camaleontismo che butti all'aria ogni principio o imponga princìpi differenti per ogni età, bensì una relazione nuova all'insegna dei nuovi bisogni.

    L'esempio più evidente riguarda il comportamento provocatorio e aggressivo dell'adolescente proprio nei confronti della madre. Un atteggiamento inatteso soprattutto dopo una infanzia in cui la relazione è stata buona. Ebbene si può ipotizzare che tanto più è stato buono il legame madre-figlio nell'infanzia – un periodo educativo positivo ed efficace – tanto maggiore sarà l'antagonismo nei confronti della madre da parte dell'adolescente. E non per cattiveria, ma semplicemente perché l'adolescente si deve distaccare dalle relazioni familiari e collocarsi in quelle più ampie della società e per farlo deve rappresentarsi una madre impossibile, limitante e dunque «convincersi» della sua negatività e del bisogno di lottare contro di essa.

    Se quella madre non conosce il significato strumentale di quella opposizione, potrebbe attivare un clima di guerra mentre invece deve solo dimostrare la sua capacità di tamponare quei comportamenti aggressivi semplicemente tirandosi un po' più al di fuori della vita del figlio che ora tende a riferirsi ai suoi pari età. Insomma, l'adolescente, capito nei suoi meccanismi e bisogni psicologici, è facilmente gestibile, mentre diventa un nemico della madre, un «impossibile», se letto con schemi che non contemplano la dinamica adolescenziale.

    È per questo che mi piace parlare di adolescenza della madre e, più in generale, di tutta la famiglia.

    Esistono due adolescenze: la prima è quella che dalla pubertà giunge fino ai quindici anni e si caratterizza principalmente per questa lotta nei confronti della famiglia, di cui non piace più nulla e viene rifiutato tutto quanto prima era gradito, e per una specie di luna di miele con il gruppo dei pari età. La seconda adolescenza, che segue i quindici anni e giunge fino ai diciotto/diciannove, vede i fenomeni precedenti attenuarsi, la funzione del gruppo ridimensionarsi e prendere il sopravvento invece una storia di coppia, il desiderio di stabilire una relazione con lei o con lui. È l'età dell'amore visto come «cotta» e come passione. In questo caso mamma e papà ritornano ad avere una funzione come cornice a questo evento affettivo.

    Il gruppo è fondamentale per la crescita. Rappresenta una famiglia speciale in cui ciascuno viene accettato indipendentemente da qualsiasi identità, una sorta di anonimato favorevole a quel non piacersi dell'adolescente che rappresenta la sua caratteristica di fondo. Se non mi piaccio, non mi presento, tenderei a nascondermi se non fosse che nel gruppo nessuno sembra accorgersi delle mie anomalie e della mia diversità. Naturalmente si tratta di valutazioni tipiche del cambiamento, di quando il proprio corpo muta e sembra diventare mostruoso.

    La madre deve dunque porsi nell'atteggiamento di non interferire nella storia del gruppo dei pari età a cui il figlio o la figlia appartiene, ma nello stesso tempo deve desiderare di conoscere il figlio per aiutarlo, in modo molto discreto, a tirar fuori quelle capacità che gli permetteranno di difendere sempre le proprie convinzioni e di non barattare mai i propri princìpi con quelli del gruppo.

    Ecco perché è necessaria in questa fase una madre che mostri disponibilità a conoscere e ad accogliere l'insieme del gruppo, a parlarne con il proprio figlio evitando ogni interrogatorio e drastici divieti. Bisogna sapere ascoltare per percepire come il figlio vive quell'esperienza.

    Il gruppo che è, lo ripetiamo, fondamentale, va favorito spingendo, se è il caso, un figlio a entrarvi se tende invece a stare per conto proprio o se si allea ancora soltanto con la madre seguendo un comportamento infantile che verrebbe così prolungato.

    Certo, un gruppo si può trasformare in branco e in questo caso da condizione fondamentale diventa esperienza negativa e patologica.

