Famiglia per educare
Renato Corti
“La famiglia, come la Chiesa, dev’essere lo spazio
in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia” (Paolo VI)
NOTA PASTORALE PER L’ANNO 1994/95
NOVARA 1994
INDICE
PREAMBOLO
PRIMA PARTE
QUALE CIVILTA’ VOGLIAMO COSTRUIRE?
1. LA FAMIGLIA E LE SUE SFIDE
- Quali sfide?
- Cinque vie per il nostro impegno cristiano
2. LA FAMIGLIA E LA SUA VOCAZIONE
- La scelta di fondo
- “Prometto di esserti fedele sempre”
- “Siete disposti ad accogliere responsabilmente i figli che Dio vorrà donarvi?”
SECONDA PARTE
FAMIGLIA PER EDUCARE
“Siete disposti a educare i figli secondo la legge di Cristo e della Chiesa?”
1. EDUCARE AD UNA PIENA UMANITA’
2. RIAPRIRE IL VANGELO
- Educare alla fede
- Educazione e vocazione
- Educazione della coscienza morale
- Il primo educatore è il Signore Dio
TERZA PARTE
LA FAMIGLIA, VIA DELLA CHIESA
Visita pastorale e incontro con le famiglie
1. IL COMPITO DEL SACERDOTE
- Dare e ricevere
- La preziosa opera dei Religiosi, delle Religiose e dei Laici
- Verità e carità
- Guardando al futuro
2. GIOVANI, AMORE, MATRIMONIO
- Preparazione al matrimonio o pastorale giovanile?
- Un’occasione da non perdere
- Itinerario di fede per i fidanzati
3. IL CAMMINO NEL MATRIMONIO
- Giovani coppie
- Le famiglie di ogni età
- ‘Gruppi familiari’
4. ACTIO EMBLEMATICA
- Ogni Comunità diventi una ‘Casa Speranza’
- Ogni Sacerdote viva il ‘mistero della Visitazione’
- Ogni famiglia partecipi agli ‘Esercizi Spirituali’
EPILOGO
- Spazio ai Santi
- Preghiera per tutte le famiglie
PREAMBOLO
Miei cari,
a tema di questa Nota Pastorale, di indole prevalentemente pratica, è la famiglia cristiana .
Essa può essere chiamata, come ha fatto il Concilio nel capitolo dedicato al popolo di Dio (e più precisamente all'esercizio del sacerdozio comune nei sacramenti), "velut Ecclesia domestica"(LG, n. 11) perché in essa si riflette e viene realmente partecipato il mistero della comunione della Chiesa (cfr CEI, “Comunione e comunità nella Chiesa domestica”, n. 3).
Delle pagine che seguono vorrei subito dire che sono un prolungamento della Lettera Pastorale “Paolo e Barnaba”, dedicata al grande compito della evangelizzazione: un’urgenza sulla quale spero che tutte le nostre Comunità abbiano riflettuto e abbiano compiuto un costruttivo lavoro di formazione della mentalità, seguito da concrete esperienze apostoliche quotidiane. Non si cambia dunque argomento; semplicemente si precisa la proposta, mettendo in evidenza il fatto che l’annuncio della fede dovrebbe trovare il suo primo spazio nella famiglia. Se lo scorso anno ho cercato di sollecitare a un simile impegno di formazione apostolica ognuna delle nostre Parrocchie e tutti i 'Christifideles laici' che, dal Battesimo, hanno ricevuto la vocazione ad essere, nel concreto contesto nel quale vivono, operai della vigna del Signore (cfr “Paolo e Barnaba”, pagg 72-84), ora desidero chiamare in causa, in modo esplicito, i genitori, chiedendo loro di diventare apostoli. Essi infatti, nella comunione di una 'Chiesa madre', occupano un posto di particolare rilievo perché in loro si manifesta in modo privilegiato la funzione materna della Chiesa: quella che li conduce a fare, dei figli non soltanto degli uomini, ma dei cristiani (cfr 'Ecclesia Mater', pag 83-84; cfr “Paolo e Barnaba”, pag 69).
Come è facile capire da quanto ora ho detto, vorrei privilegiare un particolare aspetto della realtà familiare: quello che vede i genitori cristiani impegnati sul fronte educativo. La famiglia cristiana diventa infatti, di giorno in giorno, una reale Chiesa domestica quando i genitori diventano per i loro figli, con la parola e con l’esempio, i primi annunciatori della fede e il premuroso sostegno della vocazione propria di ognuno(cfr LG, n. 11).
* * *
Ecco in qual modo penso di sviluppare il tema.
Sfide e vocazione della famiglia
Anzitutto mi sembra necessario evocare, almeno per sommi capi, le sfide con le quali la famiglia cristiana oggi deve confrontarsi.
Nel medesimo tempo, e proprio per ben affrontare le sfide del presente e del futuro, mi sembra opportuno offrire degli elementi utili a una meditazione fondamentale: quella sulla vocazione e la missione della famiglia, secondo il disegno di Dio.
Educazione cristiana in famiglia
Detto questo, vorrei concentrarmi sul compito che la famiglia cristiana è chiamata a svolgere, e cioè quello di educare alla fede e alla vita cristiana. A proposito di questo ambito, oltre a compiere qualche riflessione di carattere preliminare, vorrei rispondere, in modo semplice e concreto, a numerose domande:
- che significa educare alla fede?
- che cosa comporta l'avere sensibilità nei confronti della vocazione dei figli?
- quale educazione morale comunicare in famiglia, e come?
- in qual modo la famiglia può diventare scuola di attenzione ai fratelli, di accoglienza e di apertura, di riconciliazione e di dialogo, di impegno nella storia?
- quale spazio e rilevanza occorre dare alla preghiera, ai sacramenti, alla parola di Dio perché tutto il lavoro educativo, indicato dalle precedenti domande, si realizzi?
Pastorale della famiglia
Resta infine da dire ancora qualcosa di rilevante. La Chiesa, che fa queste proposte alle famiglie perché siano vere 'Chiese domestiche', deve sicuramente mettere tra le 'priorità pastorali' la realtà del matrimonio e della famiglia.
Se la Chiesa deve considerare l'uomo 'via' fondamentale del suo impegno apostolico e pastorale (cfr Encicl. “Redemptor Hominis", n. 14), essa deve tener conto che, tra i vari sentieri sui quali mettersi per incontrare l'uomo e accompagnarlo nel suo cammino, il primo e il più importante si chiama 'famiglia' (cfr "Lettera alle famiglie”, n. 2).
In questa prospettiva pastorale, credo che almeno alcune domande debbano trovare risposte e indicazioni concrete:
- quale rapporto deve essere coltivato, da parte dei Sacerdoti, nei confronti della famiglia? E soprattutto, quale rapporto con le famiglie dovrà essere vissuto da parte di chi è responsabile di una Comunità parrocchiale?
- come aiutare i giovani ad affrontare in maniera costruttiva il tempo del fidanzamento?
- come accompagnare poi le giovani coppie e che cosa fare per favorire, nelle nostre Parrocchie, la presenza viva e costruttiva di 'gruppi familiari'?* * *
L'argomento che inizio ad approfondire è delicato e importante.
Chiedo alla Santa Famiglia di Nazaret di accompagnarmi nel lavoro, in modo tale che, anche attraverso questo piccolo strumento, molte famiglie della nostra Diocesi siano illuminate nelle loro scelte e sostenute nelle loro fatiche.
PRIMA PARTE
QUALE CIVILTA' VOGLIAMO COSTRUIRE?
1. LA FAMIGLIA E LE SUE SFIDE
I - QUALI SFIDE?
Non dobbiamo chiudere gli occhi. "La famiglia nei tempi odierni è stata investita dalle ampie, profonde e rapide trasformazioni della società e della cultura. Molte famiglie vivono questa situazione nella fedeltà a quei valori che costituiscono il fondamento dell'istituzione familiare. Altre sono divenute incerte e smarrite di fronte ai loro compiti o, addirittura, dubbiose e quasi ignare del significato ultimo e della verità della vita coniugale e familiare. Altre, infine, sono impedite da svariate situazioni di ingiustizia nella realizzazione dei loro fondamentali diritti" (Es. Ap. “Familiaris Consortio”, n. 1).
Di tutte queste situazioni la Chiesa deve farsi carico, persuasa che, in tal modo, rende un servizio importante alla società e offre un sostegno prezioso ai giovani che stanno per iniziare il loro cammino verso il matrimonio e la famiglia.
La civiltà dell'amore o l‘anti-civiltà?
Scrivendo una "Lettera alle Famiglie”, in questo anno 1994, il Papa Giovanni Paolo II sembra sentire l'urgenza di usare espressioni anche più forti che non quelle della "Familiaris Consortio" del 1981.
La famiglia - afferma - sta alla base della 'civiltà dell'amore', quella che prende l'avvio dalla rivelazione di Dio che è amore (cfr 1 Gv 4,8.16) e che viene descritta efficacemente da Paolo nell'inno alla carità (cfr 1 Cor 13,1-13), quella che si connette intimamente con l'amore riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo (cfr Rm 5,5) e che cresce grazie a quella costante coltivazione di cui parlava Gesù con l'allegoria della vite e dei tralci (cfr Gv 15,1-2). La famiglia è organicamente unita con tale civiltà.
E però, aggiunge, se esiste da un lato la 'civiltà dell'amore', permane dall'altro la possibilità di una 'anti-civiltà' distruttiva, com'è confermato oggi da tante tendenze e situazioni di fatto. Chi può negare che la nostra sia un'epoca di grande crisi, che si esprime anzitutto come profonda 'crisi della verità'? Chi può negare che la civiltà contemporanea presenta caratteristiche di agnosticismo in campo teorico e di utilitarismo in campo pratico ed etico, col risultato che, per quanto concerne la famiglia, la donna può diventare per l'uomo un oggetto, i figli un ostacolo per i genitori, la famiglia un'istituzione ingombrante per la libertà dei membri che la compongono? (cfr "Lettera alle Famiglie", n.13).
Un anno per la famiglia o contro la famiglia?
In occasione dell'Anno Internazionale della Famiglia, il Papa ha sentito il bisogno di scrivere, il 19 marzo 1994, una lettera a tutti i Capi di Stato e al Segretario dell'ONU, a proposito della Conferenza Internazionale su “Popolazione e Sviluppo” (Il Cairo, settembre 1994), per attirare l'attenzione su alcuni aspetti etici, attraverso i quali le nostre società si costruiscono o si distruggono.
Alla vigilia dei lavori, il Papa ha voluto di nuovo intervenire, dicendo: “Vorrei esprimere la mia preoccupazione per una certa tendenza a concepire la sessualità in chiave troppo individualistica, senza valutare sufficientemente le implicazioni sociali che sono a fondamento dell’istituto del matrimonio e della famiglia”. E ha aggiunto: “Sarebbe grave se, per la preoccupazione di far fronte al problema posto dalla rapida crescita demografica, invece di orientarsi verso la promozione di una cultura della procreazione responsabile, ci si accontentasse di accettare o addirittura di favorire una sessualità avulsa da riferimenti etici, e soprattutto dallo specifico impegno che l’uomo e la donna assumono, reciprocamente e di fronte alla comunità, con il consenso coniugale” (Oss.Rom., 29-30 agosto 1994, 1).
E ha osservato che, nell’affrontare il problema della popolazione mondiale e del suo aumento notevole, specialmente nei paesi in via di sviluppo, “occorre resistere alla tentazione di una pericolosa scorciatoia, quale sarebbe il puntare ogni sforzo sulla riduzione, ottenuta in qualsiasi modo, dei tassi di natalità. L’impegno maggiore va posto invece in un deciso sostegno da parte della Comunità internazionale allo sviluppo economico e sociale dei popoli meno abbienti, attraverso una più equa e razionale redistribuzione delle risorse. Un programma di regolazione demografica può considerarsi ragionevole, ma solo a precise condizioni etiche, e nel rispetto di quei valori e diritti fondamentali, che mai la politica può sovvertire. In primo luogo, per ogni essere umano fin dal suo concepimento v’è diritto a nascere, cioè a vivere la propria vita... Ci sono poi i diritti della famiglia, intesa come nucleo sociale fondato sull’unione stabile di un uomo e di una donna per la reciproca integrazione e la responsabile procreazione dei figli” (Oss.Rm., 5-6 settembre 1994, 1).
Mentre la Conferenza si chiude, una prima riflessione sull’andamento dei lavori suggerisce almeno due osservazioni.
Primo, gli appassionati interventi del Papa non sono stati inutili perché hanno stimolato la discussione dei Delegati delle varie Nazioni, conducendo a qualche buon risultato e, in particolare, all’affermazione che “in nessun caso l’aborto sarà promosso come metodo di pianificazione familiare”.
Secondo, rimane del tutto aperta l’urgenza di una presenza stimolante della Chiesa cattolica perché vengano affrontati, con sapienza e coraggio, alcuni capitoli estremamente rilevanti per la vita dei popoli e il futuro dell’umanità: la cooperazione internazionale per lo sviluppo complessivo delle Nazioni più povere; l’educazione dei giovani a una visione personalistica della sessualità; la promozione della donna, utilizzando programmi sociali e culturali che riconoscano la sua dignità e ne elevino la capacità di affrontare debitamente il proprio compito; la paternità e maternità responsabili.
E qual è la situazione italiana?
Sembra di dover dire che, secondo i Vescovi italiani, essa riflette largamente gli orientamenti culturali presenti in Occidente e noi cristiani d'Italia dobbiamo ogni giorno fare i conti con questo ampio contesto socio-culturale, tutt'altro che semplice, e con i fattori che lo caratterizzano. Dovremo tenere presenti i dati problematici sui divorzi (nel 1994 siamo a 20 anni dal referendum sul divorzio) e sulle separazioni; quelli sulle cosiddette 'unioni di fatto' e sulle nascite fuori del matrimonio. Ricorderemo il dato drammatico relativo all'aborto e terremo conto del fatto che all'Italia appartiene il primato della denatalità. Dovremo fare i conti anche con qualche elemento sociale e culturale nuovo, come per es. quello della crescente presenza dell'Islam e, almeno in prospettiva, della cultura e teologia islamica sul matrimonio, la donna, la famiglia, ecc.
E di positivo, non vi è nulla? Nella "Lettera alle Famiglie" il Papa osserva che le famiglie impegnate a realizzare nella comunità domestica la loro vocazione di vita umana e cristiana sono tante in ogni Nazione, Diocesi, Parrocchia! Si può ragionevolmente pensare che esse costituiscano la 'regola', pur tenendo conto delle non poche 'situazioni irregolari' (n. 5). E, per quanto riguarda l'Italia, potremo valorizzare in senso positivo, come suggeriva tempo fa il card. Ruini, alcuni 'indicatori' che si riferiscono non agli attuali comportamenti di fatto, ma alle aspirazioni e al sentire profondo del popolo italiano. Sembra, in particolare, di poter constatare che il rapporto tra genitori e figli e il significato della famiglia fondata sul matrimonio godano ancora nel nostro Paese di un apprezzamento molto alto, da parte della stragrande maggioranza della popolazione.
Una considerazione attenta di tutti questi elementi sembra permettere di concludere - sempre secondo il card. Ruini - che in Italia ci troviamo di fronte a due strade: quella che ci incammina sulla via dell’adeguamento ai modelli largamente presenti in Europa; quella che permette di far emergere le aspirazioni profonde di cui s'è detto e offrire, anche ad altre nazioni dell'Europa, la testimonianza di comportamenti qualificati non dall'individualismo, ma da una più autentica e piena umanità.
II - CINQUE VIE PER IL NOSTRO IMPEGNO CRISTIANO
Noi cristiani non possiamo, evidentemente, limitarci ad attendere gli eventi. Siamo chiamati ad operare, sollecitando la cooperazione di tutte le energie disponibili e l'apporto delle varie competenze e responsabilità presenti nella società e nella Chiesa.
Se abbiamo, almeno in qualche misura, la consapevolezza che il modo di affrontare, teoricamente e praticamente, la questione della famiglia è un indizio certo degli orientamenti profondi della intera società, inizieremo ad avvertire dentro di noi l'urgenza di darci da fare per il presente e il futuro della famiglia.
I modi secondo i quali manifestare responsabilmente il nostro contributo sono molti e, in particolare, ne voglio qui indicare sinteticamente alcuni.
La parola
Nella nostra società i cristiani devono anzitutto semplicemente 'esprimere', anche con le parole, e contro ogni tentazione di 'mutismo', le proprie ‘convinzioni’ profonde (ed esse sono, per noi, qualcosa di più che non delle semplici 'opinioni', poiché ci coinvolgono in modo concreto ed esistenziale) circa il matrimonio, la famiglia e la vita.
E devono, in tal modo, vincere la tentazione - particolarmente forte in questi ultimi decenni e ancora oggi capace di mettere in difficoltà non pochi cristiani, che pur si dicono di sincera fede - di cadere in una 'apatia’ che, di fatto, rischia di significare abbandono del luogo della battaglia, su questioni assolutamente qualificanti, proprio nel momento della maggiore necessità.
A questo proposito va detto qualcosa di analogo a quanto ho scritto nella Lettera Pastorale “Pietro e Maria” (cfr pagg 77-78) circa la pastorale giovanile. E cioè che noi cristiani siamo chiamati a due attenzioni complementari.
Una è quella di saper essere presenti con coraggio e disponibilità in tutti i ‘luoghi’ della nostra società (e quindi anche in quelli laici o aconfessionali) per portare il nostro contributo di orientamento e di sostegno a iniziative che vengono programmate con serie intenzioni di operare per il bene comune della società.
Una seconda attenzione è che, in ogni caso, noi cristiani (e mi riferisco in particolare alle Comunità cristiane, alle nostre Associazioni, ai nostri Oratori, ecc.) dobbiamo dedicarci a esprimere con libertà e forza, sia sul fronte dei giovani che su quello della famiglia, la nostra originale proposta educativa, senza mai censurarla indebitamente.
Se lo facessimo, daremmo prova di non avere ancora intuito quanto straordinaria sia l’originalità del disegno di Dio sull’uomo e su quella comunità di base che si chiama ‘famiglia’. E insieme, daremmo prova anche di qualche pericolosa ingenuità: quella che consiste nel non misurare adeguatamente quanto la mentalità corrente e i modi di pensare quotidianamente instillati da potenti ‘agenzie’ di opinione pubblica sono distanti (e spesso in netta contraddizione), rispetto alla proposta cristiana, non su qualche piccolo e secondario particolare, ma su aspetti che - di per sé - non ammettono, da parte nostra, incertezze o indebiti ‘sconti’.
La cultura
Dentro a questa società nella quale - anche per il livello culturale medio offerto dalla Scuola e per la presenza imponente dei Mass media - la 'cultura' è sempre più la questione decisiva per la vita di fede e il cammino etico, i cristiani devono impegnarsi, in termini appunto 'culturali', a far sì che le loro convinzioni diventino cultura e giungano a permeare la mentalità della gente che ci vive accanto e che costituisce, insieme con noi, questa società.
Ciò comporta che noi cristiani diamo molta importanza a una presenza attiva nel mondo della Scuola, a cominciare dalla Scuola Cattolica, e in tutti gli spazi nei quali si fa cultura. Richiede pure che si faccia un intelligente uso degli strumenti più appropriati perché ciò avvenga anche sul fronte dei Mass media. E' sotto gli occhi di tutti quanto, anche nella nostra Diocesi, siamo lontani da simili obiettivi e quanta strada vi sia da percorrere.
In modo particolare vorrei rimarcare il fatto che vi sono molti passi da compiere perché, a proposito dei Mass media, ogni cristiano - ogni famiglia cristiana - utilizzi i mezzi disponibili (penso, per es., al quotidiano "Avvenire", al nostro Settimanale Diocesano nelle sue varie edizioni, a "Famiglia Cristiana", alle Radio Cattoliche, ecc.) e perché, con delle scelte che superano le competenze delle singole persone e che richiedono scelte ecclesiali diocesane o regionali, se non addirittura nazionali, le Comunità cristiane sappiano coordinare i loro sforzi e i mezzi di cui dispongono per riuscire a far circolare nell'intera società efficaci messaggi, capaci appunto di incidere in senso cristiano sulla mentalità corrente a proposito di matrimonio e famiglia.
La politica
Noi cristiani siamo chiamati a stimolare e sostenere una valida e organica 'politica della famiglia’, pur senza ridurre tutto alla politica. Dobbiamo chiedere la messa in cantiere di una politica organica in favore delle famiglie: previdenza, trattamento fiscale, casa, occupazione, servizi sociali, speciale attenzione alla donna (anche con la flessibilità degli orari di lavoro per poter tenere in debito conto il compito della maternità e dell'educazione dei figli), attenzione agli anziani e alla fascia delle famiglie più povere.
E una simile presenza politica potrà risultare fruttuosa anche attraverso una presenza organizzata delle famiglie nella nostra società (penso alle Associazioni di Famiglie) e con una stimolazione degli Enti locali - nelle forme di partecipazione attiva previste dalla Legge 142 e dai recenti Statuti comunali - attraverso concrete e qualificanti proposte in favore delle famiglie.
Anche a proposito di questo capitolo vi è molto lavoro da compiere. E, se veramente amiamo la famiglia, va stimolato con la persuasione che non domandiamo regali, ma semplicemente scelte di giustizia e attenzione a un interesse fondamentale della comunità nazionale.
L’educazione
Non c'è altro da fare? Ce n'è, e molto. Vi è un enorme impegno educativo da assumere e a questo gravissimo compito dobbiamo dedicarci con intelligenza e costanza in tutte le nostre Parrocchie.
Lo dobbiamo fare attuando anzitutto una pastorale giovanile che sappia debitamente accompagnare i ragazzi, gli adolescenti e i giovani negli anni che conducono o preludono all'assunzione delle responsabilità familiari e alle scelte fondamentali che riguardano la fedeltà coniugale lungo tutta la vita e il coraggio della paternità e maternità responsabili (cfr il tempo del fidanzamento) . Ciò comporta sicuramente che, anche in questo settore, evitiamo indebiti silenzi e che siamo attenti all'educazione morale, nel quadro della antropologia cristiana, soprattutto per ciò che concerne i capitoli dell'affettività e della sessualità, in vista della formazione complessiva della personalità giovanile; richiede anche un costante aiuto offerto, da parte nostra, alle nuove generazioni perché, con la preghiera e l'ascolto della Parola di Dio, radichino la loro esistenza in una robusta vita di fede in Gesù Cristo Salvatore dell'uomo.
Né potremo fermarci ai giovani. Dobbiamo pensare anche a un lavoro educativo in favore degli adulti. Essi dovrebbero entrare, in vario modo (anche attraverso i gruppi familiari), in un lavoro di‘formazione permanente' che li metta in grado di affrontare le circostanze di ogni giorno, soprattutto i tempi più impegnativi e difficili, con vero spirito cristiano e decisi a costruire, a cominciare dalla loro famiglia, una civiltà, anzi una 'civiltà dell'amore'.
