Educare

    è testimoniare

    Michele Corsi

    L'influenza dell'ambiente in cui ciascuno vive è determinante per lo sviluppo della personalità e per la crescita educativa.
    Di certo, non un ambiente ingenuamente assunto e analizzato da un osservatore acritico e sprovveduto, ma un «contesto» continuamente rivisitato e in qualche modo ricreato dai vissuti e dalle esperienze, dalle emozioni, delle persone che lo compongono.
    Un ambiente fatto di individui e di «cose», di opportunità e di stimoli, di permessi e di divieti, di benessere economico e di povertà, talora anche culturale, spirituale e ideale. Dove i diversi elementi o parametri si distribuiscono secondo un'ampia scala di valori e di punteggi, da quelli altissimi (nel positivo) a quelli eccezionalmente bassi (nel negativo). E secondo un intreccio che configura ogni volta uno specifico «spazio di vita» secondo fisionomie del tutto singolari e originali che, per comodità di studio o abitudine teorica, tentiamo di ridurre in «classi di eventi» prossimi o simili. Ma che, a uno sguardo più attento, rivelano poi alcune dissonanze nell'accostamento o le proprie irripetibili e irriproducibili caratteristiche.
    Si danno così ambienti dove la ricchezza economica non sempre si accompagna a un elevato livello culturale e dove la carica motivazionale o la spinta al cambiamento sono espressione di appartenenze sociali differenti tra loro, che rinviano a una collocazione politica o ideologica anche di segno diverso.
    Se i componenti di una stessa famiglia o di una medesima classe scolastica scegliessero, infatti, di confrontarsi sulla percezione che hanno di un determinato contesto, si accorgerebbero ben presto, magari dopo le prime battute apparentemente omogenee, di avere valutazioni dissimili, talora pure fortemente discordanti per alcuni aspetti, delle situazioni che vivono, dei comportamenti che analizzano, delle relazioni che l'attraversano, delle interconnessioni che lo caratterizzano.
    Così un «singolo» ambiente diventa tanti ambienti a seconda delle persone che lo compongono, sino a moltiplicarsi ulteriormente in virtù del progredire degli anni di costoro, delle esperienze che fanno, degli stati d'animo del momento.
    Chi può dire dei due o tre figli di una famiglia, ad esempio, di aver avuto psicologicamente o educativamente lo stesso padre e la stessa madre? E quale genitore può dire di essere stato il medesimo con ogni figlio?
    Non sarebbe vera e nemmeno utile una risposta di sola evidenza anagrafica, al di là dello zoccolo pure comune che costituisce l'identità di fondo di ciascun individuo.
    Ogni figlio che nasce «incontra», infatti, un genitore diverso per età, aspirazioni, equilibrio, sogni e frustrazioni, denari e salute, in una dinamica di coppia parentale differente per i motivi ora elencati e per altri ancora. E che rimanda a quella coniugale.
    Così per una classe. Lo stesso insegnante diventa più insegnanti nelle percezioni degli allievi e nei rapporti che si sono stabiliti.
    Il medesimo contesto si connota variamente e si articola in una quantità di «ambienti» in ragione degli altri contesti, pregressi e contemporanei, con cui si rapporta. Relazioni che non sono poi quasi mai identiche a se stesse, ma che assumono, ogni volta, connotazioni, frequenze (o interruzioni) di dissimile entità e natura. Mi riferisco alle famiglie di origine o alle scuole frequentate in precedenza, alle città o ai quartieri dove si abita, alle persone con cui si tratta, ai cambiamenti sociali intervenuti e a quant'altro. Il risultato della «visione», allora, è ciò che si coglie all'uscita di un canocchiale composto da molte lenti in successione e compenetrazione tra loro.
    La prima buona regola educativa o raccomandazione al riguardo è, pertanto, quella di avere la consapevolezza (o di volerla raggiungere) della molteplicità, nell'unità, che ciascuno rappresenta (sé e l'altro) e della pari molteplicità (nei vissuti) che qualunque ambiente finisce con l'assumere nella percezione evolutiva dei viventi.
    Conseguentemente, il secondo suggerimento è quello di far propria questa diversità nell'intento di accogliere, non rigidamente, sé e l'altro, nel miglior rapporto che si può creare. Accettandone non solo le luci, ma anche le inevitabili ombre o le cadute di tono, stile e intensità.
    È, in questa prospettiva, che vanno quindi collocati tutti i risultati delle più recenti e accreditate teorie psicologiche, pedagogiche e sociologiche, con l'intelligenza di vederne anche le premesse o i preamboli nelle precedenti storie di queste discipline, pure nella varietà delle loro impostazioni e delle loro collocazioni temporali.
    La personalità e le dinamiche educative e relazionali di ciascuna persona sono, dunque, il risultato sempre critico, in continuo e costante cambiamento, dell'adattamento del singolo all'ambiente, un adattamento che rinvia innanzitutto alla sua assimilazione e correlativamente all'accomodamento che si instaura.