    Il primo segno di un gruppo che si trasforma in branco sta nella leadership. Nel gruppo dei pari età non esiste un leader stabile: la leadership ruota o si alterna in rapporto alle circostanze o alle azioni: può assumere la funzione di leader in una circostanza chi non ce l'ha in un'altra. Non c'è mai comunque una lotta, più o meno evidente, per giungere al comando del gruppo. Ciò dipende anche dal fatto che il gruppo «buono» è un gruppo aperto e quindi ammette sempre adolescenti nuovi, mentre altri lo lasciano: un via vai che serve a garantire che non si tratta di un gruppo strutturato. Il branco, invece, tende a essere chiuso, a rimanere stabile in modo che non mutino le proprie dinamiche e che quindi il leader, giunto al riconoscimento della sua funzione, non venga messo in discussione. Il branco poi tende a specializzarsi su un comportamento dominante e talora si tratta di consumo di droga, talora di azioni contro la norma e persino di gesti che tendono a provocare danno e in certi casi danni estremi.

    Il gruppo dei pari età non ha e non deve avere questa determinazione comportamentale: manca di un programma e persino ciò che farà quel pomeriggio o quella sera non è noto a nessuno e finisce per emergere momento per momento, mentre il branco mette in atto sempre ed esclusivamente un comportamento dominante che lo caratterizza.

    Va sottolineato anche che il gruppo dei pari età non ha nulla a che fare con quei gruppi che si formano sulla base di una precisa attività (sport) o ideologia (azione cattolica, scout, volontariato): in questi casi si tratta sempre di aggregazioni di adolescenti dirette da adulti e guidate. Sono a tutti gli effetti gruppi con leader. Se presentano una serie enorme di vantaggi e di funzioni per il giovane, e certo servono anche per tranquillizzare le madri, tuttavia non hanno le funzioni tipiche del gruppo di questa età che sono caratterizzate dai bisogni psicologici e non dai contenuti razionali o di un credo. Lo dimostra il fatto che molti ragazzi che sono iscritti a questi gruppi hanno poi un proprio gruppo dei pari età.

    Per la.prima adolescenza, questi insiemi strutturati, preformati e a sfondo fortemente guidato da regole servono ad apprendere, a fare propri stili di vita, ma non sono espressione diretta degli adolescenti, non sono una loro creatura.

    Il gruppo dei pari età si configura come un luogo di identificazione e, di conseguenza, può entrare in conflitto con la famiglia e le sue richieste. E spesso le caratteristiche del gruppo finiscono per imporsi: un esempio è dato dall'ora del rientro a casa la notte. Se si è tutti insieme e uno deve tornare un'ora prima, sentirà una resistenza straordinaria a staccarsi, come se facendolo dimostrasse di tradire il gruppo per tornare a casa e andare a letto, e il tutto per ubbidire a un imperativo materno.

    Non voglio entrare in questa discussione che riguarda le decisioni della singola madre, e nessuno si può sostituire a lei, ma certo è bene che stabilisca la regola del rientro tenendo conto non di una logica puramente personale o del buonsenso, ma anche sulla conoscenza, sia pure a grandi linee, di cosa il gruppo faccia. È incredibile constatare che per lo più gli adolescenti stanno nel gruppo a chiacchierare e talora persino rimanendo zitti. Il gruppo dei pari età, non il branco, lo sottolineiamo ancora, non si caratterizza mai per una ideologia, o per un tema di interesse specifico, appare come un humus, un'atmosfera in cui ci si sente a casa perché l'altro diventa simile a te e in questa identificazione si sta bene poiché non si avverte la propria «bruttura», l'inadeguatezza che magari si sperimenta in altri ambienti, la paura non appena si rimane soli.

    Certo, i temi di discussione e di conflitto tra gruppo dei pari età e famiglia sono infiniti, occorre sapere che non è pensabile sanare visioni contrapposte tra due generazioni, quella delle madri e dei figli, così lontane almeno in un tempo come il nostro in cui questa società accelerata muta con una progressione da consentire di distinguere nettamente un figlio dall'altro con una differenza di soli quattro/cinque anni. La madre qui deve, al di là dei disaccordi che si possono esplicitare, senza concessioni false e strumentali, mostrare che il suo affetto non verrà e non potrà essere scalfito dalle divergenze. Insomma, giungere al «Non condivido il tuo modo di pensare e il tuo comportamento, ma ricordati che qualsiasi cosa tu faccia o pensi, qui c'è sempre tua madre che ti vuole bene».