La testimonianza di vita
E non è ancora tutto. I cristiani sono chiamati ad offrire a questa società, che sembra largamente lontana dalla fede e dall'esperienza cristiana, degli 'esempi concreti' di vita matrimoniale e di vita familiare ispirata al Vangelo.
Qui sta il punto cruciale, giunti al quale tutto può miseramente cadere: occorre mostrare che non ci si limita a rispettabili esortazioni, né a pii auspici, ma che si compiono in modo effettivo, al di dentro di questa nostra attuale società, scelte qualificanti in senso evangelico. Si pensi, per esempio, a scelte significative in termini di 'sobrietà' di vita; si pensi a quelle che toccano sul vivo, in modo concretissimo (anche nella educazione dei figli), il rapporto tra 'avere' e 'essere', tra 'essere' e 'apparire', ecc.
Questa Nota Pastorale vorrebbe soprattutto essere una pressante richiesta perché le famiglie cristiane offrano, a tutte le famiglie della nostra società, il dono più grande che, per grazia di Dio, hanno ricevuto.
Lo potrei indicare dicendo che la Chiesa offre a tutte le famiglie (dico tutte: cristiane e non cristiane) il più consistente contributo al loro cammino di coraggio, di apertura, di fedeltà, di gioia e di pace, quando mostra - attraverso il cammino umile e non mai facile di famiglie cristiane - che il Vangelo può essere praticato e che, quando esso diventa anima della vita personale e familiare, cambia profondamente la condizione esistenziale di ciascuno e influisce positivamente sulla vita della società di cui facciamo parte e su quella di tutta l'umanità.
Perciò vorrei rivolgermi a tutte le famiglie cristiane della nostra Diocesi, dicendo:
"Vivete il Vangelo della famiglia per diventare il dono che tutte le famiglie della nostra società hanno bisogno di vedere, di toccare e di udire.
Diventatelo significativamente oggi, proprio mentre dovete affrontare un'esperienza di vita coniugale e familiare che presenta quotidianamente per voi, come per tutti, complessi problemi e gravi insidie.
Diventatelo mentre molta gente è portata a pensare che il Vangelo, per quanto bello, resta però impraticabile; e tenendo conto che un simile modo di pensare sarà scosso solo dall'incontro con una reale esperienza umana, capace di mostrare che il Vangelo è insieme bello e vivibile.
Questo dono, che siete voi, vale più di tante discussioni accademiche o polemiche e rende possibili vere e serie riflessioni e aperti confronti. Perché, come ben sappiamo, un'esistenza aperta e illuminata dal Vangelo apre le menti e dispone i cuori a considerare ciò che è bene ed è vero; e diventa inoltre un concreto aiuto per quanti devono affrontare situazioni difficili e a volte cariche di grandi e segrete sofferenze.
Con un'attenzione importante: e cioè ricordando che, se volete impegnarvi a svelare la vocazione cristiana al matrimonio e alla famiglia, se volete favorirne in tutti i modi la realizzazione, se volete diventare segno luminoso della 'novità cristiana', dovete meditare a lungo su quella vocazione e su quel segno.
Lasciatevi dunque condurre da Dio, che ha creato l'uomo e la donna a sua immagine e somiglianza; seguite fedelmente il Signore Gesù Cristo, venuto tra noi per svelarci le segrete intenzioni di Dio su di noi e per stringere una indistruttibile alleanza tra noi e Dio.
Se lo farete, si accenderà, anzitutto in casa vostra, il fuoco dell'evangelizzazione: quel fuoco del quale, come ho già accennato, ho voluto parlare nella Lettera Pastorale "Paolo e Barnaba" e che vorrei tener vivo e ardente anche con questa proposta pastorale sulla famiglia”.
* * *
Questa Nota Pastorale, pur non potendo affrontare in modo esaustivo le questioni ora indicate, vorrebbe esserne almeno l'eco, in piena consonanza con le preoccupazioni e le proposte che emergono, in questi decenni, dal Magistero del Papa e dal cammino della Chiesa italiana.
Vorrebbe anche aiutare ad 'assimilare e tradurre' quanto il XX Sinodo Diocesano ha molto bene indicato:
- come ministero della famiglia nella ‘implantatio evangelica” (cfr pagg 89-93);
- come ‘soggettività’ della famiglia in una Chiesa ‘comunità missionaria’ (cfr pagg 214-216);
- come "progetto pastorale sulla famiglia" (cfr pagg 279-297; in particolare, pag 284, "Attenzione alla famiglia e alla sua crescita interna e alla famiglia come soggetto ecclesiale").
E mentre dunque si colloca nel solco di tutta l’azione pastorale di S.E.Mons. Aldo Del Monte, vorrebbe suggerire di riconsiderare soprattutto la bella Lettera Pastorale che egli ha scritto - in modo appassionato, attento al concreto e illuminato dalla rivelazione divina - sul tema della famiglia, e a cui ha dato, come titolo, quello di "Giovani e famiglia" (1980-1981).
Ho fiducia che, anche attraverso le mie povere parole, venga ascoltata e accolta, da parte delle famiglie cristiane, la grande e meravigliosa chiamata del Signore.
2. LA FAMIGLIA E LA SUA VOCAZIONE
Per svelare agli altri la vocazione cristiana al matrimonio e alla famiglia e per diventare segno luminoso della novità cristiana al di dentro della nostra società, occorre che i cristiani meditino a lungo su quella vocazione e su quel segno.
Questa osservazione, che concludeva il capitolo precedente, va subito presa in considerazione e sviluppata, pur senza pretesa di completezza, per dare un buon fondamento teologico ai vari aspetti che verranno poi esaminati lungo tutta la Nota Pastorale.
Una Lettera ‘pregnante’
In questi mesi mi sono dedicato a non poche letture sul tema della famiglia. In particolare, ho ripreso in mano numerosi Documenti del Magistero, sia a livello di Chiesa universale, sia a livello di Chiese particolari. Vi ho trovato indicazioni preziose per sapienza teologica e attenzione alla condizione storica nella quale ci troviamo.
Procedendo nell'analisi di questa vasta rassegna m'è sembrato di percepire che, forse, il testo più pregnante fra tutti è quello uscito per ultimo, in ordine di tempo, con la firma di Papa Giovanni Paolo II: la "Lettera alle Famiglie". L'ho già citato più sopra e ho già detto che vuol essere un contributo personale del Papa all'Anno Internazionale della Famiglia.
Prima di raccoglierne alcune importanti indicazioni, faccio qualche annotazione circa lo stile e lo sviluppo.
Ricordo che, dopo la sua pubblicazione, ho voluto subito prenderla tra mano e, con un costante lavoro di meditazione quotidiana, l'ho centellinata, un capitoletto dopo l'altro, fino a quando sono arrivato alla fine. Non è stato un lavoro del tutto agevole. Alcune pagine mi hanno richiamato certe vie ferrate delle Dolomiti che, già al punto di partenza, propongono una parete in verticale, quasi a costringere gli escursionisti a decidere consapevolmente che cosa intendono fare.
Quanto allo stile, mi ha fatto ripensare a quello, così personale, dell'Enciclica "Redemptor Hominis". Mi ha condotto col pensiero anche a certi testi delle lettere paoline che sono pure, a volte, difficili e - come dice lo stesso apostolo - audaci, e però sono di una tale ricchezza di messaggio da meritare ampiamente la fatica di comprenderlo.
La bellezza e la difficoltà di questa "Lettera" sta anche nel fatto che essa è molto compatta: tutto si lega e ogni pagina sembra richiamarsi alle altre. Per non tradirla occorre quindi domandarsi qual è il suo significato complessivo e, nel mettere in atto un simile tentativo, giova molto coglierne l'intuizione di base che poi, in vario modo, viene sviluppata.
Qual è dunque l'intuizione di fondo?
Rispondendo in maniera sintetica, mi sembra di poter dire che si identifica con la persuasione secondo la quale l'uomo realizza se stesso 'in verità' nel dono di sé.
E quali sono le conseguenze principali che vengono ricavate da questa visione dell'uomo?
- La prima è quella che traduce adeguatamente il dono di sé, in termini di fedeltà, nel rapporto coniugale;
- la seconda, è quella che lo traduce in termini di paternità e maternità responsabili (generazione ed educazione).
Ma ancora altre conseguenze se ne possono trarre.
- Per es. quella che tocca l'insieme dei rapporti familiari, nella linea del quarto comandamento: " Onora il padre e la madre".
- E poi quella che fa, del dono di sé, anche il principio di una convivenza sociale veramente 'civile' attraverso un modo generoso di attuare la propria presenza nella storia dell'umanità.* * *
Indicate per sommi capi le prospettive del cammino, vorrei sostare soprattutto per compiere qualche approfondimento sul tema del dono di sé, per poi fare qualche breve cenno alle prime due conseguenze che se ne debbono trarre pensando al matrimonio e alla famiglia.
I - LA SCELTA DI FONDO: IL DONO DI SE’
Vi è una scelta di fondo sulla quale occorrerebbe a lungo sostare e dalla quale dipende la fisionomia dell'intera nostra vita personale, familiare e sociale. Chiamiamola, con il Papa, il 'dono di sé' e cerchiamo di capire di che cosa si tratta, dove si radica e dove conduce.
Diciamo subito che l'invito al dono di sé non esprime semplicemente un suggerimento relativo al comportamento pratico di ciascuno di noi; ben di più, esprime quel modo di intendere l'uomo che trova il suo fondamento nell'antropologia ebraico-cristiana e, addirittura, nel modo di pensare Dio e il suo rapporto con l'uomo.
Ricordando quanto leggiamo nella Sacra Scrittura, a cominciare dal libro della Genesi, possiamo così illustrare la questione del dono di sé.
Complementarietà
Anzitutto, se Dio, creando l'uomo, “maschio e femmina li creò”, con ciò ha affermato che ambedue sono, ugualmente, persone e che, fin dal principio, la convivenza umana è caratterizzata dalla comunione e dalla complementarietà (cfr n. 6).
Vi è dunque una specie di premessa ‘strutturale’ che sospinge a pensare l’uomo e la donna come realtà ‘aperta’ all’altro. Si andrebbe quindi immediatamente in una direzione sbagliata quando, dimenticando questo dato di base, pensassimo a noi stessi senza vederci - da subito e sempre - in relazione all’altro e inclinati verso l’altro, in una complementarietà che può diventare comunione e dono di sé.
Comunione
Quanto alla comunione, occorre dire che solo le persone sono capaci di esistere 'in comunione'. Anzi, bisogna dire di più: esse sono state create perché vivessero tale esperienza. E la famiglia, in particolare, è una comunità di persone per le quali il modo proprio di esistere e di vivere insieme è la comunione (cfr n. 7).
In questo senso possiamo guardare con soddisfazione al rilievo che viene dato oggi, nella famiglia, all'apporto personale dell'uomo e della donna. Almeno su questo punto possiamo constatare che s’è fatto qualche passo avanti rispetto alle accentuazioni culturali e alla prassi delle generazioni passate e dei secoli scorsi, quando, soprattutto sul fronte della donna (e dei figli), non vi era forse molto riconoscimento del contributo prezioso offerto da ogni membro della famiglia alla ricchezza umana della famiglia stessa.
Dono
Da quanto detto fin qui deriva una conseguenza di importanza assolutamente straordinaria e rivoluzionaria nell’impostazione della nostra esistenza: l'uomo non può ritrovare pienamente se stesso se non attraverso il dono sincero di sé.
Questa affermazione non è contraddittoria rispetto a quella secondo la quale l'uomo è l'unica creatura sulla terra voluta da Dio per se stessa (Cfr GS, n. 24). E’ piuttosto un meraviglioso paradosso della vocazione di una creatura fatta per la complementarietà e per la comunione e che, dunque, si realizza precisamente attraverso quella esperienza che - come dice il Papa, usando termini concreti e forti - permette di dare e di ricevere quanto non si può né comperare né vendere, ma solo liberamente e reciprocamente elargire: l'esperienza dell'amore (cfr n. 11).
E nessuno dica che questo è ovvio perché, in realtà, non lo è affatto. E non occorre molta indagine storica per constatare che, frequentemente, una simile prospettiva non solo sembra lontana dalla sempre fragile vicenda umana quotidiana, considerata nei suoi risvolti pratici, ma pare ignorata anche dall’antropologia, letta nei suoi termini teorici.
Sacrificio
Il dono sincero di sé qualifica immediatamente l’amore come amore esigente.
In questa caratteristica dell’amore sta, contrariamente a quanto parrebbe a prima vista, la sua bellezza. E’ una bellezza talvolta aspra, che va oltre i romanticismi superficiali e poco capaci di abbracciare, di interpretare e di ‘portare’ ciò che, di giorno in giorno, intesse la tela robusta e talvolta ruvida dell’esistenza umana, ma è bellezza vera.
Sta anche l'attuazione piena della libertà umana perché essa si realizza tanto più quanto più si esercita nella verità, e cioè nel rispetto della verità profonda dell'uomo, della sua struttura e della sua vocazione. Come scriveva Paolo ai Galati: "Voi, infatti, o fratelli, siete stati chiamati a libertà. Purché questa libertà non divenga pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri" (Gal 5,13); (cfr n. 14).
Nell'esperienza dell’amore esigente sta il fondamento veramente saldo della famiglia: un fondamento che è capace di tutto 'sopportare' (cfr 1 Cor 13,7).
L’uomo e la donna, “parabola” di Dio
La comunione delle persone, e quindi anche la comunione coniugale, scaturisce radicalmente dal mistero di Dio (cfr GS, n. 24).
L’uomo e la donna - come ben diceva Bruno Maggioni alla Settimana Liturgica Nazionale di Baveno su “Famiglia, santuario di Dio” - sono ‘parabola’ di Dio. Attraverso di essi e la loro relazione, Dio rivela se stesso. Per avere una illustrazione di questa affermazione, e anzitutto una sua conferma, basterebbe rileggere con attenzione i profeti che, dal principio alla fine, parlano dell’amore umano e del matrimonio soprattutto per parlare di Dio, della fisionomia del vero Dio e del suo rapporto con l’umanità.
Bisognerebbe perciò soffermarsi a lungo su questa netta e qualificante affermazione del Concilio, che il Papa trova particolarmente ricca e pregnante. Essa infatti dà evidenza al fatto che quanto diciamo dell'uomo e della sua esperienza di relazione, soprattutto nel quadro dell'amore coniugale e della famiglia, non scaturisce soltanto da una antropologia, ma addirittura dalla teologia: l'uomo - ed egli soltanto - è stato realmente creato a immagine e somiglianza di Dio (cfr Gen 1,27). Il modello originario a cui l'uomo deve ispirarsi, anzitutto vivendo l'esperienza della famiglia, è il mistero trinitario: il 'Noi' divino costituisce il modello del 'noi' umano formato dall'uomo e dalla donna (cfr nn. 8.6).
Essa permette di comprendere anche un’altra cosa: che se è giusto, da parte dei cristiani, parlare della famiglia e impegnarsi in suo favore, una simile nostra disponibilità deve sempre dare spazio a Dio: egli è ‘prima’ della famiglia ed è la radice stessa del mistero della famiglia. Quando perciò, più avanti, si parlerà della ‘preghiera della famiglia’ non bisognerà intendere l’invito soltanto nel senso della indicazione di un dovere morale; ben di più esso suggerisce di guardare alla sorgente dalla quale l’amore coniugale e la famiglia derivano: la comunione interpersonale vissuta dalle divine persone nel mistero della Trinità.
Anche Dio fa dono di sé
L'amore 'esigente' trova il suo paradigma ancora in Dio Padre, che "ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito" (Gv 3,16), e lo trova in Gesù Cristo, nel quale Dio si è unito in maniera indissolubile all'uomo per condividerne la storia in tutto, tranne che nel peccato, fino alla morte e alla morte di croce.
Gesù non ha amato solo a parole o con la lingua, ma nei fatti e nella verità (cfr 1 Gv 3,18). Ha conosciuto l'amore esigente . L'ha insegnato e, insieme, l'ha vissuto: "Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici" (Gv 15,12-13); (cfr n. 2).
Noi sappiamo che il dono reciproco caratterizza la vita intima della Trinità, ma forse questa contemplazione non sarebbe a noi sufficiente per comprendere fino in fondo quanto Dio stesso sia ‘dono di sé’. Ci voleva l’incarnazione perché lo comprendessimo; occorreva la passione e la morte del Signore. Ed era per noi necessario il dono dello Spirito Santo, che riversa l’amore di Dio nei nostri cuori (cfr Rom 5, 5).
Ebbene: tutto questo Dio ha fatto per noi. E’ la sua accettazione di vivere, nella storia, un amore esigente che ci persuade, più di qualunque altro argomento, a metterci con risolutezza sulla strada di una nostra esperienza di amore esigente, soprattutto nel contesto del matrimonio e della famiglia.
Tentazioni e grazia
Il dono sincero di sé non è facile da mettere in atto anche perché è continuamente sottoposto a tentazioni. Esse sono molte e, volendole ricordare tutte, si dovrebbe scrivere un lungo elenco.
Basterebbe ricordare una caratteristica che, più o meno ampiamente, si ritrova in tutte le tentazioni: quella dell'individualismo, che è egocentrico ed egoista e che suppone un uso della libertà nel quale il soggetto fa, sostanzialmente, quel che vuole. E basterebbe ricordare un caso concreto, sempre presente nella storia (e oggi, forse, in modo particolare): il libero amore, esperienza certamente contrastante con l’amore inteso e vissuto come dono di sé. E ancora, si potrebbe far riferimento alla teoria dell’ ‘utilitarismo etico’, e cioè a quel modo di pensare (la vita e i rapporti interpersonali) che spinge alla ricerca di una felicità intesa come immediato soddisfacimento a vantaggio esclusivo del singolo individuo.
Queste tentazioni, e altre ancora, si possono tuttavia vincere, e ogni ferita si può curare. Lo sa fare il Signore, incontrato nella preghiera e, in modo particolare, in quel Sacramento che è stato voluto proprio come luogo di conversione, di rinnovamento, di guarigione dal male: il sacramento della riconciliazione (cfr n. 14). E più ampiamente, il Signore rende possibile il cammino di vita, compiuto nel dono di sé, con i molti doni effusi dallo Spirito Santo, in particolare sugli sposi, come si invoca esplicitamente nella celebrazione del rito del matrimonio (cfr n.11).
Il compito della Chiesa
Un’osservazione conclusiva può trovare spazio, dopo quanto detto fin qui. Riguarda non tanto le famiglie, quanto la Chiesa stessa, a cominciare da coloro che, nel suo seno, portano una particolare responsabilità pastorale. Essa deve essere instancabile nel compito di insegnare la verità sull'amore.
Certo, è ben consapevole di situazioni difficili e complesse dentro le quali si svolge l'avventura quotidiana di tante famiglie e, nei loro confronti, non potrà non manifestare un atteggiamento materno. Ma ciò non può essere inteso come uno stendere il velo sulla verità dell'amore umano e sulla vocazione dell'essere umano. Se lo facesse, la Chiesa non offrirebbe un segno di maternità comprensiva, quanto piuttosto di superficiale tradimento.
La Chiesa, in nome di Dio e di Gesù Cristo, deve sempre aiutare l'uomo a ritrovare se stesso e non dovrà temere di rimanere sola, come oggi spesso avviene, nel suo impegno di servizio dell'uomo e della verità dell'amore umano (cfr n. 11).
Non è certo facile tenere in giusto equilibrio le due esigenze sopra ricordate; eppure la Chiesa deve cercare di farlo. Solo in tal modo difende fino in fondo il bene dell’uomo. E dobbiamo ritenere che quanto costituisce il compito della Chiesa cattolica universale - interpretato con luminosità e coraggio dal Papa Giovanni Paolo II - va inteso anche come compito della nostra Chiesa particolare e, al di dentro di essa, anzitutto di me, come Vescovo, e di tutti i nostri Sacerdoti, uomini chiamati ad esercitare il ministero di pastori nel popolo di Dio.
* * *
Come qualcuno ha osservato commentando la "Lettera" del Papa, nel rapporto interpersonale (e anzitutto nel matrimonio e nella famiglia) tutto si decide una volta che sia posta l'accettazione radicale del concetto di uomo come persona che 'si ritrova' attraverso il dono sincero di sé. Ed è solo ritornando a questa fondamentale prospettiva antropologica, e lasciandosi condurre dalla sua logica intrinseca, che si possono comprendere le scelte qualificanti relative alla vita dei coniugi e dei genitori nella loro relazione vicendevole e nella loro esperienza di paternità e di maternità.
Come non constatare che le prese di posizione, talvolta anche molto polemiche, nei confronti della Chiesa per il suo insegnamento sul matrimonio e la famiglia si accompagnano alla totale assenza di considerazione della visione di fondo dalla quale la Chiesa si lascia istruire nell'affrontare i singoli problemi coniugali e familiari ? E perché non dire che anche noi cristiani, sballottati ogni giorno non solo dai problemi oggettivi con i quali ci scontriamo, ma anche dai mille messaggi quotidianamente rovesciati a valanga sulla nostra testa dai mass media, rischiamo di trovarci in una grande incertezza di orientamento e in una grande debolezza nei confronti della proposta del 'mondo', anche perché siamo dimentichi della ispirazione originale che dovrebbe caratterizzare il nostro modo di pensare l'uomo?
II - "PROMETTO DI ESSERTI FEDELE SEMPRE"
Descritta la scelta di fondo, si potrebbero ora considerare - a una a una - le conseguenze più rilevanti di tale prospettiva. Sono già state accennate più sopra. Qui, e nel capitolo seguente, mi limito a suggerire la meditazione attenta di almeno due di esse: la fedeltà e la paternità e maternità responsabili.
La fedeltà
Il primo lineamento dell'amore coniugale, che voglia essere pienamente rispettoso della verità dell'uomo, è quello che si esprime bene nell'atto e nelle parole del consenso matrimoniale: "Prometto di esserti fedele sempre, tutti i giorni della mia vita".
La fedeltà per una vita intera è davvero espressione adeguata di un amore inteso come dono di sé. E la famiglia prende inizio da una comunione di questo genere, e cioè dall'alleanza nella quale l'uomo e la donna mutuamente e gratuitamente si donano e si ricevono (cfr GS, n. 48). Lo indica, in maniera molto sintetica, il libro della Genesi: "L'uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una sola carne” (Gen 2,24).
In queste parole sembra che vengano indicate soprattutto due caratteristiche del patto coniugale: la libertà e la solidità. La libertà è messa in luce dalla decisione di abbandonare persino il padre e la madre; la saldezza è invece scolpita con grande forza e realismo dicendo che i due saranno una sola carne (cfr nn. 7.8).
