Decodificare

    le informazioni:

    «mass-media»

    e ruolo dei genitori

    Michele Corsi

    Non bisogna aver fretta con i figli. Sin da quando nascono. Occorre star loro vicini e aiutarli a crescere e maturare, lentamente e progressivamente. Perché affrontino e vincano la vita con il giusto e cadenzato passo da montagna. Senza corse eccessive (dal momento che poi potrebbe mancare il fiato per altro) o soste indulgenti e penalizzanti.
    Più volte, sia in questo testo come negli altri libri da me scritti, ho ragionato di sistema formativo integrato. Del bisogno cioè di ricondurre a sintesi e di armonizzare le molteplici agenzie educative esistenti oggi sul territorio nazionale (e a livello mondiale) e di evitare che i molti messaggi parimenti educativi (alcuni più nobili, altri meno) che esse trasmettono e veicolano, invece di rappresentare una ricchezza per gli ascoltatori-fruitori, finiscano con il costituire piuttosto, specie per i più giovani o addirittura per gli stessi bambini, un'occasione non infrequente e talora pericolosa di disagio, sbandamento ideativo e valoriale, con successiva frantumazione dei punti di vista e dei paradigmi pure sani ed equilibrati già in loro possesso (anche se non pienamente consolidati). Tali, comunque, da non promuovere al meglio le risorse e le opportunità di sviluppo particolarmente dei minori. E con ulteriore danno persino per troppi adulti, egualmente fragili o maggiorenni soltanto all'anagrafe, ma con scarse resistenze di fronte alle illusorie sirene dei mezzi di comunicazione di massa.
    Voglio dire che non demonizzo affatto le possibilità di informazione e di concorso alla maturazione e alla formazione delle persone offerte dai mass-media, che considero anzi uno dei migliori traguardi degli ultimi cento anni. Ciò che temo, però (e non sono naturalmente il solo), è che essi si configurino come degli strumenti che, se non adeguatamente interpretati e sostenuti da un'etica robusta, possano oltrepassare il loro compito cognitivo, culturale e democratico, di socializzazione in rete e di partecipazione a distanza per diventare, secondo l'antico slogan o la triste profezia, già ricordata, di Mc Luhan, non un messaggio (o un sistema di messaggi) per il cervello, ma il massaggio dello stesso. In grado cioè di limitare la coscienza critica degli individui, omologarli e indirizzarli verso tendenze maggio-ritarie di solo mercato o profitto, di passiva e acquiescente obbedienza a una strisciante e sotterranea costruzione del consenso, che non di essere a favore di libere e responsabili scelte personali.
    Non è ignoto, del resto, ad alcuno il pesante condizionamento esercitato sui mass-media dalle grandi organizzazioni di potere economico e dunque di guadagno presenti per lo meno in tutti i Paesi dell'occidente industrializzato. Sicché l'aggettivo libero per la stampa, le televisioni, il cinema e simili è qualcosa di ormai estremamente vago e impreciso, se non addirittura un termine o un'etichetta decisamente falsi. E, giacché pecunia non olet, chi persegue obiettivi di lucro, attraverso le catene o le testate massmediologiche cui ha dato vita (si veda, ad esempio, il peso o l'apporto esercitato in proposito pure dalla pubblicità), molte volte, o spesso, è condotto o si induce a rendersi propagatore di disinformazione e banalizzazione delle coscienze individuali.
    Va da sé che i bambini, i preadolescenti, gli adolescenti e i giovani sono quanti maggiormente esposti a una ricezione acritica di questi messaggi, a un loro assorbimento passivo e non mediato, a un'assimilazione che diminuisce od ottenebra la loro capacità di distanza matura da una dipendenza forzosa verso una tale suadente e persuasiva propaganda. Che è rinforzata, talora, anche da una musica di sottofondo capace di conseguire al meglio, per la natura sottilmente aggregante del codice non verbale rispetto a quello verbale, l'obiettivo di un lento, pervicace, riuscito tentativo di manipolazione.
    Mi riferisco, in particolare, ai due più potenti e diffusi mezzi di comunicazione: alla televisione (con tutti i suoi programmi, nessuno escluso, inserti pubblicitari compresi) e alla carta stampata (quotidiani, settimanali e riviste).
    Non ci è estranea, del resto, la definizione della Tv come nuovo caminetto delle nostre abitazioni moderne, intorno al quale si aduna, specie alla sera, la famiglia, che l'ascolta in devoto silenzio. O che va in panico, quando si «rompe», per aver perso l'abitudine dello stare davvero assieme e dell'intrattenimento reciproco. O delle molte televisioni sparse per le varie stanze della casa dove ognuno visiona e assorbe, in assoluta solitudine, lo spettacolo che più gli aggrada. O dello stesso televisore, che fa da padrone pure nel raduno dei compagni di scuola all'interno delle pareti domestiche, un tempo trascorso tra giochi e merende, o «al posto» della vecchia nonna (che non c'è più!, perché eternamente giovane, sovraoccupata o distante kilometricamente), che intratteneva, invece per ore, bambini più o meno silenziosi, con gli occhi arrossati e le piccole bocche semiaperte.
    Dov'è la parola in tutto questo? La parola che media e interpreta? Dove sono il confronto e il dibattito in questo spaventoso e temibile silenzio (educativo)?
