Dove è finita la felicità

    Umberto Galimberti

     

    Parlare di felicità di questi tempi ha un po' il sapore di essere fuori dal mondo. L'America è in lutto e, se non siamo abbastanza ragionevoli, tra un po' lo saranno anche altre parti del mondo. Eppure il diritto alla felicità, che gli americani hanno posto nella loro Costituzione come scopo primario di ogni umana convivenza, è un diritto irrinunciabile, anche se Freud ci avverte che: "L'umanità ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza". I giorni che stiamo vivendo ne sono la conferma, eppure la felicità esiste, non perché se ne possiede il concetto. La felicità esiste, non perché se ne possiede il concetto, ma perché talvolta ne sperimentiamo la condizione. Una volta vissuta, la felicità non può essere dimenticata, perché la nostra coscienza conserva anche quel che trapassa, e il tempo non ha la forza di abolire l'esperienza. La felicità può quindi essere perduta come condizione d'esistenza, ma non cancellata come esperienza, quindi può sempre essere ricreata e in questo ricrearsi esprimere la vita. Rispetto al dolore che inchioda, stringe e costringe, la felicità, scrive Salvatore Natoli nel suo bel libro su La felicità (Feltrinelli, pagg. 254, lire 32.000) lambisce, balena e dispare, per questo la felicità appare come un bene transitorio, mentre il dolore si rivela condizione più abituale e consueta. Eppure la felicità è più originaria del dolore, se non altro perché è impossibile sperimentare una perdita là dove non c'è stato un possesso, così come non è possibile sperimentare la negatività là dove non c'è stata positività. Ma di che natura è quella positività in cui la felicità consiste? "È quella pienezza - scrive Natoli - che nel momento in cui la si possiede, se ne è, in effetti, posseduti". In quanto evento che ci possiede, non possiamo "definire" la felicità, ma solo "viverla". Se ci domandassimo: "Che cos'è?", problematizzeremmo quello stato di possessione e, ponendo domande, ci porremmo in qualche modo già fuori. Per questo la felicità non è attingibile per via di riflessione e questo è il motivo per cui l'uomo "non sa" di essere felice, ma "si sente" felice. Scopriamo così la ragione per cui, nell'ordine degli affetti, la felicità differisce radicalmente dal dolore. Finché dura, infatti, la felicità assorbe il soggetto in se stessa, al punto che chi è felice non si interroga mai sulle ragioni per cui lo è, a differenza di chi soffre che è sempre alla ricerca delle ragioni del proprio soffrire. Questo è il motivo per cui, a differenza della felicità, il dolore eleva noi stessi a problema, costringendoci a interrogarci sul senso della nostra esistenza. Così facendo il dolore introduce una "separazione" di sé da sé, una distanza, una scissione che la felicità ignora. Eppure, è sempre la felicità a essere sullo sfondo come prospettiva d'uscita dal dolore. E' questa forma di felicità, la felicità come "sfondo possibile", che manca al dolore del depresso il quale non ha occhio per il futuro, ma solo per un passato, dimentico di ogni sperimentazione di felicità come dimensione originaria dell'esistere. La depressione, prima di essere una condizione clinica, è un "cedimento della memoria", è l'incapacità di rilanciare nel futuro un'esperienza di felicità che la vita ha vissuto solo come evento momentaneo e non come esperienza originaria. La felicità non dimenticata, infatti, diventa un modello inconscio che ne motiva di nuovo la ricerca. Questo nesso tra memoria della soddisfazione e ricerca della soddisfazione è l'essenza del "desiderio", ossia di quella macchina inconscia capace di trasformare un'esperienza in una mèta. La ricerca che il desiderio attiva produce quella felicità che, se non è pienezza, è almeno contenimento del dolore. Per vincere occorre spesso nella vita abbassare il bersaglio. Chi non riesce innesca quel desiderio infinito che è macchina di dolore perché, in assenza della felicità come estasi, preferisci il dolore, scartando subito quella felicità frutto di moderazione che è evitare di essere infelici. La felicità non premia la virtù, così come il dolore non punisce la colpa. Questa mancanza di consequenzialità fa apparire felicità e dolore spietati giochi della sorte. La cecità con cui il dolore colpisce è pari alla gratuità con cui la felicità è assegnata. Ma proprio questa aleatorietà dell'accadere genera quella saggezza dell'esistenza consapevole che la felicità non è mai sicura, così come il dolore non è mai definitivo. Entrambi accadono quando accadono e sono sottoposti alla signoria del tempo che non