Alle nostre orecchie, abituate a sentire ogni giorno ben altre musiche (anche attraverso le ‘telenovelas’) lo stesso termine ‘fedeltà’ può essere motivo di qualche sorrisetto scettico, se non addirittura di scandalo. Essendo questa la situazione, se ne deve dedurre che abbiamo reale bisogno di scavare per cogliere il senso profondo delle cose e che non dobbiamo temere di indagare (e poi percorrere) sentieri ai quali il mondo volta decisamente le spalle.
Il tesoro prezioso
Le parole con le quali viene formulato il consenso matrimoniale definiscono poi ciò che costituisce 'il bene comune' della coppia, il tesoro che ciascuno intende garantire all'altro.
Tale tesoro non sta nelle cose che si posseggono, non sta nella bella casa, non sta nei soldi depositati in banca, non sta nelle opportunità che le circostanze della vita possono talvolta offrire ai più ‘fortunati’. Sta in una realtà vivente, nel medesimo tempo nascosta e ben percepibile, semplice e piena di energia: è - come dice il Papa - l'amore, è la fedeltà, è l'onore vicendevole, è un amore grande quanto la durata di tutti i giorni della nostra vita.
Quando c’è questo prezioso tesoro - fatto di libertà e di gratuità - non resta in esclusiva ai coniugi, ma diventa anche la ricchezza dei figli. Di molte ‘cose’ essi possono usufruire nel contesto della vita familiare, ma nessuna di essa vale tanto quanto l’amore fedele dei genitori. Questa forma di ‘pienezza di vita’, insieme con altri elementi positivi, diventa principio di un possibile, futuro loro cammino di amore fino alla maturità (cfr n.10).
Sulle labbra e nel cuore
Solo delle persone - afferma il Papa nella sua ‘Lettera’ - sono in grado di pronunciare tali parole e di prendersi una simile responsabilità. Perché solo le persone sono capaci di vivere in comunione sulla base di una libera scelta(cfr n. 7).
Naturalmente tale libera scelta va garantita attraverso un cammino di maturazione giovanile sui vari fronti della vita personale e, in modo particolare, di quello dell’affettività. Se è vero che soltanto le ‘persone’ hanno la capacità di impegnarsi per una vita intera nei confronti di un ‘altro’, la loro ‘formazione’ della persona, specialmente lungo tutta la stagione della ‘età evolutiva’, costituisce realisticamente la premessa senza la quale, come insegna ampiamente l’esperienza delle giovani (e addirittura le giovanissime) coppie di sposi nella nostra società, non si potrebbe certo guardare con tranquillità al futuro. Perciò gli impegni degli sposi, che prendono la forma del giuramento dinanzi a Dio, prima che essere sulle labbra, dovranno trovarsi scritti, e da tempo, nel cuore (cfr n. 10).
Tuttavia ciò non basta ancora. Il cuore dell'uomo può sempre tradire l'uomo. Solo l'Amore (quello di Dio) può custodire l'amore umano e permettergli di superare tutte le crisi. E il cristiano sa che tale Amore divino, che certamente già accompagna tutti gli anni dell’adolescenza e della giovinezza, è particolarmente presente all'atto del consenso; sa che lo accompagna poi lungo tutta la vita coniugale e familiare, perché il patto coniugale è stato elevato da Cristo a sacramento e da lui arricchito della capacità di esprimere il 'grande mistero' del suo amore sponsale con la Chiesa (cfr Ef 5,32); e sa che, di tale sacramento, i coniugi, in quanto battezzati, sono i ministri.
Giustamente, quindi, la celebrazione nuziale si esprime dicendo: "Effondi sui novelli sposi la grazia dello Spirito Santo, affinché, in virtù del tuo amore riversato nei loro cuori, perseverino nell'alleanza coniugale"(cfr nn. 3.7.10. 19).
III - "SIETE DISPOSTI AD ACCOGLIERE RESPONSABILMENTE I FIGLI CHE DIO VORRA’ DONARVI?"
Un secondo lineamento dell'amore è quello che emerge, ancora una volta, dalle semplici e sostanziali indicazioni della liturgia nuziale circa gli impegni che gli sposi intendono assumersi nei confronti dei figli: "Siete disposti ad accogliere responsabilmente i figli che Dio vorrà donarvi?”
Nel Paese della massima ‘denatalità’, come è in questo momento l’Italia, questa domanda, pur così semplice, può parere provocante. La liturgia chiederebbe ai novelli sposi un ‘sì’ pacato, fermo e gioioso; non è detto che, invece, non assomigli talvolta, e non solo per l’emozione del momento, a un balbettio. Un motivo in più, questo, per approfondire attentamente la domanda e coltivare il desiderio di dare una risposta pienamente umana e cristiana.
Se tentiamo dunque di approfondire il senso e le esigenze a cui fa riferimento la domanda della Liturgia nuziale, dobbiamo rispondere in diversi modi, tra loro complementari.
L’ ‘io’ e il ‘tu’ diventano un ‘noi’
Anzitutto dobbiamo riaffermare un dato molto semplice, ma insieme molto rilevante: la famiglia, nella quale va riconosciuta la prima 'società' umana, mentre sorge con il patto matrimoniale, si completa pienamente e specificamente con la generazione dei figli. Perciò l'evento che fa, di un uomo e di una donna, un padre e una madre, e che fa della 'comunione’ coniugale (relazione personale tra l' 'io' e il 'tu') una 'comunità' familiare (nella quale la relazione 'io', 'tu' diventa un 'noi'), è quello nel quale la famiglia si attua pienamente (cfr n. 7, cfr FC,n. 69).
Compito e sfida
Occorre aggiungere subito che questo evento è, per gli sposi, un compito ed una sfida, e che su tale argomento andrebbe garantito un buon approfondimento sia da parte dei giovani che si preparano al matrimonio, sia da parte di coloro che si sono sposati da poco.
Andrebbe anzitutto ben spiegato e ben compreso che l’evento della generazione è, per gli sposi, un compito: il loro compito. Lo è nel senso che la comunione originaria tra l'uomo e la donna è chiamata a consolidarsi e arricchirsi precisamente attraverso la presenza dei figli.
Che sia poi anche una sfida, è evidente. Ed è anche evidente, in non pochi casi, che tale prospettiva è temuta come qualcosa di eccessivamente impegnativo. Un motivo in più, questo, perché, nell’accostamento dei giovani - sia da parte dei Sacerdoti che da parte degli educatori laici, impegnati nella pastorale giovanile e della famiglia - si dia loro una mano per superare le paure e per procedere con fiducia, unita a senso di responsabilità. In modo particolare, giovani e coniugi stessi vanno sostenuti in un itinerario educativo che li conduca ad essere aperti, nel modo di pensare il loro cammino (e quindi già a livello di mentalità), alla paternità e alla maternità. E va attentamente e premurosamente coltivata la condizione spirituale dei giovani e dei coniugi, e cioè la loro reale apertura a Dio, alle sue indicazioni e alla sua grazia perché l'amore - l'amore coraggioso e generoso - vinca sull'egoismo che può sempre nascondersi nel rapporto uomo-donna (cfr n. 7).
Questa ultima osservazione lascerà, forse, qualcuno perplesso perché potrebbe parere contraddittoria rispetto alle affermazioni circa la bellezza e la grandezza dell’amore uomo-donna nel progetto di Dio. Ma sappiamo che la condizione concreta di noi - creature umane - è quella che comprende il rischio di sciupare anche le cose più belle, che sono state volute da Dio e che costituiscono addirittura la nostra ‘vocazione’. Perciò vi è sempre spazio per una vita interiore e una attenta educazione spirituale e morale.
Un grande mistero: nasce una persona
Più profondamente, l'evento della paternità e della maternità è un mistero (cfr Ef 5,32). Lo è - dice il Papa - nel senso che il nuovo essere umano che viene generato è una 'persona'. Dinanzi all'evento di un uomo - di qualunque uomo - che viene al mondo occorre dire: "Ecco una creatura che Dio vuole 'per se stessa' " (cfr GS, n. 24). Ciò è vero in una famiglia povera come in una famiglia ricca; è vero in Italia e nel Terzo Mondo; è vero del bambino sano e del bambino malato.
Una simile consapevolezza è di estrema importanza. Lo è quando un uomo nasce e, anzi, già a cominciare da quando 'si desidera' un figlio. Come dice il Signore al profeta Geremia: "Prima di formarti nel grembo materno, ti conoscevo; prima che tu uscissi alla luce, ti avevo consacrato" (Ger 1,5). Lo è anche per tutto il resto della vita di un uomo. Qualunque siano le circostanze al di dentro delle quali dovrà vivere, fossero anche quelle del 'disabile', egli è - appunto - un 'uomo': questa è la sua fondamentale vocazione. L''umanità' dell'uomo è il fondamentale 'talento' dato ad ogni uomo; altri talenti - pure auspicabili e preziosi - vengono dopo (cfr n. 9).
Affermazioni di questo genere non possono essere fatte alla leggera. Chi - come noi cristiani - si azzarda a proclamarle (e noi lo dobbiamo fare), deve trarne le conseguenze. Come non vedere che diremmo parole vane se non ci disponessimo a lavorare per ogni bambino che viene al mondo, anche per quelli della ex Jugoslavia e per quelli del Ruanda, perché vengano riconosciuti grandi ai nostri occhi, così come sono grandi agli occhi di Dio? Siamo già incamminati su questa strada? Ne offriamo qualche segno concreto e convincente?
In ogni bambino che nasce si racchiude il mistero divino
E non è tutto: il termine 'mistero' va inteso anche in un senso nuovo ed ulteriore, con riferimento esplicito a qualcosa di ancora più grande, rispetto a quanto detto un istante fa, per la vita dell'uomo.
Se di fronte al bambino che nasce bisogna dire che Dio vuole quella creatura 'per se stessa', si deve aggiungere che l'esercizio del compito parentale significa cooperazione alla trasmissione di quell’immagine e somiglianza divina di cui ogni 'nato di donna' è portatore.
Il grande mistero di fronte al quale i genitori si trovano è cioè quello per cui il figlio, da loro concepito e dato alla luce, ha una vocazione che lo porta non solo nel tempo e nella storia, ma anche ben oltre il tempo e la storia: Dio vuole elargirgli la partecipazione alla sua stessa vita divina e introdurlo in un'esperienza che ha come dimensione l'eternità.
Noi conosciamo questo mistero soprattutto per la rivelazione che ci è stata data dal Signore Gesù Cristo. Egli - che ha detto di sé: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10) e che ha svelato l'uomo a se stesso, illuminando pienamente il senso del vivere e del morire dell'uomo - permette a ciascuno di noi, e in particolare ai genitori, di comprendere il mistero divino racchiuso in ogni bambino che viene al mondo (cfr nn. 6.8.9.).
Quando a Natale o all’Epifania contempliamo il Bambino Gesù, riconoscendolo Signore e Verbo incarnato, noi lo adoriamo. Non possiamo certo fare altrettanto nei confronti di ogni bambino che nasce. E però, non siamo fuori strada quando, di fronte a un bambino - qualunque bambino - noi lo ‘veneriamo’ per la grandezza umana e divina che si racchiude sotto le apparenze della piccolezza e della fragilità (e magari anche della malattia).
Responsabilità e stupore
Le osservazioni fatte fin qui danno l'idea della 'responsabilità' che si racchiude nel fatto di diventare padri e madri: si tratta di farsi carico di un bene straordinario, chiamato 'uomo' e di custodire un valore che si chiama 'persona', con tutto ciò che ne esprime la dignità e ne favorisce il cammino. Non è dunque qualcosa che, per quanto simile ad altre forme di trasmissione della vita presenti in natura, si possa ridurre a un livello biologico. Certo è radicato nella biologia, ma la supera. Dio stesso è presente alla generazione di una creatura fatta a sua immagine e somiglianza in modo diverso da come avviene in ogni altra generazione, che pur vede all’opera Dio creatore.
Le osservazioni fatte fin qui conducono non soltanto a parlare di responsabilità ma anche di stupore: quello sperimentato da chi si trova dinanzi al prodigio che Dio compie nel grembo della donna e che viene cantato dal Salmo 138, dicendo: “O Dio, tu mi scruti e mi conosci. Sei tu che hai creato le mie viscere”. Veramente - come osservava ancora Bruno Maggioni nella recente Settimana Liturgica di Baveno, dedicata alla famiglia - sarebbe profondamente errato e banale dire, da parte di un uomo e di una donna: “Abbiamo fatto un figlio”. Sarebbe molto più giusto dire: “Abbiamo ricevuto un figlio”. Solo questa coscienza del ‘ricevere’ alimenta lo stupore.
Due dimensioni dell’amore
Un momento particolarmente rilevante della 'responsabilità' di essere padri e madri è quello nel quale un uomo e una donna, formando una sola carne, possono diventare genitori.
Circa questo momento, e il modo di affrontarlo, occorre che i cristiani si lascino illuminare da quanto detto finora sulla comunione coniugale e sulle caratteristiche della nuova vita che nasce.
Proprio a partire dalla visione integrale dell'uomo e della sua vocazione, non solo naturale e terrena, ma anche soprannaturale ed eterna, Paolo VI nell'Enc. "Humanae vitae" ha affermato che la dottrina della Chiesa "è fondata sulla connessione inscindibile, che Dio ha voluto e che l'uomo non può rompere di sua iniziativa, tra i due significati dell'atto coniugale: il significato unitivo e il significato procreativo" (HV, n. 12). Separare artificialmente le due dimensioni significa intaccare la verità intima dell'atto coniugale stesso.
La potenziale apertura alla procreazione non significa che il dono reciproco dell'uomo e della donna abbia come fine solo la nascita dei figli. Tale atto è sempre in se stesso mutua comunione di amore e di vita. Tuttavia va sempre garantita l'intima verità di tale dono. Tale intima connessione non è rispettata dalla contraccezione, lo è invece quando i coniugi, ricorrono ai periodi di infecondità (cfr HV, nn. 13.14). E tra i due comportamenti vi è una "differenza antropologica e al tempo stesso morale" (FC, n. 32; cfr n. 12)
* * *
Mentre giungo al termine di questo capitolo, dedicato a “La famiglia e la sua vocazione”, vorrei dire, anzitutto ai Sacerdoti, che, nello svolgimento del nostro ministero pastorale, dovremmo essere accompagnati dalla visione realistica delle urgenze alle quali dedicarci con tutte le forze in questa stagione culturale, a proposito della vita coniugale e della famiglia.
Personalmente avverto con chiarezza che il grande compito educativo della Chiesa deve confrontarsi con i tre fondamentali obiettivi illustrati in questo capitolo, dedicato alla famiglia e alla sua vocazione:
- il primo è quello di educare ad affrontare la vita come luogo del 'dono di sé';
- il secondo è quello di educare tutti, e in particolare i giovani che vivono l'esperienza del fidanzamento, a maturare la prospettiva della 'fedeltà' nell'amore;
- il terzo è quello di essere a fianco dei coniugi per illuminarli, sostenerli e incoraggiarli nella straordinaria esperienza di dare al mondo e a Dio una nuova creatura umana, vivendo così la vocazione della ‘paternità e maternità responsabili'.
La Chiesa dovrà svolgere senza soste un simile lavoro educativo ed esprimere sempre e senza timore (cfr 2 Tim 4,2) il correlativo insegnamento, ritenendo che, in questo campo, oggi sono in gioco questioni vitali e che esistono motivi concreti, in parte nuovi, che rendono urgente la difesa della vita e della persona.
Intanto la Chiesa ringrazia tutti i coniugi impegnati a vivere cristianamente l’esperienza umana fondamentale, descritta nelle pagine precedenti. Ringrazia anche tutti coloro che condividono le preoccupazioni e le speranze dei coniugi; ringrazia quanti si impegnano a creare le condizioni umane favorevoli al cammino della coppia e della famiglia; e infine, ringrazia coloro che - anche a costo di andare controcorrente, rispetto alla cultura dominante - li aiutano a comprendere e a mettere in pratica l'insegnamento cristiano sul matrimonio, sulla maternità e paternità responsabili (cfr n. 12).
SECONDA PARTE
FAMIGLIA PER EDUCARE
“SIETE DISPOSTI A EDUCARE I FIGLI SECONDO LA LEGGE DI GESU’ CRISTO E DELLA CHIESA?”
Durante gli scorsi mesi, la Visita Pastorale mi ha offerto non poche occasioni di riflettere sulla responsabilità educativa, di ascoltare la viva voce dei genitori, di incontrare ragazzi, adolescenti e giovani, di intervenire sulla impostazione educativa dei nostri Oratori, di dialogare anche con alcuni Docenti della Scuola pubblica e della Scuola cattolica, di offrire elementi di giudizio evangelico su alcune questioni che il Vicariato di Novara - a livello soprattutto di Consigli Pastorali - ha messo in evidenza come 'nervi scoperti' e come meritevoli di particolare premura pastorale da parte di tutte le nostre Comunità.
Proprio uno degli incontri vicariali a cui mi sto riferendo aveva come titolo: "Famiglia per educare alla fede". Intervenendo a modo di meditazione biblica, svolta in Cattedrale (dopo che nelle varie 'aree pastorali' si era cercato di mettere in evidenza la situazione, e prima che nelle singole Parrocchie si maturasse qualche scelta conclusiva) ho voluto offrire una 'lectio divina' sulla pagina evangelica del 'giovane ricco' (cfr Mc 10,17-22).
Vorrei dedicare la parte centrale di questa Nota Pastorale precisamente al compito di educare i figli alla fede e alla vita cristiana. Questa educazione è, propriamente, ‘evangelizzazione’. Come diceva Paolo VI nel passo citato come sottotitolo di questa Nota Pastorale, “la famiglia, come la Chiesa, dev’essere uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui il Vangelo si irradia. Nell’intimo di una famiglia cosciente di questa missione, tutti i componenti evangelizzano e sono evangelizzati. I genitori non soltanto comunicano ai figli il Vangelo, ma possono ricevere da loro lo stesso Vangelo profondamente vissuto. E una simile famiglia diventa evangelizzatrice di molte altre famiglie e dell’ambiente nel quale è inserita” (Es. Ap. “Evangelii Nuntiandi”, n.71).
Si può aggiungere che questo cammino di mutua evangelizzazione si connette strettamente con quanto detto nelle pagine precedenti sulla vocazione della famiglia e, più particolarmente, sulla paternità e la maternità responsabili. L'educazione costituisce infatti un luogo fondamentale dell'esercizio di tale responsabilità.
Lasciandomi guidare dalla domanda posta dal ministro della Chiesa agli sposi durante la Liturgia nuziale: “Siete disposti a educare i figli secondo la legge di Cristo e della Chiesa?”, mi sembra utile svolgere il tema in due maniere, tra loro complementari:
- primo, dando spazio, ad alcune osservazioni di carattere basilare sull'educare oggi alla fede e alla vita cristiana (cfr ‘Lettera alle Famiglie’, n.16);
- secondo, considerando vari aspetti particolari della vita cristiana dal punto di vista educativo (come per es., la fede e la vocazione, la vita morale e in particolare la carità e l'apertura agli altri, la preghiera e la parola di Dio).
1. EDUCARE A UNA PIENA UMANITA'
Ci dobbiamo dunque anzitutto chiedere in che cosa consiste l'educazione. Mi sembra che il Papa, nella sua ‘Lettera’, offra diversi elementi di risposta, e in particolare alcuni che sono ancorati alla promozione di una pienezza dell''umanità' dell'uomo.
Mi pare che meriti di essere sottolineato l’accento fortemente ‘umanistico’ del discorso svolto dal Papa. Egli scava nelle profondità dell’ ‘umano’ e dà voce ad esigenze e prospettive che non si possono quindi dire semplicemente ‘confessionali’, come se escludessero, per forza di cose, quanti non appartengono alla Chiesa cattolica. E’ sua forte persuasione che ogni persona di buona volontà possa avvertire, nel messaggio della rivelazione ebraico-cristiana, che la Chiesa fedelmente trasmette, una illuminazione preziosa poiché si tratta di un fascio di luce che fa uscire dall’ombra la struttura ‘creaturale’ dell’uomo, di ogni uomo.
Apertura alla verità sull’uomo
Si comprende come, sullo sfondo ora indicato, alla domanda circa il senso dell’ ‘educare’, si risponda, in termini globali, dicendo che si può parlare di lavoro educativo là dove si favorisce la vocazione dell'uomo a vivere nella verità e nell'amore la sua esperienza di uomo; e inoltre, in termini più particolari, riaffermando l’invito a tenere conto del fatto che ogni creatura umana realizza veramente se stessa solo attraverso il dono sincero di sé (cfr n. 16 §1).
Non c’è bisogno di aggiungere altro perché tutta la prima parte di questa Nota ne ha offerto una illustrazione.
‘Elargizione di umanità’
Merita invece qualche parola in più l’indicazione di un secondo significato dell’ ‘educare’; quello che il Papa, con una terminologia singolare, chiama ‘elargizione di umanità’ (n.16 §4). Per comprendere di che cosa si tratta possiamo soffermarci a contemplare lo spettacolo offerto da una mamma, da un papà e dal loro figlio neonato. I genitori hanno comunicato la vita e ora comunicano al figlio tutto quello che costituisce la ricchezza della loro maturità; il bambino, a sua volta, porta ai genitori la novità e la freschezza di una umanità che sta entrando nel mondo, e la porta anche quando circostanze come l'handicap fisico o psichico sembrano negarlo perché, in simili casi, può svilupparsi nei genitori una forza educativa del tutto sorprendente.
Una osservazione di questo genere ha almeno due risvolti, entrambi meritevoli della nostra attenzione. Per un verso, il processo educativo appare, fin da quando comincia, non ‘monodirezionale’, ma ‘bidirezionale’: i genitori danno al figlio, il figlio influisce sui genitori (e addirittura sembra che si possa parlare con fondamento di ‘interazione’ già nel periodo prenatale: la madre struttura l’organismo del figlio e influisce, in qualche modo sulla sua umanità; nel medesimo tempo, il nascituro non manca di dire e dare qualcosa alla madre, e anche al padre); per un altro verso - e qui l’affermazione del Papa diventa molto forte - l’ ‘elargizione di umanità’ può avvenire anche quando le circostanze non sembrano del tutto favorevoli o appaiono decisamente avverse: anche in quei frangenti, che spesso accompagnano per una vita intera, il ‘dare’ e il ‘ricevere’ è una realtà, e può anche esserlo in forme e misure straordinarie.
‘Onora il padre e la madre’
Che cosa significhi educare può essere paradossalmente suggerito - nota in modo sorprendente il Papa - dal quarto comandamento: "Onora il padre e la madre". Qualcuno potrebbe chiedere che rapporto vi sia tra queste due prospettive. Il Papa, dopo aver scritto nel n. 15 della ‘Lettera’ uno dei più bei commenti a tale comandamento, lo riprende nel contesto del tema educativo per dare evidenza a un segreto straordinario dell'efficacia dell’educazione svolta in famiglia.