    La madre talora si sente alleata al figlio mentre il padre può distaccarsene e finire per farlo anche nei confronti della propria moglie che diventa una nemica. E qui iniziano i problemi delle disunioni con la tendenza, ingiusta, a colpevolizzare il figlio per il dissenso dentro casa. Un comportamento da evitare. Occorre che i conflitti tra madre e padre nei confronti del figlio vengano gestiti dalla coppia e se il dissidio è forte, è più probabile che la vera motivazione sia una crisi di coppia preesistente o attivata dall'adolescenza del figlio. Se non si riesce ad affrontarla insieme, allora è meglio farsi aiutare da qualche psicologo per capire ciò che sta succedendo e che viene automaticamente e in maniera erronea spostato sul figlio adolescente.

    La crisi di coppia sulla scorta dei problemi di un figlio adolescente in termini generali significa che è anche la coppia a dover cambiare e che quindi esiste un'adolescenza della coppia, un bisogno di cambiamento che adesso deve ammettere al proprio interno uno spazio nuovo per il figlio. I bisogni di un adolescente certamente mettono in crisi l'assetto fino a quel momento raggiunto dalla coppia marito-moglie, ma ciò va visto anche positivamente come stimolo a trovare altri equilibri e quindi anche modalità nuove di rapportarsi reciprocamente, capaci di arricchire la relazione. Insomma, il problema deve essere considerato come una possibile risorsa anche se richiede uno sforzo comune di adattamento: un'adolescenza di coppia per rispondere ai bisogni dell'adolescenza del figlio.

    È evidente che le caratteristiche della prima adolescenza dovranno essere tenute in considerazione anche da chi gestisce a diverso livello (scuola, associazioni) giovani di questa età.

    La seconda adolescenza è straordinariamente importante poiché si centra sull'esperienza forte di legame individuale tra un lui e una lei, tra due ragazzi ín maniera esclusiva. È un segnale che il gruppo non è più la soluzione di ogni incertezza personale, ma che si sente il bisogno di stabilire una relazione d'amore, il che signifi ca da una parte accettare di scoprirsi e dall'altra il coraggio di proporsi come un oggetto interessante. Si avverte di non essere più dei mostri poiché il fatto che lei o lui si cerchino e magari l'uno riferisca di essere diventato importante per l'altra e magari pensi che la scelta possa durare tutta la vita, dà un senso di benessere che si fonda proprio su quell'orco o su quella strega a cui si era convinti di assomigliare.

    La madre in questa fase riprende un ruolo significativo: in genere l'adolescente cerca consigli che partendo da aspetti molto superficiali, se ben gestiti, portano ad approfondimenti e quindi alla possibilità di rispondere anche a questioni più rilevanti.

    Essenziale è che la madre non cominci a porre divieti sull'amico o l'amica del cuore, che non faccia pesare giudizi magari estetici o di appartenenza sociale. La madre non deve scegliere le storie per i propri figli, ma deve poterle seguirle aiutandoli, il che vuol dire rispondere ai loro bisogni non imponendo i propri.

    Tenendo conto dell'importanza dell'esperienza d'amore occorre saper dare una valutazione a quella storia che non sia guidata da un desiderio materno che è sempre all'insegna del massimo e del meglio possibile. Sono le madri a seguire le favole più dei figli o delle figlie. L'esperienza vissuta dagJi adolescenti del tempo presente non può essere paragonabile a quella della madre o del padre per i ritmi diversi, per la scelta ora maggiore del mercato delle esperienze.

    Insomma, se nell'infanzia l'Io del bambino si inseriva nella cornice della famiglia, e semmai dentro il gruppo scolare programmato e disposto dagli adulti, nella prima adolescenza il ragazzo sceglie il gruppo e nella seconda comincia a diminuire e persino a cessare la proiezione nel gruppo e a sperimentare la propria dimensione di singolo, il proprio Io che ora si incontra con l'altro in un progetto o comunque in una esperienza che è di coppia.