    Ancora più evidente, per gli obiettivi che si vogliono raggiungere con questo libro, è il contributo teorico e pratico offerto dal movimento psicoanalitico o analitico in senso esteso, nella sua globalità e complessità.
    L'identificazione (cioè l'imitazione interpretata) è, a partire da Freud sino agli odierni analisti, la struttura portante, la benzina (buona e/o cattiva), l'elemento di processo di quel prodotto che è o sarà poi ognuno di noi. L'identificazione soprattutto con i genitori (o con chi li ha pressoché interamente sostituiti) per la fondamentalità delle prime fasi di vita nell'avventura esistenziale di chiunque e, successivamente, con gli altri adulti (e non) significativi, perché così riconosciuti dalla persona presa in esame: nonni, insegnanti, amici. L'identificazione con le parole e i gesti degli educatori o di quanti vengono individuati in questo ruolo (magari pure a torto), con i silenzi e i «rumori» di costoro, con la loro vita vissuta e praticata, con il loro dire e il loro testimoniare.
    Da qui i pensieri, i giudizi e i pregiudizi, i sentimenti e le emozioni degli educandi, i permessi e i divieti interiori, le opzioni libere o bloccate, il «piano di vita» di chi è o si fa minore per scelta o per età rispetto a chi educa, il «copione» di ciascuno (per Berne) e la conquista non agevole dell'autonomia esistenziale. E, su tutto, l'atmosfera che la testimonianza dei grandi (o di quelli che sono stati ritenuti tali) produce e determina. Particolarmente in famiglia, quando i figli sono neonati o molto piccoli: un anno, due anni, tre anni, sei anni ecc. Perché è in virtù di quest'assimilazione-identificazione-testimonianza percepita e vissuta, incamerata e via via rivisitata, che ognuno incontra poi gli altri ambienti e le altre persone, le altre testimonianze, e vi si rapporta. E continua a crescere, auspicabilmente felice.
    Talora, troppe volte, spesso, i gesti e i comportamenti, più che le parole, educano (o diseducano), segnano, scavano, creano scorie o sedimenti desolati e desolanti o strutturano, nell'intimo, spazi infiniti di luce e di speranza, di gioia. Di energia positiva.
    La parola forma, ma di tanto in tanto non viene neppure ascoltata o recepita, viene gettata via lontano o accolta al contrario, se la forza del linguaggio non verbale, talvolta la sua violenza o la sua ambiguità, la contraddittorietà degli sguardi e del corpo educante, degli abbracci e delle carezze trasmessi o impediti, vanno in altra direzione.
    Gli altri ci osservano. I figli ci guardano. Gli allievi ci squadrano. E se non esiste coerenza tra il dire e il fare, la parola rimane sullo sfondo, perde di significato e assume anzi i connotati della menzogna, del ricatto, della impossibile praticabilità. Campeggiano così, nell'intreccio tra avvenimenti e percezione degli stessi, solo le condotte e gli atteggiamenti degli educatori. Ed è a quelli che gli educandi rivolgono maggiore attenzione, si ispirano e li seguono.
    La migliore testimonianza è, allora, la coerenza (o la sua ricerca) tra la parola e il gesto. Non l'affanno della inesistente perfezione, ma la scelta dell'amore per l'educando e la crescita progressiva e non rinunciataria di chi ha deciso di educare.
    Un genitore che urla, che picchia chiunque gli capita a tiro (non quello che qualche volta sculaccia il figlio perché «ha finito» le parole e gliene offre comunque le ragioni), che beve. Lo sguardo impietoso, implacabile e senza appello, dell'insegnante nei confronti delle prove o degli errori di un alunno.
    La testimonianza richiede una qualche fatica? Può essere. Ma occorre a monte stabilire quale figlio o alunno si voglia. Bisogna fare delle rinunce? Si sente troppo spesso parlare di rinunce! Da parte di genitori (di coniugi) e di educatori. E così i figli corrono il rischio di riscuotere il premio di sentirsi perennemente in colpa e, per rabbia, adottare comportamenti di segno contrario.
    È necessario piuttosto scegliere.
    L'educazione è un sistema di scelte, la testimonianza è la forma più immediata dell'educazione ed è lo stile di chi, volendo incontrare e accogliere davvero l'altro e gli altri, si fa attento a se stesso, si osserva e si controlla, si rende differente a seconda del diverso con cui si rapporta, decide l'uso che vuol fare dell'unica vita di cui dispone e le tracce che vuole imprimere o lasciare in colui con il quale si relaziona. Sempre che l'altro le accetti e per un tempo che sta a lui stabilire.
    Ora, ognuno rifletta su sé e sui suoi educandi, ritorni con la mente e col cuore ai comportamenti adottati e alle parole che utilizza, se in questo suo impegno ha effettuato delle scelte o è convinto di aver operato delle rinunce, alla testimonianza che ha offerto e che rappresenta nel medio e lungo periodo, quotidianamente.
    E se qualcosa non va, può sempre ridecidere. E magari avere l'umiltà (che è il coraggio dei forti, di quelli veri, e non dei sedicenti e nevroticamente presunti tali) di chiedere «aiuto». Di accettare di mettersi in discussione e di intraprendere un cammino rieducativo.

    (Da: Il coraggio di educare. Il valore della testimonianza, Vita & Pensiero 2005, pp. 15-18)