Esso è da riconoscere nel fatto che i membri di questa 'prima società' si rendono onore vicendevole (sia nella direzione che va dai figli ai genitori, e che è in primo piano nel quarto comandamento, sia nella direzione che va dai genitori ai figli), si manifestano stima, riconoscono in ogni momento e in mille modi che 'l'altro' è creatura umana, con tutta la dignità e la grandezza che nell'essere umano - qualunque essere umano - si nasconde.
Che cosa, più di questo radicale e permanente riconoscimento, favorisce e sostiene il cammino delle persone verso la maturità? E come non dover, al contrario, constatare che, là dove la stima e l'onore sono stati cancellati, anche il processo educativo si è inesorabilmente bloccato? (cfr n. 16 §10).
Come è facile notare, questa indicazione non verte immediatamente sui ‘contenuti’ dell’educazione, quanto su un ’clima’ che, però, già da solo è di straordinaria rilevanza e che, a ben guardare, non soltanto comprende dei contenuti, ma fa riferimento a quelli più elementari e radicali per la vita dell’uomo, come sono appunto la stima e l’onore vicendevole. E sono i genitori per primi, insieme ad altri educatori, a percepire chiaramente che questo clima è veramente decisivo e che anche le premure più impegnative meritano di essere coltivate pur di generarlo e di promuoverlo con mille piccole attenzioni che qualificano la vita quotidiana (il linguaggio, lo sguardo, il ringraziamento, l’accoglienza, il perdono, ecc).
Collaboratori di Dio
Insieme con gli elementi fin qui ricordati, altri se ne debbono aggiungere per caratterizzare il lavoro educativo dei genitori cristiani.
Se generare significa collaborare all'opera creatrice di Dio, educare significa cooperare con l'azione pedagogica di Dio.
Entrare in una simile corresponsabilità presuppone, evidentemente, che si ritenga per vero che Dio è veramente all'opera come educatore delle sue creature e che in Gesù Cristo egli è realmente venuto tra noi per svelare pienamente all'uomo la sua vocazione e per dargli la grazia necessaria per corrispondervi (cfr n. 16 §7).
Su tutto questo noi siamo largamente ‘increduli’, quand’anche non lo esprimiamo con delle parole. Col risultato che, in quanto educatori, trovandoci spesso soli e di fronte a difficoltà gravi (che prima o poi capita di dover affrontare) ci sentiamo facilmente invasi da sentimenti e pensieri di scoraggiamento.
E’ importante dunque riscoprire che, nel nostro lavoro educativo (come dirò più ampiamente nel prossimo capitolo), siamo ‘collaboratori di Dio’.
La profondità della creazione
La collaborazione con Dio è un modo di affermare anche un'altra cosa: e cioè che, nel Verbo di Dio fatto uomo, è dato all'uomo di essere pienamente se stesso, secondo il progetto che già dalla creazione è stato pensato.
Educare nell'uomo il cristiano non significa quindi sovrapporre, in modo estrinseco, qualcosa all'umanità dell'uomo, ma darle quel riconoscimento e quella profondità che, già dalla creazione, l'umano dell'uomo, per volontà di Dio, racchiude.
Questo è un punto molto delicato e, come ho detto poco fa, coincide con una prospettiva coltivata con vigorosa accentuazione da Giovanni Paolo II. Egli, che nella sua vita ha dedicato molto tempo e anche riflessione ai problemi antropologici, e in particolare a quelli che si connettono con il tema dell’amore (cfr “Amore e responsabilità”; cfr le Udienze Generali sul tema “Uomo e donna li creò”), vorrebbe far comprendere, anzitutto ai cristiani, che il Vangelo è semplicemente la ‘profondità’ dell’uomo e che, quanto più ci si lascia guidare da Gesù Cristo, tanto più si è messi in grado di guardare con sapienza al senso dell’intera vicenda umana.
Educazione religiosa e morale
La collaborazione dei genitori con Dio educatore comprenderà, come importante campo di azione, l'educazione religiosa e morale di cui tratterò ampiamente tra poco e che qui viene, in qualche modo, annunciata.
Di essa i genitori portano la prima responsabilità e 'competenza': quella che deriva loro semplicemente dal fatto di essere 'genitori'. Il fatto che debbano condividere con altri soggetti l'opera educativa non dovrebbe mai far dimenticare che tutto ciò avviene in una corretta applicazione del principio di 'sussidiarietà'. Perciò anche l'importante ruolo che la Comunità cristiana deve esercitare per l'educazione religiosa e morale delle nuove generazioni dovrà essere inteso come promozione del processo educativo 'insieme con la Chiesa', e non invece come un gesto con il quale, semplicemente, 'si affida alla Chiesa' il compito (cfr n. 16 §§ 8.11.12).
Nel contesto dell'educazione religiosa va ritenuta essenziale l'educazione vocazionale (ad ogni vocazione, consacrata e coniugale). Nemmeno questo aspetto dell'educazione cristiana potrà essere inteso, in una famiglia cristiana, come qualcosa di opzionale perché, in realtà, non si tratta di altro che di incarnare la fede nel contesto unico e irrepetibile di ogni singola creatura umana. E inoltre, la famiglia - proprio in quanto famiglia - è da considerarsi luogo (che nemmeno i corsi per fidanzati possono sostituire) nel quale i figli possono trovare la migliore preparazione alla loro futura vita di coppia (cfr n. 16 §13).
E' del tutto prevedibile che né l'educazione religiosa e morale, né quella vocazionale potranno essere capite e attuate nel caso in cui esse non vengano collocate in questo contesto. Nel medesimo tempo, l'impegno per l'educazione religiosa e morale dei figli, nonché l'impegno per favorire il loro singolare cammino vocazionale sarà un segno abbastanza eloquente che alcune persuasioni di fondo sono penetrate nel cuore dei genitori, rendendolo veramente cristiano.
Autoeducazione
Se in quanto detto fin qui sta il senso sostanziale dell'educazione, ancora alcune attenzioni sono opportune.
Una è che l'educazione è sempre e in vario grado 'autoeducazione'.
Soprattutto quando i figli escono dall’infanzia e diventano ragazzi o adolescenti o giovanissimi, il processo educativo comprende sempre più l''educarsi da soli' e l'essere sempre più responsabili di se stessi e delle proprie scelte. Sappiamo che questa fase del lavoro educativo, nel quale emergono, come protagonisti, nuovi ambienti e nuove persone (basta pensare ai compagni, all'ambiente di scuola e di tempo libero), è normalmente conflittuale: i genitori hanno l'impressione che i figli si distacchino da loro e che la loro opera educativa, ormai, non conti più nulla. Al contrario, proprio allora la famiglia, che esprime le 'radici' dell'esistenza di quei figli in cammino per diventare grandi, deve continuare a fare 'educazione' e, nel contempo, a lasciarsi interpellare dalle domande, dalle attese e persino dalle rivolte dei figli. In tal modo, spesso non senza dolore, i genitori stessi crescono in umanità (cfr n. 16 §§ 2.9).
Alle sorgenti dell’ ‘educare’
E infine, un’attenzione opportuna consiste nell'affrontare le prove del lavoro educativo tornando costantemente alle sorgenti che ristorano in tale fatica.
Le prove che tutti i genitori, anche quelli che per vari motivi possono dirsi fortunati, devono affrontare consistono nel fatto che la grande ricchezza di umanità, racchiusa nel figlio (o nei figli) non può essere messa al sicuro come si può mettere un gioiello nella cassaforte. Essa va invece preservata affrontando la vita, il vento e l'acqua, i giorni delle tentazioni e degli incontri pericolosi, le fasi problematiche e bisognose di una nuova 'comprensione' delle cose e della vita, gli influssi culturali che passano attraverso la Scuola, le amicizie, i mass media. E questa è un’impresa quasi senza fine. Anche nelle migliori circostanze, è difficile che per i genitori manchino fatiche, sofferenze, delusioni. In alcuni casi, poi, la croce può diventare veramente grande (cfr n. 16 §§ 5.14).
Per tutti è necessario tornare costantemente alle sorgenti dell'impegno educativo. E la sorgente che tutto rinnova si chiama semplicemente 'amore': esso è al principio di tutto il processo educativo, ne è il senso ultimo, ne è anche il fondamentale sostegno mentre quel processo delicato ed appassionante è in atto. Chi vuole educare deve aprirsi, sempre di nuovo, a una esperienza di amore. E in tale esperienza le famiglie possono sostenersi vicendevolmente, non lasciando nessuno troppo solo a combattere la propria battaglia, soprattutto quando diventa particolarmente dura o sembra già irrimediabilmente perduta.
Tornare alle sorgenti ha, per il cristiano, anche un altro significato: trovare la forza di amare in Colui che ci ha amato "fino alla fine" (Gv 13,1). E quanto più il compito sembra presentarsi come un'impresa difficile, tanto più acquista urgenza, e poi si rivela prezioso, l'incontro con il Signore che ha conosciuto l'amore per noi fino a morire per noi. E' per tal motivo che la Chiesa, in questo anno internazionale della famiglia, vuol mettere in primo piano la preghiera (cfr n. 16 §§ 13.14.15).
2. RIAPRIRE IL VANGELO
I - EDUCARE ALLA FEDE
"Simone, ho pregato per te affinché la tua fede non venga meno" (Lc 22,31-32)
Dopo aver sviluppato alcune osservazioni di base sulla responsabilità di educare in famiglia, vorrei ora illustrare, in maniera semplice e pratica, alcuni aspetti della educazione alla vita cristiana da proporre instancabilmente in famiglia (cfr G.Colombo, “L’originalità della famiglia cristiana”; G.Volta “Lettere alla Famiglia”, da cui ricaverò molti utili suggerimenti):
- l'educazione alla fede;
- educazione e vocazione;
- l'educazione della coscienza morale;
- l'esperienza della preghiera e dell'ascolto della Parola di Dio
Iniziamo subito dall’educazione alla fede.
* * *
Faremo bene a tener conto del fatto che, l'aver potuto fare in famiglia un'esperienza di fede, rimarrà per ogni persona un avvenimento fondamentale e, in certo senso, incancellabile nonostante tutte le vicende di un'intera vita. E' dunque grande il dono che viene offerto da una famiglia nella quale la fede è presente e viva.
Né potremo dimenticare che la fede è un dono di Dio, non un prodotto umano. Dio può far sorgere dei figli di Abramo anche dalle pietre, ma nessuno può far nascere un credente con le sole forze umane, nemmeno nelle condizioni più favorevoli. Perciò Gesù ha pregato per la fede di Pietro. Per il medesimo motivo non mancheranno, nelle nostre famiglie, la preghiera, l'ascolto della parola di Dio e la partecipazione ai Sacramenti perché la fede ci sia e permanga.
La ‘storia’ della fede dei genitori e dei figli
Nelle nostre famiglie la fede ha una storia, conosce diverse stagioni e ciascuna di esse va affrontata nei modi più appropriati: diverse sono la situazioni spirituali nelle quali possono venire a trovarsi i figli e molteplici sono pure le condizioni interiori che possono caratterizzare i genitori. Nulla di tutto ciò è indifferente per la vita della famiglia perché ciascuno dei membri della famiglia può influire, nel bene o nel male, su tutti gli altri. Perciò va riconosciuta una responsabilità di ciascuno nei confronti di tutti.
Tutti sappiamo che la storia della fede dei figli conosce varie stagioni. Talvolta può giungere, soprattutto negli anni dell'adolescenza, anche quella della contestazione. In quei mesi (o in quegli anni) i genitori dovranno ricordare il consiglio dato dalla prima lettera di Pietro: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3,15). Dovranno pure tenere conto che nulla vale, per aiutare i figli incerti e dubbiosi a conservare la fede e ad irrobustirla, quanto la loro testimonianza di vita vissuta personalmente in modo coerente al Vangelo. E infine, non mancheranno di accogliere con gratitudine la presenza e l'azione educativa che, con tanto dispendio di energie, viene svolta nelle nostre Comunità cristiane, sia come attività di Oratorio, sia come lavoro di pastorale giovanile - tra i ragazzi, i pre-adolescenti, gli adolescenti, i giovanissimi e i giovani - lungo l'intero anno scolastico e anche nei mesi estivi (Grest, Campi Scuola).
Anche nella vita dei genitori la fede conosce varie fasi.
Ne parlavo, nei mesi scorsi, in vari incontri nell'ambito della Visita Pastorale. E citavo ancora Pietro, facendo notare che egli pure aveva vissuto momenti tra loro molti diversi, se non addirittura contraddittori: da quello della confessione pubblica a Cesarea (cfr Mt 16,16), a quello del tradimento (cfr Mt 26,74), a quello della coraggio di andare in prigione e di morire per amore di Gesù (cfr At 4,1ss).
In particolare, anche i genitori - o a causa di delusioni, o per qualche grande e imprevista tentazione, o sotto il peso di qualche grande sofferenza, o per una specie di intossicazione provocata da un'atmosfera di indifferentismo e di cinismo, o per altro ancora - possono passare attraverso tempi difficili per la loro fede: giorni nei quali sembra che essa si sia indebolita, se non addirittura spenta del tutto.
A questi genitori, e soprattutto a quelli che vedono i loro figli crescere e giungere alle tappe sacramentali della prima Comunione e del Sacramento della Confermazione, io chiedo di porsi qualche interrogativo su come stanno impostando la loro vita: se con attenzione alle cose essenziali, e non solo a quelle effimere; se con vigilanza rispetto a tutto ciò che può addormentare lo spirito o rendere indifferenti alla ricerca della verità e del bene.
E chiedo anche un altro gesto, piccolo e decisivo: quello di 'riaprire il Vangelo'. Propongo di farlo mentre il proprio figlio o la propria figlia apre per mesi (o anni) il libro del catechismo. Suggerisco di riprendere contatto con la parola del Vangelo non escludendo, e anzi favorendo, uno spazio di tempo per una indagine, a misura di adulto e supportata da iniziative appropriate della Comunità cristiana, sui contenuti principali della fede cattolica. E ancora, suggerisco di essere coraggiosi nei confronti di Dio, e di quello che Dio vorrà far comprendere, pensando soprattutto al cammino dei figli.
Voglio, con questo, consigliare di riaprire il Vangelo con animo disponibile anche a una conversione, a un cambiamento di rotta, a una modificazione della propria mentalità e del modo di vedere le cose più importanti della vita umana.
Là dove questo avviene, la fede dei genitori sicuramente cresce e si rinnova; e quella dei figli verrà molto aiutata.
II - EDUCAZIONE E VOCAZIONE
"Non conformatevi alla mentalità di questo mondo" (Rm 12, 2)
Il lavoro di educazione alla fede già include quello vocazionale che, in realtà, ne costituisce una specificazione. Non vorrei, esprimendomi in questo modo, dare l'impressione che si tratti di questione del tutto secondaria. Al contrario, intendo affermare che la logica della fede conduce a interpretare tutta la vita in termini di vocazione. E ciò vale per ogni cristiano. Perciò conviene considerare esplicitamente il tema.
Gratitudine e tristezza
Sento anzitutto il dovere di ringraziare tutte quelle famiglie, coraggiose e luminose, che in questi anni, andando controcorrente, hanno saputo scoprire e accogliere i doni di Dio, anche (e soprattutto) quando essi significavano la chiamata di Dio, per un loro figlio o una loro figlia, a una vita totalmente consacrata a Lui. Anche recentemente, nel colloquio con qualche mamma, ho misurato la forza della fede che, ancor oggi, è miracolosamente presente nelle nostre famiglie.
E però, sono sollecitato a fare un'aggiunta: alcuni dati concreti mi costringono a prendere atto, non senza tristezza, che, a proposito di vocazioni, anche nelle nostre Comunità è presente e, a volte, dominante non la logica della fede cristiana, ma quella del mondo.
Perciò mesi fa, partecipando all'Assemblea diocesana dell'A.C. sul tema della famiglia, ponevo delle domande come queste:
- che ne pensano le famiglie di quella realtà che chiamiamo 'vocazione'?
- in che misura i genitori, che pur si dicono cristiani, guardano al fenomeno della vocazione con mentalità evangelica, ritenendo che il miglior cammino immaginabile e possibile per i propri figli è precisamente quello che Dio propone loro con la grazia della vocazione, qualunque essa sia?
E facendo riferimento alle vocazioni di particolare consacrazione constatavo con pena che, in alcuni casi (riguardanti non solo dei ragazzi o degli adolescenti, ma addirittura dei giovani), e facendo trovano ostacoli nel seguire il cammino tracciato per loro da Dio non soltanto nella tempesta culturale che debbono affrontare ogni giorno, ma anche nei ragionamenti, negli atteggiamenti, nelle scelte e nelle prese di posizione che emergono dentro il quadro intimo della famiglia.
Alle famiglie cristiane potrà quindi molto giovare la parola forte di S. Paolo ai Romani: "Fratelli, non conformatevi alla mentalità di questo mondo” (Rm 12,2). E’ infatti evidente che, se lo spirito del mondo riesce a coinvolgere la famiglia (per esempio in termini di secolarismo, di consumismo e di edonismo), anche una proposta proveniente da Dio potrà essere censurata, o si potrà fare il tentativo di oscurarla o accantonarla come inutile, se non addirittura come un ostacolo alla vera realizzazione di una vita umana che si ispira, ormai, a un altro orizzonte.
Proposte
E ci si deve chiedere quali siano le condizioni elementari da favorire perché, all'interno delle nostre famiglie, l'orizzonte vocazionale si alzi luminoso e attraente nell'aurora di vita della nuova generazione. Qualche risposta è già stata data nei capitoli precedenti, e basterà tornare a farne cenno.
Alla famiglia viene richiesto soprattutto il rispetto di quattro condizioni:
- accogliere ogni figlio come un grande 'valore';
- sperimentare, da parte dei coniugi il matrimonio e il cammino familiare come una vocazione;
- terzo, già dalla nascita dei figli, guardare a ciascuno di loro come ad una persona in sé originale e della quale rispettare le scelte e i tentativi di cammino;
- e infine, mettere in atto, nella vita quotidiana della famiglia, una pedagogia morale che educhi alla libertà, alla responsabilità e alla donazione di sé (cfr CNV, Famiglia oggi e vocazioni, pagg 37-40;62).
Tutto quanto detto fin qui vale per ogni battezzato e per ogni vocazione particolare. Non si deve sottovalutare l'esigenza manifestata dal Papa Giovanni Paolo II nella "Lettera alle Famiglie", e cioè che un simile aiuto vocazionale debba essere dato, da parte dei genitori, in vista della vocazione al matrimonio e alla famiglia dei loro figli (cfr n. 16 §13).
Inoltre, si dovrà dare attenzione, nelle nostre famiglie, anche al grande dono che Dio può concedere chiamando un giovane o una ragazza a consacrarsi totalmente a lui nella vita sacerdotale o nella vita religiosa. E le famiglie dovranno essere molto aiutate, soprattutto da parte dei Sacerdoti, a cogliere quella chiamata come grazia, e come grazia straordinaria; a pregare perché quella grazia venga data alla Chiesa anche attraverso la propria famiglia (cfr Mt 9,38); ad accogliere con coraggio e con gioia, nella propria casa, il dono di una vocazione, quando concretamente si manifesta, così che, mentre un figlio o una figlia dice 'sì' al Signore, l'intera famiglia ne gioisca o almeno lo rispetti.
III - EDUCAZIONE DELLA COSCIENZA MORALE
"Pieno compimento della legge è l'amore" (Rm 13,10)
Sia l'educazione alla fede, sia l'educazione alla vocazione comprendono ed esigono - come s'è già notato qua e là - che in famiglia si sviluppi una vigorosa opera di formazione della coscienza morale cristiana. Ci si può domandare se un simile lavoro è oggi possibile, che cosa concretamente comporti e su quali fronti etici la famiglia si deve sentire particolarmente chiamata in causa.
Società in trasformazione
La condizione in cui si trova oggi la famiglia, nello svolgimento di questo compito, non è meno difficile rispetto a quanto detto a proposito della fede e della vocazione.
Tra i vari motivi che si potrebbero elencare per descrivere la situazione attuale, ne metto in evidenza uno che ho avuto occasione di toccare, nello svolgimento della Visita Pastorale, incontrando una affollata assemblea di genitori in una Scuola cattolica di Novara: le famiglie cristiane sono chiamate a educare la coscienza morale, propria e dei figli, in un tempo di grande trasformazione. Cinquanta anni fa le cose non stavano nei medesimi termini e, probabilmente, erano più facili da affrontare (anche se l'educazione morale è sempre stata un'impresa difficile, intendendo rivolgersi a una libertà).
Si deve aggiungere che l'educazione morale cristiana deve oggi essere messa in atto in una società che non solo è in veloce trasformazione, ma che sembra anche orientata a lasciarsi alle spalle, come cosa del passato, gli orientamenti etici cristiani. Tutti gli educatori, e in particolare i genitori, sono chiamati a operare in una situazione concreta nella quale vengono proposti (e, in certo senso, imposti) nuovi 'valori', mentre ne vengono disprezzati o messi alla berlina altri, giudicati vecchi; sono chiamati a educare in un tempo nel quale alcune certezze si sono trasformate in dubbi; si trovano sottoposti a una pressione sociale che li spinge ad immaginare che sarebbe bello e importante fare, dei loro figli, dei personaggi di spicco, delle donne di successo, degli uomini competitivi in una società del benessere. Contemporaneamente, quella pressione psicologica e culturale vorrebbe persuadere i genitori a mettere tra parentesi o a dimenticare - se non addirittura a cancellare e a disprezzare - quel lavoro educativo che consiste nell'acquisizione di virtù che rendono veramente ricca di umanità la vita dell'uomo: la lealtà, l'onestà, la giustizia, la fortezza, la bontà, la sobrietà.
La formazione permanente dei genitori
Se questa è la situazione, mi sembra che emerga almeno una esigenza. In una società che corre velocemente, la capacità di essere educatori domanda agli adulti, e in modo particolare ai genitori, di coltivarsi costantemente, e cioè di mettere in conto, tra i loro doveri fondamentali, quella che si chiama 'formazione permanente'.
Se essa è necessaria in campo tecnico, scientifico, amministrativo, economico, ecc. - e nessuno ne dubita perché è facile constatare che, in caso diverso, ci si trova ben presto 'tagliati fuori' - , non è meno rilevante sul fronte educativo. Occorre che, a cominciare dai genitori, tutti gli adulti caricati del peso di una responsabilità educativa garantiscano a se stessi la cura premurosa di una costante evoluzione interiore e di un umile apprendimento del loro 'mestiere' (nel senso più nobile del termine). Non vi è dubbio che una delle cause della debolezza educativa dei genitori si riconduce a una trascuratezza di questa esigenza.
Perciò non senza meraviglia (anche se capisco bene che in molti casi le circostanze spiegano ampiamente i comportamenti, pur non giustificandoli del tutto) vedo presente, qua e là, un atteggiamento contraddittorio: mentre si dichiara, senza dubbio con sincerità, di voler essere dei bravi educatori dei figli, vengono facilmente disattese, come se si trattasse di cose inutili, le iniziative pensate e programmate precisamente per dare una mano ai genitori e al loro difficile compito. Il risultato di un simile atteggiamento è prevedibile: poiché le difficoltà educative esistono, e sono talvolta gravi, lo scoraggiamento può insinuarsi, e anche qualche profonda tristezza.