    È evidente che tutto questo accade mentre la posizione della madre rimane la stessa come posizione di base, senza che si rendano necessari per sé dei cambiamenti. Insomma, la madre potrebbe non aver alcuno stimolo per cambiare, ma se guarda alle esigenze e alle metamorfosi che abbiàmo anche solo accennate, non può invece che essere dinamica e cambiare nel rapporto con il figlio adolescente. Tutto sta nel considerare in maniera non solo positiva, ma straordinariamente stimolante questa prova e questo servizio fatto certo per il figlio, ma anche per sé poiché si tratta di una vera e propria avventura.

    Con la storia d'amore del figlio o della figlia dovrebbe anche iniziare una preparazione al distacco, e non si tratta tanto di un distacco fisico quanto di una separazione affettiva, poiché lo spazio dentro il cuore del figlio diventa minore o conosce una netta risistemazione. È necessario farlo gradualmente per non vivere il distacco come lutto e quindi come una perdita, essere capace di considerare che il figlio ha riempito la propria vita di altre figure e quindi sono cambiate la dimensione del tempo e la vicinanza del legarne con la madre.

    Sia pure in contesti diversi, questo distacco ha il sapore del lutto, di quando appunto si è cancellati da una funzione sociale e da una identità precisa e ci sí trova orfani del ruolo, come se la morte avesse portato via il posto della propria affermazione.

    Per la madre il vero lutto è il distacco dal figlio dopo l'adolescenza, ma la preparazione deve incominciare nella seconda adolescenza mentre si svolgono la storia o le storie d'amore del proprio figlio.

    Se non avviene questo distacco, si creerà una patologia del legame madre-figlio o madre-figlia enormemente frequente. La madre farà di tutto per richiamare il suo bisogno di figlio o quanto meno la sua presenza, e giungerà persino a richiamarlo attraverso malattie fisiche. E da parte del figlio emergerà il bisogno di fare sempre riferimento a lei mettendo nella storia a due l'ombra della madre e così il legame di coppia diventa con un terzo intruso. I mammismi da un lato e dall'altro il deliquio materno e le agonie interminabili, sono segni della patologia del legame madre-figlio

     

    La madre della postadolescenza

    La madre è madre per sempre e, a differenza di molte altre specie viventi, in cui la relazione si interrompe con la raggiunta autonomia a sopravvivere del figlio, tra gli umani si attivano legami che sono presenti e strutturati per sempre. Rimangono anche quando c'è conflitto e si accentuano perfino nella rottura del rapporto. L'odio e il rancore sono legami più pesanti di quello affettivo, poiché attivano il senso di colpa o la voglia di vendetta che non lasciano pace e sono continuamente presenti.

    L'adolescenza, lo abbiamo detto, dovrebbe terminare con l'acquisizione da parte del figlio di un'autonomia non solo rispetto alla famiglia, ma dentro la società, tale insomma da garantirgli una propria indipendenza economica e affettiva. La distanza tra l'indipendenza economica e quella dei sentimenti è oggi abissale e sempre di più la prima condiziona in modo deciso anche gli affetti. Ed è ormai norma che i figli non più adolescenti, almeno come struttura della personalità e per le relazioni sociali, debbano stare nella casa d'origine poiché diventa proibitivo trovare un appartamento e pagare un affitto, soprattutto in considerazione di un mercato del lavoro che non è favorevole ai giovani. Rimangono a lungo disoccupati o si trovano dentro un mercato del lavoro provvisorio e quindi della instabilità. È difficile, poi, pur potendo disporre di una casa propria, godere di una condizione altrettanto comoda e per questo sovente la casa di famiglia diventa il rifugio non solo del figlio postadolescente, ma anche della sua compagna e quindi della nuova famiglia che doveva rappresentare l'incipit della totale autonomia. Sovente una coppia di giovani può realizzarsi a patto di godere di un proprio spazio abitativo nella vecchia casa e potendo contare su alcuni benefici economici dei genitori. Insomma, sembra un paradosso, ma la pensione oggi serve spesso per mantenere le giovani coppie.