consente di morire né di dolore né di felicità. Il tempo, infatti, ci fa sopravvivere al dolore così come inesorabilmente consuma la felicità. Per sua natura la felicità non può essere uno stato perenne perché chi è felice solitamente ignora il limite, o perlomeno non lo percepisce come ostacolo. Immerso nel Tutto, in una condizione che tende a ignorare la separazione, chi è felice vive quella sensazione di totale integrità dove indistinta diventa la percezione della differenza tra sé e il mondo, tra sé e l'altro. Questa condizione, che Freud chiama di "fusione", ognuno di noi l'ha avvertita nella fase prenatale e in quel breve periodo della prima infanzia che, traslato nella storia personale a quella di un popolo, ha fatto sì che ogni cultura fissasse la propria condizione felice nel tempo remoto della mitica età dell'oro da cui un giorno infelici fuoriuscimmo. Ma l'Io vuole la sua identità che nasce a costo di una separazione, da cui prende avvio anche la nostra infelicità. Questa primitiva felicità può essere recuperata per brevi istanti, Freud dice ad esempio: "Al culmine dell'innamoramento dove il confine tra Io e oggetto minaccia di dissolversi e dove l'innamorato afferma che Io e Tu sono una cosa sola ed è pronto a comportarsi come se fosse così". Questa illimitata espansione di sé, in cui la felicità consiste, non è patologica solo perché è eccezionale. Se ai limiti posti dalla nostra costituzione (l'esigenza dell'Io di distinguersi dall'altro) aggiungiamo le esigenze imposte dalla realtà, che non si piega ai nostri desideri, e della società dove le esigenze di felicità degli altri confliggono con le nostre, comprendiamo, come dice Freud, perché, per ridurre il tasso di conflittualità: "L'umanità ha sempre barattato un po' di felicità per un po' di sicurezza". E così la nozione di felicità va smorzandosi nella nozione più tranquilla di "pace", che tende all'azzeramento della conflittualità e al rispetto della soggettività. Alla pace si ribellano la sessualità e la mistica. Entrambe rifiutano la distinzione e tendono alla fusione. A partire da questo scenario è possibile descrivere le figure della felicità sia come "esperienza" sia come "idea". Chi è felice, infatti lo è sempre secondo un'idea, e le idee sono storiche e stratificate dallo spessore epocale. Interessante in proposito è la lettura di un bellissimo libro di Flavia de Luise e Giuseppe Farinetti: Storia della felicità. Gli antichi e i moderni, pubblicato in questi giorni da Einaudi (pagg. 570, lire 42.000) dove in primo piano vengono le figurazioni della felicità come in successione sono state pensate in Occidente. Per i greci antichi la felicità consisteva nella capacità di controllare il proprio destino. "Eudaimonia", come i greci chiamavano la felicità, vuol dire "buon demone", in parte dato dalla sorte in parte acquisibile, adottando uno stile di vita capace di meritarsi il sorriso del destino. Per i cristiani la felicità è proiettata nell'altro mondo e promessa a chi, attraverso il dolore, la guadagna in questo mondo. In pratica: accettazione incondizionata dell'esistente con speranza di felicità futura. Per noi, uomini d'oggi, la felicità sembra collocarsi nella rivendicazione individuale all'espansione di sé, non importa se a scapito degli altri, e nell'esercizio incondizionato della libertà. Ma tutte queste figurazioni della felicità elaborate dalla filosofia minacciano di essere oscurate dalla parola delle neuroscienze, per le quali la felicità risulta dalla buona armonia dei tre cervelli: quello "rettiliano" collocato nell'area ipotalamica e che presiede le funzioni vitali del bere, del mangiare, del dormire e del fare l'amore, quello "limbico" che presiede gli automatismi che regolano le azioni che compiamo senza pensare, e quello "corticale" con cui ragioniamo, calcoliamo, disegniamo, creiamo musica o poesia. Christian Boiron, che all'armonia e alla disarmonia dei tre cervelli ha dedicato un ottimo lavoro intitolato Le ragioni della felicità (Franco Angeli, pagg. 128, lire 26.000) è in grado, attraverso il metodo riduttivo tipico delle scienze esatte, di giungere a quella definizione di felicità tanto cercata dai filosofi. Ma se è vero che a volare troppo alto, come fanno i filosofi, ci si può bruciare le ali, è altrettanto vero che, forse, volando troppo basso, si finisce per trovare solo quell'ideale di felicità che, nel racconto di Nietzsche, rivendicano i piccoli uomini: "Una vogliuzza per il giorno, una vogliuzza per la notte, fermo restando la salute. Noi abbiamo inventato la felicità, dicono i piccoli uomini, e strizzano l'occhio".