I fronti dell'impegno per l’educazione della coscienza morale cristiana
Detto questo, mi chiedo su quali fronti etici la famiglia deve sentirsi particolarmente chiamata in causa.
Autenticità
Un primo fronte potrebbe essere detto quello della autenticità e dell'amore per la verità.
Si tratta di coltivare, in famiglia, una certa lotta alla superficialità, indotta pesantemente dai mass media. Ciò comporta che ci si aiuti vicendevolmente a elaborare giudizi e a decidere delle scelte in maniera non semplicemente emozionale e poco riflessa, molto debitrice alle mode o alle opinioni più diffuse.
In termini più positivi, ci si dovrebbe lasciar ispirare da considerazioni pacate e oneste su questo o quel problema, tenendo conto che l’educazione delle coscienze passa attraverso il coraggio di tener vivo un certo dibattito sulle questioni morali, spesso complesse, che ogni giorno le circostanze mettono in evidenza e fanno risuonare dentro le nostre case.
Libertà dalle cose
Un secondo fronte potrebbe essere detto quello della libertà dalle cose e della sobrietà o della temperanza.
Si tratta di coltivare la semplicità, che è gusto per l'essenziale e indifferenza per il superfluo. Anche a questo proposito, è oggi inevitabile, nella civiltà dello 'spot', la necessità di una certa lotta contro la costante diffusione di messaggi che vanno in direzione del primato delle cose per dare invece rispetto e primato alle persone e all'essere, convinti che “l’uomo vale più per quello che è che per quello che ha” (cfr GS, 35; FC, n. 37). E non dimenticando che il mondo trova un alleato facilmente conquistabile dentro ciascuno di noi, sempre tentati da un certo materialismo che sembra, illusoriamente, placare tutte le nostre attese.
In questo cammino educativo vi sono poi sempre degli interlocutori che potrebbero scuoterci dal torpore: i poveri. E sono tanti. Ne è pieno il mondo, soprattutto il Terzo Mondo, e non mancano nemmeno qui, accanto a noi. Siamo, però, chiamati ad accorgerci di loro.
La vita, la giustizia e la pace
Un terzo fronte, a cui anche i poveri ci fanno subito pensare, è quello della vita, della giustizia e della pace.
Occorre educare al rispetto di ogni uomo, riconoscendone la inviolabile dignità, qualunque sia la sua condizione sociale, la razza, la religione. E bisognerà distendere tale esperienza di rispetto ad ogni fase della vita umana: dal bambino non ancora nato, al vecchio ormai inabile e bisognoso di ogni assistenza. Anche a questo proposito, come ho già accennato nel primo capitolo, la lotta sarà dura. Basti pensare alla questione (più esatto sarebbe dire il grande dramma!) dell'aborto.
I genitori dovranno rimanere in prima linea con grande fermezza di orientamenti educativi e con grande generosità di comportamenti personali. D'altra parte, quanto al difendere l'uomo, vi è forse tra noi qualcuno più competente di coloro che, come padri e madri, sanno che cosa vuol dire 'dare al mondo una nuova vita’ ?
Né potrà essere da loro dimenticato il fronte della giustizia e della pace che presenta una terribile urgenza educativa e deve trovare, in ogni famiglia, chi combatte la buona battaglia in favore dell’uomo.
Amore
Un quarto fronte, molto sfaccettato, potrebbe essere identificato semplicemente con quello dell'amore e della socialità (cfr FC, n. 37).
Amore e sessualità
L'educazione all'amore è da intendere anzitutto nel senso di fare, dell'esperienza coniugale e familiare, una valida scuola per aiutare i figli a comprendere e poi sperimentare l'amore umano nel suo significato più ricco di umanità. Tutto ciò di cui si è parlato nella prima parte di questa Nota dovrebbe costituire materia di educazione. Non è il caso di ripetere quanto ho già detto.
Un punto, però, conviene riaffermare: i ragazzi, gli adolescenti e i giovani hanno bisogno di essere aperti a una giusta visione della sessualità. Come dice la Familiaris Consortio, "di fronte a una cultura che 'banalizza' in larga misura la sessualità umana, perché la interpreta e la vive in modo riduttivo e impoverito, collegandola unicamente al corpo e al piacere egoistico, il servizio educativo dei genitori deve puntare fermamente su di una cultura sessuale che sia veramente e pienamente personale: la sessualità, infatti, è una ricchezza di tutta la persona - corpo, sentimento e anima - e manifesta il suo intimo significato nel portare la persona al dono di sé nell'amore" (FC, n. 37).
Ciò che i ragazzi vedono, ciò che leggono, ciò di cui parlano è spesso totalmente agli antipodi rispetto alla concezione cristiana della sessualità. E anzi, le spinte in tali direzioni sono fortissime e quotidiane. Per i genitori ne potrebbe derivare la conclusione di non tentare nemmeno l'impresa di educare su questo punto.
E tuttavia, i genitori che sanno per esperienza cos'è l'amore vero, potranno combattere una buona battaglia: quella che trova il suo punto di forza non tanto in questo o in quel divieto (che pure, talvolta, occorre), quanto nella consapevolezza che il futuro dei loro figli (e in modo speciale la solidità della loro esperienza coniugale e familiare sull'arco degli anni e dei decenni) sarà molto avvantaggiato da una corretta educazione della sessualità e dell'affettività.
Amore e comunicazione
L'educazione all'amore significa poi educazione all'esercizio del dialogo familiare e della comunicazione vicendevole tra tutti i membri della famiglia. Mettersi su questa strada equivale a voler vincere la tentazione, più pericolosa di quanto a prima vista sembri, della ‘taciturnità’ o anche del parlare del più e del meno, senza mai dare spazio a ciò che veramente conta nella vita e che fa diventare la comunicazione un vero incontro personale e spirituale.
E poiché, per molti motivi, sull’arco degli anni il dialogo può diventare difficile o può addirittura interrompersi, amore vuol dire generosità e coraggio nel riannodare i fili e ritrovare la sintonia vicendevole: quella che ha bisogno talvolta di esprimersi, da parte di noi 'peccatori', anche nel gesto creativo del perdono dato e del perdono ricevuto.
Amore e condivisione
Insieme con la comunicazione, l'amore si esprime fruttuosamente nell’ambito della famiglia quando essa diventa luogo di educazione alla condivisione (cfr FC n. 37). Con un termine evangelico molto bello e forte, potremmo dire che l'amore si manifesta nelle nostre famiglie quando ciascuno dei membri ascolta l'invito di Gesù a mettere in pratica la parabola del buon Samaritano. Quell'uomo ha saputo 'farsi prossimo' e anche a noi Gesù suggerisce: “Vai e fa' anche tu lo stesso!" (cfr Lc 10,29-37).
- Educare vorrà dire invitare, per es., i figli adolescenti a fare esperienza di prossimità, prendendo contatto diretto e personale con realtà umane che attendono la condivisione (visita a ospedali, a case di riposo, presa di contatto con comunità alloggio, con comunità di accoglienza, ecc).
- Potrà significare proporre ai figli più grandi di farsi carico delle situazioni che si possono incontrare nello stesso ambiente nel quale si vive ogni giorno, come la Parrocchia o il quartiere, collaborando nell’assistenza domiciliare, offrendo attenzione alle persone sole, a famiglie con problemi, a portatori di handicap, ai malati mentali, agli anziani, ecc.
- Ed potrà significare, sul fronte dei genitori stessi e nella misura realisticamente praticabile per la propria famiglia, prendersi cura stabile di situazioni che emergono nel quadro della vita professionale, del tempo libero o dell'impegno sociale. Ciò significa fare, della propria famiglia, una famiglia 'aperta' o una famiglia 'sostegno'; ciò conduce anche a considerare prospettive molto impegnative, come l'affido familiare, o addirittura l'adozione propriamente detta(cfr Carlo M. Martini, Itinerari educativi, n. 49; cfr FC, n. 41).
Amore e impegno socio-politico
La condivisione educa all' impegno costruttivo in favore della società. Anche questo è un lineamento del volto dell'amore ed è un sentiero della carità. Quella prima 'società', che si chiama famiglia, è chiamata a condurre a un impegno dentro quella ampia realtà, che comprende molte famiglie e costituisce la 'polis'.
I livelli ai quali attuarlo sono numerosi e le occasioni molto varie. In particolare, la famiglia va riconosciuta come scuola particolarmente idonea a educare la sensibilità e il senso di urgenza nei confronti di una valida e organica politica della famiglia, sia in termini economici, sia in termini legislativi e istituzionali. In questo senso le famiglie sono chiamate a crescere come 'protagoniste', scoprendo e assumendosi la responsabilità di trasformare la società (cfr FC,n. 44).
E poiché in Italia una politica organica della famiglia è ancora in lista di attesa, questo impegno andrà tenuto in evidenza da parte delle famiglie stesse. Anche perché l'assenza di una buona politica le vedrà come prime vittime (cfr "Lettera alle famiglie", n. 17).
* * *
Tutto quanto ho brevemente descritto, a proposito dell'educazione di una coscienza morale cristiana, trova la sintesi e il suo vertice, come ricorda Paolo, nell'amore: "Pieno compimento della legge è l'amore" (Rm 13,10). E tale amore non è solo una virtù morale, ma anche (e prima ancora) virtù teologale: significa amare come Gesù Cristo ci ha amati e per la grazia divina che da lui abbiamo ricevuto; significa riconoscere che "l'amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato" (Rm 5,5).
IV - IL PRIMO EDUCATORE E' IL SIGNORE DIO
"Quella casa non cadde perché era fondata sopra la roccia" (Mt 7,25)
Fede, vocazione, carità: tutto ciò è dono di Dio. E sono la presenza e la grazia del Signore a permettere ai genitori di educare, nei figli, dei cristiani. A proposito di tutto questo Gesù potrebbe ripetere ai papà, alle mamme e ai loro figli: "Senza di me non potete fare nulla" (Gv 15,5). Non è un caso che la Lettera del Papa alle famiglie sia intrisa, dal principio alla fine, di preghiera per la famiglia e di inviti alle famiglie perché preghino. Egli sa che, quando una famiglia prega, in essa il Regno di Dio si rende presente e fiorisce. E sa che l'immagine evangelica della casa fondata sulla roccia può essere applicata, con particolare verosimiglianza, proprio alla famiglia.
L'esperienza della preghiera cristiana
Io mi domando come ogni nostra famiglia può garantire a se stessa questo robusto fondamento e, oltre a quanto è già stato detto fin qui, vorrei ora soffermarmi sull'esperienza della famiglia cristiana in dialogo con Dio.
La preghiera assente
Bisognerebbe anzitutto dire che, se una famiglia cristiana vedesse, quanto a preghiera, solo cuori spenti e labbra mute, sarebbe in contraddizione con se stessa(cfr G.Colombo, L’originalità della famiglia cristiana, n.21). Che ne sarebbe del Battesimo e del compito 'sacerdotale' di cui ci ha reso partecipi? E che ne sarebbe del sacramento del Matrimonio e della chiamata ad esercitare quel 'sacerdozio' nell'ambito della vita coniugale e familiare? E che senso avrebbe il denominare la famiglia come 'Chiesa domestica' se poi, quella Chiesa non si raduna mai, al suo interno, per incontrare il Signore?
Eppure, quando si confessa qualche papà e qualche mamma, oppure si dialoga con qualche famiglia, mentre si constata che le persone sono abbastanza facilmente d'accordo sul dovere in generale di pregare, sollevano poi obiezioni di vario genere che sembrano appunto dimenticare e il Battesimo, e il Matrimonio e la Chiesa domestica.
Qualcuno pensa, per esempio, che il luogo in cui pregare sia solo la chiesa; qualche altro ritiene che la preghiera deve rimanere un fatto assolutamente personale; qualcun altro si scusa osservando che oggi si è presi da tante cose da fare; qualche altro constata che la TV in famiglia fa da padrone, in molti modi, che ruba tutto il tempo libero e non ne lascia quindi nemmeno per la preghiera, ecc. (cfr G.Volta, Lettere alla Famiglia, pag 29ss).
Il risultato è che la preghiera non abita in quelle famiglie, ma altrove; e che, nel medesimo tempo, per un motivo o per un altro, ci si sente abbastanza 'giustificati' e tranquilli.
L’esperienza filiale
In termini positivi, in una famiglia che prega si può cogliere e trasmettere quanto di più originale si trova nella preghiera cristiana: un'esperienza filiale (cfr "Lettera alle famiglie”, n. 4).
I genitori sanno bene che cosa significa tale esperienza. Quando per esempio i figli tornano da scuola sono lieti di rivedere i genitori, di incontrali, di parlare con loro. E tutto ciò è naturale; talmente che, quando non avviene, si deve pensare che qualche disagio sta oscurando la comunicazione in famiglia. E altrettanto si dovrebbe dire del fatto che gli sposi desiderano vedersi, parlarsi, stare insieme, ecc.
Questa esperienza filiale e sponsale dice qualcosa della natura della preghiera cristiana: essa è un rapporto interpersonale, pieno di amore e di fiducia. Non ha forse insegnato Gesù ai suoi discepoli: "Quando pregate, dite: Padre nostro"(Mt 6,9)? E S. Paolo non ricorda ai Galati che lo Spirito Santo grida nei nostri cuori: “Abbà, Padre" (Gal 4,6)?
A ben vedere, nessuno, più dei genitori, può ammaestrare sul significato profondo della preghiera cristiana.
Anche i bambini possono pregare
Per la natura stessa della preghiera cristiana, e cioè per il fatto che consiste in una relazione filiale con Dio, non è mai troppo presto per proporre l'esperienza della preghiera, così come non è mai troppo presto per coltivare in loro l'amore e il dialogo con i genitori: anche i bambini possono pregare.
Mi rendo conto che questa affermazione può sollevare qualche incertezza da parte dei genitori e che, anche tra i cristiani, non è questo il modo comune di pensare. E però, mi sembra che l'ostacolo da rimuovere, perché si attui un'esperienza di preghiera, non sia - come per lo più si afferma - di tipo pedagogico, ma teologico: riguarda il modo stesso con cui pensiamo il rapporto con Dio e richiede una maggiore assimilazione dell'insegnamento che, a questo riguardo, ci è stato dato da Gesù con il "Padre nostro".
Le successive tagioni della preghiera
Naturalmente anche per la preghiera i figli attraversano stagioni tra loro differenti.
I pre-adolescenti, per esempio, incominciano a sentire il bisogno di dare un nuovo 'vestito' alla loro preghiera, con un ricorso più diretto alla Sacra Scrittura, con la formulazione personale e spontanea di qualche preghiera, con il fare preghiera nel silenzio, ecc. In simili condizioni i genitori, dopo aver ringraziato Dio per il fatto che i loro figli pregano anche in un'età difficile, potranno domandarsi se non hanno essi stessi qualcosa da imparare, ritrovando una vivacità nuova e una gioia più intensa nella preghiera.
E quando i figli dovessero abbandonare la preghiera, ai genitori cristiani spetta di portare a Dio, nella loro preghiera, anche gli assenti. Se i figli dimenticano Dio, i genitori non dovranno dimenticare né Dio, seguendo il figlio su una strada sbagliata, né il figlio, mettendolo un po' in disparte nel proprio cuore, per una malintesa fedeltà a Dio.
Modi e tempi della preghiera
Mi chiedo, a questo punto: quali possono essere i momenti e le forme della preghiera 'in' famiglia? (cfr CEI, “La famiglia in preghiera”, sussidio per pregare, 1994).
La risposta non è difficile: penso alla preghiera del mattino e della sera, a quella della mensa, a quella che accompagna qualche data significativa di un membro della famiglia (anniversario di Matrimonio, Battesimo, Prima Comunione, Confermazione, Comunione eucaristica a un malato), a quella che dà eco alle date liturgiche più significative nella vita della Comunità cristiana , a quella che 'interviene' su qualche situazione rilevante della vita di famiglia (problemi di lavoro, fatica nell'intesa vicendevole, preoccupazione per una malattia, l'assenza prolungata di qualche membro della famiglia per motivi di lavoro, la 'crisi' morale e spirituale di qualche figlio, ecc.).
E poi vi sono i momenti di preghiera 'della' famiglia, anche fuori di casa.
Penso, in primo luogo, alla celebrazione eucaristica domenicale, da ritenere momento supremo della preghiera di ogni famiglia cristiana. Anche a costo di sacrifici, una famiglia cristiana fa, della domenica, anzitutto e sempre, 'il giorno del Signore' (cfr FC, n. 57). So che lo stress accumulato lungo la settimana rende necessario garantire un respiro tra una settimana e un'altra. E ciò conduce le famiglie a desiderare, nel giorno di domenica, un po' di riposo, di tranquillità, di vita insieme, di dialogo disteso, di gioia familiare. Tutti valori, questi, propri di una domenica cristiana, e che vanno difesi. Senza, tuttavia, vederli in alternativa con la domenica intesa e vissuta, in primo luogo, come giorno del Signore: quello nel quale un consapevole rapporto con Dio ce lo fa riconoscere come unico Dio della nostra vita; quello che dà saldezza interiore al rapporto tra i membri della famiglia; quello che rende nuovamente capaci di affrontare i giorni che verranno, volendone cogliere le opportunità evangeliche e sapendone superare le tentazioni.
E penso anche al Sacramento della Riconciliazione che ci fa accogliere l'invito del Signore alla conversione e ci dona la grazia con la quale il Signore ridona la novità battesimale alla nostra vita. Come non percepire che il pentimento e il perdono vicendevole, in seno alla famiglia, sono atti preziosi per sostenere la fedeltà dei coniugi, la dedizione ai figli, l'amore al Signore? (cfr FC, n. 58).
Anche altri momenti di preghiera, vissuti nell’intimo della casa o insieme con altri cristiani, possono essere ricordati.
In particolare, desidero raccomandare la devozione a Maria, nelle sue varie espressione (sia liturgiche che di devozione popolare, sia con la recita del S.Rosario che con la visita della famiglia a qualche Santuario, ecc.), sempre cariche di umanità e ricche di consolazione.
E inoltre, vorrei suggerire di prevedere, lungo l’arco dell’anno, l’esperienza di ‘momenti forti’ di preghiera. Essi potrebbero prendere la forma di Ritiri Spirituali , organizzati dalla Parrocchia o dal Vicariato per coppie di coniugi.
“La parola di Dio dimori tra voi abbondantemente”
L'esperienza della preghiera comprende anche il gesto di sedersi alla mensa della Parola di Dio per lasciarsene nutrire e illuminare. Viene alla mente la pagina evangelica nella quale Gesù elogia Maria, sorella di Lazzaro, perché si siede ai piedi del maestro e ne assimila la parola (cfr Lc 10,40-42).
In realtà, l'ascolto della Parola di Dio è, per la famiglia, una via semplice e sostanziale da seguire nella scoperta della sua vocazione e per disporsi a diventare, di giorno in giorno, quello che essa è nel disegno di Dio.
La consapevolezza del suo valore dovrebbe aiutare le famiglie - come già si diceva sopra parlando della preghiera - ad affrontare, nel migliore dei modi possibili, le difficoltà che vi si oppongono: la stanchezza, dopo il lavoro della giornata; l'impreparazione culturale; l’incapacità di parlare di queste cose con i figli; la mancanza di tempo; ecc.
E sono due i modi fondamentali secondo i quali si attua l'incontro con la Parola di Dio.
Il primo è quello che potremmo chiamare la 'lectio divina' e consiste nel disporci a meditare, con la mente e il cuore, una pagina della Sacra Scrittura, in modo particolare quella che la Liturgia proclama ogni domenica e che il Sacerdote commenta nell'omilia.
Il secondo modo è quello che viene di solito indicato come 'revisione di vita'. Esso ha un aspetto di novità rispetto alla 'lectio divina' perché, mentre quest'ultima ha come itinerario il passaggio dalla Parola di Dio alle circostanze concrete della nostra vita quotidiana, la prima prende in esame qualche avvenimento o problema - personale, familiare, sociale - per poi chiedere alla Parola di Dio una illuminazione perché giungiamo a formulare una valutazione, e più precisamente un 'giudizio', che sia il più possibile conforme alla volontà di Dio.
In un modo o in un altro, importante è che la nostra vita si nutra della Parola del Signore.
Vorrei invitare le famiglie a tener conto anche di una valida esperienza, largamente diffusa nella Chiesa cattolica in tutto il mondo e particolarmente idonea per i laici: quella proposta dal Movimento dei Focolari: lasciarsi ispirare, lungo lo spazio di un intero mese, da una 'parola di vita', meditata nel cuore, lasciata scendere nella profondità di noi stessi e richiamata quotidianamente perché faccia splendere la presenza del Signore, la sua gioia e la sua forza nelle nostre azioni e nelle nostre scelte.
Durante la Visita Pastorale ho avuto occasione di incontrare anche qualche 'gruppo biblico' e di approfondire il tema del rapporto tra parola di Dio e vita quotidiana. Ricordo di avere citato, quasi come sintesi di una esperienza piena di incontro con la parola di Dio, quanto S. Paolo scriveva e raccomandava ai Colossesi (Col 3,16-17):
- "La parola di Dio - diceva loro - dimori tra voi abbondantemente": quasi un invito a lasciare che la Parola di Dio scenda dentro di noi, già a cominciare da un serio ascolto.
- "Ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza": come a dire che noi cristiani dobbiamo aiutarci vicendevolmente a comprendere la Parola di Dio e a metterla in pratica, non temendo di prendere in esame la nostra stessa condotta e i problemi che, di giorno in giorno, dobbiamo affrontare con la sapienza contenuta nella Parola di Dio.
- "Cantando a Dio di cuore e con gratitudine salmi, inni e cantici spirituali": sembra un invito alla preghiera, e alla preghiera che non prende solo la forma della domanda, ma anche (e ancor più) quella della lode e del ringraziamento a Dio per tutto quello che egli fa per noi.
- "E tutto quello che fate in parole e opere, tutto si compia nel nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie per mezzo di lui al Padre": e questo è un invito a praticare concretamente, nella vita di tutti i giorni, la parola ascoltata.
Quanto Paolo proponeva ai primi cristiani vale anche per i cristiani di oggi; anche per le famiglie cristiane di oggi. Lo ascolteremo?
* * *
Di una cosa sono certo: quando una famiglia diventa luogo in cui si esprimono la fede e la carità, la preghiera e l’ascolto di Dio, essa conoscerà la speranza. Ed è certamente valido per tutte le nostre famiglie l’augurio che Paolo pone al termine della lettera ai Romani: “Che il Dio della speranza vi doni gioia e pace nella fede” (Rm 15, 13).
E poiché il mondo, attorno a noi, ha fame di speranza, non vorremo, noi cristiani, fare dono agli altri di ciò che noi stessi abbiamo ricevuto?