    Ciò crea una condizione esplosiva sul piano psicologico: i figli sono costretti a vivere per motivi economici con i genitori che hanno una visione enormemente differenziata dalla loro e quindi in un contrasto continuo e visibile, sia per lo stile, sia per il significato che si attribuisce al senso dell'esistere e del mondo. E ciò è alla base delle grandi lotte madri-figli, sovente silenziose, tenute sotto controllo ma con costi interiori notevoli. In questo clima si svolge il tipico contrasto tra nuore e suocere, tra imperativi familiari e stile della coppia con tanto di ricatti sottili e invisibili a cui vengono legati i vantaggi che l'impianto sulla vecchia famiglia produce economicamente.

    Si possono attivare anche gelosie tra la madre e la moglie del figlio, con il bisogno della prima di imporre regole che generano piccoli o grandi litigi. Anche se non sembrano sostanziali, in realtà esprimono un dissidio profondo legato alla coabitazione.

    A questo quadro devono essere aggiunte le adolescenze prolungate e persino interminabili. Si tratta di situazioni in cui il figlio non si stacca dalla famiglia e non trova alcuna motivazione nemmeno per pensare di andarsene, come se la casa dei genitori fosse il luogo abitativo perenne. Esistono adolescenti di trenta/trentacinque anni dentro una relazione madre-figlio oppure madre-figlia che non è mutata e persiste indipendentemente dall'età anagrafica. A fronte di un'età adulta, si rileva quella mentale propria dell'adolescente in attesa di una maturazione che tarda a venire e può non capitare mai. La madre mantiene gli stessi compiti di quando il figlio aveva diciassette anni e lui ha le stesse richieste di allora: identici bisogni con conflitti sempre maggiori, ma persistenza abitativa anche in caso di liti insanabili.

    Lo abbiamo detto, ogni giovane è come avesse due età: una appunto cronologica e l'altra mentale e quest'ultima ha due riferimenti: uno affettivo e uno razionale. Ora l'adolescenza si connota soprattutto per una condizione di legami sentimentali e persino di dipendenze. Sul piano della intelligenza un adolescente affettivamente immaturo può mostrarsi addirittura eccezionale.

    Insomma, se sul piano degli affetti questo adolescente ha bisogno della mamma, sul piano intellettuale può distaccarsene completamente. Del resto la madre, sovente nell'età che viene definita del «declino», si allontana dal mondo concreto del figlio a cui rimane legata solo affettivamente attraverso una sorta di mammismo prolungato: ama un «oggetto» che non capisce affatto.

    Questa è una coabitazione malata e in questa cornice può accadere di tutto, sia nel campo della sofferenza indotta o patita, sia persino in casi di intolleranza estrema che conduce a violenze di ogni tipo, chiuse dentro le pareti abitative.

    Quando la famiglia aiuta economicamente l'adolescente ritardato, si attiva uno scontro che si fa sempre più acuto poiché la concezione e la stessa percezione del denaro differiscono notevolmente tra le due mentalità. Di solito si osserva, da una parte, una voglia di risparmio e invece dall'altra la necessità di spendere e ciò genera discussioni, la negazione di un ulteriore prestito o donazione e si giunge alla pretesa di poter avere il denaro della madre e del padre come un diritto di successione anticipato e in casi estremi si ammazza per avere l'eredità subito.

    Conosco storie di dolore immane all'interno di questo scenario, una sofferenza inaudita di madri che sono taglieggiate dal figlio, ma anche il dolore del figlio che avverte, pur nella violenza della richiesta e dell'estorsione, il proprio fallimento, l'incapacità di trovare un posto nella società, un ruolo adeguato alla propria età cronologica.

    Abbiamo raccontato questi episodi al femminile anche se spesso coinvolgono i padri. Certamente la madre ha una disposizione protettiva eccessiva e sovente nasconde i comportamenti inaccettabili del figlio e tende a perdonarlo e in questa maniera si trova nella condizione ideale per diventare vittima e vittima sola, isolata anche dal marito. Si aggiunga che la vita media delle madri è maggiore di sette/otto anni rispetto a quella dei mariti e nelle adolescenze interminabili i figli si trovano a dover gestire una relazione solo con le madri che in molti casi diventano vere e proprie perseguitate.