    Ciò che propongo, di contro, è la casa del dialogo e del rumore; il tinello, la cucina o la sala delle parole che decodificano quello che si vede per televisione, della battuta, dell'ironia, della ripresa di distanza critica e personale dal programma appena visto. Di un padre e di una madre che ogni tanto si sollevano dai loro impegni domestici per andare ad ascoltare quello che i figli seguono televisivamente e, se qualche spettacolo non fosse tra i più idonei per la loro età, il consiglio è di non cambiare canale, ma di fermarsi lì sino al suo termine, per commentarlo insieme e consentirne il giusto distacco, come auspicabile premessa di un disinteresse, magari maggiore o totale in futuro, nei riguardi di quello stesso programma o di altro parzialmente simile. In prospettiva anche dei sempre più frequenti dopocena, quando molti giovani continuano a seguire la televisione, mentre i genitori, al contrario, sono già andati a letto. Ma in mezzo, quali fasi evolutive, ci sono la preadolescenza e l'adolescenza ed è bene allora che i genitori dormano un'ora di meno per vedere assieme ai figli pure un film definito «spinto» o sboccato, per dirsi a voce alta che quel turpiloquio non serve per comunicare una gamma di sentimenti egualmente esprimibili con termini più acconci, che l'uomo e la donna di qualche letto disfatto o maltrattato sono la caricatura del maschio e della femmina (allorché poi non problematici o nevrotici in quella lunghezza d'onda e in quella farsa o pantomima esperienziale), che gli organi genitali sono una straordinaria risorsa di felicità e al tempo stesso di responsabilità, e non un'arma di offesa o di difesa, un bisturi o un coltello, un pezzo di carne, per dei piaceri unicamente fini a se stessi.
    Così nei confronti della pubblicità.
    I nostri figli sanno sempre meno poesie a memoria (che rimpiango per molti aspetti anche didattico-istruttivi e culturali) e maggiormente reclami e filastrocche di prodotti in vendita. E, nel contempo, si convincono subdolamente che tutto invecchia in fretta (Dixan, Nuovo Dixan, Nuovissimo Dixan ecc. e il validissimo ritrovato di ieri è già soppiantato, oggi, da un altro migliore). In tal modo la cultura della durata e della memoria se ne va in soffitta: pure, ugualmente, quella dei matrimoni e delle stabilità affettive? Mentre gli individui, invece, non invecchiano mai e continuano, ancora a settant'anni, a saltare staccionate improbabili per dei trentenni. Oppure che la morte è un evento drammatico o istericamente in diretta. E, infine, guerre, odio, arricchimenti facili e non sempre di pari passo con l'avanzamento e la crescita culturali degli stessi soggetti interessati.
    Basta con il silenzio!
    L'emergenza educativa del nostro tempo richiede la parola e la decodifica di tutto ciò che ci circonda e ci viene trasmesso. Esige adulti significativi, presenti e preparati. E in primis i genitori. E subito dopo gli insegnanti. Che, come scrive Giorgio Chiosso nell'editoriale del 15 novembre 2002 di Scuola italiana moderna, sono, purtroppo, pressoché latitanti in buona parte: I genitori sono spesso assillati dalla quotidianità dei problemi, illudendosi di aver provveduto ai bisogni dei figli quando hanno soddisfatto le loro esigenze materiali. Se va bene, i figli trovano in altri adulti un punto di riferimento (un parente, un insegnante, un animatore, un sacerdote), altrimenti sono allo sbando e nella confusione più totale. Gli insegnanti, a loro volta, alle prese con competenze, apprendimenti, standard, si concepiscono sempre più come professionisti dell'insegnamento, finendo per lasciare da parte (per comodo, per scarsa preparazione, perché rimasti soli di fronte a enormi responsabilità) la componente «educativa» (e cioè orientatrice e sostenitrice) della loro professione.
    Dove dirigersi, allora, per dare un senso alla crescita dei ragazzi e dei giovani? È sempre Chiosso che sostiene che, per vincere una tale sfida, occorre che gli adulti siano in grado di assolvere alle due fondamentali funzioni dell'essere capaci di cura e di proposta verso i minori.
    Questo vale, a mio parere, anche in ordine alla carta stampata (oltre che agli altri mezzi di comunicazione di massa).
    Sia in famiglia che in scuola è necessario insegnare ai figli e agli alunni a confrontarsi con più giornali, a interpretarne le notizie, a misurarvi la portata e l'influenza, talora manipolatrici e ingannevoli, del cattivo uso dell'appartenenza ideologica, per cui, ad esempio, nei resoconti di cronaca anche radio-televisivi, i partecipanti a uno sciopero o a una manifestazione possono variare, in numero, da una determinata quota a un'altra quattro o cinque volte maggiore o ancora di più. Oppure, nei titoli di differenti quotidiani, un doveroso dibattito interno a una specifica parte politica può diventare un dissidio di grado notevole o addirittura il preludio e il presagio di un'insanabile rottura. Più giornali dunque, come più testi a scuola (nelle scarse biblioteche di classe o di istituto!), che commentino un avvenimento, un brano, una poesia, un particolare evento o periodo storico.
    Ciò che auspico è la più ampia informazione possibile, ma, al tempo stesso, una robusta e tenace opera d'interpretazione e decodifica dei molti messaggi trasmessi, a favore di un'adeguata e consistente formazione della coscienza critica individuale. Con conseguente beneficio di un Paese e della sua democrazia.
    È per queste vie cioè, quelle dell'indispensabile acculturazione come della persistente azione ermeneutica, del confronto aperto tra tutte le agenzie educative, pure quelle meno condivisibili e accettabili nel loro tentativo fuorviante e dirigistico, che il sistema educativo-informativo globale potrà diventare finalmente formativo, integrato e non disgregante.
    Ma per un siffatto scopo urgono, come al solito, genitori, insegnanti ed educatori maggiormente formati. Questo invito, ormai irrinunciabile e indilazionabile, è rivolto tipicamente allo Stato. Che si affretti a rispondere!

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 168-172)