TERZA PARTE
LA FAMIGLIA, VIA DELLA CHIESA
Visita Pastorale e incontro con le famiglie
Ricordo che, durante la Visita Pastorale a una grande Parrocchia della città di Novara, in un Consiglio Pastorale si affermava: "Abbiamo scoperto che il futuro della nostra Parrocchia è legato all'impegno di evangelizzazione e alla famiglia". Ascoltando quelle parole, constatavo con gioia una profonda consonanza con quanto io stesso proponevo lo scorso anno con la Lettera 'Paolo e Barnaba' e con quanto sto scrivendo in questa Nota sull’ ‘educare’ in famiglia.
Sempre durante la Visita Pastorale ho sentito affermare, in un’altra popolosa Comunità che, contrariamente alle apparenze, sono ancora molte le possibilità di incontrare le famiglie e di stimolarne il cammino. Cogliere al volo tali occasioni e valorizzarle debitamente - si diceva - resta molto impegnativo, soprattutto per quanto concerne il contatto con i giovani sposi e con i giovani genitori (dai 25 ai 45 anni); e tuttavia molto si può fare sia nel senso di studiare una 'ricaduta' sugli adulti di quanto viene offerto nel cammino dei ragazzi della iniziazione cristiana, sia nel senso di immaginare un contatto costante con le famiglie 'sul territorio', potenziando e adeguando la 'visita alle famiglie' non solo nel tempo pasquale, ma anche in altre importanti circostanze di dolore e di gioia, con l’aiuto dei Religiosi, delle Religiose e dei Laici.
Con amore e benevolenza
E ancora, con riferimento ai coniugi e genitori che si trovano negli anni del pieno vigore delle forze e delle maggiori responsabilità educative, mi si faceva notare, da parte di un Sacerdote, che talvolta alcuni di loro sembrano dei 'malati' e immersi in una condizione di sofferenza e di vuoto. Probabilmente, non trovano nel mondo soddisfacenti risposte alle domande più importanti e difficili che portano dentro di sé e, nel medesimo tempo, non usufruiscono dei doni e dei sostegni e orientamenti che investirebbero positivamente la loro vita qualora sperimentassero, in prima persona, una forte appartenenza alla Comunità ecclesiale. Perciò - si aggiungeva - anche per questo motivo il lavoro pastorale ordinario deve comprendere un accostamento delle famiglie che sia caratterizzato da amore e benevolenza. A tutte queste persone interessano ben poco i nostri 'programmi' (che, anzi, li possono infastidire); esse hanno bisogno di incontrare la nostra attenzione e la nostra accoglienza: solo così saranno condotte al Vangelo e al cuore del Cristianesimo.
E quanto a sofferenze, mi vengono alla mente alcune situazioni che ho potuto, in qualche misura, conoscere di giorno in giorno, lungo quest'ultimo anno pastorale. A tutte le famiglie in difficoltà vorrei augurare l'abbondanza della grazia del Signore per affrontare con coraggio anche le circostanze più dure, come quelle della malattia o addirittura della morte, della degenza di qualche persona cara in Ospedale, dell'avere qualche familiare non più 'autosufficiente', del dover accompagnare un figlio in una fase delicata e complessa della sua crescita, del trovarsi dentro alla crisi nei rapporti tra i coniugi, ecc.
“Oggi papà e mamma si dividono”
E quanto a quest'ultima sofferenza, ricordo il ragazzo di 10-11 anni che, nello scorso dicembre, mentre in Cattedrale si concludeva un gioioso incontro di preghiera per circa 2000 ragazzi, mi si è accostato e, fissandomi negli occhi, mi ha detto: "Oggi la mia mamma e il mio papà si dividono". Ho visto molta serietà in quel ragazzo; ho colto molta tristezza sul suo volto e ho intuito che quel fatto diventava, in lui, una ferita.
Ricordo anche un altro recente incontro, in Cattedrale. Come sempre, al termine della Messa salutavo personalmente molti dei presenti. Tra di loro vi era un giovane papà, che portava in braccio la figlia di due anni. Mi aspettava per confidarmi il suo dolore: "Preghi per me e per la mia famiglia: si sta sfasciando". Mi è sembrato un uomo molto solo. La bambina, che aveva in braccio, sembrava capire la tristezza del papà e appoggiava, tutta seria, la sua testolina sul corpo del papà.
E infine, ricordo quanto mi diceva una mamma, mesi fa, parlandomi della propria esperienza personale, al termine di un incontro per genitori di ragazzi dell’iniziazione cristiana: “La Chiesa è un po’ addormentata. Dovrebbe andare con maggiore sollecitudine verso le persone che si trovano in difficoltà e che, per un motivo o per un altro, si sono distaccate dalla vita della Comunità”.
Ho fatto questi cenni a circostanze che ho direttamente vissuto negli scorsi mesi, solo per affermare che, nel nostro lavoro, la ‘pastorale familiare’ è una ‘priorità’.
Nell'Enciclica 'Redemptor Hominis' il Papa scriveva che "l'uomo è la via della Chiesa" (n. 14), intendendo con questo dire che l'uomo cammina su molteplici strade e che la Chiesa nutre un vivo e profondo desiderio di affiancarsi a lui nel percorrere le vie della sua esistenza terrena. Rivolgendo in questi mesi una 'Lettera alle Famiglie', egli aggiunge e precisa che, "tra queste numerose strade, la famiglia è la prima e la più importante" (n. 2).
Guidati da una simile persuasione, anche noi ci soffermiamo sulla 'pastorale' familiare, e cioè sul lavoro che, come Chiesa, nella nostra Diocesi e nelle singole nostre Parrocchie, dobbiamo svolgere per essere veramente a fianco di tutte le famiglie.
Nei tre capitoli che seguono vorrei:
- illustrare la responsabilità dei Sacerdoti in questo campo;
- soffermarmi sul tempo del fidanzamento e, più ampiamente, sulle responsabilità della ‘Pastorale giovanile’;
- riflettere sul cammino delle giovani coppie e dei ‘ Gruppi familiari’.
1. IL COMPITO DEL SACERDOTE
Quale sia il compito del Sacerdote nei confronti della famiglia è rinvenibile in tutte le proposte di cui sto parlando, fin dalla prima pagina di questa Nota.
Dare e ricevere
Al Sacerdote tocca aiutare le famiglie nell’affrontare le difficili sfide che incontrano ogni giorno sul loro cammino e a scoprire la vocazione meravigliosa a cui Dio le ha chiamate (cfr I parte); a lui tocca dare una mano perché le famiglie si dedichino con generosità, intelligenza e frutto al grande compito educativo (cfr II parte ).
Ai pastori d'anime tocca quindi, per un verso, aiutare le famiglie a conoscere la verità sul senso profondo del matrimonio e della famiglia e a rifiutare ciò che, nella vita coniugale e familiare, "è male agli occhi di Dio" e contrasta con i suoi comandamenti; e a loro tocca, per un altro verso, mettere in atto tutte quelle iniziative di 'pastorale familiare' che si dimostrano capaci di accompagnare le persone, che rimangono sempre deboli, in un cammino certamente non agevole.
Suggerisce infatti il "Direttorio di Pastorale familiare":
- "i presbiteri siano annunciatori fedeli e coraggiosi dell'intero 'Vangelo del matrimonio e della famiglia' anche con tutte le sue conseguenze etiche;
- promuovano e animino adeguatamente gli itinerari di preparazione al matrimonio;
- curino la celebrazione delle liturgie nuziali;
- valorizzino e sostengano forme e iniziative varie di accompagnamento delle coppie e delle famiglie;
- siano guide spirituali pazienti e illuminate degli sposi, dei figli e della famiglie intere;
- sostengano le famiglie nelle loro difficoltà e sofferenze, affiancandosi ai membri di esse e aiutandoli a vedere la loro vita alla luce del Vangelo;
- operino perché in ogni comunità parrocchiale ci sia un numero sufficiente di animatori di pastorale familiare adeguatamente preparati"(n. 260).
In questo 'dare', da parte del Sacerdote, non bisognerà dimenticare che il Sacerdote molto può ricevere.
Se infatti vivrà ogni contatto con le famiglie guidato da un vero desiderio di discernimento evangelico e animato da una grande passione apostolica, sarà condotto a riconoscere, nella vocazione ed esperienza familiari, opportuni stimoli per la propria maturazione umana, per l'autenticità del proprio amore di persona consacrata a Dio e per la propria vocazione. E inoltre, mentre nel confronto schietto e nella comunione sincera con fratelli e sorelle che vivono nel matrimonio potrà scoprire concreti esempi di coraggio nell'affrontare la vita, potrà anche percepire che, in tal modo, Dio gli dona silenziosamente delle energie di Grazia per l'esercizio del suo stesso ministero (cfr FC, n. 73,3).
Chi, tra noi Sacerdoti, non deve riconoscere che, lungo la sua vita ministeriale, ha ricevuto grandi aiuti da Dio proprio attraverso qualche forte e pura testimonianza laicale e, particolarmente, familiare?
E vi è da aggiungere ancora qualcosa. Nel contatto con i coniugi il Sacerdote prenderà coscienza che, se egli è diventato tale ricevendo un Sacramento - quello dell'Ordine - anche i coniugi sono diventati 'sacramentalmente' sposi nel Signore. E si ricorderà che, se egli è pastore nella Chiesa ed è strumento per la edificazione del corpo di Cristo, il suo compito è precisamente quello di favorire la cooperazione attiva di tutti i membri della Chiesa, a cominciare dagli sposi e dai genitori, perché facciano, dei doni ricevuti, il dono che offrono all'intera Comunità.
Scrive infatti S. Paolo ai Corinti: "Che cosa è mai Apollo? E che cosa è Paolo? Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Siamo infatti collaboratori di Dio" (1 Cor 3,4-8). Nessun 'protagonismo', dunque, del Sacerdote nell’esercizio del suo ministero, perché solo Dio edifica la sua Chiesa. E scrive ancora Paolo agli Efesini: "Egli ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo" (Ef 4,11-13). Nessun 'monopolio', dunque, da parte del Sacerdote perché tutti i cristiani sono chiamati a costruire attivamente il corpo di Cristo, che è la Chiesa. Egli è chiamato ad essere umile strumento di Dio perché questo, giorno per giorno, avvenga. "Potremmo dire che nell'azione pastorale niente deve essere fatto senza il Sacerdote e niente deve essere fatto solo dal Sacerdote. Questo vale particolarmente per il settore che qui ci interessa" (G. Biffi, Matrimonio e famiglia, n, 36).
La preziosa opera dei Religiosi, delle Religiose e dei Laici
Queste osservazioni ci conducono anche a rendere omaggio al servizio prezioso che, nella vita della Chiesa, viene svolto da Religiosi e Religiose, membri di Istituti Secolari e di altri Istituti di perfezione in favore della famiglia. Nell’anno nel quale si svolge il Sinodo dei Vescovi su “La vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo” (ottobre 1994), dobbiamo esprimere loro particolare gratitudine per quanto compiono, anche nella nostra Diocesi, con discrezione e fedeltà, da generazioni e generazioni. Nel contesto di questa Nota Pastorale, che privilegia l’impegno educativo, vorrei anzitutto ringraziare, della loro presenza e del loro lavoro, le Congregazioni e gli Istituti Religiosi che, anche per un carisma specifico, lavorano sul fronte della Scuola. E vorrei pure dire ‘grazie’ per tutte le meravigliose presenze religiose (e mi piacerebbe fare un elenco completo e non dimenticare nessuno!) sono animate dal desiderio di spendere la vita, in molte forme di carità, per stare accanto alle famiglie, e soprattutto a quelle in difficoltà, con particolare sollecitudine in favore dei bambini, specialmente se poveri, indesiderati o handicappati; nell'accoglienza di madri nubili; in favore degli ammalati e degli anziani; coltivando rapporti delicati e intensi con famiglie incomplete, in difficoltà o disgregate; collaborando alla preparazione dei fidanzati al matrimonio e dando aiuto alle coppie per una procreazione veramente responsabile; facendosi carico della catechesi familiare, soprattutto prebattesimale; aprendo le proprie case all'ospitalità semplice e cordiale perché le famiglie possano fare esperienze spirituali ricche e significative (cfr FC, n.71; CEI, ‘Direttorio di pastorale familiare’, n. 265).
Un ringraziamento e un incoraggiamento dobbiamo esprimere anche ai Laici (ai singoli laici e alle Associazioni e Movimenti Ecclesiali) che, in forme semplici e quotidiane o in forme specializzate, sono veramente di aiuto ai giovani che si preparano al matrimonio, alle giovani coppie, alle famiglie che versano in particolari difficoltà (ivi comprese le famiglie provenienti soprattutto dall’Est Europeo e dall’Africa). Sul nostro territorio sono presenti molte iniziative coraggiose, accompagnate da grande spirito di sacrificio e da uno straordinario amore all'uomo. Operano sia a livello parrocchiale, sia a livello vicariale (dal Consultorio "Comoli" di Novara e Arona, ai vari “Centri Aiuto alla Vita” le “Case di pronta accoglienza” e a tante altre iniziative ancora), e mi auguro che continuino ad offrire il loro pregevole contributo.
Desidero rendere onore anche alle iniziative di Associazioni non propriamente ecclesiali, ma evangelicamente ispirate e pure presenti nella nostra Diocesi, che si propongono di garantire alle famiglie un servizio in termini di assistenza ospedaliera o domiciliare, diurna e notturna, o che intendono dare sollievo alle famiglie che hanno in casa una persona handicappata (magari adulta), o che combattono con le famiglie sul fronte terribile della tossicodipendenza, o altro ancora.
Tutte queste iniziative interpellano le nostre Comunità cristiane, chiamate a chiedersi da quale mentalità si lasciano guidare, e tutte devono trovare il sostegno convinto da parte nostra, e anzitutto da parte dei Sacerdoti.
Verità e carità
I Sacerdoti sono chiamati a confrontarsi anche con i ‘casi difficili’. A tale proposito gioverà loro, anzitutto, collocarli dentro una organica pastorale familiare, quella che si rivolge a tutte le famiglie. Solo in tal modo - sottolinea il Direttorio CEI - l'attenzione a quei ‘casi’ sarà vera ed efficace, inserendosi "come un momento particolare della più ampia sollecitudine che la Chiesa è chiamata a vivere nei riguardi di coloro che si preparano al matrimonio o già vivono in esso, ed ha come suo primario obiettivo di attuare un più deciso intervento per prevenire, nei limiti del possibile, i fallimenti matrimoniali e le altre situazioni irregolari e per sostenere le coppie nei momenti di crisi" (n. 202).
E sarà poi molto importante che i Sacerdoti, nell'affrontare le situazioni umanamente e spiritualmente più complesse, coltivino dentro di sé e diano massima evidenza a un atteggiamento sempre ‘educativo’ (cfr il cap. "Riaprire il Vangelo"). Voglio dire che essi dovrebbero ritenere obiettivo fondamentale del loro lavoro quello di porsi a fianco delle singole persone, delle coppie e delle famiglie intere, tentando di comprenderne bene la situazione, di intravvedere quale 'passo' potrebbe essere compiuto, come primo segnale di un cammino che poi potrà ulteriormente svilupparsi, e di mirare quindi, con amorevolezza e pazienza, soprattutto e sempre al fatto che queste 'concrete persone' si aprano, almeno un poco, al Signore e rileggano la loro vita nella sua luce e nell'ascolto delle sue indicazioni.
Questo stile qualifica i pastori come educatori delle coscienze e accompagnatori spirituali, rendendo il loro atteggiamento diverso sia da quello di chi si limita alla affermazione fredda e distaccata dei princìpi (per quanto sacrosanti), sia da quello di chi, in nome di una bontà malamente intesa, non fa emergere nessuna proposta di una pur necessaria conversione.
Alcuni casi difficili
Mi sembra giusto ricordare esplicitamente alcuni ‘casi difficili’. Lo faccio utilizzando, quasi alla lettera le parole della Es. Ap. "Familiaris Consortio" e del “Direttorio di pastorale familiare della Chiesa italiana”, rimarcando soprattutto qualche suggerimento pastorale.
Unioni libere di fatto
Sappiamo che sono in aumento e che sono un segno molto negativo per il futuro della famiglia. Le persone che vivono una simile esperienza di convivenza vanno avvicinate con discrezione e rispetto e nei loro confronti va svolta un'opera di paziente illuminazione, di caritatevole correzione, di testimonianza familiare cristiana.
Soprattutto va messa in conto un'opera di sostanziale prevenzione aiutando i giovani a cogliere il senso e il valore della fedeltà e il suo rapporto con la vera libertà, ricordando loro che essa può essere sostenuta sia da condizioni e strutture che la favoriscono, senza la quale non vi è vera libertà, sia da una complessiva maturazione spirituale (cfr FC, n. 81; Dirett. CEI, nn. 227ss).
Cattolici uniti con il solo matrimonio civile
E' una situazione che non si può equiparare alle semplici convivenze., in quanto si riscontra un certo impegno a un preciso e probabilmente stabile stato di vita. Ciononostante questa situazione non è accettabile da parte della Chiesa.
Ai pastori d'anime, e a tutti i loro collaboratori religiosi e laici, toccherà dare un aiuto perché si colga l'urgenza di cercare una coerenza tra la scelta di vita e la fede che si professa e si giunga, in tal modo, a regolarizzare la posizione. Senza di che, pur trattando queste persone con grande carità, non sarà possibile ammetterle ai Sacramenti (cfr FC, n. 82; cfr Dirett. CEI, nn. 221ss).
Separati e divorziati non risposati
Purtroppo il rapporto tra i coniugi può giungere, talvolta, a un gravissimo logoramento e a una frattura che pare irreparabile. Dopo aver tentato, invano, di adottare ogni soluzione che sembri capace di dare soluzione positiva al dramma, la separazione potrà parere l'estremo rimedio.
La Comunità cristiana dovrà offrire una vicinanza, fatta anche di gesti e attenzioni concrete, che permetta al coniuge separato, soprattutto quando fosse innocente, di meglio affrontare la situazione. Qualcosa di analogo va detto del coniuge che ha 'subìto' il divorzio e non intende risposarsi(cfr FC, n. 83; cfr Dirett. CEI, nn. 210ss).
I divorziati risposati
Come tutti sappiamo, questa piaga si sta allargando e tocca anche ambienti cattolici. Perciò non si può, da parte della Chiesa, non prendere seriamente in esame il problema.
I pastori d'anime - come nota il ‘Direttorio’ - sono chiamati ad offrire un aiuto a coloro che si trovano in questa condizione di vita perché si comprenda che essa è in contrasto con il Vangelo e la sua proposta di matrimonio unico e indissolubile (cfr n.214). Ciò non esclude che i Sacerdoti compiano un buon discernimento delle situazioni, che non possono essere messe tutte sullo stesso piano: vi è il caso di chi ha fatto di tutto per salvare il proprio matrimonio e vi è quello di chi ne ha provocato il naufragio; vi è anche il caso di chi contrae una seconda unione pensando soprattutto all'educazione dei figli, e talvolta soggettivamente certo in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido.
E ancora, i Sacerdoti sono chiamati a favorire, nella vita e nello stile delle Comunità cristiane, una sincera e fraterna attenzione, così che siano evitate forme di disinteresse e di abbandono e vengano invece positivamente utilizzate le occasioni di incontro con i genitori i cui figli vivono l’esperienza della scuola, della catechesi, dell’Oratorio, dei diversi ambienti ecclesiali (cfr n.215).
Nel medesimo tempo, i divorziati verranno aiutati a non considerarsi 'separati' dalla Chiesa, alla quale appartengono per il Battesimo, anche se non nella ‘pienezza’ della comunione ecclesiale. Mentre non potranno essere ammessi alla comunione eucaristica, né potranno svolgere compiti che presuppongono una pienezza di testimonianza cristiana (servizio liturgico del lettore, servizio del catechista, l'ufficio di padrino o di madrina per i Sacramenti, l'essere membri dei Consigli Pastorali), verranno invitati a partecipare, in vario modo, alla vita della Comunità facendo esperienza di vita cristiana nell'ascolto della parola di Dio, partecipando al sacrificio della Messa, rendendosi presenti agli incontri di catechesi, pregando personalmente e in famiglia, compiendo generosamente delle opere di carità e di giustizia, educando cristianamente i propri figli, compiendo opere di penitenza e unendosi a celebrazioni penitenziali comunitarie non sacramentali (cfr FC, n. 84; cfr Dirett. CEI, nn. 213-220).
* * *
Mentre sto scrivendo questo capitolo della Nota Pastorale, considero quanto il Papa ha detto proprio in questi giorni, nel corso di una Udienza Generale e che potrebbe ispirare tutta la nostra pastorale familiare e, in modo particolare, il comportamento dei pastori nei confronti delle famiglie che sono in grave difficoltà. Dice che "anche quando non può dar luogo a prassi che sarebbero in contrasto con le esigenze della verità e con lo stesso bene comune delle famiglie e della società, la Chiesa non rinuncia mai ad amare, a capire, ad essere accanto a tutti coloro che sono in difficoltà. Particolarmente vicina la Chiesa si sente alle persone che, avendo un matrimonio sfasciato alle spalle, perseverano nella fedeltà rinunciando ad un'altra unione, e si dedicano, per quanto possono, all'educazione dei loro figli. La Chiesa, il Papa non possono non lodarli per la bella testimonianza di coerenza cristiana, vissuta generosamente nella prova” (Oss. Rom., 11 agosto 1994, 4).
Guardando al futuro
Gli elementi fatti affiorare in questo capitolo, così come quelli sommariamente indicati nel capitolo dedicato alle "sfide", conducono i pastori d'anime e le Comunità cristiane nel loro insieme a coltivare qualche attenzione importante per ben affrontare il futuro che ci attende.
La prima è che, nel contesto sociale e culturale attuale, gli errori più gravi dei cristiani, e quindi anche dei pastori d'anime che sono chiamati ad essere 'guide', potrebbero essere i 'peccati di omissione'.
Noi ci chiediamo oggi se, nei decenni scorsi, molti cristiani non avrebbero potuto avere più lucidità e coraggio nell'affrontare - in coerenza al Vangelo e correndo anche il rischio della solitudine, dell'incomprensione, della emarginazione o addirittura della persecuzione - fenomeni culturali e politici non compatibili con la fede cristiana (per es., il nazismo e il marxismo); e siamo giustamente portati a riconoscere grande statura umana e cristiana a chi, invece, ha saputo rischiare qualcosa per essere fino in fondo se stesso, per non tradire la fede e per non venir meno alla propria responsabilità.
Domani i nostri successori si domanderanno che cosa noi abbiamo fatto a proposito di una questione cruciale come quella della famiglia e della vita, e ci giudicheranno. E' chiara, dinanzi a tutti noi e di fronte al mondo intero, la testimonianza del Papa Giovanni Paolo II: egli non teme di rimanere solo e di essere segno di contraddizione. E noi, quale testimonianza stiamo offrendo?