    Occorre ricordare che se la famiglia deve prodigarsi perché la adolescenza si compia, e dunque sfoci in una qualche autonomia, è sempre un errore mantenere relazioni e commistioni affettivo-economiche e coabitative.

    È necessario che il figlio trovi una qualche sistemazione, poiché quella dentro casa è la più deleteria nel suo insieme, anche se può risultare impossibile spingere il proprio figlio a lasciare casa senza un'alternativa. Si devono studiare insieme le strategie del come gestire il distacco, ma mai accettare che questo legame non si spezzi.

    La coabitazione è la «soluzione» peggiore possibile poiché massacra i sentimenti e lavora sul senso di colpa che cerca rimedi impossibili e riparazioni che perpetuano la violenza. E paradossalmente scaturisce molta violenza anche dai desideri di riparare la violenza.

    Non condivido nulla di una società che abbandona i giovani senza possibilità di trovare soluzioni alle loro esigenze. Credo sia persino criminale non favorire il loro inserimento nel mondo del lavoro mentre si prolunga il tempo di lavoro dei padri o peggio ancora, pagando il lavoro giovanile meno di quello adulto.

    Sia pure alla luce di questo quadro, non giustifico che un giovane rimanga dentro la casa della madre, invecchiando nella sua adolescenza senza mai confrontarsi con il mondo e senza affrontarlo con lo spirito del coraggio e dell'avventura.

    Se non si rimedia a questa tendenza, l'attuale situazione peggiorerà: una generazione di figli che vive consumando i risparmi dei padri e senza risparmiare. Non sapranno diventare protagonisti e dunque capaci di inserirsi in una società che ora semplicemente vedono da parassiti.

    Quello che abbiamo descritto è uno scenario che certo merita di essere meglio approfondito, ma fotografa fin da adesso alcune situazioni, le più estreme.

    Insomma, una buona madre sa tenere il proprio figlio con sé quando è utile alla sua crescita, ma deve con altrettanta determinazione «cacciarlo» e metterlo nel mondo quando la sua persistenza a casa lo distruggerebbe. Ogni tentennamento si risolverebbe contro il figlio.

    Bisogna non aspettare l'esito delle raccomandazioni, l'arrivo del posto fisso: deve essere privilegiato il principio della piccola intraprendenza e della occupazione parziale sia pure nel sogno della migliore soluzione; guai ad aspettare a casa la manna dal cielo!

    Una mamma, dopo aver allevato un figlio, ha il diritto di occupare il ruolo di nonna e quindi di acquisire una nuova dimensione che è ancora di fatica ma di immensa soddisfazione.

    In ogni modo bisogna che sappia prepararsi al distacco e vi è un'unica maniera per farlo: riempire la propria esistenza di interessi o continuare a coltivarli e ora, in un periodo di minore impegno, di dedicarvisi. Occorre che la sua casa tenga sempre una finestra aperta sul mondo, per non riversare tutto nella maternità di quel figlio da cui non saprebbe più distaccarsi provando la «sindrome del nido vuoto» non appena se ne va e già ponendo difficoltà, magari inconsapevoli, per non approvare le condizioni che ne favorirebbero l'esodo: criticando le scelte affettive del figlio e i suoi progetti di impegno lavorativo e sociale.

    Deve essere una madre proiettata sul figlio, ma sempre carica dei propri interessi e quindi anche di quella parte che la riguarda personalmente e che la definisce come persona. Le mamme dedite esclusivamente al o ai figli non sanno starne senza e quindi perpetuano, magari con danno proprio e dei figli, il bisogno di quel legame che serve a giustificare la loro stessa esistenza. E qui si compiono le interferenze sul figlio e sul suo quotidiano per condurlo in una direzione che appare migliore per il figlio, mentre è soltanto una strategia di manipolazione da parte della madre.

    Sono contro ogni retorica sulla madre, e credo che la bellezza dell'esperienza di madre rimanga ancorata prima di tutto a una persona che ha una propria esistenza, dei propri interessi e certo la disponibilità verso i figli che varia ampiamente a seconda delle età e delle fasi della crescita. Certo si giunge a un momento in cui la madre non recita il ruolo di primo piano e deve poter avere il tempo per dedicarsi maggiormente alle proprie cose, interessi, piaceri.

