Educare alla gratitudine,
educare alla gratuità
Michele Corsi
Derivano entrambe dallo stesso tema latino di gratus e di gratia: grato, riconoscente; grazia, «grazie».
La gratitudine è quel sentimento o quella disposizione d'animo che comporta un affetto verso chi ci ha fatto del bene, nel ricordo del beneficio ricevuto e nel desiderio di poterlo ricambiare. È il contesto del «grazie» per sempre. O che ci si augura auspicabilmente duraturo.
La gratuità, dal canto suo, è qualcosa di ancora più ampio della succitata gratitudine: è ciò che si fa o si riceve senza pagamento e senza compenso, concessi a qualcuno, in assenza pure di un suo merito o di un suo diritto particolari. E che si oppone, come tale, al comportamento o al contratto onerosi in cui, al contrario, uno dei contraenti procura un vantaggio all'altro, ricavandone un corrispettivo.
La gratuità è la premessa e il fondamento della possibile gratitudine successiva. E sono espressioni, ambedue, di adulti puliti e non contaminati, che amano, donano e si concedono (impegnandosi adeguatamente) per libera scelta. Che non perseguono scopi od obiettivi ulteriori e non ricercano o bramano attivare (e dunque praticare) simbiosi e dipendenze inutili o dannose.
La gratuità è, ad esempio, alla base del progetto educativo e di amore del genitore per il figlio, dei coniugi migliori tra loro e dell'augurabile impegno del docente verso l'allievo, del Maestro con il discepolo.
Per essere grati occorre, però, avere il senso (e serbarlo fortemente) del proprio limite: non essere alteri, superbi, orgogliosi o paranoici, e possedere autenticamente il valore dell'importanza della relazione che si è instaurata. Che, come ogni situazione di pregio, è storica, finita, incarnata, soggetta alle intemperie delle emozioni e del caso, della debolezza e della fragilità sia del concessionario del «dono» che del suo fruitore. E che va, quindi, alimentata da entrambi perché rimanga così come è nata: non corrotta e mai ambigua o pretestuosa. Una capacità, cioè, che si nutre anche dell'ideale cui si ispira, ma che è altra da questo, che è, all'opposto, eterno e incorruttibile.
La gratuità risponde al grido totale dell'animo: «io per te!» e non già «tu per me!», che, in questa seconda prospettiva, è, quasi sempre, presagio di ricatti e manipolazioni a venire. È il dare spontaneo, che non richiede alcunché in cambio.
Questa nostra epoca li ha smarriti un po' tutti e due questi grandi sentimenti-pensieri e questi «giudizi di benessere» che sono, nella loro essenza profonda e nella loro radice, a vantaggio della migliore qualità della vita sia personale che sociale.
È necessario, allora, recuperarli e rifondarli storicamente, la gratuità e la gratitudine, nella dimensione del quotidiano, nella famiglia come nelle organizzazioni. Rieducare e rieducarci ad esse, testimoniarle, perché possano poi essere praticate da un numero sempre maggiore di individui. E far recedere, così, sullo sfondo quel mondo, purtroppo oggi sotto gli occhi di tutti, intessuto, invece, di troppi «favori», «acquisti», «pagamenti», nemmeno tanto velati o sotterranei, anzi quasi legittimati o ritenuti legittimi, e «compere», le più varie. Vie, queste, che preludono, il più delle volte, proprio per la loro stortura e l'interesse negativo che le sostanzia, a rabbie e rivolte successive, in grado di promuovere ulteriormente e perpetrare, in ragione degli stessi stili immorali di cui sono espressione, ancora altro «male» e altro peccato sociale, che sono del resto più facili da apprendere (e più difficili da estirpare) del bene, della giustizia e della generosità.
(Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 224-225)