La seconda attenzione è relativa al fatto che il cammino della famiglia, come quello della pace, è molto legato alle scelte libere e responsabili delle persone e delle Comunità. Non vi è nulla di totalmente deterministico né nel presente, né sul futuro. Noi siamo nelle mani di Dio e Dio affida la storia alla nostra responsabilità. Tra 20-40 anni la situazione della società, e in particolare della famiglia, sarà quella che anche noi avremo cooperato a costruire, nel bene o nel male, in questi anni: soffrirà a causa delle nostre assenze o delle nostre attuali debolezze spirituali e culturali; godrà della nostra testimonianza e della nostra azione educativa, pastorale, sociale e politica.
2. GIOVANI, AMORE, MATRIMONIO
Preparazione al matrimonio o pastorale giovanile?
Il lavoro che siamo chiamati a svolgere con i fidanzati non può essere semplicemente identificato con i 'corsi' per i fidanzati. Se questi hanno la loro innegabile importanza, è molto più ampio il lavoro da svolgere con i giovani in cammino verso il matrimonio e la famiglia. Tale lavoro investe tutto l'arco della giovinezza. Di questa età la Chiesa deve farsi carico, insieme con i giovani stessi. Dimenticarsi di tale più ampio spazio al quale rivolgere l'attenzione comporterebbe una forte riduzione della efficacia delle iniziative specifiche per il tempo che precede immediatamente la celebrazione del matrimonio.
In questi anni, prima nella Lettera Pastorale "Pietro e Maria" e poi in "Paolo e Barnaba", ho dato spazio alla riflessione e a delle proposte relative alla pastorale giovanile. Ora vi devo ancora tornare, e senza nessuna forzatura, per semplice realismo pastorale.
Al matrimonio e alla famiglia cristiana bisogna guardare già negli anni della iniziazione cristiana offrendo ai ragazzi, che già sono condotti dai Mass media o dai modelli negativi incontrati ogni giorno a ragionare in un modo non cristiano, una presentazione corretta e persuasiva del progetto di Dio. La catechesi sul Sacramento del Matrimonio e sul IV comandamento ne possono essere l'opportuna occasione (cfr Direttorio CEI, n. 29)).
E poi occorre aiutare generosamente gli adolescenti. Essi vivono il tempo dei grandi ideali. Ma quegli stessi anni possono comprendere, nella loro vita, una grave decadenza dei valori che più contano per l'uomo, come appunto la sessualità, la corporeità, l'amore, il rapporto uomo-donna.
Non casualmente lo scorso anno nella nostra Diocesi è stata offerta, come 'lectio divina' mensile agli adolescenti e ai giovani, la meditazione di alcune fondamentali pagine bibliche sui temi che ora ho ricordato. Chi vi ha partecipato, ha potuto rendersi conto che la sessualità e l'amore non richiedono semplicemente una 'informazione', pure utile, affidabile a dei 'tecnici', né possono essere correttamente interpretati e vissuti quando si è guidati da una visione edonistica della vita; e ha potuto cogliere la preziosità del riferimento a una visione complessiva dell'uomo, chiamato ad essere sempre 'persona', responsabile di sé.
Tali incontri di 'lectio' sono stati messi in atto nella persuasione di offrire un vero servizio di verità e di illuminazione ai giovani, e intendendo sostenere il lavoro di tutti coloro che, a cominciare dai Sacerdoti, accompagnano, come educatori, i gruppi di adolescenti e di giovani nelle nostre Parrocchie.
E vengo a dire qualcosa di più esplicito sui giovani. Mi riferisco a coloro che, già negli anni delle Scuole Superiori, avviano un rapporto affettivo con la propria 'ragazza' o con il proprio 'ragazzo', per lo più senza mai parlare di 'fidanzamento' (una parola ormai desueta) e senza lasciar molto emergere esplicitamente la prospettiva del matrimonio, che resta comunque molto lontana.
Essi vanno educati ad alcune virtù che risulteranno preziose nella vita coniugale e familiare: "affettività non superficiale, accettazione della diversità dei caratteri, capacità di sacrificio" (G. Biffi, Matrimonio e famiglia, n, 42).
E più analiticamente si potrebbe dire che la pastorale giovanile dovrà :
- "presentare il progetto di Dio sull'uomo, la donna e la famiglia come ci è stato rivelato dal Signore e come viene instancabilmente proposto dalla Chiesa;
- dare chiare indicazioni sui valori morali irrinunciabili anche se opposti alla cultura mondana più diffusa: castità, sacrificio, fedeltà agli impegni, vita di preghiera;
- creare ambiente e gruppi giovanili, dove il clima di serena amicizia faccia sperimentare la possibilità e la bellezza di un'affettività positiva e matura;
- fare incontrare periodicamente i gruppi giovanili con le famiglie che vivono effettivamente la vita coniugale secondo gli ideali cristiani;
- proporre ai giovani di visitare con rispettosa discrezione famiglie con problemi di povertà e di malattia, perché si abituino a un sano realismo cristiano;
- delineare con convinzione tanto la vocazione coniugale quanto la vocazione allo stato di speciale consacrazione come due forme - diverse ma ambedue religiosamente ispirate e cristianamente complementari - di realizzare sul piano umano e cristiano la propria vita;
- richiamare con fermezza e limpidità che non sono ammissibili comportamenti che suppongono già la fusione delle esistenze propria dei coniugi, così come i cosiddetti rapporti prematrimoniali, e che non corrisponde alla serietà della visione cristiana l'abitudine dei fidanzati di passare insieme le vacanze, al di fuori del sano contesto familiare e comunitario" (l.c., n.42; cfr Direttorio CEI, nn. 23-36;46-47).
Un’occasione da non perdere
Dopo le precedenti osservazioni sulle responsabilità della pastorale giovanile, vorrei ora parlare più esplicitamente della preparazione prossima al matrimonio. Dedicandoci, nelle nostre singole Parrocchie e nei Vicariati, ad un buon svolgimento degli ‘itinerari educativi per fidanzati’, terremo giustamente conto del fatto che il matrimonio religioso è domandato, ancora oggi, per motivi molto vari e che vanno realisticamente considerati, dalla grande maggioranza dei giovani. La Chiesa ha dunque anche questa occasione di incontrare i giovani e certamente sbaglierebbe se la trascurasse come se si trattasse di una circostanza di poco conto dal punto di vista pastorale.
E ancora, apprezzeremo un altro risvolto positivo del tempo del fidanzamento. Mentre esso è una opportunità per la Chiesa, è pure sicuramente (e soprattutto) una singolare grazia di Dio per i giovani: un tempo nel quale possono essere sollecitati, sia dagli incontri ai quali sono invitati a partecipare, sia dal confronto cordiale e schietto con altre coppie di giovani, a riscoprire la vita come vocazione e il futuro come responsabilità da ispirare con la saggezza del Vangelo; un tempo fortunato, anche da un punto di vista semplicemente umano, per la possibilità che offre di approfondire importanti aspetti 'antropologici' (circa la vita personale e la relazione interpersonale, ecc.) dei quali, in caso diverso, si rischierebbe di avere una conoscenza molto superficiale e del tutto insufficiente per ben affrontare il futuro.
Se tutto questo è vero, se ne dovrebbero trarre, anzitutto da parte dei pastori d'anime, le debite conclusioni e le opportune opzioni educativo-pastorali, anche in termini di operatori da formare, di energie da spendere e di iniziative concrete da programmare per mettere in atto, in favore dei giovani, un valido itinerario formativo.
C’è ancora fuoco sotto la cenere...
E ancora, non andrebbe mai dimenticato, nell'incontro con i fidanzati, che questi giovani, tranne rarissime eccezioni, hanno ricevuto la grazia del Battesimo e hanno celebrato anche gli altri Sacramenti della iniziazione cristiana (Confermazione, Eucaristia). E tutto questo non è riducibile, troppo sbrigativamente, a un puro dato anagrafico perché si tratta, invece, di avvenimenti reali. Questi giovani hanno incontrato il Signore, hanno sentito parlare di lui, hanno compiuto l'esperienza della preghiera, hanno incontrato qualche figura di educatore alla fede cristiana, hanno conosciuto qualche valido Sacerdote, hanno seguito dei momenti di catechesi, hanno partecipato - per un certo tempo e sia pure con una frequenza incostante - alla S. Messa domenicale, hanno frequentato l'Oratorio, ecc. E, per quanto sia vero che, dopo aver ricevuto il Sacramento della Confermazione, molti di questi giovani hanno perso i contatti con la Comunità cristiana (e si dovrebbe attentamente indagare sul perché), resta pure vero che, prima, li avevano e che, almeno in qualche misura, hanno vissuto un'esperienza cristiana che fa parte della loro irrepetibile storia personale.
La conclusione che ne vorrei trarre è questa: sarebbe interessante e, credo, stimolante aiutare questi giovani, soprattutto attraverso incontri molto personalizzati, a rileggere la propria 'biografia religiosa', a far riemergere in modo eloquente (soprattutto per loro stessi) ciò che costituisce parte non secondaria della loro vicenda nel tempo dell'infanzia e della fanciullezza (e magari della pre-adolescenza) e a riaccendere il fuoco che, forse, ancora sta sotto la cenere e, contrariamente alle apparenze, non si è spento del tutto.
Non posso evidentemente fermarmi qui. Devo subito completare il discorso. I giovani vanno evidentemente incontrati là dove spiritualmente si trovano. E poiché la condizione spirituale e morale della maggior parte di quanti incontriamo, nella fase immediatamente precedente la celebrazione del matrimonio, è quella dei cosiddetti 'lontani', diventa necessario, oltre che interrogarci su quel che stiamo proponendo in termini di pastorale giovanile, impostare il percorso educativo pre-matrimoniale in forma nettamente 'catecumenale', così da tener conto del fatto che essi, magari da anni, hanno perso la strada della Chiesa e, forse, anche della fede in Gesù Cristo e nel Vangelo. Se è vero che il parroco dovrà regolarsi con saggezza 'catecumenale' nel giorno del 'consenso', questa sapienza occorrerà lungo tutto il tempo della preparazione al matrimonio.
Itinerario di fede per i fidanzati
Situazioni spirituali
Mi sembra opportuno ricordare che andranno tenute in considerazione, per quanto possibile, le differenti situazioni spirituali dei giovani.
Una simile attenzione lascerà intravvedere diversi livelli al quale i Responsabili, e anzitutto il Parroco, dovranno cercare di collocarsi e una varietà di modalità nell’impostazione e nella conduzione degli ‘itinerari’:
- sarà necessario proporre un itinerario comune a 'tutti' i partecipanti;
- occorrerà poi che si tenga conto, già nel modo di svolgere gli incontri comuni e poi mettendo in programma dei colloqui personali, di chi ha reale bisogno di compiere un cammino catecumenale e di 'nuova evangelizzazione' di se stesso;
- e infine, sarà bene favorire, per chi ha una spiccata sensibilità spirituale, un itinerario ricco di approfondimenti teologici e spirituali e disteso su tempi abbastanza lunghi, usufruendo anche di una valida direzione spirituale.
I contenuti
Quanto ai contenuti , che verranno sviluppati in 6-8 incontri, sull'arco di circa due mesi, "oltre alla trattazione dei problemi specifici della vita matrimoniale, sarà da prevedere anche un richiamo sintetico e chiaro alle principali verità di fede: Dio Padre, creatore e traguardo di ogni vita; la persona di Gesù Cristo e il suo Vangelo di salvezza; lo Spirito Santo e la vita ecclesiale" (G. Biffi, l.c.,n.48).
Sempre a questo proposito, il ‘Direttorio’ CEI indica:
- "l'approfondimento della verità e del significato del proprio essere persona e della propria sessualità;
- la riscoperta del Signore Gesù Cristo come senso della propria vita e della stessa esperienza di coppia;
- il valore e le caratteristiche dell'amore e, in particolare, dell'amore coniugale;
- il significato del matrimonio e il suo valore sociale e istituzionale, anche di fronte a tendenze, sempre più diffuse, a un suo 'superamento' nelle convivenze di fatto;
- il bene della fedeltà e della definitività dell'impegno e dell'amore;
- il rapporto intrinseco del patto matrimoniale con la trasmissione della vita e la riscoperta del valore della procreazione;
- la responsabilità nei confronti della storia e della società che derivano dalla vita matrimoniale;
- la sacramentalità del matrimonio, che ne costituisce la novità cristiana;
- le dimensioni ed esigenze propriamente ecclesiali della vita matrimoniale e familiare" (n. 58).
La metodologia
Quanto al modo di condurre i singoli incontri, i partecipanti dovranno vedere utilizzata una metodologia favorevole a un incontro veramente interpersonale e dialogico con loro e tra di loro. Non basteranno quindi delle semplici conferenze e si dovranno garantire altri elementi che, nel loro insieme, costruiranno e animeranno gli incontri, rendendoli un vero 'itinerario'.
Tali elementi comprenderanno, lungo l'intero 'percorso':
- la creazione di un clima fraterno, di accoglienza e di conoscenza reciproca;
- momenti di confronto e di scambio sui contenuti che vengono proposti e sulle domande che maggiormente premono nella mente e nel cuore di ciascuno;
- momenti di verifica del cammino che sta avvenendo;
- tempi di preghiera, e magari di Ritiro spirituale vero e proprio;
- proposte e gesti di carità.
Sempre in termini metodologici, occorrerà tener presente che il numero delle coppie partecipanti a ogni singolo 'corso' non dovrà essere troppo elevato e che gli incontri saranno decisamente favoriti dalla presenza e dalla responsabilizzazione di coppie di sposi, adeguatamente preparate al compito. Esse permetteranno ai giovani di incontrare sulla loro strada dei reali e credibili testimoni che possono esprimere il messaggio cristiano con una forza e una capacità di persuasione maggiori di quanto non possa essere dato da semplici discorsi, sempre esposti al rischio (o all'accusa) di essere un poco disincarnati.
Il coinvolgimento del parroco
E’ indispensabile che i giovani fidanzati possano toccare con mano il coinvolgimento del loro parroco (e, attraverso di lui, della Comunità parrocchiale) nel loro cammino verso la celebrazione del matrimonio.
Ciò comporta che in tutti i casi, e cioè anche quando vi siano ragionevoli motivi per partecipare a un 'corso' in altra Parrocchia, andrà evitata la semplice 'delega' di un compito che, invece, deve lasciare in evidenza la responsabilità primaria delle singole Parrocchie, visto che - attraverso questi giovani - sta nascendo una nuova famiglia e che la Parrocchia è chiamata ad essere 'una famiglia di famiglie'.
Il parroco testimonierà la sua seria e fattiva partecipazione curando anche i colloqui che i nubendi sono chiamati a fare con lui:
- "per l'impostazione del cammino da compiere partecipando all'itinerario per i fidanzati;
- per una catechesi e spiegazione del rito della celebrazione del matrimonio;
- per affrontare specifici casi di coscienza o problemi particolari e per l'espletamento degli indispensabili adempimenti giuridici" (Direttorio CEI, n. 64).
Il cuore dell’esperienza
Tutto quanto detto fin qui è da intendere come garanzia perché gli ‘itinerari’ di preparazione al matrimonio abbiano, come loro caratteristica suprema, questa: che i giovani partecipanti, da qualunque parte vengano e qualunque sia la loro condizione spirituale e morale, vengano messi in contatto con Gesù Cristo e con il Vangelo per affrontare, insieme con Lui, l’esperienza futura del matrimonio e della famiglia.
Noi - preti, diaconi, religiosi/e, laici - dobbiamo dedicarci a questi giovani unicamente a causa di Gesù Cristo; e questi giovani partecipano agli incontri, con motivazioni più o meno chiare e genuine, perché chiedono alla Chiesa il matrimonio cristiano. Nulla quindi dovrà impedire che a questi giovani sia dato di incontrare, anche attraverso di noi, la bellezza della proposta evangelica sull'amore, il matrimonio, la famiglia. E se noi sinceramente vogliamo realizzare una simile esperienza di evangelizzazione, Dio sicuramente ci aiuterà.
Il raccordo con il ‘dopo’
Quanto al 'dopo', basterà almeno un'osservazione. Mentre si svolge la preparazione immediata al matrimonio e molti giovani realizzano quindi un certo contatto con la Comunità cristiana, non si può non pensare a ‘come’ e ‘quanto’ quel contatto potrà continuare, dal giorno in cui essi si sposeranno.
Un problema di questo genere conduce a considerare che cosa occorre fare, all'interno delle singole Parrocchie, quand'anche i 'corsi' fossero seguiti in altra sede, perché quel tempo permetta ai futuri sposi di stabilire o di recuperare una convivenza vivace e stimolante, soprattutto a livello di adulti e di famiglie, con la Comunità cristiana alla quale si appartiene e nella quale si celebrerà il Sacramento del matrimonio.
3. IL CAMMINO NEL MATRIMONIO
Il cammino educativo non è mai finito. Non è finito quando si è adulti e non lo è nemmeno quando si giunge alla 'terza età'.
Se grande è il compito che i genitori sono chiamati a svolgere nei confronti dei loro figli (cfr II parte), e se di grande delicatezza è il tempo della giovinezza e della preparazione al matrimonio (cfr capitolo precedente), non è certo trascurabile l'attenzione che i coniugi debbono avere per la loro personale formazione, a cominciare dalle giovani coppie.
Dovremmo giustamente parlare di 'formazione permanente' e dovremmo dire che, nel nostro lavoro pastorale, l’evoluzione interiore delle singole persone sposate, delle coppie di sposi e dei genitori andrebbe in ogni modo favorita sia con un lavoro rivolto preferenzialmente alle giovani coppie, sia con un'attenzione alle famiglie di ogni età.
Le giovani coppie
A proposito delle giovani coppie, non è possibile affermare che la nostra attuale azione pastorale sia già adeguata al compito. In realtà, vi è ancora molto da immaginare e da sperimentare con fantasia, coraggio e pazienza. E molto gioverebbe, a questo riguardo, dare spazio alla comunicazione delle esperienze che già sono lodevolmente in atto in alcune Parrocchie della Diocesi.
Sembra di poter identificare e sinteticamente indicare i compiti fondamentali delle giovani coppie in questi tre:
- coltivare la vita di amore a due;
- far diventare fecondo il loro amore;
- e infine, dare alla coppia una presenza impegnata nella comunità ecclesiale e civile (cfr G. Saldarini, Riempite di acqua le anfore, pag 45).
Parallelamente, come nota l'Es. Ap. "Familiaris Consortio", si devono riconoscere, come attenzioni fondamentali e specifiche della Chiesa in favore delle giovani coppie, soprattutto le seguenti: "educarle a vivere responsabilmente l'amore coniugale in rapporto alle sue esigenze di comunione e di servizio alla vita, come pure a conciliare l'intimità della vita di casa con la comune e generosa opera per edificare la Chiesa e la società umana" (n. 69).
Primi contatti con la Parrocchia
Le iniziative pastorali che potranno dare concretezza a queste prospettive ideali sono molte. Si dovrebbe anzitutto avere l'avvertenza e la premura di garantire che tutte le coppie partecipanti agli itinerari formativi per la celebrazione del matrimonio religioso vengano segnalate alle Parrocchie nelle quali andranno a risiedere, così che divenga poi meno difficile al parroco prendere l'iniziativa per un primo contatto personale.
Il compito non pare arduo, anche se andrà messo in atto con la delicatezza richiesta dalla condizione interiore delle singole coppie di sposi. Si può anche pensare che, per alcune di questa coppie, il sentirsi accolti e conosciuti sarà non soltanto una felice sorpresa, ma anche un grande aiuto per i primi mesi di cammino su una strada del tutto nuova.
Questo primo, ancora superficiale contatto potrebbe prendere consistenza con il passare del tempo. E le forme potrebbero andare sia nella direzione di un avvicinamento del Sacerdote (o anche di Religiose e di laici cristiani) alla casa dei giovani sposi, sia in quella di un invito fatto loro perché si rendano presenti a momenti della vita della Comunità. Sembra di poter dire che in tutti i casi, anche quelli più difficili, qualcosa si può fare per coltivare una relazione ricca di vero rispetto e di sincera disponibilità.
Quanto all'andare 'in casa', si può dire che, nella misura in cui la 'visita alle famiglie' diventa scelta pastorale qualificante nelle nostre Parrocchie, diventerà naturale che ciò avvenga anche nei confronti delle nuove famiglie che si costituiscono sul territorio della Parrocchia. In questo caso, la visita potrebbe anche diventare 'benedizione' della nuova casa.
E resta naturalmente auspicabile e da favorire anche l'iter che conduce le nuove famiglie verso la Comunità parrocchiale per un coinvolgimento più o meno ampio nella sua vita, a cominciare dalla celebrazione del 'giorno del Signore', e per una libera partecipazione a iniziative particolari o addirittura a qualche stabile attività (di tipo caritativo, culturale, liturgico, educativo, missionario, ecc.) o all’inserimento e alla condivisione della vita di qualche Associazione o Movimento ecclesiale.
Le occasioni straordinarie
Per l’incontro della Chiesa con le giovani coppie vi sono poi delle occasioni preziose e tipiche. Sono soprattutto quelle della nascita del loro primo figlio, del Battesimo e poi, dopo qualche anno, della Prima Comunione.
Proprio questi traguardi ecclesiali dei figli permettono di dire che, pur senza negare né sottovalutare i disagi familiari di cui ho parlato precedentemente, e pur avvertendo che la relazione della Chiesa con le giovani coppie rimane difficile, le opportunità offerte alla Chiesa non siano di poco conto. E, a questo proposito, si dovrebbe ricordare con gratitudine anche la Scuola Materna Cattolica che, in non pochi casi, sta sulla breccia, nonostante le molteplici e gravi difficoltà di vario genere che deve affrontare.
Naturalmente, per venire debitamente valorizzate, tutte le circostanze ora accennate richiedono negli operatori pastorali, e anzitutto nei Sacerdoti (come s’é detto nel capitolo a loro dedicato), capacità di contatto umano, ricchezza interiore, semplicità e incisività di proposta evangelica. Forse potranno essere aiutati, in questo loro lavoro, anche dal "Catechismo dei bambini" : un testo illuminante per i giovani genitori, e che potrà essere valido sussidio in tutte le nostre Comunità per gli incontri con loro.
E proprio il riferimento a questo strumento didattico mi suggerisce di sottolineare che, anche in occasione di iniziative per i giovani genitori, non è certamente sufficiente riuscire a radunarli. Un pragmatismo superficiale è sempre da evitare perché conduce a peccati di omissione. Occorre sempre domandarsi con quali contenuti vorremo e sapremo arricchire l'incontro perché, tenendo conto delle domande che i giovani sposi portano dentro di sé e prendendole in attenta considerazione, essi si sentano veramente aiutati a portare le responsabilità educative che la vita ha messo ormai sulle loro spalle.