    Il momento presente pone una grande questione: se sia possibile che una madre con le risposte che deve dare ai figli, che poi sono lo specchio dei bisogni di essere madre, possa al tempo stesso essere inserita nella logica di un lavoro strutturato secondo i criteri che oggi le imprese o gli uffici richiedono.

    A me pare che la questione vada posta con enorme chiarezza.

    I «due lavori» non sono compatibili finché la logica del lavoro d'impresa è dominante, fatta di concorrenza, di carriere spietate e di sgambetti nascosti. In questo clima la donna è necessariamente più fragile e perdente, a meno di non rinunciare a essere madre. E io non mi sento di consigliarlo a nessuna donna, poiché conosco la bellezza, e la bellezza per una donna, di diventare madre.

    È possibile però che la legislazione del lavoro abbia un capitolo proprio per le donne, con una elasticità che varia da caso a caso, entro i bisogni necessari alla crescita dei figli in generale, ma con una flessibilità che permetta a una madre di potersi dedicare a questo ruolo lasciando o riducendo il rapporto di lavoro nella sua intensità.

    Trovo una scappatoia insufficiente, e per certi aspetti ridicola, quella che vorrebbe dare a lui e a lei, padre e madre, la stessa opportunità, permettendo al padre di fare persino la madre. Credo che occorra uno spazio molto aperto per la lavoratrice che diventa madre, con grande rispetto del ruolo e dei bisogni del suo rapporto con il figlio che non è riportabile a criteri di oggettività e non è possibile far valutare e definire da commissioni esperte. Bisogna dare finalmente fiducia alle madri e semplicemente permettere loro di essere madri serene, non fosse altro che per una condizione di vantaggio lavorativo poiché nessuna che sia preoccupata o che si veda in un posto che le impedisce di stare con il figlio in quel momento può produrre e produrre ottimalmente.

    Vanno sostenute tutte le misure di aiuto alla maternità come gli asili aziendali, gli orari flessibili, ma bisogna fare molto di più per le aziende che hanno lavoratrici nel periodo della maternità e soprattutto in quelle fasi (come zero/tre anni) in cui per il bambino la madre è un elemento di riferimento importante, necessario per una crescita normale e serena.

    Io non so cosa possa significare questo in termini di carriera all'interno di un'azienda, sono sicuro che una madre che lavora, è disposta a rinunciare a un agonismo aziendale accanito per fare bene la madre e certo se vuole gareggiare su un piano di parità in questo tipo di società e di aziende forsennate, condizionate dai risultati immediati, deve rinunciare a provare questa possibilità che la natura le ha regalato, l'esperienza di essere madre. E a mio giudizio un'avventura così difficile ma straordinaria vale un livello di carriera non raggiunto.

    Credo che sia anche tempo di togliere alla cultura del lavoro un peso così enorme e che semmai lo si debba inserire all'interno di un progetto che è prima di tutto un progetto di esistenza, e una esistenza che si riducesse soltanto al lavoro e sia pure a risultati di rilievo, sarebbe comunque una esistenza mancata.

    Termina qui il profilo della madre, ritmato sulle età del figlio dalla nascita alla postadolescenza. Un compito che muta con le età e con i bisogni che le caratterizzano, mostrando come la madre non sia uno status ma un continuo divenire, poiché il compito della madre si riduce a una relazione affettiva che è sempre a due e quindi deve tenere conto dei bisogni dell'altro e adeguare le risposte in maniera da aiutare un figlio a vivere e a crescere serenamente in una società difficile.

    L'esistenza di una madre è la ricerca continua di un equilibrio tra bisogni diversi, da quelli personali a quelli della società e del lavoro, ma con una priorità che fa pendere l'attenzione verso i figli poiché il grande risultato di una madre rimane in primis sempre il proprio figlio: è questa l'opera che nessun altro al di fuori di lei può assolvere. Ed è questo a fare grande una madre. Una grandezza silenziosa e lontana dalla ribalta, ma concreta poiché visibile attraverso le nuove generazioni di cui hanno bisogno non solo la famiglia ma la società nel suo insieme. E in questo senso nulla è più sociale del lavoro di una madre che si dedica al proprio figlio.