Educare è comunicare

    Michele Corsi

    Sono arrivato ormai alla conclusione di questo libro e lo sto licenziando. Sia pure con un po' di malincuore. Come un figlio che si è cresciuto per tanti anni e che bisogna accettare che ci lasci, che abbandoni la casa e vada a vivere per proprio conto.
    Non che lo si perda, ma è un consegnarlo quasi interamente al mondo, a tutti: non è più soltanto «nostro».
    E ci sono gioia e dolore, come sempre, in tale commiato. La soddisfazione di aver «dato» e il timore e la paura di un nuovo spazio (di compagnia) da colmare, e di non farcela.
    Scriverò – è la domanda di rito – un altro volume, che riempia i miei giorni, con utilità anche di qualcuno?
    Un concetto e una «consegna» li voglio però ribadire con forza, prima di questa separazione.
    Educare è soprattutto e fondamentalmente comunicare. Parlare: l'educatore, finché non gli fa male lo stomaco. E oltre. Farsi prossimo all'educando, ascoltarlo davvero e pienamente (o almeno provarci strenuamente), e tenerselo vicino (senza farlo scappare più di tanto per le vie del pericolo e del dolore, lasciandogli costantemente aperta la via del ritorno). Comunicare (ed è impossibile il contrario) pure con le «non parole», con gli sguardi ed i gesti. Quelli buoni e sani. O almeno impegnarcisi. Anche nel distinguo delle varie situazioni e nella liceità dei differenti rapporti: amarlo, coccolarlo, proteggerlo, carezzarlo (come al solito, nei modi diversamente opportuni). Offrirgli delle norme e dargli dei permessi. E farglieli comprendere il più possibile. Accettarne le critiche e ritornare sui propri passi, tutte le volte che è utile e necessario. Dargli il «comando» di vivere con autonomia, in libertà e responsabilità. Ma al tempo stesso consentirsi, entrambi, di poter sbagliare e di voler bene pure ai propri errori e alle proprie debolezze. E a quelli degli altri in generale. Di perdonare e di perdonarsi. E dunque di sapersi rialzare. Di vivere, ciascuno, secondo il proprio progetto. Di dirselo e di riaggiustarlo strada facendo. Particolarmente l'educando.
    Di educare e di educarsi. E di farsi felici. Così saranno contente anche molte altre persone.
    Per tale via, allora, educare è tutto un raccontare e un raccontarsi, un testimoniare e un testimoniarsi reciprocamente. Uno spiegare e un interpretare se stessi, il mondo e gli altri, dal proprio punto di vista. Dichiarandone la specificità e la peculiarità. Non chiudendosi al confronto. E avendo voglia, l'educatore, di imparare da chiunque, pure dal più piccolo e fragile degli educandi, finché non chiuderà gli occhi e morirà; confessando il proprio limite di persona sempre in viaggio, comunque.
    Educare è insegnare, tipicamente all'educando, a raggiungere i traguardi dell'esistenza, anche i più comuni e materiali, oltre a quelli affettivi, sociali, cognitivi e culturali.
    Educare è pure trasmettere e praticare, soprattutto da parte dell'educatore, i valori esistenti (ancorché molteplici e contraddittori). I valori che sono alla base di un'esistenza e intendono guidarla e informarla. Intesserla, nutrirla, sostanziarla. I valori di un gruppo o di una famiglia, di una società, di un Paese. Valori diversi a seconda dei contesti e delle situazioni. Ma che, al di là di taluni loro contenuti anche molto differenti, si vuole però che siano identici nella loro forma di rispetto e di solidarietà per chiunque. Perché ognuno poi, in tempi successivi, si inventi e si crei ulteriori e nuove prospettive di bene e di pace per tutti e per le generazioni che verranno. E così «in eterno» o nella storia.
    Educare è amare, amandosi. Donare, donandosi. Senza chiedere in cambio alcunché o quasi. Il corrispettivo sarà la gratitudine della memoria e del cuore, personale o collettiva. Il «grazie» di una comunità verso una pedagogia matura e vincente, in grado di consentire un'educazione positiva, a favore di persone «adulte» per il vantaggio di altri futuri soggetti «adulti».

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 242-243)