Le occasioni di ogni giorno
Ma non ci si deve limitare a pensare a circostanze particolari, per svolgere un lavoro in favore delle giovani coppie. E' la vita di tutti i giorni quella che può essere valorizzata al meglio. E nessuno, nella Comunità cristiana, può affermare di non poter fare nulla; ciascuno può, con grande semplicità e senza incarichi particolari, fare molto. Anche le persone più semplici possono compiere gesti o dire parole decisive in favore di una concreta scelta difficile, di fronte alla quale una giovane coppia si trova. Esse possono, senza clamore, dare una mano a una giovane coppia che sta attraversando una fase tormentata (e sappiamo che oggi ciò avviene, anche dopo pochi anni e perfino dopo pochi mesi dal matrimonio) o che sta maturando il suo globale orientamento futuro su aspetti qualificanti per la vita a due e per la funzione paterna e materna.
In questa 'quotidianità' non si sa mai in anticipo né quali sono le persone importanti per gli altri, né quali sono i momenti rilevanti, né quali sono le parole che lasceranno il segno. Tutto questo si verrà a sapere solo dopo. Lo si saprà quando, a distanza di tempo, si constaterà (se le persone interessate lo vorranno dire) che le cose sono andate in un certo modo invece che in un altro e che, a monte di tutto, è da riconoscere l’apporto positivo di un incontro, di una parola, di un esempio.
Mi chiedo se vi è in noi la consapevolezza dell’importanza che potremmo avere per la vita dei nostri fratelli e se, a proposito di famiglia e di giovani coppie, il riferimento opportuno a degli 'specialisti' non faccia a volte dimenticare che ciascuno di noi (che siamo semplicemente il vicino di casa, il compagno di lavoro, la donna o l'uomo che sta vivendo con serietà e gioia l’esperienza umana e cristiana del matrimonio e della famiglia, ecc.) è un dono, talvolta molto importante, per il cammino degli altri.
Le famiglie di ogni età (anche la Terza Età)
Prestare attenzione alle giovani coppie non vuol dire isolarle. E se qualcosa, soprattutto nelle grandi Parrocchie, si può organizzare appositamente per loro, esse hanno tutto da guadagnare se vengono costantemente inserite in una attività di pastorale familiare che tende a render cristianamente viva l'esperienza di coppie di tutte le età, anche della 'terza età'.
A proposito di quest'ultima, e cioè dei nostri 'anziani', ho già detto che nemmeno per loro il tempo è del tutto scaduto e che la partita rimane, in qualche misura, aperta (e tale va premurosamente tenuta). A tal fine occorrono iniziative opportune che, per la verità, non mancano. Molto, però, deve essere fatto, da parte delle istituzioni civili e delle nostre Comunità ecclesiali, per non lasciare soli e abbandonati i numerosi anziani, e anzitutto quelli ammalati.
Occorre anche l'impegno personale degli anziani stessi per recuperarsi costantemente a una vita nella quale esercitare, il più possibile, l'intelligenza, coltivare validi interessi, prediligere la vicinanza ai figli e ai nipoti, dimostrare disponibilità a offrire piccoli aiuti all'interno delle famiglie, dedicare tempo e cuore alla cura della propria vita spirituale, ecc.
Se la Chiesa intende veramente sostenere la famiglia come cellula fondamentale della società, le nostre Parrocchie devono dare spazio alla 'soggettività' pastorale delle famiglie. Con questo termine un po’ difficile si intende dire che devono muoversi in modo tale da fare, delle famiglie, le ‘protagoniste’ del loro stesso cammino cristiano. Seguendo questa strada si possono ottenere, come risultati importanti, quello di dare solidità e perseveranza al cammino cristiano delle famiglie, anche di quelle che si trovano in piccole o grandi difficoltà. E ancora, le nostre Parrocchie devono testimoniare sincera disponibilità nell'essere a fianco delle famiglie, in particolare di quelle nuove; devono suscitare in esse un vivo senso di solidarietà verso le altre famiglie, senza pregiudizi nei confronti di nessuno. E infine, devono coltivare la sensibilità della Comunità nei confronti delle famiglie 'ferite', per le quali occorre la mano delicata che stende un velo di unguento per dare sollievo e che avvolge con premura fasce per proteggere.
‘Gruppi familiari’
E' in questa prospettiva che sono nati e già operano, in diverse Parrocchie della nostra Diocesi - sia con il sostegno delle "Commissioni per la Famiglia", sia con quello delle Associazioni e dei Movimenti Familiari - i "Gruppi familiari".
La considerazione delle intenzioni profonde dalle quali i "Gruppi familiari" nascono permette di coglierne la natura ecclesiale: "Costituiti dal libero ritrovarsi insieme delle comunità coniugali e familiari in quanto tali, sotto la guida responsabile di coppie animatrici adeguatamente preparate e mantenendo un costante e fraterno confronto con i presbiteri, questi gruppi non sono solo il frutto di pur legittime esigenze di natura psicologica e sociologica, ma affondano le loro radici in motivazioni di natura tipicamente ecclesiale e profondamente cristologica" (‘Direttorio ‘ CEI, n. 127).
In fedeltà a queste esigenze di fondo i "Gruppi familiari", che i pastori d'anime faranno bene ad aprire e a proporre a tutte le famiglie, dovranno precisare, di anno in anno, i contenuti da privilegiare nei loro incontri, la metodologia più idonea da seguire e il clima da rispettare in ogni incontro. Come ancora annota il Direttorio CEI, i "Gruppi familiari" sono chiamati a lavorare "in un clima di fede e di ascolto della Parola di Dio, mediante un reciproco scambio di esperienze sulla vita cristiana nei suoi vari aspetti, attraverso un continuo sforzo di formazione dottrinale e spirituale e l'aggiornamento permanente sulle dottrine e sui metodi pedagogici"(‘Direttorio’ CEI, n. 128)
I temi
Le questioni da mettere a tema possono essere molte. Tutto ciò che è stato detto sull'"educare in famiglia" (cfr II parte) può diventare argomento scottante in una "scuola per genitori", sia a proposito della fede e della vocazione, sia a proposito dell'educazione della coscienza morale.
Si potrà dunque distendere nel tempo la trattazione di argomenti come:
- l'identità personale dei genitori stessi;
- la famiglia come 'piccola Chiesa';
- l'ascolto dello Spirito e la dipendenza da Dio in famiglia;
- la preghiera in famiglia;
- l'attenzione alla crescita nell'autenticità da parte di ogni membro della famiglia;
- l'accoglienza, la riconciliazione e la pace in tutte le forme che possono essere praticate dalla famiglia stessa;
- la ‘sobrietà’ della famiglia, nel contesto di una società consumistica;
- la scelta di servizio nella Chiesa e nella società; ecc.
La metodologia
Quanto alla metodologia di svolgimento dei singoli incontri, mi sembra che vengano seguite, nei vari "Gruppi familiari" operanti in Diocesi, soprattutto tre piste.
La prima è quella che privilegia la Parola di Dio, presa magari come 'parola di vita' che accompagna lungo una settimana o un mese intero, sulla quale si medita e si dialoga fraternamente cercando di cogliere che cosa, attraverso di essa, Dio vuole suggerire - qui e ora - alle famiglie che la meditano
La seconda potrebbe essere indicata come 'revisione di vita' nel senso che dà spazio alla presa in esame di un aspetto della vita e della responsabilità familiare per tentare, anzitutto, di 'osservare' e di precisare con obiettività i dati più significativi del problema; dopo di che si fa emergere la domanda sul giudizio e l'orientamento che Dio, con la sua parola (a cui si farà riferimento esplicito e di cui si farà lettura comunitaria), indica a noi per un cammino cristiano; e infine, ci si chiede che cosa sarebbe utile decidere per dare all'incontro uno sviluppo nella vita quotidiana.
La terza è quella che prevede la proposta di una seria e articolata riflessione, da parte del Sacerdote o di Laici esperti, accompagnata e sostenuta da una 'scheda di lavoro' che facilita l'ascolto della proposta e soprattutto dispone ad articolare un intenso e costruttivo scambio tra tutti i presenti. Anche in questo caso, sia la riflessione che lo scambio non trascurano la Parola di Dio, né mancano di dare un realistico sguardo alle situazioni.
Gli Animatori
I "Gruppi familiari" richiedono evidentemente degli animatori e delle guide, e non sembra che ce ne siano in abbondanza nelle nostre Parrocchie. Uno dei frutti di questo prossimo anno pastorale, dedicato alla famiglia, potrebbe essere il sorgere di 'vocazioni' all'apostolato familiare: uomini e donne che, anche attraverso le iniziative diocesane (cfr le "Scuole di formazione degli operatori della pastorale familiare") si coltivano attentamente per poter offrire un qualificato servizio all'interno dei "Gruppi familiari".
Senza dimenticare che, come già accennavo a proposito delle giovani coppie, anche le persone non specializzate sono in grado di dare un prezioso contributo alle famiglie nell’ambito dei ‘Gruppi familiari’. I laici che vivono in prima persona l'esperienza del matrimonio e della famiglia devono avere fiducia in se stessi (e, naturalmente, occorre anche darne loro, soprattutto da parte dei Sacerdoti).
I laici sposati devono riscoprire che il dialogo interpersonale e l'incontro con le coppie e i nuclei familiari li possono rendere umili, ma efficaci compagni di viaggio di tante famiglie. In tale compito quotidiano saranno molto aiutati da una interiore decisione per il Vangelo, da una sincera attenzione ai fratelli, e anche dalla partecipazione alle attività di un ‘Gruppo familiare’ che offre loro l'opportunità di apprendere bene le cose essenziali e di imparare a esprimerle nel modo dovuto.
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Ho già espresso più sopra gratitudine per tutti coloro che operano in favore della famiglia (cfr III parte, cap. 1). Qui ringrazio, in modo speciale, le ‘Commissioni Famiglia’ operanti nelle singole Parrocchie e nei Vicariati, l‘Ufficio per la Famiglia’ e la ‘Consulta Diocesana per la Famiglia’.
E mentre esprimo gratitudine, vorrei dire a tutte queste persone: "Abbiate la viva consapevolezza di lavorare per il futuro della Chiesa e della società. Dell'una e dell'altra, la famiglia è la cellula fondamentale".
4. ACTIO EMBLEMATICA
Come 'actio emblematica' vorrei fare tre proposte: una alle Comunità, un'altra soprattutto ai Sacerdoti e, infine, una alle famiglie stesse.
1. Ogni Comunità parrocchiale diventi una ' Casa Speranza'
In un anno dedicato alla famiglia, vorrei chiedere a tutte le nostre Comunità di mettere in atto un gesto significativo in loro favore.
Ciò potrebbe voler dire, prima di tutto, che ogni Consiglio Pastorale Parrocchiale o di Vicariato si ritrovi, nei primi mesi del nuovo anno pastorale, e metta a tema questo argomento, cercando di rilevare con obiettività quali sono le urgenze e le carenze presenti sul territorio. Per quanto un lavoro del genere sia magari già stato compiuto negli anni precedenti, non sarà certamente inutile mettere di nuovo a fuoco, aggiornandoli, i dati del problema.
In secondo luogo, ogni Consiglio Pastorale dovrà interrogarsi davanti a Dio e compiere, con l'aiuto della Parola di Dio e della preghiera, un vero e proprio discernimento pastorale. Si tratta di rispondere alla seguente domanda: stando così le cose, come le nostre rilevazioni fanno emergere, a che cosa siamo chiamati da Dio? Come il Signore giudica il nostro comportamento? Non c'è qualche peccato di omissione al quale dovremmo cercare di porre rimedio disponendo il cuore e le forze a una nuova o rinnovata iniziativa?
Interpellati da questo interrogativo, dovremo infine decidere qualche concreta scelta (e ne basterà anche una sola) che impegni, lungo l'anno prossimo e anche in maniera stabile, la nostra Comunità.
In questa ultima fase sarà importante privilegiare, in correlazione all'accento di questa Nota Pastorale, delle iniziative che si connettono con il fronte 'educativo', e cioè del cammino umano e cristiano delle persone (dai bambini, ai ragazzi, agli adolescenti e giovani, alle giovani coppie, ai genitori) e che, inoltre, tentino di farsi carico di quelle famiglie che, per motivi diversi, debbono essere dette le più povere e sofferenti.
A proposito di poveri, ricordo che nella Veglia di Pentecoste, aprendo in Cattedrale la Visita Pastorale per il Vicariato dell'Ovest Ticino, ho riassunto la proposta emergente da una pagina del profeta Ezechiele dicendo: "La nostra Chiesa deve diventare una 'Casa Speranza'!". Quella suggestione non deve rimanere semplicemente uno slogan; deve diventare concreta realtà. Lo deve diventare in molti modi, e in particolare attraverso una nostra rinnovata attenzione alle famiglie nelle quali le ferite, i vuoti, le attese sono molte e gravi, anche se talvolta inconsapevoli.
2. Ogni Sacerdote viva 'il mistero della Visitazione'
Ad ogni Sacerdote, e anzitutto ai cari Parroci, chiedo di riprendere seriamente l'indicazione che ho già lasciato trasparire in qualche passaggio di questa Nota e che già veniva illustrata nella Lettera Pastorale "Paolo e Barnaba" (cfr pagg 108-110) come 'actio emblematica': visitare le famiglie.
So che molti Sacerdoti hanno fatto, di questa scelta, un orientamento qualificante del loro ministero, e sono pienamente d'accordo con loro. So pure che, da anni, alcuni Sacerdoti hanno lasciato cadere, per diversi motivi, questa attività: o perché giudicata troppo formale, o a motivo della mancanza di tempo in Parrocchie popolose, ecc. Pur comprendendo tali obiezioni, non mi sembra che se ne debba ricavare l'abbandono dell'impresa, quanto piuttosto un suo coraggioso ripensamento.
Sono profondamente persuaso che il futuro delle nostre Comunità dipende in larga parte da questo contatto, instancabilmente coltivato, dei Sacerdoti con le famiglie.
Mi riferisco, certo, alla 'benedizione pasquale', ma penso anche a tante altre significative occasioni di incontro, come quelle già ricordate in varie pagine precedenti. E credo che, in questa delicata azione pastorale, i Sacerdoti potranno coinvolgere, come del resto già si fa in alcune Parrocchie, anche Religiose, Religiosi e Laici (compresi i giovani).
La Visita Pastorale, che è stato il mio più rilevante impegno, durante lo scorso anno, lo sarà anche nei prossimi. E non casualmente ho chiamato questo mio percorrere la Diocesi - sulle orme del Ven. Carlo Bascapè e di tanti altri Vescovi, fino al nostro amato Mons. Aldo Del Monte - 'un anno con voi’. Credo che anche il Vescovo deve stare vicino il più possibile alle Comunità e ai Pastori delle Comunità. Mentre chiedo ai Sacerdoti di aiutarmi nello svolgimento del mio dovere, bello e difficile, vorrei sentire che anch'essi, a loro modo, sono 'in visita pastorale' presso le famiglie che Dio ha affidato al loro ministero.
3. Ogni famiglia partecipi agli ‘Esercizi Spirituali’
Alle famiglie propongo che, nell'ambito della loro stessa Parrocchia o, nel caso di Comunità molto piccole, insieme con altre Parrocchie vicine, durante l'anno si partecipi a un piccolo corso di Esercizi Spirituali.
Non chiedo alle famiglie di assentarsi da casa loro per giorni; chiedo soltanto che si dedichino per tre o quattro sere di seguito al silenzio meditativo e alla preghiera sulla vocazione e sulle responsabilità della famiglia cristiana.
Del resto, non si tratta, nella nostra Diocesi, di una novità assoluta: in questi scorsi anni numerose Parrocchie hanno già messo in atto questa iniziativa, garantendo in tal modo, soprattutto sulla lunga distanza, vigore e profondità all'esperienza spirituale dei membri della Comunità.
Usufruendo dunque delle valide esperienze presenti in ogni Vicariato e con l'aiuto di sussidi che potranno essere offerti dall'Ufficio diocesano per la famiglia, chiedo a tutte le Parrocchie di preparare per tempo, e con tutte le debite attenzioni, una grande settimana spirituale per le famiglie,
Ogni tempo liturgico dell'anno è buono per mettere in atto gli Esercizi Spirituali; penso, però, che si potrebbe privilegiare il tempo liturgico dell’Avvento e della Quaresima.
EPILOGO
Spazio ai santi
A modo di conclusione, vorrei dare spazio ai Santi e alla preghiera. Parlando di Santi, vorrei riferirmi particolarmente a coloro che sono diventati tali nella condizione coniugale e familiare. Li ricordo perché accompagnino le nostre famiglie nel compito di educazione alla vita cristiana, fino alla maturità.
A questo proposito, mi torna alla mente, insieme con la Santa Famiglia di Nazaret, quella pagina nella quale l'apostolo Paolo si rivolge al suo discepolo Timoteo in questi termini affettuosi: "Mi ricordo della tua fede schietta, fede che fu prima nella tua nonna Lòide, poi in tua madre Eunìce e ora, ne sono certo, anche in te" ( 2 Tim 1,5).
Come è facile osservare, in un versetto sono ricordate tre generazioni, tutte accomunate dall'esperienza di fede cristiana. è vero che non vengono ricordati né il padre, né il nonno, tuttavia veniamo introdotti in una famiglia della prima generazione cristiana e ci è data notizia che in essa si è verificato, insieme con l'avvenimento di una maternità naturale, anche quello di una maternità spirituale, quella che avviene per la potenza dello Spirito Santo e dalla quale nascono veri figli di Dio.
Da 2000 anni ad oggi si sono succedute molte famiglie nelle quali si è compiuta, quasi come un perenne miracolo di Pentecoste, quella che un padre della chiesa ha chiamato l''effusione della fede'. Se essa non è del tutto paragonabile alla testimonianza della fede data dai martiri, e cioè fino all'effusione del sangue, rimane tuttavia un segno certo della santità della Chiesa. E il Signore non manca di offrirci, anche nel presente, diverse occasioni di incontro con ‘santi sposi’, e ciascuno di noi ne potrebbe raccontare la storia. Io mi limito a due riferimenti.
Gianna, sposa e mamma ‘beata’
Il primo, a tutti noto, è la beatificazione di Gianna Beretta Molla, sposa e madre, che ha offerto la sua vita per salvare quella della figlia che portava in grembo. "Noi - ha detto suo fratello sacerdote, don Giuseppe - la fede, prima che sui libri e nella catechesi, l'abbiamo respirata in casa osservando gli atteggiamenti ed ascoltando le parole dei nostri genitori. Sono stati loro a farci conoscere il Signore, a farcelo sentire vicino con la sua infinita bontà. Sono stati loro a insegnarci a rispondergli con la preghiera semplice che nasce spontanea nel cuore semplice di ogni bambino. Ecco, Gianna è cresciuta come tutti noi a questa scuola di vita che ci hanno offerto, con i loro esempi e i loro comportamenti, i nostri genitori" (Cfr Riv. Dioc. Mil. 4/1994,520).
Un nonno sempre pronto alla ‘Messa Prima’
Un secondo riferimento. Noi sappiamo bene che, insieme con i santi 'canonizzati', vi è 'il nugolo dei testimoni' di cui parla la lettera agli Ebrei (cfr Eb 12,1). Sono cristiani di ogni generazione che hanno vissuto, in maniera semplice e ispirata al Vangelo, l'esperienza del matrimonio e della famiglia. Forse qualcuno di noi, anche in questi tempi così aridi, ha avuto (o ha) la fortuna di vivere sotto lo stesso tetto con qualcuno di questi veri cristiani; forse qualcuno di noi, nei momenti difficili della vita, si trova a pensare a persone care e di sicura qualità cristiana, per lasciarsi condurre dal loro esempio e dall'affetto verso di loro, a compiere scelte cristiane.
Voglio ricordare almeno uno di questi testimoni numerosi e nascosti. Verso la fine di maggio mi sono recato in una famiglia. Era morto 'il nonno', quasi novantenne. Per parte mia, intendevo semplicemente compiere un piccolo gesto di vicinanza umana, ma, come frequentemente mi capita, ho ricevuto molto più di quanto ho dato.
La moglie - una donna semplice, dignitosa e fine - tesseva, senza enfasi, il ritratto di un uomo integro, rimasto tale in mezzo a mille vicende di vita, che comprendevano anche lunghe esperienze di lavoro all'estero. Nemmeno il cambiamento di ambiente, l'essere solo e lontano da tutti i propri cari lo ha distolto dalla fede e dalla pratica cristiana. E fino all'ultimo è rimasto un uomo di preghiera quotidiana e che, alla domenica, aveva il gusto di trovarsi sul portone della Chiesa - precedendo persino il Parroco - per essere pronto a partecipare alla 'Messa prima'.
Grazie a tutti i santi sposi, noti e ignoti!
PREGHIERA PER TUTTE LE FAMIGLIE
Nella "Lettera alle Famiglie", che ha largamente ispirato questa Nota Pastorale, il Papa chiede una corale e incessante preghiera delle singole 'chiese domestiche' e dell'intero popolo di Dio. E auspica che da questa preghiera siano raggiunte anche le famiglie in difficoltà o in pericolo, quelle sfiduciate o divise e quelle che si trovano in situazioni che l'Es. Ap. "Familiaris consortio" qualifica come ‘irregolari’. Possano tutte - dice il Papa - sentirsi abbracciate dall'amore e dalla sollecitudine dei fratelli e delle sorelle! (cfr. n. 5). Preghiamo, dunque, il Signore Gesù, per intercessione di Maria e di Giuseppe.
Signore Gesù Cristo ,
dona a tutte le nostre famiglie
di essere il luogo
in cui si effonde e cresce
il grande dono della fede in te.
Fa’ che le mamme,
con amore e pazienza,
siano capaci di crescere i figli
come veri cristiani,
pronti a seguire ogni tua chiamata.
Donaci dei papà che,
nel dialogo e con l’esempio,
aiutino i figli a credere
che il Vangelo può essere vissuto oggi
e che l’umanità ne ha bisogno
come del lievito e del sale.
Fa’ che i figli,
siano accolti e amati,
ancor prima della loro nascita,
come segno della tua benedizione;
e che, crescendo,
maturino la libera decisione
di essere tuoi discepoli.
Fa’ che le persone anziane
non siano lasciate sole
e non vengano dimenticate;
dona loro di sentirsi ancora utili
e di poter trovare, nella preghiera,
alimento alla speranza e alla pace.
Fa’ che le famiglie in difficoltà
siano concretamente aiutate;
fa’ che quelle sfiduciate
si rinfranchino incontrando
esempi incoraggianti
di vita cristiana;
e fa’ che quelle tentate dal Maligno
ottengano vittoria con la tua grazia.
Fa’ che le nostre famiglie,
come vere ‘chiese domestiche’,
riconoscano Te
come Capo e Pastore,
vivano con gioia
la dignità e la libertà
dei figli di Dio,
amino il prossimo
come tu ci hai amati
e camminino incontro a Te,
che vivi e regni con il Padre,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.
Amen.
Novara, 15 settembre 1994
Memoria della B.V. Maria Addolorata
+ Renato Corti

